Vita di Andrea Doria, Volume I
Part 9
Gravi dovevano essere le cause per le quali Andrea, tenace odiatore, di nemico agli Spagnuoli diventò loro ad un tratto compagno, e grandi furono: già vedemmo com'egli in corte di Francia non ci potesse attecchire, e se ci tornò lo fece piuttosto per prova, che per isperanza di metterci radici. Di vero il soldo gli stintignavano sempre, e come tardo così veniva a spizzico per modo che per lui, al quale bisognava fornire le paghe e le panatiche alle ciurme delle galee, questa era una disperazione. Di siffatta sottigliezza francese, o nascesse da impotenza, o piuttosto da mala volontà, ne abbiamo testimonio nelle lettere, che scriveva Teodoro Trivulzio, allora pel re di Francia governatore a Genova, dove si lamenta, che sendo creditore di 20 mesi di pensione, non gli avessero di presente stanziato più di duemila franchi; massime da quella che scrisse l'8 Agosto 1528 a monsignore Montmorency gran maestro di Francia, nella quale dichiara ch'egli: _non saperia fare di questi miracoli de possermi intratener qua con niente_, e minaccia di lasciarne ad altri la prova[8].
Ancora gli stava per la gola avere consegnato il principe di Oranges a Francesco I, donde dopo la promessa di ventimila ducati di premio non aveva potuto cavare nè manco uno scudo; di fatti che questa pure fosse causa di discordia, gli uomini, i quali negoziavano le faccende politiche a quei tempi, lo crederono, e corse voce, che il Re, al fine di torre via cotesta gozzaia gli mandasse in acconto sul finire di giugno 1400 ducati; ma di questo fu niente[9]. Trovo eziandio, che quando il Re fermò la condotta col Doria, oltre il cordone di San Michele gli promise in feudo la terra di Martega in Provenza, e questa promessa pure andò vuota: oltre questi, e forse più potenti di questi furono incentivi pel Doria il sospetto, che ormai sapeva radicato nel cuore del Re sul conto suo, e la ferma deliberazione di promovere Savona a danni di Genova come luogo più prossimo alla Francia, e destro a penetrare nella valle del Po: in fatti a cotesti giorni ingegneri francesi con molta mano di muratori e marraioli si affaticavano intorno a Savona alla scoperta per metterla in termini di buona difesa, ed il Trivulzio, ai Genovesi che ne movevano acerba querela, dava parole, nè forse di più poteva, sebbene oggi per la notizia, che abbiamo delle sue lettere, si conosce come i modi praticati dai Francesi disapprovasse, parendo a lui, che disperare i cittadini di Genova fosse un disservire le cose del Re in Italia[10]: e tuttavia non sembra, che da quello per lui ripreso negli altri, sapesse o astenersi, o impedire egli medesimo, imperciocchè venendo in quel torno il Visconte di Turena per imporre nuove gravezze a Genova, lo lasciò fare, e se non era Andrea, che surse in pieno consiglio a dire, che i cittadini stremati da tante guerre non potevano dare danari, e potendolo non avrebbono voluto, perchè immuni per patto da straordinario sussidio, e perchè male si pretendeva larghezza da quelli, che delle cose promesse si frustravano. Il Turena s'inalberò e forse rimbeccava; più cauto il Trivulzio, esperto degli umori, entrò di mezzo con buone parole, e persuase il Visconte, pel suo meglio, a cansarsi: al quale consiglio questi si attenne incamminandosi verso Firenze con isperanza di migliore costrutto.
Ma da veruno documento si possono, per mio avviso, argomentare meglio gli umori della corte di Francia contro Andrea Doria e Genova, come dalla lettera del signor Renzo da Ceri, scritta dall'Aquila il 14 Agosto 1528, però che in essa si dichiari aperto com'egli avesse presagito da un pezzo che il Doria si saria levato dalla devozione del Re, ed ora per rimediare al male proporrebbe Genova si smantellasse, un cento delle famiglie primarie se ne cavassero, e mandassero a Parigi con le donne ed i figliuoli per mostrare, che il Re non istima _quattro mercanti_, e dare esempio _perchè nè essi, nè altri burlassero S. M._ Non facendo questo, Genova si volterà col Doria, e lo Imperatore ci può fare assegnamento sopra fino a 500 mila scudi per valersene nelle guerre d'Italia: non le dando Savona, Genova si può tenere spacciata: e se Sua Maestà la si volesse rendere nelle mani obbediente al pari della più piccola terra di Francia, non avrebbe a fare altro, che ordinarle rifabbricasse a sue spese la fortezza della Lanterna, e toglierle la Corsica, alla quale impresa basterebbe, che l'armata passando per di là buttasse a terra un diecimila picche, e un duemila archibugi e ce ne avanzerebbe; e per ultimo, occupate le fortezze di ponente e di levante, metterci uomini suoi a guardarle, e così prosegue di questo gusto, per modo che Genova in caso di sinistro avrebbe provato più pii a sè un Dragutte, un Barbarossa o quale altro pirata di peggior fama corseggiasse allora pel Mediterraneo, che questo Lorenzo Orsino cavaliere cristiano. Che poi queste male biette partorissero frutto, non è a dubitare; nè lo stesso Re tanto si padroneggiava da sapere simulare lo interno cruccio; anzi, scrivendogli il Doria, non gli rispose nè manco, ed avendogli mandato prima un suo uomo per definire certe faccende, a stento lo accolse alla sua presenza, e gli dette tarda e cattiva spedizione.
I Genovesi cui pareva pur troppo di avere a rimanere disfatti, dove, invece di torsi dagli occhi cotesta spina di Savona, la si avesse ad ingrandire, mandarono dodici ambasciatori a Parigi per persuadere il Re a restituirla: avevano per istruzione s'industriassero ottenerla con parole e promesse quanto più larghe sapessero: all'ultimo profferissero comperarla a rate: non si potendo fare a meno, con danari alla mano fino a 40,000 ducati. Il Sigonio afferma, che Andrea ci aggiungesse di suo la renunzia alle paghe, ma non lo trovo altrove, e non ci credo. Il Cappelloni, contemporaneo e segretario di Giovannandrea suo erede, ne tace, e siccome egli piuttostochè storie dettava panegirici, così è da credersi, che lo avrebbe dovuto sapere, e saputo non lo aría omesso di certo. Col Re fu tempo perso, ch'ei s'intorò contro Genova: i cortigiani, come suole, ne lo lodavano, chiamando costanza quella che era ostinazione superba ed ignorante: così i principi si sono visti non concedere mai in tempo graziosi o assennati quello, che poi lasciansi strappare inopportunamente codardi o castroni.
La condotta del Doria cessava col mese di Giugno, ed i contratti finiscono legalmente con la decorrenza del termine contemplato; pure egli volle mandarne formale disdetta. In Francia gli uomini più che mai infellonirono per questo, usi come sono a dire empietà, quanto loro non garbi; però chiesero superbamente consegnasse i prigioni; al tempo stesso tentarono la fede di Filippino, il quale rispose col fatto di mandare i prigioni a Genova; Andrea quando gli ebbe nelle mani, pacato chiarì come innanzi tratto non gli paresse giusto chiedergli i prigioni prima di saldarlo delle paghe, e sborsargli il riscatto del Principe di Oranges, ed anco dopo questo non corrergli debito di sorte, imperciocchè le prede, ed il riscatto dei prigioni, per patto della condotta, dovessero andare in pro suo.
Il Brantôme che visse in quei tempi alla corte di Francia, ed è testimone credibile, ci racconta come fosse giudicato Andrea avere torto, o almeno ragione per metà, dacchè la battaglia di Capri restasse vinta in virtù delle fanterie francesi. Questa è mera iattanza, dacchè, come fu notato, i fanti non oltrepassarono i 300, e qualcheduno afferma i 200: lo sforzo, bisogna pur dirlo, fecero gli schiavi nella speranza della libertà, la quale ottennero dal Doria con grandissimo scapito delle cose sue. Il Brantôme ci avverte altresì, che il Re, preso dalla collera, prepose capitano generale delle galee il signor di Barbeziù (che altri chiama eziandio Barbesi), uomo, _che non sapeva che fosse un mare, un porto, anzi neppure una galea, nè una fusta_, e gli commise con parole insidiose tranquillare il Doria tanto, che gli venisse nelle mani per potergli _mozzare il capo come fece poco tempo dopo col capitano Giona_.
Il Barbeziù sferrava dai porti di Provenza con dodici galee fornite di fanti eletti, e se avesse voluto poteva con tante forze combattere a viso aperto: ma questo non gli garbava: preferì adoperare la lancia con la quale giostrò Giuda, ma nè anco questa gli valse, chè Andrea fu uomo, come volgarmente si dice, da bosco e da riviera; e dopo avere vinto in giovanezza i tranelli di un Borgia, non era tale da rimanere da vecchio nelle panie francesi: infatti, subodorata la cosa per la diligenza di Giovambattista Lasagna fermatosi in Parigi a sollecitare le faccende di Savona, Andrea si mise in nave coi prigioni, con una cerna di soldati vecchi, vettovaglie ed armi, ed entrato nel castello di Lerici, dopo averlo con ogni cura munito, si buttò infermo; prima però aveva mandato con celere corso una fregata al conte Filippino perchè l'ultimo giorno di Giugno, senza pure trattenersi un minuto, venisse via da Napoli a furia di remi, ed alla Spezia si riducesse. Il Barbeziù navigando giunse a Villafranca, dove trovata una galea del Doria in riparazione si astenne da toccarla, nella speranza, che cotesta sua mansuetudine avrebbe gettato polvere negli occhi al genovese Doria: onde, quando surto a Genova conobbe come l'uccello da parecchio tempo erasi tirato al largo, non è da dire s'ei facesse greppo: pertanto ei non si sgomentava, e spediva un barone di San Blancato a Lerici per pregare Andrea, che fosse contento di condursi a Genova, volendo negoziare con esso lui cose di grandissima importanza. Rispondeva Andrea, lo avrebbe già fatto e Dio sa con quale cuore; la maladetta infermità trattenerlo; gli fosse cortese il Barbeziù di andarlo a trovare fino a Lerici. Per qualunque uomo, che se ne intendesse, tanto avrebbe dovuto bastare; ma al Barbeziù, che si teneva per furbo, non bastò; venne a Lerici, dove, sempre filando sottile, mandava a invitare Andrea andasse a trovarlo su la Capitana, e Andrea da capo: se la malaugurata infermità gli avesse conceduto balía di movere passo, si sarebbe tratto fino a Genova per onorare come doveva l'ammiraglio del Cristianissimo, ma la sua malattia essere di qualità da non lasciargli forza di levare il fianco di letto: insomma, se il Barbeziù lo volle vedere, gli fu mestieri andarlo a trovare a casa.
Introdotto ch'ei fu in camera al Doria, di promesse gliene fece un subbisso, a cui Andrea, cauto com'era nel dire, rispose con prudentissimo discorso: — contro ogni mio buon volere la mia sorte vuole, ch'io mi parta dal servizio di S. M. essendo più presto state esaudite, e credute le false parole di altri servitori, che le mie buone e vere opere, e mi persuadeva ancora, che non solamente dovessi essere soddisfatto di quello che mi era dovuto, ma di potere ottenere una grazia tanto giusta e pia, com'era quella di restituire Genova nel primiero suo stato, e torle via cotesto pruno dagli occhi di Savona, e poichè dell'una cosa e dell'altra ebbi ripetuta e pertinace repulsa, mi è parso di non fare più lunga esperienza del mio servizio: finchè starò in mio potere mi guarderò bene di operare cosa, che torni in pregiudizio di S. M., quando poi mi sarò accomodato con altri farò il debito secondochè richiederà l'onor mio[11]. —
Non ci fu verso cavarne altro; il Barbeziù uscendo notò come gli artiglieri con le miccie accese vigilassero intorno alle bombarde, donde conobbe che a continuare gli artificii era tempo perso; però disegnava avacciarsi per le acque di Napoli nella speranza, che la fortuna gli parasse dinanzi la occasione di sorprendere le galee di Filippino: ma anco qui rimase presto tolto d'inganno, perchè costeggiando la Liguria vide un'armata di galee ferma su le ancore e protetta dai cannoni del Tino e del Tinello, che sono forti della Spezia, costruiti a destra e a sinistra su le rupi della imboccatura del golfo. Tirava di lungo per Napoli: con quali concetti, ignoro, ma dal successo dei suoi tranelli avrebbe dovuto giudicare, come vuolsi tenere da poco il capitano, il quale si confida più nello artifizio, che nella virtù; pessimo poi quello, che dalla fraude in fuori non conosce altra arte di guerra.
Intanto cominciavano a farsi palesi gl'indizi di prossima ruina nelle fortune di Francia su quel di Napoli. Il Lautrecco aveva già tentato ogni via blanda per trattenere Filippino, e poi le acerbe fino a levargli i remi, e a negargli le vettovaglie; onde questi ebbe ricorso al cardinale Colonna governatore di Gaeta per lo Imperatore, che gli uni e le altre gli provvide. Allora il Lautrecco, presago dei mali, spedì sollecito in Francia Guglielmo di Bellay, perchè se il Re aveva a cuore la impresa di Napoli, tenesse bene edificato il Doria, ma il Re, non riputando il pericolo imminente nè tanto grave, ordinava a Pier Francesco Nocetto conte di Pontremoli, si recasse con diligenza al Doria, e facesse opera di svolgerlo promettendogli ventimila ducati pel riscatto dell'Orange; altri ventimila a saldo delle paghe; dei prigioni di Capri gli pagherebbe la taglia, o lascerebbe ne disponesse a sua posta; ai Genovesi cederebbe Savona. Egli erano pannicelli caldi; tuttavia il Doria per non lo disperare diceva: ci penserebbe su; ma quando fossimo stati in tempo di riparare, il Doria non aveva vissuto sessantadue anni, quanti allora ne contava, per ignorare, che i principi se offesi non perdonano, e se offensori perdonano anco meno, e le promesse larghe senza pegno di mandarle ad esecuzione tornavano a un darti erba trastulla. Il Lautrecco, informato come la pratica non attecchisse, si affannava rafforzarla mettendoci di mezzo il Papa, il quale doveva sodare Andrea del pagamento a giorno fisso con tante tratte sopra mercanti genovesi, sanesi e lucchesi.
Il Papa, considerato come il Doria nel 21 Luglio avesse promesso ai Dodici di Balia, non innoverebbe niente contro il Cristianissimo prima che decorressero quindici giorni dal dì dello avviso, il qual termine poi scrivendo nel 6 Agosto al Trivulzio aveva protratto a venti, giudicò poterne cavare partito a suo profitto; onde proponeva: condurrebbe egli stesso il Doria, ma impotente a tollerarne la spesa, vi sopperisse il Re, e diceva per quanto, e giusta la discrezione pretesca dallo intero a quello ch'egli pretendeva la scattava di poco: poi aggiungeva, che, parendogli essere _stato uccellato_ fin lì dai principi, non si fidava a parole, però fino da ora gli consegnassero Cervia e Ravenna. Erano intemperanze a quei tempi, ma così il bisogno stringeva, che sembra gli commettessero di negoziare; invero ei non rimase da fare l'ufficio, che mandò uno dopo l'altro ad Andrea monsignore Jacopo Salviati, Sebastiano da Urbino, e il Sanga suo segretario[12]. Ma o ch'egli secondo il vecchio costume nei propri accorgimenti s'irretisse, o per soverchie ambagi perdesse la opportunità, e non sapesse nè anch'egli in qual modo conchiudere la pratica senza rincrescere a Cesare, e con accerto di guadagno per parte di Francia, o Andrea si schermisse dallo stringere (e questo credo più che tutto), fatto sta, che non si venne a conclusione di nulla.
Si ricava eziandio dalle memorie dei tempi, che i Francesi, smaniando adesso per Napoli e pel Doria, commettessero in quel torno due cose fra loro contrarie, e la prima fu di porre in libertà Serrenone, segretario del Doria, sostenuto avanti dal Lautrecco, per cavarne lume dei suoi intendimenti segreti, e certo spagnuolo (se pure merita fede in questo il Guicciardino che lo racconta), il quale, arrestato per via, rinvennero portatore di lettere credenziali del Doria; la seconda di mettere in prigione Gismondo di Este messaggero di facultà grandi dalla parte di Cesare al Principe di Oranges, per acquistare partigiani alle fortune di lui; cattura, che si trova operata da un Giorgio Casale, fermo in Viterbo, presso il Papa, a nome di Francia. Costui non aveva giurisdizione alcuna per questo, e commise atto addirittura ingiurioso al diritto delle genti; tuttavia, scrivendo ad Ambrogio Talenti vescovo di Asti, ed al gran maestro di Francia signore di Montmorency, se ne vantava come di una _santa et bona opera_; ma dalla parte di Cesare, si faceva anco peggio, chè i suoi ministri, lui certo, se non consenziente, almeno consapevole, non si tenevano a imprigionare, ma assassinavano, come successe a Cesare Fregoso, e ad Antonio Rincone ambasciatori del Re di Francia al Gransignore di Costantinopoli. Per ultimo il Lautrecco, onde nulla d'intentato si lasciasse indietro, con maggiori e larghissime offerte, mandava un Giovanni Joachim e un Lionardo Romolo al Doria, e sempre invano, non avvertendo, che due cose animate od inanimate che sieno, quando non possono più stare insieme, più le tentenni, più le stacchi.
Forse in questa febbre per mantenersi in devozione il Doria altri crederà, che ci fosse o eccesso di desiderio nei Francesi, o eccesso di piaggeria negli scrittori nel riferirlo: ma gli storici fiorentini, severamente imparziali verso Andrea, dicono espresso, ch'egli accostandosi a Cesare gli _dette vinta l'Italia_. Il Brantôme, in parecchi luoghi, parlando del Doria, afferma come tra i buoni ammiragli dello Imperatore ottimo fosse Andrea, che da prima servì fedelmente il Re, ed in processo con pari affetto lo Imperatore, e forse meglio, però che (egli aggiunge) male può tenere in suo dominio la Italia chi non imperi Genova e il mare; che se il signore Andrea non si fosse dipartito da noi, veruno poteva torci Napoli; ma il Re se lo alienò, e Andrea, ch'era altero, vedendosi straziare, mutò parte, nè dopo il suo commiato ci fu verso, che le cose della marina del Re andassero a segno; e mentre prima con la diligenza e prestanza sue poteva dirsi che Francia fosse quasimente signora del mare, cessò di esserlo, e tanto scadde, che per ultimo, ebbe a ricorrere, costretta, al sultano Solimano: la quale cosa ci fu d'ignominia non piccola, sembrando enorme (come dissero allora) chiamare un cane per disertare un cristiano; invece che prima, quando la guerra andava fra cristiano e cristiano, procedeva in modo meno barbaro.
Il Guicciardini assevera, che coteste esitanze di Andrea erano lustre per parere; dacchè per suo avviso Andrea da parecchi mesi avesse fermo di voltare casacca; di ciò egli non riporta prova veruna, anzi dichiara crederlo per conghiettura, ma costui, che tristo era, misurava gli altri col suo passetto, e le sue conghietture il più delle volte sonano calunnie. Oggi rimane chiarito che se il marchese del Vasto e i Colonna con ragionari e profferte efficacissimi eransi industriati persuadere Andrea di lasciare le parti di Francia, a metà di Giugno non l'avevano per anco spuntata: di fatti il 14 di cotesto mese il Principe di Orange, scriveva allo Imperatore: — io per me fermamente credo, che se voi vorrete assicurarlo sul punto di dargli Savona, e su l'altro della libertà di Genova, pagargli il soldo delle sue galee con qualche promessa di alcuno suo vantaggio nel regno, voi lo potrete avere di certo. Voi conoscete, Sire, quale uomo egli sia, ed in quanta necessità ci versiamo adesso. Pertanto vi supplico, Sire, a non rifiutargli cosa, che vi domandi, perchè non vi occorse mai partito, che vi tornasse a taglio come la presente pratica se la si possa condurre a compimento[13].
Pure alla fine Andrea si risolvè: il Sigonio ci fa sapere come questo avvenisse in virtù di certo sogno nel quale gli comparve dinanzi un vecchio venerando che gli disse in latino: — _durum est, Andrea, contra stimulum calcitrare; Cæsarem sequere_. — Io per me all'opposto credo che il Doria stesse sveglio, e con tutti e due gli occhi, quando metteva fine alle sue perplessità. Il marchese del Vasto andò a Milano per accordare con Antonio da Leva a patto di tornare prigione qualunque fosse l'esito del negoziato, il quale però riuscì come si presagiva, breve e felice; allora il 19 di Giugno Andrea spedì il cugino Erasmo Doria, da Lerici a Madrid, con suo mandato a stipulare con lo Imperatore la condotta di cui i patti già erano stati fermi con Antonio da Leva. Condizioni principali di questa condotta appaiono essere, gli sia concesso levare Genova dalla soggezione dei suoi nemici e porla in libertà sua, affinchè si regga a forma di repubblica, reintegrandola in tutto il suo dominio, massime della terra di Savona, e Carlo sottoscrive piacergli, che così si faccia in buona e sicura forma: poi vengono i privilegi mercantili pei Genovesi, gl'indulti ai contumaci contro lo Imperatore, e tutto di leggieri si acconsente; infine i patti circa le galere: i prigioni, sudditi di S. M., Andrea non sia tenuto a liberare: lo farà da sè; bene inteso però, che in cambio dì ogni prigione gli si dia uno schiavo, od un condannato a vita; prepongasi al comando di dodici galee, e gli si paghino di stipendio scudi sessantamila d'oro del sole in rate bimestrali ed anticipate, con malleveria di mercadanti di polso, od in assegni di sua satisfazione _a ciò per mancamento di danaro non sia costretto a mal servire_; il titolo sia di capitano e luogotenente generale di S. M., con preminenza sopra ogni altro legno potesse essergli aggiunto: vuole stanza nel regno di Napoli per sè e suoi con porto atto alle galee: Gaeta piacerebbegli: domanda la tratta di Sicilia, o dalla Puglia di diecimila salme di grano, e palle, e polvere pel bisogno: dovendo fare fazione gli si conceda mettere sopra le galee fino a 50 fanti per ciascheduna a spese di S. M.; supplica che dei benefizi vacanti a Napoli ovvero in Ispagna provvedasi un suo parente fino a 3000 scudi di entrata, e _più secondo il buon volere di S. M._; cominci la condotta il primo Luglio e duri due anni fermi senza potere da una parte dare, nè dall'altra chiedere licenza, salvo che non fosse soddisfatto dei pagamenti, o lo Imperatore si accordasse col Cristianissimo. Consentesi facilmente ogni cosa tranne Gaeta, cui si sostituirà altro luogo di concerto col vicerè di Napoli: per le palle e la polvere si fa un taccio, e le adoperi o no gli si crescono millequattrocento scudi del sole all'anno, e ci pensi egli; circa al benefizio con la entrata di tremila scudi se n'è parlato con messere Erasmo in modo, ch'ei se ne chiamerà contento. La condotta fu segnata a Madrid il due Agosto 1527: appena Erasmo la recò a Genova, Andrea inalberava sopra la sua Capitana il gonfalone imperiale, quel desso, che Filippino aveva conquistato nella nobilissima vittoria di Capri; le insegne dell'ordine di San Michele di Francia aveva rimandato avanti.
I Francesi allora ne levarono querimonie infinite, sicchè anco il Brantôme, sottosopra uomo dabbene, non rifuggì da scrivere tre rinnegati avere avuto la Francia: il contestabile di Borbone, Jeronimo Morone, e Andrea Doria: alcuni ci mettono anche il Principe di Oranges, ma a torto, egli dice, conciossiachè la colpa fosse del Re, il quale non si volle servire di lui; nè i Francesi soli lo straziarono allora, ma gl'Italiani altresì, in ispecie fiorentini. Il Varchi ci afferma come la mutazione del Doria accadesse con meraviglia di tutti, e biasimo della maggior parte, e il Re, e gli aderenti suoi lo appellassero traditore e fuggitivo, nè mosso già da carità di patria, cui egli stesso fece schiava, bensì per ingordigia di pecunia e di onori. Il Re poi ne serbò lungamente rancore, onde anco dopo la pace di Cambraia, scrivendo Carlo V al suo segretario delle Barre gli palesava il rovello mostrato da Francesco I contro il Doria, l'Orange, e gli eredi del Borbone. Il Segni, a sua posta, racconta come Luigi Alamanni con esso lui della libertà data a Genova gli ebbe a dire rincrescergli solo, che tanta gloria rimanesse offuscata da un'ombra, volendo accennare alla diserzione dalla bandiera di Francia; a cui dicesi rispondesse Andrea: doversi ringraziare sempre la fortuna quante volte porga occasione di operare alti gesti comecchè con partiti non al tutto laudabili, e lui scusare se non le paghe arretrate, e Savona opposta a Genova, certamente la persuasione, che Francesco non avrebbe mai reso le fortezze, molto meno la libertà alla sua patria.