Virtù e delitto

Part 4

Chapter 43,838 wordsPublic domain

— Ah da vero non mi credevo far paura al segno di dover supplicar un uomo ad accettar la mia mano! —

Luigi e la Maria si fecero a guardare in aria patetica il padre Venanzio intantochè la Concezione si alzò da sedere come per dar sesto ad alcune faccende di casa. Le occhiate di Luigi diceano: _Padre, non mi rimproverate di troppa debolezza se mi arrendo alle proposte della Maria_. Le occhiate in vece della Maria diceano: _Padre, inducete Luigi ad arrendersi_.

Il buon religioso tacea tuttavia. Finalmente ruppe il silenzio.

— Figliuoli, son cose queste nelle quali la prudenza dell’uomo perde la tramontana. Fate a mio modo, raccomandatevi al Signore e alla sua madre santissima perchè v’inspirino. Intanto io termino di dire compieta e nelle mie preghiere non mancherò di raccomandarvi fervorosamente alla divina misericordia. —

VIII.

LE NOZZE.

Se i nostri due giovinetti impiegassero questo intervallo a cercare le loro inspirazioni da Dio e dai santi, o si consigliassero in vece fra loro, gli è quanto non m’arrogo accertarvi; posso ben dirvi che il minimo avea terminata la sua compieta quando Luigi, tenendosi per mano la Maria, gli tornò in verso.

— In somma, padre Venanzio, dopo averci ben pensato e dopo essermi anche raccomandato al Signore per non mi sbagliare nelle mie risoluzioni, ho deciso che la Maria sia la compagna indivisibile della mia vita, semprechè ella persista nelle intenzioni manifestatemi e semprechè vostra paternità si degni approvare queste nozze.

— Padre, io confermo quanto ho detto prima — soggiunse la Maria.

— Allora non c’è più il caso, figliuoli miei, ch’io approvi o disapprovi. Anzi vi dico di più che, liberato come mi vedo dalla molesta necessità di dare un parere, benedirò con tutto il cuore la vostra unione perchè vi conosco due buone creature. —

Ricompariva in quel momento accompagnata da due famigli la Concezione che disse tosto:

— Abbiamo qui i testimoni; vi pregherò solo, buon padre, che quanto si ha a fare sia concluso presto. —

Il monaco non si fece pregare; furono portati doppieri accesi ed un crocifisso su la mensola del quadro della Madonna; le nozze vennero celebrate secondo tutti i riti della cattolica chiesa, nè è a dirsi il giubilo degli sposi, della Concezione e della gente di servigio la cui felicità consisteva in quella dell’ottima loro padrona. Come si usa in simili circostanze furono portati all’intorno e zuccheri canditi e giulebbi, provvisioni di cui la casa della facoltosa erede Solis certamente non difettava.

Trascorso un certo tempo, il padre Venanzio s’apparecchiava a prendere il suo cappello ed il suo bordone per congedarsi dagli sposi novelli quando la Maria graziosamente gli disse:

— Spero bene, buon padre, che vorrete partecipare con noi del povero pasto delle nostre nozze. Capisco che cosa vorreste rispondermi; che le regole del vostro ordine cioè vi costringono a mangiar di magro in ciascun giorno della settimana; ma oggi è sabbato e mangiano di magro tutti i fedeli. Dunque, padre mio, non avete difese.

— E vi daremo anche buoni piatti di magro — soggiunse la Concezione — perchè ecco là — e in questa guardava fuor del balcone — ecco là il nostro castaldo che viene dal mercato di Cosenza, e suole sempre portarne e buon pesce spada e buone triglie ed eccellenti frutti di mare. —

Il padre Venanzio avrebbe creduto offendere la cordialità di così onesti convitanti non accettando; laonde era tornato a mettersi a sedere quando entrò nella stanza il castaldo con le braccia cariche di canestri e di ceste.

— Vedo, Giacomo — si volse a lui tutta giuliva la Maria — che avete fatta buona presa.

— Non mai tanto buona, mia cara padroncina, quanto l’ha fatta la giustizia di Cosenza. —

Avreste letto in un subito un certo tal quale smarrimento ne’ lineamenti di Luigi, smarrimento però che non venne notato da alcuno in quel punto.

— Che presa ha dunque fatta la giustizia di Cosenza? — chiese affatto buonamente il padre Venanzio.

— Nient’altro che quella del capo degli assassini, del Leone sorpreso mentre fuggiva entro un palischermo alla volta del faro di Messina; l’ho veduto nella distanza in cui vedo voi adesso; e ne volete sapere una singolare, padroncina? colui aveva sotto il pastrano un giubbettino simile affatto ad una delle divise da casa che portava il padre vostro, il mio defunto padrone. —

Un grido straziante atterrì tutta l’assemblea. Veniva il grido dallo sfortunato Luigi che prosternatosi ai piedi del padre Venanzio esclamò:

— Per carità! per le viscere di Cristo! buon religioso, restituite come glieli restituisco io, alla innocente ed infelice Maria i suoi giuramenti, le sue promesse; fate che si annulli il nostro infausto matrimonio. Quel misero.... l’uomo di cui si è parlato ora.... è mio padre! —

Per allora non profferì altre parole, che cadde con la faccia prostesa sul suolo.

Il volto della Maria divenne bianco come panno venuto allor dal bucato; la Concezione fu presa da orride convulsioni; il pallore del padre Venanzio divenne pressochè itterico; pareva il pallore dell’ira; forse la persona più presente a sè stessa in quella brigata fu quella che rimase più percossa da sì terribile annunzio, la stessa Maria che si adoperava a far rinvenire, accostandogli essenze alle nari, il giovine prosteso, il quale, fosse colpevole od innocente, ridotto in tale deplorabile stato avea diritto soltanto alla compassione.

Poichè tutti si furono riavuti alcun poco dal primo stordimento, e poichè Luigi, coll’opera dei servi cui fu d’esempio la pietà della loro padrona, si trovò adagiato più morto che vivo sopra una sedia a più cuscini, il padre Venanzio, in cui la giallezza dell’ira era già temperata da quello spirito di carità che era il più bel distintivo dell’ordine di Francesco di Paola, fu primo a volgere il discorso al giovine semivivo.

— Figliuolo, se siete compreso della gravità del vostro fallo è anche meglio il conoscerlo tardi che mai, e abbiam che fare con un padrone che accoglie a tutte l’ore chi si ravvede. Ma come avete avuto cuore di tradire questa buona giovine che dicevate di amare, d’ingannar me con tutto quell’aspetto d’ingenuità e d’indurmi indirettamente ad essere il cooperatore della vostra menzogna? —

Parve che gli spiriti semispenti di Luigi si rianimassero tutt’ad un tratto all’udire questo rimprovero che non cessava dall’essere amaro ancorchè temprato da tutta la mansuetudine di una indulgenza evangelica.

— Padre Venanzio, vi ho sempre rispettato, vi rispetto ancora, ma, perdonatemi, in questo momento non lo meritate.

— Come! ardireste intaccar me? — esclamò il padre Venanzio in cui l’uomo cominciava a farsi sentire di nuovo.

— Non ardisco intaccar voi, perchè sarei un ingiusto, ma ardisco ben di pretendere che indebitamente non intacchiate nemmeno me. Come potete tacciarmi di menzogna perchè non vi svelai il parente che per sua e mia estrema sciagura aveva smarrita la sua strada dinanzi a Dio? Ov’è una legge divina od umana che obblighi un figlio....?

— Ma non vi eravate dato per figlio del defunto....?

— Chi chiamai mio padre lo è quanto è vero che Dio è Dio. Sol da pochi giorni mi fu noto che non morì.

— Ad ogni modo, figliuol mio — soggiunse il padre Venanzio — fu una grande cecità la vostra il non vedere come un simile padre potea correre tal fine che avrebbe formata la sventura eterna della buona giovinetta di cui accettavate la mano.

— Ma per salvarlo da questo fine fatale non ho io interposta la vostra mediazione medesima? Per chi vi chiesi se non a favore di mio padre.... non ve lo nominai; certo non doveva mai essere nominato dalla bocca di un figlio.... per chi se non a favore di mio padre vi supplicai di una lettera al priore di Santa Rosalia affinchè lo ricevesse a far penitenza delle sue colpe in quell’eremo? Io ardii supplicarvi di questo passaporto pel cielo sol quando fui certo del pentimento di quell’infelice, sol quando se ne fece mallevadore un vecchio amico del padre mio cui questi andò a discoprirsi, il curato di San Giovanni in Fiore.

— Lo conosco quel degno sacerdote — disse il padre Venanzio.

— Vedete dunque che non vi feci una sorpresa. Tornai a voi più tranquillo sol dopo aver veduto in pieno mare lo sventurato di cui parliamo. Fu sorpreso su la via del faro di Messina, lo avete udito. La sola persuasione che fosse salvo mi ha fatto accettare.... ma qui, lo vedo, son corso di troppo; la mia passione mi ha fatto cieco su le eventualità; le care seduzioni della virtù che mi parlava in persona sono state in me più forti della ragione. Qui merito i vostri rimproveri, ma vi ho additati io stesso i ripari....

— Figlio mio, vi chiedo scusa alla presenza di tutti se mi sono lasciato trasportare dall’ira su mere apparenze, le quali, ne converrete però, erano piuttosto gravi, come non negherete che qualche inconsideratezza giovenile ebbe parte in quanto è avvenuto. Per altro dite bene; i ripari noti sono impossibili, e spero che la santità di Giulio II, mercè una mia informazione riservata, si degnerà sciogliere un legame....

— Ma non la santità di chi è da più di Giulio II e di tutte le potenze del cielo e della terra! non la santità di quel Dio che per mano vostra ha ricevuti i miei giuramenti, padre Venanzio! — surse a dire con ineffabile energia la giovine sposa quasi dimentica dell’intensissimo dolore che la opprimea. — M’avete detto ore fa che mi credete una donna cristiana; voglio provarvi che sono una moglie cristiana. Luigi, marito mio, ti ho lasciato dire tutte le tue discolpe a questo buon religioso, non perchè io dubitassi di te, non perchè io t’avessi creduto capace di volermi tradire, ma perchè mi piaceva che tutti fossero convinti della tua innocenza come lo son io di essermi scelta uno sposo degno di me. Vieni al mio seno; la tua Maria non ti ha mai amato tanto, non ha mai ravvisati in così serio, in così caro aspetto i sacri doveri di moglie siccome in questo momento così amaro per te. —

Qui la Maria si strinse fra le braccia il suo diletto Luigi cui soffocavano gli accenti le lagrime della gratitudine e in un del cordoglio in pensando a tutti i pericoli che per cagione di lui sovrastavano ad una donna tanto virtuosa.

Poteva egli il buon padre Venanzio disapprovare questa sublimità d’amor coniugale, o anzi non ammirare un eccesso di virtù tanto straordinario? Le sole lagrime che gli sgorgavano per le gote provavano la natura del sentimento onde si sentiva compreso.

La Concezione già riavutasi ed avvezza, come sappiamo, a dar sempre ragione alla sua pupilla, non si dipartiva qui dalla sua massima abituale; pure non potea difendersi da un certo presentimento che or non era superstizioso del certo e che troppo le dicea come il nembo andasse addensandosi.

— Maria — disse Luigi quando finalmente ebbe la forza di parlare — non puoi immaginarti quanto questo tuo generoso atto ti renda sempre più preziosa ai miei occhi; ma diverrei detestabile persino a me stesso se ne profittassi. Hai tu ben pensato all’infamia degli uomini che sovrasta al mio capo? hai tu pensato ad altre conseguenze che forse ancora non prevediamo? — e abbrividiva nel far questa inchiesta di cui sentiva l’importanza più di quanto ardisse d’esprimerlo.

— Ho pensato a tutto — rispose la Maria — forse più che non credi. Ma hai tu pensato all’ira del cielo che chiami sul capo tuo se, persistendo io ne’ miei giuramenti, tu mi fai la più sgraziata, la più disperata delle donne col tradire i tuoi in compenso della mia fedeltà?

— Maria, angelo di virtù, a quest’orrida prospettiva cede la mia fermezza. Sia come vuoi! —

Maria era per corrergli di nuovo fra le braccia quando Luigi mise un grido più compassionevole ancora del precedente.

— Allontanati, Maria! sei anche in tempo! —

IX.

LA SORPRESA.

Il venir messo quel grido da Luigi, l’essere da lui profferite queste poche parole, il vedersi tutta la stanza circondata d’alabardieri, in fronte de’ quali era il luogotenente criminale di Cosenza furono un solo istante. La concentrata attenzione prestata da ognuno ai propositi della Maria e di Luigi aveano fatto che gli astanti si trovassero investiti dalla forza armata tutt’all’improvviso.

La Maria, richiamando tutte le forze dell’animo suo sì che non l’avreste creduta smarrita menomamente all’aspetto di una sì terribile sorpresa, si volge con cert’aria di gentile disinvoltura al luogotenente.

— Qual mia buona sorte vi guida in casa mia e di mio marito, signori miei?

— Voi avete marito? — chiese il luogotenente facendo la fisonomia di chi non crede una cosa.

— Sì, mio signore, non mi farete il torto di dubitarne; se fosse possibile che ne dubitaste c’è qui il degno ministro che ha assistito alle mie nozze, il quale certo non vorrebbe essere spergiuro per confermarvi ne’ vostri dubbi. —

Solamente allora il luogotenente s’accorse che ivi trovavasi il padre Venanzio, laonde non mancò di fargli un profondo inchino piegando alcun poco il ginocchio, tanta era la venerazione in cui venivano tenuti a que’ giorni i seguaci del glorioso Francesco di Paola e singolarmente, per le sue esemplari virtù, il padre Venanzio.

Ciascuno degli astanti stava per parte sua, e secondo che la cosa più o meno lo riguardava, perplesso, agitato; nè v’era al certo un solo fra essi che avesse potuto o voluto o ardito contraddire il tenore della risposta data da quella tenera moglie, i cui fini evidentemente erano di costringere il marito a riconoscerla pubblicamente per tale, ancorchè sapesse di farla con ciò partecipe delle proprie sciagure.

Quel luogotenente, di nome Quinzio, era un uomo corto, ben tarchiato, pingue, di un volto acceso che non presentava sicuramente l’attestato della sua temperanza, e, quanto poi al fare ed al sentire, degnissimo de’ rispettabili suoi commettenti.

— È meglio per voi se la cosa è in tal modo — soggiunse costui con un ghigno che era la copia di secondo getto dei sogghigni del Bargilone. — Guardate le cattive lingue! Si dicea che aveste solamente un amante.... un semplice capo di milizie campagnuole.... un amante che per dir vero non avrebbe fatto molto onore alla giovine erede del bravo Solis.... —

L’impetuoso Luigi fremeva; avrebbe voluto parlare, nè difetto in lui di nobile orgoglio o della connaturale sua intrepidezza al certo lo ratteneva da ciò; ma temea troppo di compromettere la sua Maria sempre di più.

— Di quella giovinetta erede — proseguiva il luogotenente — che fu presentata al sacro fonte dal Gran Capitano vicerè di Napoli.

— Oh quanto vi ringrazio — disse la Maria — che mi facciate ricordare di questa particolarità! Mi stimo fortunata di essere figlia d’anima del Gran Gonzalvo, ma non avevo mai pensato ad implorare questa eccelsa protezione. Forse ora.... —

Fu rapido più d’un lampo l’occhio del padre Venanzio nel fare un cenno alla buona Maria, cenno rapido che volle dire: _Non è cosa sana con tali giudici il toccare questo cantino prima del tempo._

— Forse ora nemmeno ci penserei — così fu presta a voltar la sua frase Maria che intese in aria l’occhiata del padre Venanzio.

— Or dunque — continuò il nostro Quinzio — vedete un po’ che cosa si diceva del vostro amante! ch’egli era il figlio di quel Leone, capo d’assassini, or caduto nelle mani della giustizia; e si era persino arrivato a sostenere che tal vostro amante avea tenuto mano all’assassino per agevolargli una fuga giovandosi del vostro amore.... vi dico solo le ciarle che si son fatte.... per travestirlo con una casacca del defunto padre vostro che si è trovala indosso al malfattore. Son ben certo, amabile signorina — proseguì Quinzio — che in questo travestimento voi non ci aveste la menoma colpa.

— Anzi tutta io, signor luogotenente — soggiunse la Maria animata in volto e piena di quel nobile coraggio che viene inspirato dalla innocenza. — L’infelice di cui parlate ricevè il suo travestimento dalle mie mani soltanto senza che l’individuo ora accusato di tal cooperazione ne fosse consapevole. —

Qui la Concezione avrebbe voluto dir qualche cosa anch’ella, ma certe occhiate misteriose e autorevoli del padre Venanzio la obbligarono, ben suo malgrado, a sì rigido silenzio ch’ella non apparve quasi affatto un personaggio di questa scena.

— Ah taci, Maria! — esclamò Luigi che non potea e non credea più gli convenisse frenarsi — angelo d’innocenza, non incolpare te medesima ingiustamente. Tutte le colpe son mie.

— Chi è quel giovine che parla adesso? — chiese ghignando al suo solito il luogotenente.

— Quel giovine, signore, è mio marito. Consolati, sposo mio; sono io sola la rea della colpa che ti viene imputata; me ne vanto e saprò difendermi.

— Per altro riflettete, signora — soggiunse Quinzio cui non parea vero l’accaparrarsi un maggior numero d’individui da processare — riflettete che della fuga agevolata al colpevole non venivate accusata voi, laonde vi siete danneggiata senza giovare all’individuo la cui lettera, che chiama padre il capo degli assassini, è adesso nelle mani della giustizia. Ma sareste voi forse — e qui si volse a Luigi — il figlio del Leone?

— Il figlio dell’uomo caduto nelle vostre mani — rispose con orgogliosa fermezza Luigi.

— Me ne rallegro con voi.

— Perchè non fate queste vostre ironiche congratulazioni anche con me che sono sua moglie? — esclamò in atto disdegnoso la Maria. — Consolati, or te lo ripeto con maggior coraggio, marito mio. Siamo entrambi accusati; siamo entrambi innocenti al cospetto di Dio; lo compariremo ancora agli occhi degli uomini. Vedi se è una fortuna nel momento più importante di nostra vita il trovarci marito e moglie! Non prenderesti, spero, questo istante di una tribolazione che ho comune con te per rinnegarmi tua compagna.

— Oh! moglie troppo cara e ch’io era sì lontano dal meritarmi, lo giuro a Dio, questo istante di rinnegarti non verrà mai!

— Gentilissimi sposi, non turberò io certo tal vostra fortuna — soggiunse il ghignatore luogotenente — perchè il dovere della mia carica mi prescrive di condurvi entrambi meco a Cosenza.

— Eccoci! — esclamò con sereno sorriso la Maria che corse a prendersi sotto al braccio il marito.

— Il presente atto vostro è terminato, signor luogotenente Quinzio? — chiese il padre Venanzio che, non senza forti motivi, avea taciuto fin qui e che avviò un dialogo al quale tutti, ma principalmente i due sposi e la nudrice, prestarono la più ansiosa attenzione.

— Scusate, degno servo di Dio — rispose tosto il luogotenente — se gli obblighi del mio ufizio mi hanno impedito finora di usarvi i dovuti atti di rispetto.

— Eh! ciò non fa nulla — ripigliò il buon monaco — vi domando solo se questa parte del vostro atto è compiuta.

— Sì; perchè?

— Perchè questi giovani hanno un complice di più che non avete contato.

— Chi? chi?

— Me — soggiunse placidamente il padre Venanzio — e bisognerà che conduciate me pure a Cosenza.

— Ah! vostra paternità vuole scherzare.

— Veramente questo non mi pare tempo di scherzi, e quando vi protesto che sono stato complice de’ vostri imputati non vi dico niente di più della pura verità.

— Ma, padre, se questo fosse.... chè già non so crederlo.... la nostra giurisdizione non si estende su gli ecclesiastici.

— Si estende se non altro a dare sul conto mio quelle informazioni ch’io possa essermi meritate ai miei superiori immediati. Poi non potete ricusar d’ascoltarmi se dichiaro d’aver cose a svelarvi intorno agli accusati.

— In favore o contro?

— Non so come la potrete intendere voi, ma cose che al certo daranno dei grandi schiarimenti alla giustizia.

— Perchè voi, miei buoni padri... vi rispettiamo, vi veneriamo... ma siete tanto fedeli all’impresa del vostro fondatore che è la Carità....

— Con la quale non ve la intendete troppo bene, n’è vero? — aggiunse il padre Venanzio ridendo. — Eppure se qualche volta ve ne scostaste un pocolino meno non fareste mica un peccato mortale, sapete! Ma tutto ciò sia per non detto. La sostanza è, signor luogotenente, che dichiarando io d’aver cose importanti da svelare al tribunale non potete negarmi di far parte della vostra carovana.

— Se lo volete potete presentarvi al tribunale anche da voi — disse finalmente il luogotenente persuasissimo in suo cuore che il religioso di Paola non fosse nè complice degli accusati nè avesse cose importanti da svelare ai giudici, ma che per istituto del suo ordine e per naturale istinto di buon cuore volesse farsi patrocinatore de’ rei. — Con noi per altro avreste un viaggio assai incomodo. Siam venuti tutti a cavallo e ne sento ancora peste le ossa.

— E vorreste le avesse peste anche quella povera dilicata giovinetta che a piè della montagna ha buoni cavalli e un agiatissimo calesse ove staremmo comodamente voi ed io e i due prigionieri, scortati poi da quanti alabardieri vorreste? —

Qui il nostro Quinzio sorrise e non ghignò, perchè, se bene rigidissimo coi poveretti che gli capitavano sotto le unghie, era indulgentissimo verso di sè medesimo, particolarità fortunatamente non ignota al buon minimo che, come ve ne sarete accorti, nell’adempiere il suo ministero tutto celeste aveva avute mille occasioni di addimesticarsi con le cose terrestri e di far molta pratica su i diversi caratteri umani.

— Sapete che non dite male, padre Venanzio? — soggiunse Quinzio.

— Dico benissimo, e dico anche meglio se aggiungo che intantochè s’apparecchia il calesse.... scusate, buona Maria, se la fo da padrone in casa vostra.... fareste una cosa ottima per voi col prendere in questo intervallo qualche ristoro; trovereste dell’ottimo pesce di mare e la cantina Solis è provveduta di eccellenti fiaschetti di lacrima. —

Oh quali seduzioni che mettevano in aspra lotta fra loro l’austerità d’un giudice e la golosità d’un Gargantua! Quinzio ciò non ostante rispose di malincuore e a fior di labbro:

— Ah padre! il dovere....

— Che cosa c’entra il dovere? vi obbliga forse a morir di fame dietro la strada? I vostri prigionieri non saranno forse guardati ugualmente o restiate qui mangiando o restiate qui senza far nulla? Il tempo per allestire i cavalli ci vuole. Non dite che il vostro atto è terminato col condurli al tribunale? Esso, e non voi, ha da decidere di questi poveretti; e quand’anche la loro sorte dipendesse affatto da voi, credete vi farebbero il torto di pensare che un poco di pesce e un bicchier di vino potessero rendere men ferma la vostra giustizia?

— Signor luogotenente, non vogliate farci questo affronto — disse la Maria che avea presa benissimo l’intonazione della musica dal padre Venanzio. — Sappiamo bene che voi non avete colpa nelle molestie tra cui ci vediamo ora involti.

— Certo, figliuola, ogni qual volta io possa rendermi utile, senza pregiudizio della giustizia, al mio prossimo, lo fo volentieri — disse il luogotenente allora e per allora ammansato del tutto.

— Dunque a tavola! —

La Concezione era già corsa a dar gli ordini in cucina; la mensa fu tosto imbandita, vi si assisero il luogotenente, il padre Venanzio, i due sposi, con che cuore questi due ultimi ve lo lascio indovinare! pur la Maria si sforzò tanto che apparve disinvolta e quasi gioconda. Luigi s’ingegnò finalmente di seguirne l’esempio.

X.

L’ENIGMA SPIEGATO.

La descrizione di un pasto per lo più è noiosa, nè certo potrebbe riuscire amena quella dell’attuale, il cui momento di maggior interesse spuntò alla conclusione del banchetto. Fu dessa tal quale poteano presagirla il buon appetito con cui si mise a tavola il luogotenente, la sceltezza dei vini, esca onnipossente per un uomo che da vero non avea mai fatta professione di sobrietà, gli stimoli che sempre più a mettere in bando questa sobrietà gli venivano dalla Maria, poi da Luigi e qualche volta forse (Dio glielo perdoni se non altro in grazia del fine!) da quell’eccellente creatura del padre Venanzio. La conclusione si fu che il luogotenente Quinzio venne preso da un capogiro sì tremendo che lo stramazzò e per cui convenne portarlo di peso sul letto di una stanza vicina.