Vita di Andrea Doria, Volume I
Part 12
Dopo venti anni il popolo (allora i sonni duravano più lungo, chè nessuno era lì per tentennarlo perchè si svegliasse) si conobbe legato peggio di prima, e di uno strettone rompe i legami: i Doria, e gli Spinola risegnano il capitanato: si richiama il Potestà di fuori; tornano a spartirsi gli uffici tra nobili e plebe. I nobili cedevano, come colui, che si tira indietro per pigliare la rincorsa e slanciarsi più innanzi: battaglie perpetue, e, dopo feroce irrequietezza, codarda agonia di riposo; sicchè non parve infame accogliere signore e paciere dentro ai muri lo imperatore Enrico, quel desso cui i Fiorentini chiusero le porte in faccia; nè lo accolsero solo, ma gli andarono incontro portandogli a regalare pecunia; sessantamila fiorini di oro per lui, e ventimila per la consorte, e fu nei tempi una grossa moneta. Egli in breve moriva, ma col tiranno non si spenge il servaggio, pellagra di popolo guasto: però Genova si volta e si rivolta, nè trova pace mai, ed ora si dà a Roberto di Napoli, ora a parecchi duchi di Milano; ma, in mezzo a tante nequizie, il popolo s'industria sempre a reprimere la fiera libidine dei nobili, intesi ad arraffargli tutto, per poi contenderselo fra loro. Un Simone Boccanegra, che fu primo doge, li privò degli uffici, del dogado, della facoltà di armare in corso, di mettere in punto navi pei traffici, di molti onori e comodi, e della isola di Chio; e se più tardi con Tommaso Fregoso ricuperarono gli uffici, e le altre prerogative, dal Dogado rimasero sempre esclusi; anzi Giorgio Adorno con solenne decreto statuì il doge avesse ad essere sempre popolano e mercante.
Nondimanco i nobili durarono sempre potenti e prepotenti non pure contro il popolo, bensì contra quelli fra i patrizi che reputassero da meno di loro; e nobili per eccellenza si tennero i Doria, gli Spinola, i Fieschi ed i Grimaldi; gli altri chiamarono _tetti appesi_ o nobili aderenti; dopo, non paghi di avere messo la discordia fra loro, tentarono sconnettere il popolo e ne vennero a capo suscitandovi dentro le case Fregosa e Adorna; e l'una contro l'altra aizzando destreggiavansi ora co' primi, ora co' secondi, tanto che, cresciuti nelle forze private a scapito della pubblica, usurparono le terre dello Stato, e i Doria si presero Oneglia, i Fieschi Varese, i Grimaldi Monaco, e via discorrendo. Quello che accadde nei tempi prossimi della riforma accennai; il popolo, col doge Paolo da Novi tintore, tornò ad abbassare i nobili concedendo loro degli uffici il terzo, e i due terzi serbando per sè. Luigi XII di Francia ci metteva le mani, e, tagliato prima il capo a Paolo, ripose le cose nello antico assetto, cioè le cariche spartivansi a mezzo tra popolo e nobili.
Ottaviano Fregoso, quando Genova si liberò dal dominio di Francia, ordinava, che dodici riformatori con piena balía le antiche leggi abolissero, ovvero emendassero; nuove ne instituissero, affinchè, esperti dei lunghi travagli, la combattuta repubblica avesse pace. Il disegno dell'ottimo cittadino non sortì effetto da prima per la improntitudine del suo fratello Arcivescovo di Salerno, che spaventò quel collegio con le minacce, e poi lo sospinse via violento dal chiostro di San Lorenzo dove si radunava, ed in processo di tempo per la fortuna delle cose, o piuttosto per astio di Andrea Doria, che distolse Francesco I da mandarci doge Cesare Fregoso, ed in sua vece c'inviò governatore il Trivulzio. Durarono in carica i Dodici riformatori; ma sotto la potestà altrui, che altro potevano provvedere se non i riti del servaggio? Questo pertanto si tenga a mente, che nel 1528 Genova era quasi una terra riarsa dalla lava delle discordie civili[21]: i nobili per legge antica esclusi dal Dogado: gli uffici spartiti a mezzo fra il popolo e loro.
La riforma del 1528 fu questa: descritte cento famiglie delle principali, donde si esclusero Fregosi, Adorni, Montaldi e Guaschi, se ne cavarono quelle che tenessero sei case aperte in Genova, e sommarono a ventotto, a cui misero nome _alberghi_; le altre famiglie minori aggregaronsi a taluna delle ventotto confondendo fra loro armi e nome, con questa ragione, che si procurò innestare Guelfi con Ghibellini, e partigiani Adorni con partigiani Fregosi. Il Senato avesse facoltà, non obbligo, di aggregare in capo ad ogni anno dieci famiglie nuove, di cui sette cittadine e tre rivierasche: si ordinasse un libro d'oro, dove si segnassero i primi nobili, e poi i successivi mano a mano che fossero eletti, imperciocchè tutta la universa corporazione pigliasse nome di nobili. In costoro il governo intero, e annualmente riuniti tirassero a sorte trecento, i quali eleggessero a voti cento e costituissero insieme il Consiglio grande della Repubblica: da questo Consiglio usciva il Doge, del quale era officio proporre le leggi, che nuove cose introducessero, od emendassero le vecchie, sicchè altri non poteva; ed, una volta approvate, a lui stava curarne la esecuzione: alla sua persona appartenevano gli onori principeschi, non alla moglie, nè ai figli: abitava il palazzo ducale, e cinquecento trabanti lo custodivano. Ancora, dal Consiglio grande si tiravano a sorte cento, i quali componevano il Magistrato distinto col nome di Consiglietto: questo, unito ai Senatori ed ai Procuratori, amministrava le faccende più lievi, ed eleggeva gli officiali civici. Di più il Consiglio grande nominava dodici Senatori (che talora si dissero altresì Governatori); tenevano il maestrato due anni, appunto come il Doge, e questo di opera e di consiglio sovvenivano. Il Doge, finchè duravano i due anni, non poteva uscire di palazzo privatamente; i Senatori, a volta di due per due, stavano chiusi col Doge quattro mesi; di qui il nome di due di casa.
Più largo magistrato erano i Procuratori: otto ordinari, eletti pure a voti per un biennio dal Consiglio grande, ma ci entravano come straordinari i dogi e i senatori smessi per tutta la vita: pare vigilassero l'entrate e l'annona. Modesto in vista, e forse più di tutti importante l'officio dei Censori; furono cinque; avevano a curare, che la legge non si alterasse; i Senatori se non dopo ottenuta da loro la patente entravano in carica, sindacavano gli ufficiali tutti, massime il Doge ed i Senatori, gli giudicavano, gli punivano. Il Senato insieme al Consiglio sentenziavano i reati di maestà, gli altri un potestà forestiero assistito da un giudice del maleficio e da un fiscale. Sette uomini chiamati straordinari rendevano ragione civile, pigliando a norma il Diritto romano, gli Statuti e la Consuetudine: composero eziandio una maniera di guardia urbana per tenere custodita la città con un generale, e quaranta capitani tutti nobili preposti alle milizie divise in quattro decurie; ogni decuria noverava cento uomini. Oltre a ciò tutte le genti dello Stato, così di città come di borghi, atte alle armi, sono descritte dai venti anni ai sessant'anni sotto i loro capitani, alle quali bisognando corre debito trovarsi con le armi in mano secondochè venga loro ordinato: però messe assieme con gli altri potevano gettare un diecimila uomini da fazione, forse anco più, perchè stringendo la necessità, non si avrebbe avuto persona, che si tirasse indietro dallo armarsi; ma di queste si teneva poco conto. In altri tempi siffatta milizia sommò a quarantacinquemila! A tale riducono gli Stati la discordia interna e la forestiera signoria[22]. Lo ufficio di San Giorgio rimane come nel 1447 quando fu istituito Stato nello Stato, e retto da otto protettori.
E qui finisce: dicono che qualche cosa di simile facesse lo imperatore Ottone, e citano Tacito, ma veramente in questo scrittore non occorre nulla di ciò, nè in Svetonio, nè in Plutarco; solo sappiamo come Ottone, appena eletto, conferì la dignità sacerdotale a tutti i personaggi, ai quali siffatto onore si conveniva.
Questa riforma fu a quei tempi lodata da tutti; prima, com'è ragione, lodaronla quelli che la fecero; i nobili nei quali si riduceva la somma delle cose la levarono a cielo; il popolo, dacchè i riformatori avevano avuto commissione di restituire la patria alla libertà, e udiva predicare liberissima la riforma, e la notizia della bontà dei reggimenti egli acquista non per discorso di mente, bensì per battiture sopra le spalle, più di tutti ne menava allegrezza. Correva voce, e non era vero, che Carlo V avesse proposto al Doria di farsene addirittura signore[23]; al popolo veramente pareva strano, che lo Imperatore volesse donare quello che non gli apparteneva, ma la supposta modestia di Andrea gli piacque, e quasi a mostrare, che Genova spettava ai Genovesi, prese a volere, che si offerisse ad Andrea il dogato a vita, ed il Senato con un tale suo invito alla trista glielo profferì, ma il Doria non morse all'amo, renunziandolo con parole amplissime: allora gli decretarono altre ricompense, donarongli una casa in piazza San Matteo con la iscrizione, che ancora oggi vi leggiamo murata: _S.C. Andreae De Auria Patriae liberatori munus publicum_; gli rizzarono una statua condotta in marmo da frate Giovannangiolo Montorsoli nel cortile del palazzo ducale; lui ed i cugini Filippino, Pagano e Tommaso fecero immuni in perpetuo dalle gravezze. Andrea elessero uno dei cinque Censori a vita; e questo ufficio senza farsi pregare accettò. Col medesimo decreto ordinavasi in capo ad ogni anno il 12 Settembre si facciano per tre dì processioni, al fine di ringraziare Dio della ricuperata libertà, con intervento di tutti i sacerdoti e di tutti i Magistrati, inclusive il Consiglio grande. La vigilia la guardia del palazzo col colonnello e le insegne vada a Fassuolo su la piazza davanti al suo palazzo preceduto da un uomo armato di tutto punto, e quivi dopo avere sonato un pezzo spari gli archibugi; e questa festa chiamarono della _Unione_. Non mancarono eziandio di coniare medaglie; quantunque il secolo non fosse come il nostro _medagliaio_. Ora di tutto ciò, che avanza? La casa donata continua ad essere possessione dei Doria; la esenzione perpetua dalle gabelle da molto tempo cessò, esempio nuovo per avvertire gli uomini, appena padroni del presente, che dal volere in perpetuo si astengano; ma non se ne asterranno. La festa della _Unione_ durò fino al 1796; chè a quell'ora ed anco prima il popolo aveva capito, come della libertà donata dal Doria non ci fosse causa di starsene col cuore contento; anzi gli parve capire l'opposto, onde poco dopo buttò giù la statua assieme all'altra di Giovannandrea suo successore, i di cui frammenti in parte salvati giacciono nel chiostro della chiesa di San Matteo.
Pel palazzo vuoto di Andrea zufola il vento; dei marosi quale ha logoro, quale ha svelto i ferri su cui mettevasi il tavolato quando l'ammiraglio dal palazzo si recava sopra la sua capitana. La repubblica di Genova ancora essa non è più. Che dunque rimane di tutto questo? La fama.
La fama; non vi ha dubbio, ma i posteri domandano buona o rea; giusta, od ingiusta. I giudizii dei contemporanei vari, e di chi venne dopo: e fie pregio dell'opera esaminarli. Ecci una setta, ch'io chiamerò poetica, la quale presumerebbe che si avesse a dettare storia, come i maestri dell'antica Grecia conducevano le statue degli Dei con opere di scoltura, voglio dire di bellezza perfettissima, senzachè vi apparissero nervo o vena, le quali rammentassero la complessione umana, imperciocchè ella dica: a che giova la sospettosa ricerca? A diffidare della virtù, e se il sospetto si converta in certezza allora il danno diventa anco maggiore. Sicchè pigliamo per buono quello, che dal consenso volgare ci viene porto per tale, e per non partirci da Andrea Doria stiamoci allo Ariosto, che nel XV canto dell'Orlando così giudicò di lui:
Questi ed ogni altro, che la patria tenta Di libera far serva, si arrossisca, Nè dove il nome di Andrea Doria senta Di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.
Cotesta forse è setta generosa, non prudente, imperciocchè lo ufficio della storia stia soprattutto nella giustizia, e poi frugando le azioni dei trapassati insegnare ai vivi quello di cui devano fidarsi, e quello dal quale devano maggiormente aborrire; onde, per giudicare con proposito di Andrea, voglionsi inquisire questi punti, che partisconsi in due: circa l'ordinamento interno, e circa lo esterno. Sul primo preme investigare: quale il suo merito nella Riforma, e che cosa questa riforma valga, e quali benefizi partorisse all'ordinato vivere civile; quanto al secondo esamina: se per virtù sua liberasse Genova dai Francesi; conceduto che dai Francesi, se dagli Spagnuoli eziandio la liberasse; e se, toltole il giogo della servitù straniera, le imponesse il suo. Poteva egli operare diversamente da quello che operò? E potendo, provvide meglio alle cose della patria in cotesta maniera, che facendosene principe addirittura? Ebbe ingegno e cuore per comprendere e sentire la libertà della Italia intera? Altri gli ebbe in cotesti tempi? Poteva approdare in quel torno simile concetto e come? La fama del Doria non adombra ingiustamente la fama di altro più degno cittadino meritevole di essere richiamato alla grata memoria dei posteri?
Alla concordia egli non attese solo, nè meglio di altrui: a questi prima ch'egli ci pensasse provvide Ottaviano Fregoso per eccellenza della propria natura, e pei conforti di Raffaello Ponsorno segretario del pubblico, che in processo di tempo risegnato lo ufficio si fece frate; il quale Ottaviano volentieri consentì a dimettersi dal principato, e vedere la sua casa depressa eleggendo dodici cittadini con balía di riformare come e quanto reputassero spediente pel bene della patria. Gli si oppose, secondo che in altro luogo fu avvertito, il suo fratello arcivescovo di Salerno, il quale, come ai vili ambiziosi interviene, anzichè vivere libero, ebbe talento di servire a patto di dominare altrui. Tuttavolta non rimase interrotto il generoso concetto, che Stefano Giustiniano, e gli stessi Adorni continuarono a caldeggiarlo con soddisfazione non piccola della Italia tutta, e di papa Clemente in particolare, il quale persuaso da Agostino Foglietta (padre di Uberto, ch'io pendo incerto a salutare o più degno cittadino, o più arguto politico, gloria bellissima di questa nobile terra) ne scriveva spesso ed acceso ad Antoniotto Adorno. Ma per venirne a capo si opposero allora i tempi e gli uomini; però le vicende umane mutansi spesso; difatti i Francesi diventati signori della Liguria, volendo anteporre Savona a Genova, e dandone indizio manifesto col riscotere in essa il dazio del sale, e le altre gravezze, misero i Genovesi in cervello, che tra per questo, e per le ammonizioni di frate Marco Cattaneo, raumiliati, tutti si mostravano più che mai disposti a riconciliarsi col cuore per non iscapitare con la borsa. Il Trivulzio, o per bontà, o per manco di sagacia, e tuttavia costretto dai casi, barcamenava; onde non disfece i Dodici, che da Andrea furono trovati in piedi. Per ultimo è da avvertirsi che, questa smania di cacciare fuori dalle repubbliche le discordie, palesa o somma ignoranza o somma perfidia; dacchè non è mica male, che gli uomini appaiano di pareri diversi quante volte gli manifestino con modi civili; il male sta nelle violenze, e peggiori delle violenze nelle corruzioni, nelle calunnie e nelle frodi. I partiti, come vento in fiamma o in acqua, accendono la virtù cittadina, o commovendola, impediscono che si guasti; ed ognuno sa come Solone, il quale non solo fu legislatore, ma filosofo d'indole mitissima altresì, ordinava, che qualunque in Atene non si accostasse ad un partito uscisse come persona apatica e da niente. Però Andrea doveva regolare il moto, non già spegnerlo. Certo le guerre civili condussero a Genova la signoria dei forestieri, ma la pace del Doria fu la pace dell'antifona al salmo dei morti.
Per questa riforma la plebe rimase senza voce o parte alcuna nel governo, nè la plebe solo, sibbene anco il popolo, imperciocchè l'arroto annuale delle dieci famiglie popolane all'ordine dei nobili essendo facoltativo, il Senato lo cessò più tardi; non gli mancando pretesto nella imperfezione della riforma, che avendo omesso specificare quali arti dovessero accogliersi e quali rigettarsi, nel dubbio si asteneva da promoverne alcuna. Certo qualche privilegio al popolo, così infimo come mezzano, rimase, e lo rammenta la storia: così a mo' di esempio, il giorno della incoronazione del Doge, egli ebbe il diritto, entrato in palazzo, di contemplare a suo agio le mense del banchetto festivo; gli abati dei Valligiani del Bisagno poterono, la vigilia del natale, portare in dono al Doge il _confogo_, ch'era un ceppo di albero ornato di fiori e di fronde; due bovi addobbati di vermiglio a suono di musica lo traevano sopra la piazza ducale, dove il Principe dopo averlo asperso di vino con molta solennità lo bruciava; indi a poco, ricevuti non so che confetti, popolo e bovi se ne tornavano pei fatti loro. Principi e patrizi, finchè poterono, nè più onorati nè più larghi doni consentirono alle moltitudini. I medesimi patrizi genovesi ai Côrsi abitatori dell'Algaiola, i quali per mantenersi in fede della repubblica furono dai propri compatriotti da capo in fondo disertati, per ristorarli del sofferto eccidio e della miseria presente, concessero in virtù di amplissimo decreto accattare per Genova; un papa Corsini sopra i testoni fè incidere la leggenda: — li vedano i popoli e se ne rallegrino! — E ai tempi nostri un conte di Cavour porge esempio di quanto possa da un lato l'audace sfrontatezza, e dall'altro la pazienza e l'errore, scrivendo, al popolo non ispettare altro diritto da quello in fuori di chiedere la carità. Come il popolo questa esclusione patisse, quali umori generasse ora non è da dirsi; — solo accenno, che i popolani in compagnia degli aggregati non posarono mai, ed anco dopo molti e molti anni in odio di cotesta riforma e delle peggiori aggiunte congiurarono di ammazzare il doge, i governatori, la nobiltà vecchia, ed impadronirsi dello Stato. Il popolo per mezzo di uno Aurelio Fregoso tentò Francesco I granduca di Toscana a sovvenirlo, allettandolo con la promessa della signoria di Genova, nè questi se ne mostrava alieno, e lo faceva, se non lo impedivano le condizioni del paese, la vigilanza dell'oratore spagnuolo presso la Repubblica, e il ritorno di don Giovanni di Austria dalla vittoria di Tunisi. Carlo Botta, il quale scrive storie qualche volta con l'abbondanza di Livio, e sempre con i concetti di un missionario, s'inalbera contro il popolo genovese, ch'ebbe ardimento di torsi tarda vendetta ed innocente contro il suo simulacro, e sbalestra in parole contro di lui: dov'egli avesse, con senno, meditato la cosa, forse gli sarebbe parso come il popolo in quel punto saldasse al vecchio Doria la partita da tempo così remoto accesa sui libri della sua ragione, imperciocchè reietto il popolo, sotto pretesto di libertà, dal governo della Repubblica, prevalse un ordine peggiore del Centauro assai, il quale almanco, secondochè la favola porge, mezzo fu uomo e mezzo bestia, componendosi questo di due bestie intere patrizi e mercanti, senza dignità come senza onore, e piuttostochè ad ira movono a pietà le parole del Botta, se si pensa com'egli in altre storie racconti le prodezze di cotesta nobilea istituita dal Doria, la quale non rifuggì da recarsi a Parigi per chiedere a Luigi XIV perdono di avere avuto ragione, e dopo consegnata ai Tedeschi Genova, con le braccia in croce supplicava il popolo di non mettere a cimento la sua vita per non porre essa in pericolo le sue genovine; onde il popolo, avvisando che se la sua virtù non era, la viltà non salvava, con alte voci ammoniva: — armi, armi ci vogliono, non parole; dateci le armi, e se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e voi con noi. — Nobilea, la quale meritò che Giovanni Carbone, servitore della osteria della Croce bianca, nel riportare al palazzo le chiavi della porta di San Tommaso, dicesse al doge Giovanfrancesco Brignole Sale: — signori, queste sono le chiavi che con tanta arrendevolezza essi hanno dato ai nostri nemici; procurino in avvenire custodirle meglio, perchè noi col nostro sangue le abbiamo acquistate. — Nobilea, che stava in palazzo tremante a consultare il modo di mettere fuori il terzo milione di genovine con quel più che chiedeva l'avara crudeltà del Cotek, mentre garzoni di osteria, pattumai, pescivendoli, fognai, facchini, di ogni maniera plebe, chiedeva armi per combattere, e la nobilea le negava, sicchè prima fu mestieri combattere per avere le armi, poi per adoperarle contro il nemico.