Part 5
Gli alabardieri che guardavano tutta la casa e quindi anche la sala della mensa affermarono non essere questo un caso insolito ad avvenire al signor luogotenente, ma che fra due ore al più sarebbesi riavuto; ore di tregua utilissime ai due sposi e al padre Venanzio per concertare un poco le cose fra loro, intantochè la Concezione ed i famigli si adoperavano energicamente per far mangiare e bere gli alabardieri (assai ben rinfrancati dall’esempio del lor condottiero) e per distogliere quanto poteasi l’attenzione di costoro dai parlari dei tre personaggi principali.
— Ah Maria! in che cimento avete voluto mettervi! — dicea sospirando Luigi. — Perchè mai...?
— Qui non è tempo nè di perchè mai nè di sospiri — disse il padre Venanzio. — Adesso ci siamo e dobbiamo solamente pensare a cavarcela alla meglio.
— E potrete voi...? — l’interrompeva Luigi.
— Potrò quello che potrò. Non c’è altri che Dio il quale può ciò che vuole. Ma perchè io possa almen qualche cosa è necessario che mi spieghiate tutto ciò che è tuttavia mistero per me e soprattutto la stranezza per cui voi, nato di nobil famiglia, mi saltate fuori tutt’all’improvviso figlio d’un assassino.
— Ah! non era tale mio padre, e forse non lo è stato giammai.
— Presto! chi era? che cosa era? Figliuolo, non abbiamo tempo da perdere.
— Cercherò di spiegarmi alla meglio e con la concisione necessaria al momento.
— Ah sì, ce n’è di bisogno. — Intantochè Luigi facea la sua narrazione, la Maria gli stava attenta con gli occhi, con gli orecchi, con tutti i sensi del corpo e dell’anima sua.
— Mio padre è effettivamente, come stavate per dirlo allorchè v’interruppi, quell’Antonio Grifone, già consigliere....
— Del nostro re Federico morto in Francia sei anni fa. Lo conobbi altra volta.
— Se lo avete conosciuto, vi sarà anche noto ch’egli fu valente in campo come ne’ consigli, che in pregi d’ingegno e di cuore non cedeva al suo sovrano, ch’egli lo amò quanto mai fedel suddito possa amare il proprio signore. Questa fedeltà serbata costantemente al più sventurato dei principi fu l’origine d’ogni sciagura del povero padre mio. La è pure una trista condizione esser fatto consigliere d’un re alla cui perdita tutte le potenze e piccole e grandi congiurano! Minacciava il trono de’ nostri monarchi Luigi XII di Francia che, non contento di riacquistare il ducato di Milano, retaggio di quella tanto rinomata sua avola Valentina Visconti, volea di più impadronirsi, come fece, del regno di Napoli, benchè in fin dei conti non abbia saputo conservarsi nè una cosa nè l’altra. Altre sorde minacce venivano da Ferdinando il Cattolico che, vagheggiando queste belle contrade, poco si curava di esterminare un principe aragonese suo congiunto. Chi gli si fingeva amico non aveva migliori intenzioni per lui. Papa Alessandro VI.... voi sapete chi era papa Alessandro VI! —
Qui il buon minimo sospirò, poi soggiunse:
— Tirate innanzi, figliuolo, e limitatevi ai fatti senza metterci riflessioni del vostro.
— Ebbene! papa Alessandro VI, che aveva incoronato Federico nella chiesa cattedrale di Capua e che lo consigliava a tener fermo contro al re di Francia, questo papa Alessandro gli chiedeva nel tempo stesso la mano della sua primogenita per il duca Valentino ch’egli divisava far re di Napoli mentre l’erede legittimo della corona era tuttavia vivo e sano.... ci sarebbe rimasto poco, lo so... Sul duca Valentino almeno si potrà dir qualche cosa?
— Si potrebbe forse, ma capite che non abbiamo tempo da perdere?
— Anche quel volpone di Lodovico il Moro, duca di Milano, consigliava queste nozze perchè nelle sue cose che piegavano male vedeva una sponda più sicura nei Borgia che nel povero re Federico. Ah! mio padre, affezionato alla famiglia de’ suoi naturali sovrani quasi tanto quanto se ne fosse stato un parente, cui parea quasi che il loro sangue fosse il suo sangue stesso, se lo sentiva gelar nelle vene alla sola idea che andasse a confondersi con quello della prostituta Vanozza! —
Qui pure il timorato monaco volse certe occhiate espressive all’insù. Che cosa esprimessero lo lascio pensare a voi.
— _Piuttosto perdere mille volte la corona_, era mio padre che diceva così al suo padrone, _che soffrire una tal macchia sul vostro stemma reale. Piuttosto, maestà, giacchè vedo che non potete nemmeno fidarvi del vostro parente, più prossimo, il re di Spagna, chiamate in vostro aiuto il Turco!_ —
Che smorfia fu fatta allora dal povero padre Venanzio! e per dirla schietta anche senza essere un minimo di san Francesco di Paola e con tutta la civiltà e la gentilezza che oggidì ha introdotta, dicono, ne’ suoi dominii il sultano Mahmoud II, chi ne proponesse il bell’espediente di condurre i Turchi in casa nostra farebbe fare una smorfia anche a noi.
Avvedutosi Luigi del mal umore suscitato nell’animo del padre Venanzio, fu presto a citare l’esempio d’altri re di Napoli e del più eroico di tutti, Manfredi, che avevano adottato in più d’un caso lo stesso temperamento.
Più dì questa scusa la gran necessità di non perdere il tempo tornò serena la fronte del minimo che ascoltò il rimanente della narrazione di Luigi senza interromperla.
La sostanza di essa si riduceva a ciò: che le insinuazioni date dal padre di Luigi al suo re, saputesi dai grandi personaggi contro ai quali erano dirette, li voltarono tutti, o tristi o buoni che fossero, contro del consigliere, perchè la taccia d’avere proposto il partito di un’alleanza co’ Turchi, oltre all’essere un ottimo pretesto per perderlo a quegli stessi che ad un caso avrebbero fatto lega ancor col demonio, era tale da non essere al certo perdonata dal cattolico re di Spagna nè dal cristianissimo re di Francia. O il re Federico all’atto di rassegnar la corona dimenticasse il suo fedel servo, o gliel facessero dimenticare, Antonio Grifone non ebbe più in nessun paese della cristianità un palmo di terreno ove potesse sicuramente nominarsi col proprio nome. Quasi non bastassero alla rovina di quello sfortunato le possenti inimicizie che si era concitate contro, si unirono ad accusarlo, ad ordir calunnie, ad inventar colpe da lui non immaginate giammai coloro stessi ch’egli avea beneficati, circostanza che spiega com’egli fosse divenuto un odiator de’ suoi simili. Fattosi pertanto credere morto fin da suo figlio, che non avendo in allora maggiore età di quattordici anni all’incirca veniva educato in un collegio, vagò qua e là nascondendo il suo vero nome ad ognuno, fuorchè a quel noto banchiere cui andava consegnando danari per il suo Luigi che li credè per sì lungo tempo di buon acquisto.
Nel nuovo corso di vita intrapreso il padre di Luigi non credè nè ebbe l’intenzione di mettersi a capo di una banda d’aggressori. Nei momenti delle tempeste politiche vi sono sempre stati e vi saranno sempre ed uomini fanatici ed uomini che, cercando di pescare nel torbido, fanno lega coi primi. Fu pretesto di una di queste leghe segrete la chimerica impresa di liberare il duca di Calabria, figlio primogenito del re Federico, divenuto ostaggio, e ostaggio ben guardato a Madrid, di Ferdinando il Cattolico già padrone di tutto il reame delle due Sicilie. In questa congiura entrò gente di tutte le razze e, come accade sempre, gl’ingannati di buona fede furono in minor numero. Fu nella classe degli ultimi Antonio Grifone quando entrò capo di sì sconsigliata lega, che in fine si ridusse ad essere soltanto una lega di masnadieri, perchè in generale chi non era se non traviato dall’entusiasmo, vergognato di vedersi associato con uomini scellerati, battè alla meglio la sua ritirata. Il solo Antonio vi si mantenne, spinto in parte dal desiderio di esercitar vendette contro ai propri nemici che erano tanti, in parte dall’ambizione, perchè non furono rari in que’ giorni gli esempi di capi di scorridori divenuti condottieri d’eserciti ed onorati dai più alti monarchi; vel rattennero soprattutto l’odio concetto per gli uomini, l’amore sviscerato del figlio e la colpevole speranza di arricchirlo con quanto egli chiamava le confische delle sostanze de’ propri nemici; calcolo tanto più reo ed insensato che, se bene egli facesse con una certa premura questa distinzione nelle depredazioni che commetteva, gl’infami suoi seguaci certamente non la facevano. Era questa la banda di masnadieri che infestava pochi dì prima la Calabria e contro alla quale valorosamente combatteano e Luigi e le milizie comandate da lui.
— Io avrei continuato a credermi orfano — così questi proseguiva il suo racconto — io avrei continuato ad inseguire la banda dei masnadieri senza immaginarmi mai di portar l’armi contro a mio padre, se una sera, nel tornarmene dalla casa di Maria, non fossi stato assalito improvvisamente da un di coloro e se non mi salvava la vita un vecchio che fu pronto a stender morto a’ miei piedi il mio aggressore. Quel vecchio, non fu già un mio servo, come ho lasciato credere, quel vecchio.... ah padre Venanzio!
— Indovino, era vostro padre.
— Egli non potè ristarsi dall’abbracciarmi, dal chiamarmi con que’ cari nomi ond’era solito vezzeggiarmi nell’infanzia, nè io potei non riconoscerlo ad onta degli anni trascorsi da che non lo avea riveduto. Ma, oh Dio! perchè non potei in quel punto sbandire da me l’altro orrido convincimento che mi si affacciò? La figura di lui, le sue vesti, portavano tutti i tremendi segnali additati nella grida che fu pubblicata contro al Leone, grida che non si dipartiva da me. Non credo che lo sdegno celeste possa percuotere più tremendamente uno sciagurato che col fargli riconoscere in sì orribil momento l’autor de’ suoi giorni.
— Ma perchè — sclamò tosto il padre Venanzio compreso dal fremito che una tal considerazione eccitava — perchè non cercar subito di persuaderlo a quella risoluzione che, da quanto mi apparisce, egli voleva abbracciare di poi?
— Ah padre! tutti que’ mezzi di persuasione che l’amor di figlio e l’onore e la disperazione possono suggerire li posi in opera in quell’istante fatale, e già ero sul punto.... quali trionfi non riporta un amoroso figlio su la tenerezza paterna?... ero sul punto di trionfare del cuor di mio padre, quand’egli, accortosi che sopravvenivano alcuni de’ suoi compagni, mi disse: _Va! fuggi! continuerò a vegliare per la tua sicurezza. Ti giuro innanzi a Dio che ci torneremo a vedere._ Il giorno in cui lo rividi fu quello stesso in cui recitaste il panegirico della Vergine nella valle del Sila. Voi partiste per Paola. Venni a cercarvi il dì appresso. Il rimanente vi è noto.
— Basta così, figliuol mio. Voi non cessate intanto di raccomandarvi al cielo. Quanto a ciò che può dipendere da un uomo....
— Sperate, padre? — si faceva a domandar la Maria.
— Dio è grande, Dio è giusto; dunque si può sperar tutto da lui. Pregatelo anche voi, buona figliuola; ma per adesso lasciatemi pensare, lasciatemi fare; quello che mi bisognava sapere lo ho saputo. —
Il padre Venanzio, men guardato a vista degli altri, si ritirò a scrivere alcune cose, fu veduto dirne altre di sfuggita all’orecchio della Concezione, tornò a trovarsi co’ due sposi nel momento appunto in cui tutto era allestito pel viaggio che dovea farsi alla volta di Cosenza e mentre il luogotenente Quinzio, già in piede, attribuiva lo svenimento onde fu preso all’essersi partito fin la mattina con la febbre in dosso, come se nessuno si fosse avveduto de’ suoi stravizzi.
Si posero in uno stesso calesse ben fiancheggiato d’alabardieri i due sposi, il padre Venanzio ed il luogotenente. Parte perchè la Maria aveva incolpato soltanto sè medesima d’aver cooperato al travestimento del Leone, parte perchè l’affaruccio occorso a Quinzio avea sconvolto alcun poco l’ordine di quell’atto giudiziario, nessuno pensò nè alla Concezione i cui congedi dalla sua figlia di latte furono teneri sì ma abbreviati possibilmente dal padre Venanzio, il quale avrà saputo sicuramente quel che facea, nè a nessun altro individuo di quella casa rimasta affatto libera dalla presenza molestissima d’ogni e qualunque individuo spettante al tribunale.
XI.
IL GRAN CAPITANO.
Intantochè i due sposi ed il minimo son costretti ad assaporarsi tutte le noie d’un viaggio così poco desiderato e fatto nella trista compagnia di un quarto individuo desiderato anche meno, il leggitore potrà fare una gita assai più piacevole trasportandosi insieme con noi nella ridente metropoli del regno delle due Sicilie. Egli non si aspetti però che lo conduciamo su la maestosa strada di Toledo e a quella magnifica piazza ove, rimpetto ad un sontuoso tempio intitolato a san Francesco di Paola, sta la porta maggiore del _Regio Palazzo_ abbellito nel suo frontispizio da colonnati di granito che ne sostengono i balconi, da tre ordini di pilastri dorici, ionici e corinzii posti gli uni su gli altri, da una grande loggia vagamente ornata di vasi e piramidi che corona l’ultimo di tali ordini e donde l’occhio estatico può contemplare or quel vasto piano di scintillanti onde placide sempre e le più care e soavi fra quante ne offra verun mare dell’universo, or quella formidabile montagna ond’è accarezzato e minacciato a vicenda il più bel giardino della natura, il più ridente suolo del mondo. Questa deliziosissima reggia era ancora nella mente di Dio all’epoca della nostra storia, e il grande personaggio di cui andiamo ora in traccia avea per sua residenza quello stesso palazzo di cui si contentarono e il re Federico qui più volte commemorato e gli Aragonesi suoi predecessori; vale a dire la così detta _Vicaría_, edifizio vasto del certo e famoso per l’ampiezza e ricchezza delle sue sale, ma atto ad inspirare malinconia solo a chi pensi che i sotterranei di esso servivano alle prigioni di stato; laonde le regali mense s’imbandivano, le cortigianesche brigate s’interteneano lietamente, le danze dei sovrani s’intrecciavano su le teste di miseri destinati per la maggior parte all’estremo supplizio.
In una di queste sale stava al termine del suo convito in compagnia di scelti amici il Gran Capitano, don Gonzalvo di Cordova, vicerè di Napoli da lui governata a nome di Ferdinando il Cattolico. Della popolarità, del valore, della saggezza e rettitudine di questo celebre personaggio abbiamo già fatta menzione; d’altronde i pregi di lui son troppo autenticati dalla storia perchè accada molto il ripeterli.
Il tramonto della giornata che or descriviamo fu altrettanto lieto per lui quanto ne era stato tempestoso il mattino; poichè si svegliava appena quando gli era annunziata una sommossa di tutta la numerosa guarnigione spagnuola posta sotto i suoi ordini in Napoli. Gli vien riferito che questa s’innoltra a bandiere spiegate ostilmente alla volta della _Vicaría_; che vuole investirla, prenderla d’assalto. Solo, imperterrito, senza chiedere o accettar suggerimento da alcuno, con quella intrepida prontezza di mente che è la sola consigliera dei forti nel momento dell’estremo pericolo e che è posseduta unicamente da chi per altissime imprese giunse a stordire ed a signoreggiare gli animi della moltitudine, esce di casa, sol cinto della sua spada; s’affaccia alla massa degli ammutinati. Il più ardito di costoro osa farsegli incontro con la punta della sua picca voltatagli al petto. Il Gran Capitano gli ferma il braccio col proprio in atto amichevole e, come se costui si fosse intertenuto giocherellando sbadatamente, gli dice:
— Amico, non v’addimesticate troppo con quest’arma, chè potreste, non volendolo, farmi del male. —
Vinti da tanta fiducia, nessun di costoro sa più che cosa dire o che cosa fare.
— In somma, che avete di bello a contarmi, i miei camerati? — si fa placidamente ad interrogarli Gonzalvo.
— Gran Capitano, è un mese da che siamo senza paga!
— È un mese da che siamo senza paga! — molt’altre voci in un subito ed in una volta gridarono.
— Ah! adesso vi siete spiegati — soggiunse con aspetto di tutta piacevolezza il Gran Capitano. — Io veramente non ci ho colpa e non ce ne ha nemmeno il vostro e mio buon re che tanto vi ama ed apprezza; ma capite bene ch’egli non può far tutto da sè, egli che non vede mai tramontare il sole nella vastità dei dominii a lui conquistati da’ suoi guerrieri de’ quali voi siete il fiore. Una passeggiera dimenticanza di qualche suo subalterno avrà ritardato l’arrivo in Napoli di que’ capitali che doveano servire.... Ma non è giusto che voi ne portiate più a lungo la pena. Posso meglio soffrirla io. Là in quel palazzo, ove già vi vedo avviati, possedo suppellettili più di quante bastano per la vostra paga d’un mese. Continuate dunque il vostro cammino; vi prometto che non vi sarà opposta la menoma resistenza; pagatevi da voi medesimi, e con questa facoltà che vi concedo sì di buon grado, perchè si tratta solo d’un mio sagrificio, vi libero dal pericolo di macchiare i vostri allori con un atto della più nera, della più obbrobriosa ribellione. —
Le quali ultime parole furono profferite con un aggrottar di fronte e con tutta la severa energia che sarebbesi addetta a chi avesse contrapposto a quella masnada un esercito tre volte maggiore di essa. Nessuno ardì più movere un passo; tutti rimasero svergognati, tutti abbassarono l’armi.
— Ah lo vedo! — soggiunse allora Gonzalvo con una piacevolezza e, aggiungiamo, con una tenerezza che non erano punto artefatte — ah lo vedo! Voi siete sempre gli uomini di Granata e di Taranto, voi siete sempre i miei eletti, e il punto d’onore è più forte in voi di qualsiasi patimento. Non soffrirò ciò non ostante che questo patimento vada più oltre, nè scoccherà il mezzogiorno che la mia cassa privata non abbia saldato il conto de’ vostri stipendi. —
Fra mille grida di _Viva il Gran Capitano!_ ne furono sino udite altre di _Ciò non sia mai!_ Ma ciò fu, e i soldati, come potete credere, non si ribellarono una seconda volta per non voler lasciarsi pagare. Così ogni tumulto fu dissipato. Con tali arti Gonzalvo manteneva e soldati e popoli affezionati al suo signore che, per dire la schietta verità, non se ne mostrò a lui molto grato in appresso. Già non è meraviglia se il conquistator di Granata non si vide trattato meglio di quanto il fu quel Cristoforo Colombo che aveva aggiunto un nuovo mondo alla corona del re cattolico. Ma tiriamo innanzi, chè ciò nella nostra storia non entra.
Intanto questa giornata terminava giocondissimamente per Gonzalvo che stava a desco parlando degli eventi di essa co’ suoi amici quando gli venne annunziata una vecchia spagnuola vestita piuttosto bene, ancorchè bizzarramente, che facea le più fervide istanze per essere ammessa ad udienza dal Gran Capitano. Se aggiugnete alla consueta popolarità di Gonzalvo il buon umore che lo dominava in quel punto, non penerete a persuadervi ch’egli diede ordine perchè fosse immediatamente introdotta.
Questa vecchia non mancava di un certo discernimento naturale, ma era ben poco avvezza a parlare coi grandi, nè si era trovata a petto del Gran Capitano se non una volta, diciott’anni addietro, in occasione di una festa battesimale. Pertanto, senza il bisogno urgentissimo che la stimolava, non avrebbe mai osato chiedere di presentarsi al vicerè di Napoli, e se bene una pronta ammissione fosse tutto quello ch’ella poteva e doveva desiderare in quel punto, l’ottenerla più subitanea di quanto mai si aspettava la scompigliò, perchè ciò non le diede tempo bastante ad ordinare in sua testa le cose che aveva a dire.
Fra i sorrisi adunque della servitù e dei commensali venne avanti facendo riverenze per tutti i versi la nostra vecchia che, al suo abito antico di drappo di seta ornato di merletti non meno antichi, avreste presa per la statua di una santa in giorno di processione.
— Qual è fra questi signori — ella chiese — sua eccellenza.... o sua altezza che gli dicano... in somma il vicerè?
— Il vicerè, signora, si dice che sia io. In che cosa posso giovarvi?
— Gli è perchè — rispose la vecchia facendo, nel suo imbarazzo, prime le cose che avrebbero dovuto esser l’ultime — gli è perchè.... già vostra altezza saprà che hanno messo dentro il gran capitano.... cioè, oh perdono, eccellenza! — Sarebbesi detto che la povera donna avesse udito e inteso sul serio quel certo sarcasmo del Bargilone.
E qui tutti a ridere!
— Eh! già, la mia creatura — soggiunse sorridendo Gonzalvo — io non mi credea d’esser grande e sapea di non essere stato, come dite voi, messo dentro.
— Ma io parlo di quel capo d’assassini.
— Oh! nemmen capo d’assassini poi mi credevo.
— Che però non può dirsi nemmen del tutto assassino.
— Ma di costui, che non capisco ora chi sia, sareste per vostra disgrazia una parente?
— Oh signor no! Lo è ben diventata quella povera ragazza.
— Che ragazza? — domandò il gran contestabile che, credendo omai d’essersi fatta venire innanzi una pazza fuggita dallo spedale, cominciava a perdere la pazienza.
— La Maria Solis che vostra eccellenza deve conoscere.
— Aspettate! La figlia forse del mio buon defunto cornetta?
— Quella proprio!
— Ch’io ho tenuta al sacro fonte?
— Ma sicuro!
— E voi.... direi che la vostra fisonomia non mi arriva nuova.
— Non sono la Concezione io, la nudrice della Maria?
— E come se la passa questa mia figlioccia? Ha ad esser venuta ben grande...
— Grande, bella, buona, brava, spiritosa, e se la passerebbe bene, ma!... come dicevo poco fa a vostra altezza, la disgrazia di questo parentado.... Per ciò solo vostra eccellenza mi vede qui.
— Vi vedo, la mia donna, ma finora v’intendo sì poco!
— Santo Dio! Per altro questa lettera del padre Venanzio almeno vostra altezza l’intenderà.
— Del padre Venanzio! Parlereste mai di quel buon frate che fu indivisibile compagno ed amico del glorioso Francesco di Paola?
— Di chi altri mai?
— Perchè non darmi questa lettera alla prima?
— È vero; ma nella confusione me n’ero scordata. Bisogna poi compatire, altezza, una povera vecchia che non ha l’uso di parlare con gran signori, e di più tribolata dalla più amara delle afflizioni. Ah chi sa se sono arrivata in tempo! —
Qui la vecchia si diede a piangere a cald’occhi, e il dolore di lei apparve sì vero e una lettera del padre Venanzio dava tanto peso al suo messaggio che, dopo aver fatto ridere l’intera brigata, ella divenne oggetto d’interesse per tutti e principalmente pel Gran Capitano, il quale, fattala tosto sedere e ordinato che le fossero recati tutti i ristori di cui potesse abbisognare, si diede a leggere con profonda attenzione la lettera che il virtuoso minimo gli scrivea.
Dopo aver letto e ponderato quel foglio si alzò in piedi e si mise a passeggiare su e giù per la sala con due o tre suoi consiglieri statigli commensali in tal giorno e ne’ quali ponea maggior confidenza. In questo mezzo la vecchia non fiatava e guardava con tanto d’occhi ogni gesto, ogni alzare o chiudersi di palpebra, ogni moto delle labbra del Gran Capitano di cui non potea sentire (e quanto gliene rincrescea!) le parole.
Poichè Gonzalvo ebbe terminato di deliberare e discutere, tornò alla vecchia.
— Eccomi a voi, la mia donna.
— Adesso vostra altezza ha ben inteso? — domandò la Concezione che, confortata da una così cortese accoglienza, avea già ripreso tutto quel coraggio di cui si sentiva capace.
— Un po’ meglio che dalla vostra esposizione, mia cara creatura.
— E così?
— E così.... questa notte alloggerete qui in casa mia....
— Oh! — la Concezione esclamò.
— Poi domani mattina per tempo vi lascerete vedere da me, e tutto dipenderà in gran parte dalla prontezza con cui porterete a Cosenza le lettere che vi consegnerò.
— Madonna santissima! se dipende solo da questo....
— D’altra parte vi fornirò io i mezzi del viaggio perchè possiate farlo più prestamente.
— Ah quanta carità! ma vostra altezza ha detto una parola che non finisce di piacermi; ha detto, se non mi sbaglio, _in gran parte_. Per quei due poveri ragazzi almeno posso stare col mio cuore in pace?
— Per quei due poveri ragazzi spererei potervi fare sicura, semprechè però arriviate in tempo....
— Ah Signore Iddio, Signore Iddio! perchè non mi fate esser là in questo momento? Io son pronta a partire anche subito.
— Bisognerà almeno che mi diate il tempo di scrivere.