Part 2
— Perchè gli affari del mio convento mi vogliono domani a Paola. Addio, buona Maria. Salutate a mio nome il vostro fidanzato. —
In questa guisa si separarono e a poco a poco la piazza fu sgombra.
III.
L’APPARIZIONE.
Sopra una delle più alte punte del Sila sorgeva una casa, nè umile tanto che si potesse chiamarla rustica, nè sfarzosa sì da qualificarla per signorile, ma più deliziosa di una villa reale veniva fatta dalla felicità di sua situazione. Fiori ed erbe d’ogni soave odore ne imbalsamavano l’aere all’intorno, mentre tempravano l’estiva arsura, spesso sensibile in quei climi anche nel principio di settembre, alte foreste di castagni, di abeti e di frassini che verso il declivo del monte cedevano il luogo agli ulivi e alle viti. Il maggior balcone di tale casa signoreggiava sì il Mediterraneo che da esso vedevate e il capo della Scalea e il golfo di Taranto e la foce del Crati. Era questa la casa della giovinetta Maria Solis che abbiamo imparata a conoscere ieri sera. Di buon mattino ella stava lavorando all’ago presso l’indicata finestra, ma nè le foreste nè il Mediterraneo nè il golfo di Taranto nè la foce del Crati avevano i pensieri di quella donzella.
Una considerazione grave per lei le avea fatta passare inquieta la notte e la tenea tuttavia assorta in serii pensieri. Il suo Luigi le avea bensì serbata parola col visitarla la sera innanzi appena sdebitatosi de’ protratti obblighi militari che allegò siccome impedimento dell’accompagnarla a casa, ma oltre all’avere tenuta assai corta quella sua visita sembrò alla Maria che si sforzasse nascondere una certa tetraggine divenutagli abituale da qualche tempo e che s’accrebbe quand’ella gli fece il racconto della scena avuta con la zingara e delle predizioni fattele da colei su l’uomo dalla mala guardatura. In oltre la Maria non sapea spiegare a sè stessa i motivi di una premura mostrata da Luigi a fine di sapere se il padre Venanzio era stato o verrebbe a visitarla, come solea quando si trasferiva alla valle del Sila, e della fretta onde congedossi da lei appena inteso che il buon minimo avea già ripresa la strada di Paola.
Ancorchè a prima vista la nostra giovinetta ne sia apparsa d’una vivacità capricciosa, talvolta persin leggiera e poco meno che inconsiderata, ella diventava la persona più meditativa del mondo ove le occorressero all’animo argomenti che si riferissero al suo amore per Luigi, o che ancora in qualsiasi modo fossero atti ad esercitare l’alto di lei carattere; nel che una cosa aiutava a spiegare l’altra. Ella amava in Luigi Grifone non solamente il bel giovine e il giovine coraggioso, prerogative già onnipotenti di per sè stesse sul cuor di una donna, ma in oltre ravvisava in esso, può dirsi, il suo unico educatore, colui che, dotato d’un ingegno superiore quasi agli anni suoi, sviluppava in lei i germi d’un discernimento naturalmente rettissimo; onde non è a stupire se vedemmo la Maria religiosa sì per indole e per educazione ma scevra in uno de’ volgari pregiudizi di que’ tempi, come non è meraviglia ch’ella sortisse un amante di mente non ordinaria nei giorni contemporanei al gran segretario fiorentino e forieri della fortunata epoca di Leone X.
Di questo umor non bellissimo della sua figlia di latte si accorse la Concezione che stava allora rinnovellando le ampolle di fiori freschi su la mensola della Madonna; ma vedete un po’ come bene la buona vecchia ne indovinasse il motivo!
— Affè che mi parete pensierosa questa mattina. Direi quasi _vostro danno!_ Ci voleste andar di legge a sentir quella mala astrologa!
— Ah! avete ben ragione — disse con dolce e mesta ironia la giovinetta. — Non ci sono altre cose che possano dar da pensar su la terra fuor delle predizioni di una zingara pazza.
— Che altro mai può darvi fastidio?
— Che altro mai! Non vi avvedeste ieri sera come avesse la fronte annuvolata Luigi?
— Ci badai poco; doveva essere stanco delle sue fazioni della giornata.
— Si è trovato in simil caso altre volte, e il suo buon umore non lo abbandonava per ciò. Oh! questo buon umore è ben alterato da quindici giorni fa!
— Eh! son quindici giorni appunto da che corse quel brutto pericolo di essere scannato da un assassino. Mi par bene un buon motivo di non essere più allegro.
— Oh! Luigi non è l’uomo da pensare al pericolo quando è passato. Poi un’idea adesso me ne richiama un’altra. Non vi siete accorta che da quindici giorni non mi parla più della speranza di veder presto effettuate le nostre nozze? E sì per l’addietro era il suo discorso favorito d’ogni minuto!
— Questo, se volete, lo ho notato, e ho notato ancora che non vi dà più conto dei lavori che fa fare nella casa da lui comprata di fresco per alloggiarci la sua sposa. In oltre ha venduti que’ suoi due più bei cavalli da sella che gli erano tanto cari. C’è mai dubbio che i suoi affari domestici non andassero più bene come una volta? Egli è, come voi, orfano di padre e di madre. Le sue sostanze le amministra un tutore, quel banchiere che gli va rimettendo danari da Napoli. Tutti i tutori non son fedeli, la mia Maria, come questa povera vecchia spagnuola che vi tien luogo di madre!
— In questa parte certo devo ringraziar Dio, cara la mia Concezione. Ma me fortunata se il mio Luigi non avesse altre afflizioni oltre quelle che potessero derivargli da uno sbilancio economico!
— Bella fortuna da vero!
— Me fortunata! l’ho detto e lo ripeto. In tal caso gli direi subito: _Luigi, se qualche circostanza non preveduta ti ponesse in una posizione più difficile.... se, per mettere il caso più disperato, ti privasse perfino d’ogni modo di sussistenza, pensa che la tua Maria ha una sostanza sufficiente per vivere lei e per far vivere te._
— Ma, signorina — disse la Concezione facendosi ritta ritta — non vi ricordate più che la buon’anima di vostro padre Francesco Solis vi ha lasciata sotto la tutela della Concezione Rustegos vostra seconda madre e che per conseguenza non potete disporre nè delle vostre sostanze nè della vostra mano senza il consenso di questa vostra tutrice?
— Il consenso di questa mia tutrice! vi mostro io subito come fo ad ottenerlo. — E nel dir ciò la cara giovinetta, alzatasi dalla sua scranna, corse ad abbracciare la Concezione e le impresse fervidamente un bacio per guancia e un su la bocca.
— Ah, briccona! mi conosci troppo — esclamò la vecchia che, strettasi al seno la sua prediletta, contraccambiò le tre e le quattro volte i ricevutine baci.
— Aveva io torto, mamma, quando ponevo ogni mia fiducia nell’amor che mi porti e che è tanto contraccambiato dalla tua figlia? —
Venne indi un succedersi di scambievoli e cordialissime carezze cui impose fine la nudrice con una sensatissima riflessione, perchè, se prescindiamo da certe superstizioncelle che la buona vecchia spagnuola aveva nell’osso, la nostra Concezione, quando era fuor di tutte le suggezioni e a quattr’occhi con la sua allieva, parlava proprio da donna di proposito.
— Orsù, figlia mia, quello che si ha a fare si faccia subito. Così nella mia Spagna nativa come in questa parte d’Italia il tempo di maritarsi per le ragazze arriva presto e vola anche più presto. Quando viene oggi il tuo Luigi hai da spiegargli alla libera questa intenzione che dicesti a me. L’eccesso del tuo amore non raffredderà il suo, perchè quel buon giovine t’ama da vero; me ne sono avveduta io in più d’una circostanza, e noi vecchi ce ne intendiamo di queste cose!
— Ma e se ci fossimo ingannate voi ed io sul motivo del suo turbamento?
— E se ci fossimo ingannate non gli dài mica una sassata con lo spiegargli quello che saresti pronta a fare per lui? Ne trarrà una maggior confidenza a sceglierti in tutti i casi d’angustia per sua amica, per sua consigliera. A te poi non mancano le belle maniere di far nascere un discorso.
— M’ingegnerò, mamma. Già non dovrebbe tardar molto a capitare. —
Non aveva ancor terminato di profferire queste parole la giovinetta quando d’improvviso si spalanca l’uscio della stanza e si presenta alle due donne tale visione che avrebbe atterrite persone anche più intrepide. Poco men che ignudo, ma armato, grondante sangue, ansante, con una fisonomia stralunata, atta per altro ad indicare più forse un infelice che un delinquente, entra un uomo di circa sessant’anni. Trasalisce la Maria, la Concezione grida tosto:
— Vergine Santissima! Vergine Santissima! l’uomo dalla mala guardatura! — nè ha forza di profferire un accento di più.
L’uom sopraggiunto dice con voce patetica alle due donne tratte troppo fuor de’ lor sensi per udirne le parole:
— Ah! non temete alcun male da me. Del male a voi! cerco soltanto mettere in salvo la mia vita che si vuol togliermi. —
Come si è notato, era impossibile che il suono di questi accenti arrivasse all’orecchio delle due povere spaventate creature. Pure l’imminenza di un pericolo, o temuto o reale, ne guida più presto, e come per forza d’istinto, a quella freddezza di mente necessaria onde misurar meglio lo stesso pericolo e meditare i modi di trarci il men male d’impaccio; e ciò sarà accaduto tanto alla giovine Maria quanto alla sua buona nudrice, le quali udirono l’inchiesta dello straordinario personaggio quando questi la ripetè, non però senza aver prima posto in disparte il suo moschetto e ciò a fine di rassicurarle meglio su le proprie intenzioni.
— E qual disgrazia vi è occorsa e che cosa possiamo fare per voi, noi povere donne? — disse la Maria.
— Qual disgrazia, buona signorina? col dirvi che mi vogliono morto vi ho detto tutto. Che cosa potete fare? darmi il tempo di ristagnare il sangue che mandano le mie ferite e, se aveste alcuni panni vecchi entro cui potessi avvolgermi... vedete in che stato mi hanno ridotto... datemeli in carità, poi abbandono subito la vostra casa. Per vostra quiete nessuno mi ha veduto ad entrarci. —
Già l’abbattimento della paura, grazie a queste sole parole, avea fatto luogo nel cuore della sensibile Maria a tutte le emozioni della pietà. Essa lacera tosto una gran falda della tela su cui stava lavorando.
— Servitevi di questo per le fasciature di che abbisognate. Concezione, guardate fra i rimasti abiti del povero padre mio se ve ne sia qualcuno che s’adatti a questo povero nostro ospite. —
Gli occhi inumiditi del personaggio misterioso provarono che per lo meno non gli era ignota la gratitudine.
— Ma la mia cara Maria, sappiamo noi bene a che ci esponiamo? spero che questo uomo non ci vorrà compromettere.... ma pensate a ieri sera!... —
— La mia intenzione non è al certo di compromettervi — soggiunse tosto lo sconosciuto — però se avete delle paure su ciò.... questa buona giovinetta, sotto il cui tetto mi ha portato un caso ch’io non prevedeva giammai, m’intenerisce troppo.... torno a gettarmi fra le mani de’ miei persecutori.
— No, no, buon uomo! — esclamò la Maria — non fate un simile torto alla nostra ospitalità. Questa benedetta Concezione mi ama tanto che alle volte.....
— Vi amo certo e questo amor mio mi scolpisce meglio nella memoria e la figura di quest’uomo e le parole profferite dalla zingara.
— Concezione, non bado ad un’astrologa di piazza io. La mia consigliera vedila là! — e accennava col dito l’immagine della Vergine — quella là innanzi alla quale rinovavi i fiori poc’anzi. Oh! mi son volta a lei prima di risolvermi; l’ho guardata; mi è sembrato fin vederle mover gli occhi, mi è sembrato udire dalle sue labbra divine queste parole: _Quando vedi un infelice non cercare perchè lo sia ma soccorrilo!_ La chiamano madre degli sfortunati per questo. —
La Concezione, in cui taceva ogni riguardo di umana cautela quando vedea la figlia sua volere una cosa, e in parte ancora persuasa da quei detti profferiti dal labbro d’un angelo, andò in cerca delle cose che la Maria le accennò.
Nell’intervallo in cui ella rimase sola con l’uom misterioso, questi, guardandola con volto sempre più commosso, le disse:
— Oh! voi arrivereste a riconciliarmi con gli uomini.
— Vi compiango se avete bisogno di chi vi riconcilii co’ vostri simili — gli rispose la virtuosa Maria più assai contristata del certo che lusingata da un tal complimento. — Ma lo stato in cui vi vedo è in parte la vostra scusa. Amico mio, pensate or solo a voi stesso e a tutto ciò che la mia casa vi può somministrare. Vado a sollecitare la Concezione. —
Poc’altri discorsi passarono in appresso tra le soccorritrici e l’uom soccorso che, ben accortosi e del far guardingo della Concezione e compreso d’affettuoso rispetto per la Maria cui s’avvide parimente d’aver dato disgusto col mostrarsi nemico degli uomini, affrettò la sua fasciatura ed il suo travestimento. Non ci volle più d’una mezz’ora perchè fosse terminato. Colmando di benedizioni la Maria il misterioso personaggio se ne andò per una porta segreta affatto lontana da quella donde entrò, accompagnato dalla Concezione che suggerì ella stessa questa cautela.
IV.
NUOVI MOTIVI DI AGITAZIONE E STUPORE.
Rimaste sole le due donne si trovarono per dir vero sollevate di un gran peso e di conserto ringraziarono il cielo nella fiducia che un tal fatto non avrebbe conseguenze peggiori. Ma non ebbero il tempo di abbandonarsi fra loro a que’ parlari cui siamo soliti dopo essere stati spettatori ed attori d’uno strano avvenimento perchè non tardò ad arrivare Luigi. Mise un’esclamazione di gioia la Maria, tanto più che le sembrò scorgere in esso una cera più allegra di quella con cui l’aveva lasciata.
— Perchè non siete arrivato un po’ prima? — gli disse la Concezione. — Ci avreste trovate....
— Un affare di grande premura — rispose Luigi interrompendo il discorso alla nudrice — mi ha trattenuto, al certo contra ogni mia voglia. Mi stava troppo a cuore che la mia cara Maria non mi credesse dimentico delle mie promesse. Sì, mia diletta, le ricordo sempre e spero finalmente non lontano il momento in cui io non abbia a distrarre un solo istante i miei pensieri da voi.
— Se ciò è — rispose la Maria — non v’è sagrifizio passeggiero ch’io non veda compensato da una sì bella speranza.
— Bisogna bene — soggiunse la Concezione — che i vostri pensieri sieno gravi assai se non vi hanno dato il tempo nemmen di ascoltare quelli che hanno agitate noi povere donne.
— Oh Dio! che cosa è stato? — chiese ansiosamente Luigi.
— Nient’altro se non che abbiamo avuto qui l’uomo dalla mala guardatura! — fu presta a rispondere la Concezione.
— Come? — domandò Luigi con uno stupore che sentiva d’atterrimento.
— Cioè — soggiunse sorridendo la Maria — l’uomo cui attribuiva questa leggiadra prerogativa l’astrologa. Vi ricordate bene il racconto che vi ho fatto ier sera?
— Proseguite! proseguite! — disse Luigi con una voce che potea credersi fatta tremante dalla sola idea di disturbi, qualunque ne fosse la natura, sofferti dall’arbitra del suo cuore.
— Ma il mal occhio — continuava tuttavia sorridente la Maria — quel poveretto non lo ha fatto a noi che abbiamo saldato il tutto con un po’ di timore. Glielo hanno piuttosto fatto i suoi persecutori dai quali si è campato a stento rifuggendosi in casa mia mal concio dalle ferite ed in uno stato che bisognava non aver cuore per non sentirne pietà.
— Non comprendo — diceva Luigi pallido in volto e con una confusione che continuava ad apparire bastantemente giustificata dalla spiacevole stranezza del caso in cui la Maria si era trovata — non comprendo...... perchè nessuno mi ha detto che gli aggressori si fossero vôlti da questa banda...
— Ma non vi parlo d’aggressori; l’uomo rifuggitosi qui lo avrei detto piuttosto assalito che assalitore — la Maria soggiugneva.
— Per dir la verità poteva essere più la seconda cosa che la prima; era carico d’armi!
— Se non gli ho veduto altr’arma che un moschetto! ma cara Concezione!....
— Per altra parte io non ho dato ordini.... forse uno de’ miei aiutanti.... — susurrava a fior di labbro Luigi.
Tra le interruzioni che non potea starsi dall’intromettere Luigi, il quale si mostrava affannato forse più che le narratrici nol fossero, e tra quelle che per forza del suo carattere andava introducendo la Concezione, fu terminato dalla Maria più placida in aspetto degli altri il racconto dell’avvenimento di cui siamo stati or or testimoni.
Luigi allora rimase sì tacito, sì sopra pensieri che giustificò questa inchiesta della Maria:
— Ma dove sei or con la mente, Luigi? Io di questo fatto omai non me ne ricordo più. Tu dovresti esser contento poichè vedi che non me ne è venuto alcun danno. Perchè non ripigli quella giocondità che mostravi appena giunto?
— Mia cara, puoi immaginarti s’io non goda al vedere che non ti è occorso nulla di sinistro, s’io non ammiri la tua intrepidezza; ma il sapere che questa è stata posta a tal prova... poi.... tu lo vedi, il grado che occupo nelle milizie non mi permette di starmi dal far ricerche su ciò che sento ora accaduto. Più presto ch’io lo potrò sarò nuovamente da te. Maria! — e qui mise un sospiro e la voce di lui prese un accento soavemente patetico mentre baciandole con tenerezza la mano continuava: — Ah Maria! tu sei un angelo del paradiso! — e fu in un subito fuor della stanza.
— Sono _un angelo del paradiso_, e mi fugge via più che se fossi un demonio dell’inferno! Che ne pensi, Concezione?
— Ma, cara mia, egli ti ha pur data una ragione della sua istantanea partenza.
— Sì, ma non arrivo a spiegare a me stessa la confusione che dominava ne’ suoi discorsi e che appannava, per così esprimermi, gli accenti della sua tenerezza. Il solo momento in cui mi è sembrato leggergli negli occhi e nella fisonomia la forza del solo amore è stato quando mi ha lasciata. Ah sono ben infelice! —
La Concezione le avrebbe pur ripetuto volentieri che tutto le derivava dall’aver voluto farsi astrologar dalla zingara; ma vedea troppo reale il dolore della Maria per non temere di tribolarla di più, oltrechè era nata in lei stessa un’altra paura.
— È vero — ella pensava; — si scorgeva più la confusione che l’amore in que’ suoi discorsi. Parea che non vedesse l’ora d’andarsene. C’è mai pericolo ch’io mi sia ingannata nel credere Luigi innamorato da vero di lei e ch’io l’abbia innocentemente tratta a perdizione mantenendola in questo errore? Ah, Signore! non lo permettete! —
Povero Luigi! che torto gli si facea!
V.
LA CORTE DI GIUSTIZIA.
Era scorsa una buona settimana dopo il pauroso caso avvenuto nell’abitazione della Maria quando, in una certa mattina, tutta Cosenza, città capoluogo della Calabria Citeriore, era in moto. Non credo si sarebbe trovato un solo abitante nella propria casa. Tutta la strada grande ringorgava di cittadini e di campagnuoli accorsi da ciascuna porta della città. Il maggior concorso per altro di chi andava e veniva era a quella che guida al mare.
— È lui! — Non è lui! — È proprio lui il Leone. — L’armatetta dei guardacoste lo ha sorpreso solo entro un palischermo che correa con tutto il vento in sua via verso il faro di Messina. — Lo conducono adesso al tribunale ove stanno già uniti i giudici per isbrigarlo. — Erano questi i varii discorsi che l’uno teneva all’altro e che davano la ragione di tanto subuglio.
Il tribunale di fatto è adunato nella grande sala della giustizia. Ne è presidente certo capitano di giustizia Bargilone, uom perfettamente concorde co’ suoi compagni nella massima di riguardare i delitti umani come campo di ricca messe a chi li giudica, con che davano l’aspetto d’inique alle cause anche le più giuste, e questa certamente ne era una, poichè trattavasi in fin del conto di giudicare un capo d’aggressori ravvisato ai più convincenti indizi per tale. Ma qual santa causa non si trasforma in orribile se vengono a sostenerla i tormentatori patentati, le strappate di corda, le gabbie, le tanaglie, la ruota, i roghi, le caldaie per bollirci gli uomini dentro e tutte le enormi suppellettili di quel Tristano d’esecrata memoria che dai dominii di Luigi XI si dilatarono con tanto fatale rapidità in tutto il rimanente dell’Europa!
Il vicerè del regno di Napoli, il gran contestabile don Gonzalvo di Cordova, uom grande nella guerra come negli affari di stato, non avea certamente risparmiate cure per render gradita ai popoli da lui governati la dominazione di Ferdinando il Cattolico; e per vero dire la cosa pubblica veniva in allora amministrata senza lamenti, sia rispetto agli affari civili, sia rispetto agl’interni regolamenti ed al riparto dei pubblici pesi. Ma non poteva dirsi altrettanto in ciò che spettava ai tribunali criminali, pupilla dell’occhio d’un monarca che portò bensì alla più inaudita grandezza i suoi dominii, ma che fu ad un tempo il fondatore della inquisizione, e che, desideroso (nella qual cosa nè egli nè i suoi successori, come si è detto, riuscirono mai) d’introdurla nel regno di Napoli, non sol tollerava ma favoriva tutti i barbari odiosi privilegi dei tribunali di que’ giorni affinchè divenissero come l’impalcamento del più orrido tribunale ch’egli, Ferdinando, e l’atroce Torquemada, allora ottuagenario, voleano fosse la corte suprema di giustizia del Nuovo Mondo e del Vecchio. Ad impedire pertanto e a correggere gli abusi giudiciali in quel tempo esistenti ben poco poteva il gran Gonzalvo, costretto talvolta a premersi entro sè stesso i cordogli che non dalla giustizia ma dalla giustizia inumanamente esercitata gli derivavano.
Dinanzi a questo tribunale pertanto composto com’era e come sol potea sfortunatamente esserlo allora, in mezzo a sedici alabardieri, strettamente incatenato, arrivò finalmente lo sciagurato che era stato sorpreso nel palischermo. Tutta Cosenza allora fu in quella sala; non avreste più veduto un uomo girar per le strade e tutti coloro che non capivano nella sala erano aggruppati negli anditi, ne’ corritoi, lungo le scale del palazzo della giustizia. Cosa strana! ognuno s’aspettava di vedere nel prigioniero tutto quel di peggio che la faccia d’un capo d’assassini può presentare. Vedevano in vece sopra un volto, solcato dai patimenti, l’espressione soltanto della mansuetudine e della rassegnazione. Parea quasi incredibile (se il volgo fosse molto avvezzo ad istituire tal genere di confronti) che con quella fisonomia si fossero conciliati gli enormi delitti onde il Leone veniva accusato.
Sotto un pastrano nuovo portava un giubbettino verde che, come se fosse qualche cosa spettante a divisa, avea rivolture di panno rosso, ma che le fenditure del pastrano stesso lasciavano a stento vedere. Il capitano Bargilone, la cui nequizia era placida e l’accento del quale sinistramente blando andava accompagnato da un sogghigno che non lo abbandonava mai nemmen quando le sue misere vittime mandavano grida tra le fiamme o sotto lo strazio de’ più spaventosi tormenti, si fece tosto ad interrogarlo:
Come vi chiamate?
— Non mi chiamo più nulla; mi chiamarono il Leone, e talvolta il gran capitano degli Apennini.
— Oh! oh! — sclamò ghignando il capitano di giustizia. — Badate a non cozzarvi per questo titolo col vicerè di Napoli.[4] —
E questo sarcasmo ed altri successivi ancor più amari del Bargilone andarono molto a sangue di quella platea composta d’individui che non erano al certo altrettanti Filangeri o altrettanti Beccaria per comprendere come il reo caduto in mano della giustizia, e durante l’esame e nell’atto della sentenza e fin sul palco di morte, debba divenire un sacro oggetto di dignitoso riguardo pel giudice. Chi fra i presenti avrebbe potuto aggradir meno simili scherzi sarebbero stati uomini del far di coloro che nel sagrato della Madonna del Sila udimmo lodarsi di alcune beneficenze del Leone; ma, oltrechè la plebaglia ama ridere di tutto e su tutto, la sua interessata gratitudine non dura più del potere di essere benefico in chi se la conciliò. Lo sgraziato Leone, stretto di catene e su l’orlo del suo patibolo, non era più che un vile assassino agli occhi d’ognuno.
— Per coraggio almeno e per fermezza d’animo non cedo a Gonzalvo di Cordova — così il Leone rispose al sarcasmo del Bargilone.