Virtù e delitto

Part 3

Chapter 33,936 wordsPublic domain

— Bravo! va bene! — ripigliò a dire costui — potreste averne bisogno di queste virtù. Per altro son persuaso non garberebbe gran che al signor Gonzalvo questo parallelo che fate tra lui.... scusate se chiamo le cose come le chiamano gli altri... ed un assassino. —

Qui la rassegnazione serbata finora dal reo diede luogo alcun poco ad un impeto d’irritazione.

— Davanti a Dio fui un peccatore; ma non è vero che gli uomini avessero diritto di chiamarmi assassino.

— Ah! contatemi mo con che bel nome volevate che vi chiamassero?

— Ora non cerco più che mi chiamino con nessun nome. In buona giustizia dovrei esser chiamato un uomo che fece guerra alla società dopo che tutta la società avea mossa la guerra a lui.

— Ma sapete voi che cosa faccia de’ prigionieri del vostro ordine la società?

— Li fa morire, come io in altri tempi.... se non ho potuto altrimenti.... le ho fatto morire i suoi. Quanto a me, non cerco migliore intento. Ma vi prego che ciò sia presto.

— Su l’una delle due cose mi arbitro a dirvi che ci potete contare. Circa poi al più presto o al men presto, finora, da galantuomo, non vi posso assicurar nulla. Ma ditemi, signor prigioniero di guerra... giacchè vi piace essere considerato così.... finchè eravate in tempo di scegliere, non avreste mo potuto seguire una bandiera un tantino più accreditata? —

A questa domanda il reo sospirò; si fece anche più pallido nell’aspetto e il suo volto, disdegnoso poc’anzi, si compose ad un’espressione affatto patetica quando rispose:

— Io stava per seguire la più nobile di tutte quando i vostri guardacoste me ne hanno impedito.... ma che dico io i vostri guardacoste? Io era indegno di Lui ed Egli non mi ha voluto.

— Di chi parlate adesso?

— Signore, io vaneggiava in questo momento; un certo amore della dignità di me stesso.... Oh sì, sì, vaneggiavo da vero. Chi è nel caso mio non può più parlare della dignità di sè stesso.

— Pare veramente. Si è detto, galantuomo mio, che possediate certo anello magico....

— Magico! — sogghignando ripetè il prigioniero.

— Coll’aiuto del quale vi sapete rendere invisibile.

— Se possedessi un anello di tanta virtù potete credere che non mi vedreste e non mi avreste or nelle mani. Portai lungo tempo, è vero, entro un anello tale specifico che ad ogni voler mio m’avrebbe sottratto per sempre al potere di tutti gli uomini; ma lo specifico e l’anello che lo conteneva andarono in fondo al mare quando credei d’aggregarmi ad un altro vessillo.

— È ben fatto che non vi siate reso nè invisibile nè impalpabile perchè potrete or darci alcuni schiarimenti di cui il tribunale abbisogna. Fa d’uopo che ora ne diciate i nomi di tutti i vostri compagni.

— Fui preso che ero solo nel mio palischermo.

— Galantuomo, vi consiglio risparmiare le vostre sottigliezze che qui non vi giovano a nulla. Intendo dire i nomi dei compagni dai quali vi allontanavate quando siete stato preso.

— Non ne saprete uno solo dalla mia bocca.

— Diavolo! si sono già fatti conoscer tanto!

— Allora è inutile che ve li dica io.

— Ma avrei sentiti volentieri i loro nomi anche da voi; anzi su ciò devo consigliarvi a non fare lo scompiacente.

— Vi ho risposto.

— Perchè poi, amico mio, abbiamo qui poco lontani — e nel dir ciò accennava la stanza della tortura — abbiamo qui poco lontani certi esortatori che hanno fatto parlare bocche più tacite della vostra.

— Non so se la forza di questi esortatori vincerà la mia nel sopportare il dolore.

— Lo credete? Anche una volta; volete risparmiarmi la necessità di valermi dell’opera loro?

— La mia risposta ve l’ho data; fate quello che credete. —

Allora ad un cenno del presidente il reo fu condotto nella fatale stanza dei tormenti ove tutti i giudici si trasferirono.

VI.

FAZIONI DI BARBARIE INTERROTTE.

Nè amo di trasferirmi io nè d’invitare a trasportarsi in quell’orrida stanza i miei leggitori che da troppe storie e da troppi romanzi storici hanno imparato quali atrocità sieno state commesse a nome della giustizia in que’ giorni malaugurosi. Mi limiterò a dire che tutto quanto di crudele poteva immaginarsi fu praticato a strazio dello sciagurato fin da quest’ora fattosi per noi oggetto soltanto di compassione; che la costanza di lui non fu smossa; che forse sarebbe morto tacendo sotto i tormenti, se un nuovo avvenimento non avesse intimata una tregua all’inumana demenza de’ suoi carnefici. La folla rimaneva al di fuori immobile ed ansiosa di conoscere quali scoperte avrebbe portate questa barbara quanto sciocca ed inutile prova, allorchè venne annunciata ai giudici, tutti accaniti contro ad una vittima sola, un’altra nidiata di vittime sorprese dalle guardie della giustizia.

Nella notte successiva alla festa già per noi descritta della Natività della Vergine, il capo de’ masnadieri si era recato, forse senza triste intenzioni in quel punto, nel suo covo della Bocca del Lupo ove trovavasi il rimanente della sua banda. Tenuto di vista da un drappello di milizia comunale, venne seguíto, e, investita dalla soldatesca la sua caverna, s’impegnò tal combattimento che costrinse i masnadieri ad una sortita funesta per gli assaliti, poichè molti di loro furono tagliati a pezzi e gli altri rimasero affatto scorati nell’accorgersi che il lor condottiero era rimasto seriamente ferito. I sopravvissuti allora si sbandarono e dopo aver vagato per diversi giorni fra i più inaccessibili e sconosciuti burroni si ridussero ad un luogo detto la _Caverna di Totila_ poco distante da Rossano. Quivi, per quell’istinto forse che hanno in comune gli scorridori di saper discernere in un batter d’occhio il ricovero alla diversità delle contingenze più accomodato, convenne pure il loro capo vestito in foggia diversa dalla precedente e riavutosi alquanto dopo le riportate ferite. Accadde che stando in quest’antro egli ricevesse una lettera di cui fe’ mistero ai propri compagni e, letta la quale, uscì della caverna soletto a chiaro di luna. La cosa venne notata da due fra costoro soliti a vivergli maggiormente in confidenza. Seguitolo alla lontana, lo videro in lungo convegno con uno straniero che si separò poscia da lui lasciandogli il pastrano onde l’abbiamo veduto coperto. Di ritorno ai compagni, il Leone non fe’ ai medesimi alcun cenno del colloquio avuto, ma si limitò a congedarsi da essi per tutto il giorno successivo, promettendo di additar loro in appresso una più utile spedizione.

Nella sera i due compagni che gli aveano tenuto dietro la notte innanzi, e che nol vedeano ritornare, uscirono soli per consigliarsi fra l’ombre e nel silenzio delle foreste. Quivi, oltre al sospetto in cui lo presero per quel modo suo misterioso, adescati anche dalla ghiotta taglia promessa a chi consegnerebbe nelle mani della giustizia il capo de’ masnadieri, adottarono entrambi il partito di andare a denunziare il nascondiglio di lui e de’ suoi compagni alla giudicatura di Rossano; il qual tradimento non appena ebbero concepito, si posero in cammino per mandarlo ad effetto.

Era già l’alba quando, scontratisi in una squadra del tribunale stesso cui s’avviavano preceduta da due bargelli, si presentarono coraggiosamente a questi i due mascalzoni con la grida alla mano che li facea certi della promessa mercede.

— Seguiteci tosto, miei signori — lor dissero — e vi consegniamo prima di giorno il Leone ed i suoi compagni.

— Dove? — chiesero a costoro i bargelli.

— Alla Caverna di Totila.

— Infatti ne è stato detto che i compagni del Leone possano esser colà, e le vostre vite ce la pagheranno se non ci sono — fu risposto alle due spie che nell’atto stesso vennero leggiadramente legate; — ma quanto al Leone, son corse di belle ore, figliuoli cari, da che è stato sorpreso sul Mediterraneo e condotto alla corte di giustizia di Cosenza ove fra poco farete la vostra bella comparsa anche voi. —

Come rimanessero scornati e atterriti que’ due ribaldi è inutile il dirlo perchè il fatto parla da sè; era soltanto necessario l’indicare il caso occorso a costoro per far noto come tutta quanta la carovana de’ masnadieri si trovasse ora al tribunale di Cosenza, ove i due più vigliacchi della ciurma dovettero accorgersi di avere ordito il più nero ed inutile dei tradimenti all’infelice che, per non palesare i lor nomi, avea sopportati con coraggio i più orrendi tormenti.

Apparecchiatosi dunque a sollazzi di nuovo genere, il Bargilone eccitò i giudici a trasferirsi nuovamente alle lor sedi; poi si fece venire innanzi tutti i prigionieri condotti poc’anzi al tribunale ed il misero Leone ridotto dopo i sofferti strazi allo stato di moribondo.

Non lasciata ignorare alla miseranda sua vittima l’atrocia de’ due traditori compagni, con trionfante ironia soggiunse:

— Vedete che non vi mancano buoni amici!

— Non avevo fatto conto su l’amicizia loro nè su quella omai di nessuno sopra la terra — rispose con voce fioca il paziente.

— E voi — si volse il capitano di giustizia a tutti gli altri colpevoli — vi farete pregare come lui per dire quello che sapete e meritarvi così qualche maggior commiserazione dalla giustizia?

— Quanto a me — saltò su il più traditore di quegli scellerati — son pronto a dire tutto quello che so.

— Se si tratta di me — disse lo sfortunato reo principale — ero già pronto a dir tutto io medesimo.

— Non tutto, camerata — soggiunse il gaglioffo che aveva parlato dianzi. — Voi non v’immaginate forse quello che possa dir io. Nella vostra fretta di abbandonarci per sempre vi lasciaste cadere, senza accorgervene, la lettera di quel tal vostro amico misterioso.... —

L’infelice cui questi detti furono vôlti divenne pallido come la morte.

Il capitano di giustizia spalancò due occhi avidi sul malvagio denunziatore.

— Fatevi coraggio; dite, dite, figliuolo! A me subito la lettera di cui parlate! —

La lettera fu consegnata a chi la chiedea. Rimasto com’uom percosso dalla folgore, lo sciagurato Leone cadde privo affatto dei sensi.

Se tale deliquio fosse prodotto dal presentimento delle cose che tale lettera avrebbe svelate o dalle vitali facoltà del Leone esauste sotto i tormenti o dall’una e dall’altra di queste cagioni, gli è quanto sapremo dappoi. Per allora l’adunanza fu sciolta; il semivivo venne portato in un letto dello spedale delle prigioni. Racchiuso in un carcere a parte colui che consegnò la lettera misteriosa, gli altri furono condotti nelle carceri comuni dei malfattori.

VII.

L’ESPETTAZIONE E L’ARRIVO.

Intanto la giovinetta Solis ha passato di ben tristi giorni da che Luigi si partì da essa in un modo che dava così da pensare. L’amante le avea promesso di tornare il più presto, ma, in vece di comparir egli in persona, le scrisse alla domane questo biglietto che da più giorni è tema di variate angosciose meditazioni per la solitaria Maria.

«Mia cara Maria.

«Un affare premuroso altrettanto quanto l’amore che ti ho eternamente giurato mi obbliga a partire immantinente per Paola. Senza questa istantanea necessità sarei venuto io stesso a congedarmi da te. Non posso prevedere io medesimo per quanti giorni dovrò privarmi dell’unica felicità ch’io m’abbia al mondo, quella di essere dove sei, di respirare l’aria che tu respiri, di contemplare in te la più bell’opera della natura e del cielo. Ciò ti dice abbastanza come solo la più aspra fatalità, non mai il voler mio, possano farmi acconsentire ancor per istanti alla più amara, all’unica vera privazione che il tuo Luigi possa soffrire. Il bisogno d’affrettare il mio viaggio non mi permette scriverti di più. Non dubitare mai della sincerità del mio affetto. Se mi sentissi capace di far torto alla purezza di questo sentimento crederei di poter volontariamente oltraggiare la divinità di cui sei la più somigliante immagine sopra la terra.»

A malgrado della tenera passione che traspirava da ogni frase di questa lettera, a malgrado della persuasione di essere sinceramente amata, durevole nella Maria e mantenuta in essa dalla nudrice, ancorchè, come vedemmo, fosse nato in cuore della Concezione un lontano timore di essersi ingannata, a malgrado di tutto ciò quella lettera fu un colpo mortale alla tranquillità della misera donzella cui venne recata. Dopo essere rimasta poco meno che instupidita, la Maria faceva ora un’inchiesta or l’altra a sè stessa: — Un affare premuroso altrettanto quanto il suo amore! Dunque ha degli altri affari premurosi egualmente? Anzi questo lo è di più; senza ciò non me ne farebbe un mistero. — E via e via venivano altre perplessità della stessa natura che per dir vero ella ripetè, or in un modo, ora nell’altro, a sè e alla Concezione, finchè la lontananza di Luigi continuò, e che per conseguenza non ripeteremo noi ai leggitori.

L’amore trovava sempre soluzioni plausibili a questi quesiti, poi in un subito l’amore stesso le distruggeva, onde la povera amante avea già perduto l’appetito ed il sonno; frequenti lagrime le appannavano gli occhi stanchi omai di guardare per traverso ai boschi e alle montagne se mai qualche cavalcatura riconducesse il sospirato Luigi a quella volta; i colori vividi della sua carnagione erano spariti; non soffriva meno di lei l’amorosa nudrice; le ore forse più fortunate per la giovinetta erano quelle in cui, gettandosi a’ piedi della Vergine e facendo quasi un tutto del proprio amore e della propria fede religiosa, credeva esauditi i suoi voti e in una pia estasi vedea già ritornato il suo amante che, sempre fedele, sempre degno di lei, le porgesse la mano di sposo.

Rinveniva un giorno da una di queste estasi deliziose quando vide dinanzi a sè il padre Venanzio che giungeva allora allora da Paola. Ciò che in altri tempi le avrebbe recato diletto, perchè certamente dovea piacerle il trovarsi col buon minimo che cercato, com’ella avea motivo di credere, da Luigi poteva essere meglio al caso di darne a lei le sospirate notizie, or le rincrebbe. Il sol uomo che Maria avrebbe voluto vedere in quel punto era Luigi e la presenza di un tutt’altr’uomo la spaventò.

— Ah, padre Venanzio! sicuramente è occorsa qualche disgrazia al mio Luigi.

— No, figliuola — disse il buon religioso. — Luigi Grifone è vivo, sano e poco lontano di qui.

— E perchè non viene subito?

— Ma bisogna che prima abbiate la compiacenza di fare un poco di conversazione con questo povero vecchio. —

La Maria s’arrese al desiderio del padre Venanzio portandogli ella stessa una sedia, con quale curiosità, con quale palpitazione, con quale trepidazione di cuore, i leggitori sel penseranno da sè. Seduti entrambi nella stanza dal famoso balcone, il religioso di Paola già s’accingeva a parlare, ma nemmen questa volta la Maria gli lasciò aprir bocca, chè gridò tosto:

— Ah ho capito! Luigi non mi ama più; non mi vuol più.

— Adagio, la mia Maria! queste cose non ve le ho anche dette.

— Ma ci son dunque andata vicina!

— Figliuola, se non mi lasciate parlare non ci anderete nè vicino nè lontano e perderò io stesso il filo di quello che devo dirvi per adempiere le parti di un cristiano e di un religioso. Buona cristiana lo siete pure anche voi?

— Oh sì, padre! parlate, parlate, non v’interrompo più.

— Quando Luigi vi promise di sposarvi credeva d’essere un giovine ricco e di poter formare d’indi in poi la vostra felicità.... —

La Maria non permise al monaco di procedere nel discorso perchè si diede a chiamar forte:

— Concezione, Concezione!

— Che cosa c’entra adesso la Concezione?

— Oh! come c’entri lo vedrete. Eccola qui. Già so a che tende il vostro discorso. Gli affari economici di Luigi vanno male.

— Tutto il male che possono andare, la mia creatura! — disse sospirando il padre Venanzio.

— La Concezione vi dirà che dal più al meno era quello ch’io m’era immaginata. N’è vero, Concezione, che io al vedere da alcuni giorni il mio Luigi sì pensieroso, ne diedi subito colpa ad un disordinamento di sue sostanze e che ti dissi: _Ne ho più del bisogno per lui e per me. Metto fra le sue mani quanto posseggo?_ Tu, come unica mia tutrice, me ne desti in oltre la permissione; a che prezzo lo sai. —

Qui sorrise la giovinetta ed anche la nudrice che, voltasi al padre Venanzio, esclamò:

— Padre, ditelo voi se si può negar nulla a questa cara ragazza. Quanto ella vi ha raccontato è la pura verità. —

Il frate minimo, intenerito dalla bontà ingenua di queste angeliche creature, soggiunse:

— Gli è bene il saper ciò; è un passo innanzi per il povero Luigi che veramente è un ottimo giovine. Ma resta a sapersi se il sentimento della propria dignità, grandissimo in lui, gli lascerebbe consentire di vivere a spese di una moglie.

— Se non ce lo mettete in testa voi! — disse nella vivacità della sua passione la Maria.

Il padre Venanzio qui assunse un tuono di severità.

— Signorina, se il vostro amore è fondato su la stima che avete per Luigi dovete giudicarlo abbastanza compreso della propria dignità perchè non abbia bisogno che frate Venanzio gliene inspiri il sentimento. Credevo più nobile il vostro amore.

— Ah perdonatemi buon padre! perdonatemi! Noi donne non sappiamo alle volte che cosa ci diciamo, massime nell’impeto della passione. Per altro.... ma prima di tutto mi avete perdonato?

— Oh di tutto cuore, figliuola mia! _Per altro_.... che cosa volevate dire?

— Non sarebbe mai vero che, dando io la mano di sposa a Luigi, mi sposassi con un uomo sprovveduto di tutto. Non possedè egli tale ingegno che può fruttargli in mille maniere? Oh! non la consumerebbe no egli la dote di sua moglie.

— Qui parlate più ragionevolmente, perchè ho un gran concetto anch’io di Luigi.

— Che siate benedetto! ma fatelo venir subito e che quest’affare si combini presto; ho penato abbastanza.

— Prima ch’egli risponda... chè, vi ripeto, non mi fo guarante della sua risposta.... è necessario che sappiate come da tanta sua ricchezza egli sia caduto a non posseder nulla sopra la terra.

— Che mi fa questo?

— Fa molto, figliuola mia, e bisogna che sappiate tutto dalla mia bocca.

— Ah! dite presto quello che volete dire!

— È presto detto, figliuola mia. I danari che gli vedevamo spendere e che gli venivano rimessi puntualmente da un banchiere di Napoli il povero Luigi li credea frutti della eredità di sua madre. Un caso singolare gli ha fatto scoprire come in vece questi danari gli fossero spediti per segreto ordine di un suo parente che illegittimamente li possedea. Giovine di coscienza qual è, non solo non ha voluto ricevere più altre rimesse, ma ha pensato per prima cosa al modo di riparare i danni che cagionò innocentemente a chi avea diritto su quelle somme. Sapete che ha fiducia in me, onde è venuto a cercarmi al mio convento di Paola e per consultarmi su ciò e perchè lo aiutassi ancora, in quanto dipendeva da me, a ritornare su la miglior via questo parente, il quale.... Luigi non me lo ha nominato, e non me lo dovea nominare.... il quale dunque gli pare su la strada del ravvedimento. Dio voglia che sia così! Voi conoscete adesso lo stato presente di Luigi ed il motivo per cui ci si trova ridotto. Ma venire egli in persona a farvi una tale confessione!... capite bene... In somma è questa la ragione per cui mi vedete ora qui.

— Avea forse paura di mostrarsi insieme con voi? Diffidava egli a tal segno de’ miei sentimenti?

— No, Maria, non ne ho mai diffidato un istante — fu udita allora la voce di un nuovo personaggio la cui presenza fe’ trasalire la giovinetta ed anche in altro senso il padre Venanzio che non si aspettava sicuramente questa sorpresa.

E qui perdoneremo alla passione fervida di Luigi e alla stranezza delle circostanze sotto le quali vivea se, avendo seguíto da presso il virtuoso monaco ed introdottosi poco dopo di lui in casa della sua amante, stette da un uscio ad ascoltare tutto il dialogo che abbiamo narrato. Convien credere che i motivi stessi gli meritassero indulgenza dal suo egregio proteggitore che si limitò a rimproverarnelo con questa esclamazione non disgiunta da una specie di paterno sorriso:

— Ah gioventù! gioventù!

— Ah Luigi! — esclamò tutta giubilante la giovinetta — tu qui! Dovevi lasciarti vedere un po’ prima e m’avresti risparmiato il torto di sospettare che tu diffidassi di me.

— Giovinetta adorabile, sarebbe stato in realtà un farmi il maggiore dei torti il non credermi persuaso della sublimità de’ tuoi sentimenti. In quelli che hai svelati al buon padre Venanzio nulla vi è stato che fosse nuovo per me. Ma non è men vera la luttuosa storia che hai udita da lui e che ha posta a nuova prova la tua fedeltà, la tua costanza. Sarei nondimeno il più vile degli uomini se, non potendo più far nulla per te, io permettessi un tanto sagrifizio di te medesima.

— Chi ti dice che non puoi far più nulla per me?

— Maria, ti ho già ascoltata ancorchè tu non sapessi di essere udita. Permetti ora che parli io. Tutte le ragioni inventate dall’ingegnoso amor tuo non mi salverebbero mai dalla taccia d’uom senza onore s’io, rimasto privo di tutto, facessi compagna della miserabile mia fortuna una ricca erede, dotata d’ogni bellezza d’animo e di forme e desiderata ed ambita dai più facoltosi giovani di questi paesi.

— Ecco dunque — disse con amarezza la Maria — a che si riducono le proteste d’eterno amore che il signor Luigi mi rinovava anche pochi giorni fa in questa lettera! Il signor Luigi conoscerà la propria scrittura!

— Maria, so quello che vi ho scritto e giurato, e ve lo manterrò. Posso amarvi eternamente, anzi non potrei fare altrimenti; fin qui non danneggio nessuno. Se mai potrà esservi assicurato che il povero Luigi volga un giorno i suoi pensieri ad un’altra donna, allora vi do il diritto di versare su lui tutti gli obbrobri dovuti ai traditori, agl’infami. Io son libero di collocare ove credo il mio amore e, dopo averlo collocato in voi, mi digraderei se potessi collocarlo altrove. Ma voi, voi dovete dar conto delle opere vostre ad altre persone.

— A chi mai? Ma prima di tutto, Luigi, questo giuramento d’amarmi eternamente lo avete voi profferito col cuore?

— Il sommo Dio mi punisca se non l’ho espresso con tutta la pienezza dell’anima!

— In tal caso ascoltatemi. Gli esseri ai quali devo dar conto delle mie azioni si riducono sopra la terra a questa mia buona nudrice. Il cielo glie lo perdoni! ma quello che voglio io lo vuol lei. Più alto ci stanno Dio e quella santa mia consigliera. Or bene, que’ giuramenti che voi avete fatti per me io gli avea già fatti per voi a questi due enti immortali. Bel servigio che mi fareste col rendermi la mia fede e serbarmi intatta la vostra!.... se pur, come spero, ho da credere alle vostre parole. Per far dunque a modo vostro dovrei forzare me stessa a non amarvi più, sapere che mi amate, promettere ad un altro il mio amore, promessa che già non potrei mai mantenere, e vivere una vita da disperata. Padre Venanzio, il vostro protetto mi darebbe di gran belli suggerimenti! —

Lievemente sorrise il monaco, ma tacque e guardò il cielo. Il punto era troppo dilicato perchè egli ardisse interporre un suo consiglio, e l’argomento della Maria era tanto calzante che ogni saggezza umana nel volerlo combattere ci naufragava. La povera Concezione non faceva altro che abbracciare e baciare la sua allieva. Ci volea ben meno perchè il coraggio eroico dell’innamorato Luigi rimanesse indebolito; pure questi tentò ancora una resistenza.

— Maria, il padre Venanzio vi ha già detto come io abbia la sfortuna d’avere un parente che mi fa torto..... è vero che mentre parliamo non potrà farmene più.... ma ad ogni modo perchè dovrei io regalarvi tal parentela?

— I nostri parenti possiamo forse sceglierceli noi? — rispose la Maria. — Delle nostre azioni dobbiamo dar conto, non di quelle degli altri. Quel grande san Luigi di Francia è meno un santo del paradiso perchè suo fratello Carlo d’Angiò fu il carnefice di un nostro legittimo re, di quel misero Corradino? Vedete, Luigi, come io mi ricordi le storie che m’avete insegnate? —

Le obbiezioni di Luigi divenivano a mano a mano più deboli e in proporzione più forti gli argomenti della Maria, fra i quali il vittorioso fu allor quando, guardandosi di sfuggita nello specchio, ella disse quasi piangendo alla Concezione: