Vita di Andrea Doria, Volume I
Part 10
Qui vuolsi notare, che se pongasi mente alla improntitudine dei Francesi, usi a menare strepito, e dire infamia quanto non torni loro a grandissimo comodo, e soprattutto all'angoscia con la quale pativano la perdita del regno, non che quella del fiore dei gentiluomini di Francia, si riputeranno da noi più degni di pietà, che di perdono; e ciò quanto ai contemporanei del fatto; chi venne dopo assunse consigli più miti; e il Voltere, uomo pei giudizi storici tenuto meritamente in pregio anco dall'Hume, afferma con blanda locuzione, che Andrea pei consueti raggiri delle corti si reputò obbligato di mutare bandiera. I Fiorentini poi, oltre alle cause che ci occorrerà discorrere nel corso di questa storia, allo abbandono di Andrea delle parti di Francia (di cui essi mostraronsi in ogni tempo svisceratissimi) non a torto forse attribuivano la prima radice di ogni loro disastro; nella recuperata libertà di Genova ebbero a deplorare più tardi la perdita della libertà di Firenze; ed anco di presente di quelle bande nere, milizia illustre ed unica degna, che a cotesti tempi possedesse la Italia, però che rimanessero involte nella rotta patita dal Lautrecco sotto Napoli, dove giacquero morti il conte Ugo Pepoli capitano, Giovambattista Soderini, e Marco del Nero commissari: nè indi a poi poterono riordinarsi mai più. A vero dire il racconto del Segni mi ha garbo di cotesti favellii, onde gl'ingiuriati sfogano l'animo inacerbito, e che non avrebbono a trovare accoglienza nelle pagine della Storia. Io, per me, ventilate le ragioni pro e contro, penso potere conchiudere: avere avuto facultà il Doria di lasciare le parti di Francia senza un biasimo al mondo, perchè decorso il termine della sua condotta, il quale è pure il modo più naturale per cui le obbligazioni cessano: nè ci era mestieri disdetta, giacchè il giorno interpella per l'uomo, come dicono i legali, e poi la disdetta ei la diede, e se il Cristianissimo non gliela mandò, giudichino i discreti se la colpa stia in cui, ricercato, si astenne da cosa, che non poteva negare, ovvero in colui che, spontaneo, compì l'ufficio al quale non era punto obbligato. Il Guicciardino poi, che afferma (quantunque erroneamente[14]) come il Cristianissimo avesse licenziato Andrea, non si comprende con qual cuore, e rispetto a cuore passi, ma con qual fronte, si ostini ad appuntarlo. Tanto basterebbe per mio avviso a scolparlo, che se ci arrogi Savona accresciuta a detrimento di Genova, gli strazi, i sospetti, le ritenute paghe donde Andrea doveva pure cavare il soldo e le panatiche quotidiane per le ciurme, e per ultimo le insidie mortali, troverai di leggieri, che cause per abbandonare la Francia ei n'ebbe anco troppe. Circa all'accusa appostagli dai Francesi, che Andrea allegasse lo studio della patria libertà per onestare il tradimento, giovi riferire la sentenza del medesimo Varchi poco parziale (e altrove ne ho riferito il perchè) al nostro Doria: — io lascerò che ognuno creda a suo modo, detto che avrò, che avendo il Doria poco appresso (potendosene fare signore) rimesso Genova in libertà, cosa in tutti i tempi rarissima, ed in questi sola, merita che si creda più ai fatti di lui che alle parole degli altri. — Se veramente Andrea restituisse la libertà alla patria, esamineremo più tardi, che grave indagine è quella: basti per ora che così volgarmente fu creduto a cotesti tempi, ed anco ai nostri da parecchi si crede, o si finge, e che le condizioni di Genova da quelle ch'erano, e più minacciavano diventare, egli migliorò.
CAPITOLO V.
Andrea allestito il naviglio si avvia a Gaeta: mantiene in devozione Sprolunga: rende i prigioni di Capri alle dame napoletane, porta vittovaglie a Napoli traversando l'armata nemica. Morte del Lautrecco. Il marchese di Saluzzo dopo alcuna prova di valore si arrende. Pietro Navarro è strangolato. Il nipote di Consalvo onora di sepoltura Lautrecco e Navarro, e ci pone bellissimi epitaffi. — Elogio del Brantôme al Consalvo, e forse tace il meglio. — Andrea si arricchisce con le prede. Galeoni che fossero. — Condizioni presenti di Genova; accuse vere e false contro i Francesi. Andrea muove a liberare Genova dai Francesi; il Rapallo messo degli Otto con prieghi e con minaccie lo dissuade da farsi avanti; non gli dà retta. Strattagemma col quale l'armata francese, durante la notte, fugge da Genova; la perseguita Andrea e piglia due galee. Nuovi ambasciatori a Pegli per distorlo dal disegno di liberare la patria; al medesimo fine Giovambattista Doria gli occorre a San Pier d'Arena. Viltà antiche e moderne. Famiglia Doria per viltà repudia Andrea per consorto scrivendo al Cristianissimo. Ordine per pigliare Genova. Prodezza di Filippino Doria. Palazzo ducale convertito in Lazzaretto. Si chiamano i cittadini a suono di campana e non vengono. Spedisce per le ville messaggi a convocarli in piazza San Matteo, e vengono, ma pochi; espone loro le cause del suo partirsi dalla Francia, però non le espone tutte. I Genovesi, che prima lo ributtavano, ora piangono di tenerezza; un Fiesco vuole dichiararlo di botto liberatore della patria; i più prudenti lo temperano. Radunasi il Consiglio grande; i Dodici della Riforma confermansi. Provvedonsi armi e danari; Andrea preposto a dare compimento alla libertà della patria. Il Trivulzio chiede gente per reprimere il moto di Genova; le nega il Duca di Urbino; natura di costui; Amerigo da Samminiato, che lo dileggia, fa impiccare. Presa Pavia il Sampolo va al ricupero di Genova; arriva in San Pier di Arena; manda ad intimare la resa; araldo ingannato dallo strattagemma del Gentile. Il Sampolo si ritira senza far danno; i Genovesi procedono acerbi contro i parziali di Francia; due ne impiccano; si apparecchiano allo assalto del Castelletto; il quale reso a patti dal Trivulzio, ruinano; liberano lo Stato. Gavi si arrende, Novi no, ma poi hanno anco questa. Prudenza dei Genovesi di non mettere le città in mano ad amici potenti. Si attende a recuperare Savona; confronto di quanto operarono i Genovesi nel 1528 con quello che fecero i Piemontesi nel 1849; resa di Savona; atterransi le mura e si colma il porto. — Principii del governo di Genova. Consoli. Come abbia origine la disuguaglianza civile. Potestà e Nobili. Il governo oligarchico torna ad essere popolesco. Governi scomposti che succedono; Guelfi e Ghibellini; tirannide dei Doria e degli Spinola. Capitani ed Abati del popolo. Nuovi rivolgimenti che inducono a chiamare l'imperatore Enrico di Lucemburgo paciere; morto lui i Genovesi si danno al re di Napoli e ai duchi di Milano. Il popolo, eletto Simone Boccanegra doge, reprime la insolenza dei nobili, che spogliati di ogni prerogativa, la vanno vie via recuperando, eccetto il dogado, donde rimangono esclusi per decreto solenne. Nobili principali; _tetti appesi_. Famiglie Adorna e Fregosa nimicate per arte dei nobili, che nel torbido usurpano Stati. I Riformatori ordinati da Ottaviano Fregoso non fanno frutto, e perchè. Riforma del 1528 quale. Dicono che lo imperatore Ottone qualche cosa di simile instituisse, e non è vero. Questa riforma lodavano tutti a quei tempi. Corre voce lo Imperatore stimolasse il Doria a farsi signore di Genova, e non è vero; il popolo lo vorrebbe doge a vita, ed ei rifiuta: ricompense pubbliche; statua; censore a vita; festa della Unione instituita che dura fino al 1796. Andrea giudicato dallo Ariosto. Alcuni negano si devano mostrare le azioni umane quali veramente sono, e pretendono si abbiano ad accettare quali compaiono: vanità loro, e ufficio dello storico. Se Andrea provvedesse alla concordia solo o meglio di altrui. Se i partiti giovino alle repubbliche, e come. Popolo escluso dal governo; quali diritti gli conservano. _Confogo_ che fosse. Odio del popolo contro il Doria, che più tardi ne atterra le statue. Nobilume quanto vile. — I nobili vecchi nè anco tutti contenti della riforma. Superbia di nobili vecchi. Il Doria ordinatore della riforma la disprezza. Alberi delle famiglie. Spartizione degli ufficii, che si aveva a smettere, non si smette. — Nobili nuovi male soddisfatti della riforma, e perchè. — Altri errori della riforma descritti. — Merito del Doria nel liberare Genova dai Francesi. — Il Doria rende Genova serva degli Spagnuoli, e se ne adducono prove. — Pensa di pigliare con sue arti gli Spagnuoli, ed è preso. — Misero stato di Genova. — Giudizio dell'Oratore veneto su Genova. — Turpe gara degli oratori genovesi co' ferraresi e sanesi alla incoronazione di Carlo V. — Andrea locandiere, e soprassagliente dei reali di Spagna: lega ai posteri la servitù col suo testamento. — Turpi lodi del Bonfadio. — Andrea non si poteva ad un tratto farsi tiranno della patria, e perchè. — La tirannide mostra i denti con Giannettino figliuolo adottivo di lui. — Caso di Uberto Foglietta. — Parallelo tra Ottaviano Fregoso e Andrea Doria. — Giudizio sul Doria di scrittori moderni. — Elogi, scritture da abbonirsi. — Andrea nemico della libertà di Firenze e di Siena. — Ammazzato Alessandro manda soldati a tener fermo lo Stato. — Difese del Doria non reggono. — Che poteva egli fare per Genova; — che cosa per la Italia e nol fece. — Doria grande capitano, non grande cittadino.
Andrea andava mettendo diligentemente in sesto le sue galere, che, alla consueta solerzia, adesso si aggiungeva la voglia di mostrare a Cesare quale e quanto amico avesse guadagnato, a Francesco, perduto; condotta poi la consorte Peretta a Lucca e quivi lasciatala, remigò per Napoli, dove arrivato, gli capitarono messi del cardinale Colonna, i quali gli commettevano: movesse da monte Circello verso Sprolunga per mantenere in devozione gli uomini di cotesta terra, spaventandoli un poco, però che si mostrassero in mal punto restii a fornire le vittovaglie; e riuscì facile impresa, imperciocchè non fosse in loro punto di malvolere, sibbene suggezione del presidio francese; onde, pigliato animo dalla presenza del naviglio imperiale, i terrazzani, respinti i Francesi, acclamarono Andrea, il quale, contenute coteste voci, ordinò salutassero lo Imperatore. Quinci mosse a Gaeta, dove non istette ad aspettarlo Giovanni Caracciolo principe di Melfi, che la teneva assediata: però grandi e festose accoglienze gli fece il Cardinale, esultante nella certezza, che le parti di Cesare prevalessero, e più pel rivedere i congiunti caduti prigioni nella battaglia di Capri; tuttavolta Andrea pregò il Cardinale, fosse contento di lasciarglieli nelle mani tanto ch'ei potesse consegnarli alle dame napolitane ridotte in Ischia; cosa, che di leggieri gli venne annuita: egli allora, caricata prima su le galee e sopra i legni minori copia di farina, si volse ad Ischia per compire la sua cortesia; e se ciò fosse con giubilo delle dame, massime delle parenti e delle mogli dei prigionieri, lo pensi chi legge. Quinci nonostantechè il Principe di Oranges lo ammonisse a badarsi, avendo saputo che gli venivano addosso dodici galee francesi, e sedici veneziane, volle sferrare, e prendere porto a Napoli a loro dispetto: di vero alla vista delle gentildonne, che dalle finestre come in teatro stavano a contemplare lo spettacolo, incominciò con avvolgimenti maestri a badaluccare ora con l'una, ora coll'altra delle galee nemiche a mo' di duello, finchè, scorgendole raccolte tutte in battaglia, schivato lo impari scontro, scivolò nel porto di Napoli conducendo in salvo tutto il carico delle farine. Il Lautrecco sotto Napoli di peste miseramente periva; gli subentrava il Marchese di Saluzzo nel comando ormai pieno di pericolo, scemo di gloria; imperciocchè non presentasse altra speranza, da quella in fuori di ritirarsi senza che andasse a sfragello; ma non gli riuscì, quantunque levasse il campo, nel fitto della notte, secondato da sconcio acquazzone; inseguito con la spada nei reni dagl'Imperiali, gli bastò il cuore di voltare faccia a Nola, rintuzzando co' cavalli di Valerio Orsino, e di Ferrante Gonzaga, la foga dei persecutori; pure prima ebbe rotta la retroguardia, poi la battaglia; con la vanguardia sola attinse Aversa, e qui gli toccò a rendersi.
Narrando la vita di Andrea Doria, io comprendo ottimamente come possa parere a taluno, che, accennando così di volo i fatti generali entro cui si incastrano i gesti del nostro eroe, bastasse, e ce ne fosse di troppo, senza andare a discorrere quelli degli altri, e parrà bene; tuttavolta io non valgo a trattenermi di ricordare una opera di personaggio da inclito genitore, inclito discendente. Quando la virtù dalle radici si dirama per l'arbore, s'intende che sia nobiltà, e come un dì si procacciasse reverenza, e come oggi per le ragioni contrarie si procacci ludibrio dalle genti; nè il lettore m'invidii, se, affaticandomi in su questo doloroso deserto, che si chiama storia, qualora mi occorra una sorgente, mi ci fermi, per darne all'anima refrigerio.
Nella rotta dello esercito francese, cadde prigione Piero di Navarra, il quale di staffiere del cardinale di Aragona, per la sua virtù, pervenne agli onori supremi; di lui scrissero gli Spagnuoli, che fu uomo d'infinita perizia, e di astutezza unico; nello immaginare mine ed artificii, atti alla espugnazione delle terre, singularissimo; nel maneggio delle artiglierie, primo fra tutti, e nell'arte di condurre gli strattagemmi; giudizio, che, universalmente dai suoi contemporanei ripetuto, i posteri confermarono. Fatto prigioniero dai Francesi nel 1512 alla battaglia di Ravenna, per avarizia del re Ferdinando di Spagna non fu mai riscattato; lo liberò Francesco I, e per siffatto modo stretto dal benefizio, ne seguì la bandiera: ragione per operare questo egli ebbe; il fatto era di bene dodici anni antico, ereditaria la ingiuria a Carlo V, e nondimanco immortale l'odio di lui: onde l'Imperatore, senza ritegno alcuno, ordinava al suo carceriere Riccardo gli mozzasse il capo: ciò parve barbaro al carceriere, molto più, che il Navarro fosse vecchio, e ormai ridotto a pessimi termini di salute; egli per tanto tolse sopra sè di farlo finire, chi dice con la corda per mano del boia, chi soffocandolo co' guanciali; pietà da schiavo, pure pietà. Poco dopo Luigi, nipote di Consalvo appellato gran capitano, principe di Sessa, dava al Navarro ed al Lautrecco nobilissima sepoltura nella sua cappella gentilizia, nella chiesa di Santa Maria nuova di Napoli, ponendo al primo questo epitaffio:
— Alla memoria, e alle ossa di Piero Navarro biscaglino, nell'arte arguta di espugnare città chiarissimo, Ferdinando Consalvo, figliuolo di Luigi, nipote al magno Consalvo, principe di Sessa, onestò con lo ufficio del sepolcro un capitano, quantunque seguace delle parti di Francia, chè la virtù induce a reverenza anco il nemico. —
Quello del Lautrecco, dettato anch'esso nel sermone latino, suona in quest'altra maniera: — A Odetto di Foa Lautrecco, Ferdinando Consalvo, figlio di Luigi di Cordova, nipote del magno Consalvo. Le ossa di lui, capitano di Francia, come volle fortuna, senza onore giacendo nella cappella avita, il principe spagnolo, memore delle miserie umane, ordinò si ponesse[15]. —
Quindi il vecchio Brantôme, gentiluomo davvero, con bella eloquenza esclama: ed ecco un principe degno di laude eccelsa, però che, quantunque nemico, si mosse a fare al suo nemico così onorata e santa cortesia. Ordinariamente gli onesti uffici costumansi tra nemici viventi, più che per altro, per fiducia di compenso se mai uno venisse a cascare nelle mani dell'altro; ma, da vivo a morto, si guadagna poco. Certo si legge: Annibale avere onorato le ceneri di Marcello con urna preziosissima: ancora vedesi spesse fiate i nemici rimandare i corpi dei nemici spenti ai congiunti loro, ed agli amici, affinchè gli seppelliscano: dove poi gli accompagnino con pompe, o associazioni magnifiche, tanto maggiormente saliscono in fama di pii e di cortesi, come appunto fece il Marchese di Pescara con quello del cavaliere Baiardo, ma io vorrei un po' che oltre Luigi Consalvo m'insegnassero un secondo nemico, il quale commettesse così grossa spesa per onorare di sepolcro sontuoso il nemico, affinchè potessi registrarlo qui in memoria perpetua accanto a cotesto cavaliere cortese.
Nè per mio avviso il Brantôme ha detto tutto, anzi ha taciuto il meglio, ed è avere osato dare sepoltura ed encomio a tale, che, per comando del suo antico signore, aveva patito morte ignominiosa. Oggi questo non pure non si attenterebbero fare, ma nè anco pensare; e forse erro; l'oserebbe qualcheduno del popolo, nell'anima del quale ribollono vizii e virtù, come gli elementi nei primordii della creazione del mondo, per comporre a posta loro un nuovo mondo politico. Ritorno al Doria.
Essendosi Andrea messo a perseguitare le galee dei Francesi, che, sceme di presidio, in atto di fuggiasche si riducevano a Marsiglia, dicono ch'ei ne pigliasse quattro, due a Genova, e due a Varagine, e le mettesse in acconto dei suoi crediti con la Francia, ma non è vero, imperciocchè, essendosegli rotto il timone presso Ostia, perse tempo a restaurarlo, sicchè l'armata francese lo precorse sempre di cinquanta in sessanta miglia; bensì, passando lungo la costa delle Cinque terre, s'impadronì di due galee cariche di grano di un corsale marsigliese; che rimburchiò seco a Portofino; e prima aveva preso un galeone carico di zolfo, ed un altro sopra a Piombino con robe e cavalli; e perchè quale dei lettori lo ignorasse sappia galeoni che fossero, dirò, ch'erano legni di lunghezza pari alle galee, ma altissimi, foderati di grosso legname, con la poppa e la prua ricurve così, che più che di altro offerivano la forma del quarterone della luna; per l'altezza della sponda non andando a remi, lenti incedevano e male si governavano.
Mentre che Andrea si avvicina a Genova, per restituirla in istato, che allora parve a molti, ed oggi tuttavia a qualcheduno pare libertà, vuolsi, che da noi si accenni a quali estremi fosse ridotta. Francia, crescendo ogni giorno nel maltalento, favoriva, a suo scapito, Savona; quindi di male in peggio i commerci; la riscossione delle gabelle impedivasi: da un lato aumentavano i bisogni, dall'altro le rendite diminuivano; a tutto questo arrogi la peste, a cui male si sarebbe potuto pigliare rimedio anco in tempi prosperi; adesso non se ne pigliava alcuno. Giambattista Lasagna, oratore della Repubblica presso il Cristianissimo, mandava lettera per torre via ogni speranza di mitigato animo nei consiglieri di Francia, che dicevano ormai risoluti a sostituire Savona a Genova nel principato della Liguria. Correva voce, che il Trivulzio avesse richiesto il Sampolo, capitano dello esercito della lega in Lombardia, di un nerbo di gente per tenere in cervello la città, ed era vero; correva voce altresì, che i Francesi avessero immessa la peste a Genova, e ve la mantenessero per disertarla, ed era falso; e nondimanco questo il volgo patrizio e plebeo credeva più assai di quello, come vuole ignoranza, la quale tanto più facile dà fede alle cose, quanto compaiono più esorbitanti e terribili. Così volgevano gli umori dei cittadini in Genova quando Andrea, con le galee, giunse alla Spezia. Lì primo gli occorse Geronimo Rapallo, uno degli Otto, che, presieduti dal Trivulzio, in nome di Francia reggevano Genova, il quale con parole, a volta a volta blande, od acerbe, lo intimava a volgere le prue, e non attentarsi di scompigliare il pacifico vivere di Genova: guardollo in volto Andrea, e gli rispose ordinando sfrenellassero i remi, e li mettessero in voga, sicchè sul tramonto del sole egli giunse a dare fondo alle ancore tra Carignano e Sarzano. Quinci spedita una fregata per pigliare lingua di quello, che si facesse al molo, questa tornò ad ammonirlo, che le galee francesi stavano rafforzandosi ai ponti della città, ed, a quanto pareva, gran calca agitavasi intorno, per la quale cosa non giudicò prudente tentare al buio la impresa; durante la notte sentì quasi continuo il trarre delle artiglierie, e non sapendo a che cosa attribuire tutta cotesta gazzarra, si tenne fermo; appena mezzo giorno, si spinse oltre, attelando l'armata a guisa di mezza luna tra la punta del molo e la lanterna, ma allora gli si fece palese lo strattagemma nemico, il quale con lo strepito dei cannoni coprendo i fischi dei comiti, il rumore dei remi, e le grida delle ciurme se l'era svignata. Andrea infellonito per aver dato nel bertovello prese a furia di remi a tempestare sul mare; ma le galee francesi avevano tolto troppo campo su lui per potere essere agguantate tutte; ne catturò due, una ad Arenzano, l'altra a Cogoleto; le altre inseguì fino al monastero di Arenò, dove diede volta per non perdere la occasione di liberare la patria.
Con quanta ansietà egli vogasse verso Genova può immaginare chi legge; e certo quando, in prossimità di Pegli, gli si fece incontro una galea di quelle che custodivano il porto, per fermo ei tenne che i cittadini mandassero gente a profferirsegli compagni nei pericoli della impresa; invece erano tre ambasciatori, che, in nome della città, lo scongiuravano a porre giù l'anima da tentativo così pernicioso: non gli basterebbero le forze per impadronirsi di Genova; ad ogni modo espugnare il Castelletto non saprebbe, e, con questo sul collo, i cittadini avere a tremare gli ultimi eccidii: starsi accampato a Pavia uno esercito intero potentissimo di Francesi e di Veneziani, il quale si sarebbe mosso a soccorrere Genova se avesse retto ai primi assalti, ed a ricuperarla perduta: se amava la patria davvero si accordasse col Trivulzio, il quale proponeva restituire Savona a Genova, perchè a suo talento la governasse: Genova in perfetto stato di repubblica si componesse, di fuori ei non chiamerebbe gente (e Andrea sapeva per segreto avviso mandatogli dai suoi parziali per mezzo di Giovanni Lasagna, come di già con replicati messi l'avesse chiamata); di tanto dirsi il popolo contento, non pretendesse delle cose il troppo; rovina delle imprese, per ordinario, essere la presunzione dello stravincere. Andrea gli agguardò, non fiatò e diede ordine si tirasse innanzi.
Nè finivano qui le tribulazioni, chè a San Piero di Arena ecco occorrergli Giovambattista Doria suo consorte, e fratello a Geronimo, che poi fu cardinale, e Andrea onorava per suo svisceratissimo, a sciorinargli sciolemi atti a gittare la perturbazione nell'animo di già agitato.
In ogni tempo vissero tristi, che si rassegnarono a mangiare pane e vergogna, e persuasero gli altri a starsi contenti per paura di peggio, come se la morte non avesse a salutarsi allora liberatrice; in ogni tempo furono mali cristiani, che per non provocare gli oppressori quietarono codardamente, e confortarono gli altri a quietarsi, fosse pure dentro al sepolcro: frenello alle bocche in procinto di prorompere in liberi accenti; ceppo alle mani già pronte a stendersi in liberi atti: sgomentatori degli animosi, calunniatori dei caduti, e poi, secondo che la occasione concede, o soppiantatori o adulatori dei fortunati. Vissero, e vivono, e, intanto che speriamo eglino abbiano a cessare, noi li vediamo moltiplicare strabocchevolmente, conforme è natura di tutte le cose cattive.