Part 1
VIRTÙ E DELITTO
[Illustrazione: _ — Ah! non temete alcun male da me. Del male a voi!_ — _Virtù e delitto, ecc. pag. 31_.]
Virtù e Delitto
O LA FAMIGLIA DEL MASNADIERO
_NOVELLA STORICA DEL SECOLO XVI_
DI
GAETANO BARBIERI
MILANO PRESSO LA DITTA ANGELO BONFANTI _Contr. della Passarella, n. 488._
I.
LA MAGRA FIERA.
Chi nel secolo decimosesto avesse attraversata agli otto di settembre quella catena di Apennini sgombra di nevi dal principio di aprile sino alla metà di novembre, piaggia incantevole per ogni sorta di produzioni della natura che ne ammantano i molti gioghi e le poche pianure, oggidì Calabria Citeriore, giunto al piè delle montagne del Sila, là donde sgorgando il Crati va a fecondare un’amena valletta, avrebbe veduto quivi apparata in tutta solennità una chiesa intitolata alla Natività della Vergine e dinanzi a questa una piazza, o piuttosto anfiteatro animato da immensa folla di terrazzani e stranieri, circondato di tende sotto cui stavano esposti in vendita non solo aranci e melegrane, non solo tutte le merci di cui abbonda quel fertilissimo suolo, ma quante ricchezze esotiche in oltre dal vicinissimo Mediterraneo venivano colà trasportate.
Nondimeno il desiderio di godere della totalità di una cotanto bella prospettiva gli sarebbe andato a vuoto nel 1510. Avrebbe udito sì lo squillo delle campane festive, veduti i padiglioni della chiesa addobbata da festa ed anche qualche baracca di venditori di vino; avrebbe veduti alcuni contadini e benestanti delle più vicine campagne oziare in sagrato e infilzar ragionamenti alla propria maniera, intantochè le loro donne stavano entro la chiesa intonando con le bellissime loro voci meridionali cantici alla Vergine sul metro che inspirò due secoli appresso que’ leggiadrissimi di messer Trionello[1]
Tu dunque nasci, celeste angioletta? Deh quanto tempo è che il mondo ti aspetta! Se’ tu colei che su l’arpa dorata Lo re profeta n’avea cantata? ecc. ecc.
ma non sarebbesi incontrato in estranei, tratti ivi dalla curiosità o dalla brama di comprare o di vendere. Tutt’al più gli sarebbe apparso uno o due di quei palchetti posti quasi a livello della testa di un uomo su cui nelle fiere stanno seduti gravemente con la loro tromba divinatoria sempre apparecchiata l’astrologo o l’astrologa che danno per danaro a chi la cerca la buona o anche talvolta la trista ventura; perchè, per una di quelle anomalie non insolite ad incontrarsi nelle teste umane, mentre la popolazione del regno di Napoli è forse l’unica fra le nazioni cattoliche presso cui nè sovrani nativi nè stranieri nè pontefici arrivarono mai ad introdurre il tribunale dell’inquisizione, questa popolazione ha forse superate per lungo tempo tutte l’altre nelle superstiziose credenze. Ed avrebbe ancora vedute schierate in bella mostra, benchè non in divisa a quei tempi, le milizie comunali della città e della campagna che, avendo nella maggior parte delle loro attribuzioni ceduto il luogo alle assoldate bande straniere, erano scadute assai dal primitivo lustro, nè serbavano altre incumbenze fuor quelle di far gli spari nelle sagre all’ora della benedizione, di assicurare il buon ordine nelle fiere e in generale di mantenere il paese all’intorno possibilmente difeso dagli aggressori.
Qual era il motivo di una sì spiacevole novità? Si potrà raccapezzarlo dai propositi che si faceano da una brigata d’individui convenuti quivi nell’ora del vespro, i quali, simili ai contadini della nostra Lombardia, e per dir vero di tutta la cristianità, nell’aver paura che lor caschi addosso la soffitta del tempio se ci rimangono qualche minuto oltre ai lor conti, stavano aspettando quel tocco di campanella che li facea gettarsi tutti in una volta entro la chiesa ove, inginocchiati e seduti ad un tempo su le proprie calcagne, coi capi che toccavano terra e con una divozione non mentita, chè bisogna render loro questa giustizia, riceveano la benedizione dell’augustissimo Sacramento.
— Da che mondo è mondo non c’è mai stata una festa della Madonna così malinconica — diceva un giovinotto che però potea men degli altri della brigata sapere per esperienza da quanto tempo il mondo fosse mondo.
— Che cosa vuol dire, Gennariello mio, non esserci più il nostro buon re Federico! — soggiunse un vecchio massaio di comune che si dava una grand’aria d’importanza.
Contemporaneo a tale osservazione fu il mesto sorriso d’altro vecchio in poveri panni che, senza far parte di quella brigata, le stava ronzando attorno. Nessuno allora ci badò, eccetto il giovine Gennariello. Intanto saltò su un uomo di mezzana età volgendosi al massaio di comune:
— Per altro, compare, non vedo come c’entri il re Federico con la banda d’assassini della Bocca del Lupo che guasta tutti i nostri divertimenti e in grazia della quale soltanto abbiamo questa magrissima fiera. Quand’anche adesso vivesse sarebbe in Francia ove si ritirò per mangiar bene e bever meglio e non ci pensare ad altro. Oh sì ve’, lui che non fu buono di mantenersi nostro re e che ci donò via senza preveder nemmeno a chi ci donava, lui sì voleva esserci d’un grande aiuto! —
Qui il vecchio che avea sorriso prima mise un sospiro di cui altri s’accorsero; poi come sbadatamente si allontanò.
— Perchè ha sospirato quel baggeo che avea l’aria di starci ascoltando? — disse l’uomo di mezzana età.
— E un momento prima l’ho veduto sorridere — rispose Gennariello. — Sapete, compare Gervasio, che colui è una figura curiosa! Mi ci ero trovato vicino un’altra volta quest’oggi quando stavo guardando l’arrivo delle nostre milizie che si disponeano su la piazza, e quel galantuomo, guardando il giovine comandante che dava i suoi ordini, facea la stessa funzione; or sospirava, or ridea. Ci avete indovinato a chiamarlo un baggeo; senza dubbio un idiota abitante de’ più alti greppi dell’Apennino, un di coloro che vanno all’impazzata ove li portano le gambe e che ridono e sospirano agli angeli. Guardatelo là; è tornato adesso a bearsi nella contemplazione delle nostre guardie comunali. Del resto, Gervasio, parlaste benissimo quando, al proposito del defunto re Federico, diceste: _Lui sì voleva esserci d’un grande aiuto!_ Non ci riesce il vicerè attuale, il magnifico don Gonzalvo di Cordova, che non è, per Dio! uno stupido, a liberarne da questo flagello!
— E certo — replicò Gervasio — fa di tutto a tal fine. La dite una bagattella l’ultima grida che mette sì grossa taglia su la testa dell’uomo, nominato da chi il _Leone_, da chi il _Gran capitano degli Apennini_, vero e primario capo degli assassini? Lo dite poco l’articolo V di tale grida: _Chiunque sarà convinto d’aver prestato soccorso al malfattore o di essersi trovato o d’aver solamente potuto sospettare di essere stato in compagnia di esso senza portarne denunzia ai tribunali, fosse anche suo stretto congiunto, verrà assoggettato alle pene decretate contro ai suoi complici?_ Poi c’è gente appostata per tutta la Calabria a fine di sorprenderlo.
— Contatemi di agguati tesi e di taglie! — tornava a dire il massaio. — Il Leone mette le sue taglie anche lui, mette anche lui i suoi agguati e fa ogni giorno reclute, perchè i suoi soldati non hanno mica bisogno di certificati di moralità affinchè costui gli ammetta; va a trarseli fuori sin dalle galere di Taranto. Contro alla forza aperta ci vuol forza aperta.
— Zitti, zitti! — esclamò il giovinotto. — C’è qualche cosa or di meglio che chiama la nostra attenzione. Entra in chiesa adesso la fidanzata del comandante delle nostre milizie, la ricca figlia ed erede del cornetta Solis tanto beneficato sino che visse dal nostro attuale vicerè. Che bellissima creatura! Come ha fatto presto a girar gli occhi su l’amante e come subito si sono intesi! Per dir vero il sorriso del secondo è stato d’una gravità a lui insolita.... posso dirlo io che, come suo coetaneo, conosco il fare del signor Luigi Grifone.... ma comanda a gente più vecchia di lui e ha bisogno di tenersi in sussiego. —
Di fatto dinanzi alla porta maggiore della chiesa scendeva allora dal suo leggiadro e ben mansuefatto palafreno su cui era stata in groppa insieme con la nudrice e consegnava la sua cavalcatura ai propri famigli la bellissima Maria Solis, giovinetta di circa diciotto anni, di media statura, ma di leggiadrissime forme e dotata della più soave fisonomia, la cui carnagione bruna meridionale ricevea risalto dalle sue chiome nere vagamente inanellate, da due bei nerissimi occhi e dai più freschi e vividi colori della gioventù. Appena il giovine comandante ebbe contraccambiato lo sguardo espressivo che quella gli volse fu veduto dare alcune istruzioni ai suoi aiutanti, poscia entrare in chiesa egli pure. Ancorchè, come si è detto, i soldati comunali non avessero allora il distintivo di una divisa, i lor comandanti ben discerneansi a certe armadure più leggiere delle antiche e divenute piuttosto di lusso dopo introdotto l’uso dell’armi da fuoco. Quella del capitano Luigi Grifone era elegantissima e adatta quanto mai alle sue belle forme che il faceano apparire cotanto degno della promessa sua sposa.
— Come corre quel nostro Luigi! — notò il giovinotto. — Ha forse paura ch’ella gli scappi dalla porta di sagristia?
— Già la calamita ha sempre tirato il ferro — disse il massaio d’importanza assaporandosi, come se avesse il pregio della più rara novità, questo suo fiore di comparazione rettorica.
— Volete ridere? — soggiunse Gennariello — entra in chiesa anche il galantuomo dai sorrisi e dai sospiri. Ah! adesso si capisce tutto — aggiunse con vivace gaiezza. — È un rivale del capitano Luigi, e per questo lo ha squadrato sì a lungo. Aspettatevi una disfida! —
Certamente chi avesse veduto l’inconcludente affaccendarsi di quel vecchio che era or qua, or là, che appena tornato fuor di chiesa il capitano Luigi per mettersi a capo della sua soldatesca tornò fuori anch’egli; chi avesse veduto il suo frequente ridere e sospirare che pareva a credenza, avrebbe potuto giudicarlo come lo giudicò il nostro giovinotto. Però non sarebbe corso tanto nel sentenziarlo se avesse fatto mente all’espressione malinconica del volto smunto e sparuto del medesimo, alla sua fronte meditabonda e aggrottata, alla sua guardatura torva, non però truce, che potea sembrar forse piuttosto d’un uomo soggetto ad accessi di mania che d’uno scimunito.
Ma Gennariello la pensava così, ed il vecchio massaio gli disse:
— Voi vi perdete in frascherie e vi scordate delle mie giuste riflessioni di poco fa.
— Guardate se me le scordo; ve le ripeto: _Contro alla, forza aperta ci vuol forza aperta_. Non potrete però dirmi che questa milizia comunale stia con le mani alla cintola. Quante volte si è battuta valorosamente contro agli assassini! e quanti ne ha fatti freddi! soprattutto il bravo giovine che la comanda!
— Ma una notte mentre veniva dalla casa della sua fidanzata rischiò di essere fatto freddo anche lui, se qualche suo dipendente capitato a tal ora, può dirsi miracolosamente, per quelle foreste non lo salvava da chi lo assalì all’improvviso.
— Non verrò a dirvi — soggiunse il massaio di comune — che questa nostra milizia non si presti assai bene al suo dovere, ma i fatti son fatti; ammazzamenti se ne odono ogni giorno; nessun possidente è omai sicuro nelle sue case di campagna o andando pe’ fatti suoi; tutta la nostra Calabria, vi dico io, è posta nei triboli da questo saccheggiatore. —
Qualcuno allora notò come generalmente nelle più atroci fra le aggressioni che avvenivano il Leone non si lasciasse vedere.
— Venga poi egli in persona — ripetè il massaio, nè sembra che dicesse male — o mandi le sue bande a scannarmi, dico che per me tanto fa. —
Un famiglio del curato di San Giovanni in Fiore che non avea parlato sin allora aperse la bocca per dir anch’egli la sua sentenza.
— Bisogna confessarlo per altro, questo Leone ha di gran belle maniere per farsi degli amici.
— Caro voi — sclamò l’assennato massaio — insegnatemene una di tali belle maniere.
— Sol questa. Fu a pranzo giorni fa dal mio padrone. Dopo aver desinato si ritirarono insieme in una stanza; di lì a poco il Leone si congedò, e a me, solamente per averlo servito a tavola, mi regalò un bel ducato.
— E nella camera ove si ritirarono sai tu che cosa facessero? — chiese Gervasio.
— Io non cerco i fatti de’ miei padroni.
— Io scommetto che il tuo onestissimo Leone avrà pregato con la pistola alla gola il povero prete a dargli qualche centinaio di ducati. Il tuo padrone non te lo avrà forse detto per non pubblicare la cosa prima di fare le sue denunzie.
— Io poi non cerco tanto in là, e le centinaia di ducati e la pistola alla gola, se non gli ho veduti io, non gli avete veduti per dinci nemmeno voi.
— E quest’è una verità sacrosanta! — sclamò Gennariello.
— So che mi donò un ducato; questo lo so.
— Digli — saltò su un garzone di muratore — che anch’io sono stato beneficato dal Leone e questi certamente non ce ne aveva interesse. M’incontrò su la via di Paola che piangevo perchè alcuni della sua banda mi avevano portati via i pochi soldi della mia settimana. Mi costrinse ad andare con lui, chè li raggiunse presto i suoi, volle verificare la cosa perchè è un uomo giusto, ma quando fu sicuro di non avermi trovato in bugia non solo mi fece restituire i miei danari ma, indovinate mo! ci aggiunse tre volte tanto del proprio. —
Altri fecero coro al famiglio del curato e al garzone di muratore raccontando altri simili tratti di magnanimità attribuiti al Leone.
— A che tempi viviamo! — esclamò il massaio. — Sul sagrato della chiesa della beatissima Vergine, nel giorno d’una delle sue primarie feste, si ha ad udir gente che fa gli elogi d’un assassino come se facessero il panegirico d’un santo!
— Non v’inquietate, buon papà — disse Gervasio; — non può negarsi che il Leone nella vita d’assassino che fa ha presi i modi cavallereschi di certi condottieri de’ tempi andati che i nostri vecchi ci vanno tuttavia ricordando e che, a dare il giusto loro nome alle cose, erano ancor essi belli e buoni assassini. Non meno di quelli il Leone fa la guerra ai ricchi e protegge i poverelli. Insegnate mo a questa gente a parlarne male, ancorchè io convenga per il primo che ha torto chi ne parla bene!
— Io dico che non c’è più religione — gridava il compare massaio.
— Anche questa, cred’io, è una lamentanza vecchia — notò Gennariello.
Intanto la campana della benedizione chiamò tutti in chiesa, onde non rimasero nel sagrato e nella piazza se non le milizie che fecero i loro spari quando ne fu il tempo, qualche garzone vinaio restato a guardar la sua bettola, finalmente un’astrologa che, posta per allora da un lato la sua tromba magica, contava da star sul proprio palchetto ed intascava i danari raccolti nel suo piattello, o parlava a quando a quando con alcun suo alleato segreto che, venendole a confidare quel passato di cui fu testimonio, le ingrossava il capitale de’ suoi pronostici dell’avvenire.
II.
LA MALA PREDIZIONE.
Data la benedizione, la maschile brigata descritta dianzi nell’uscire di chiesa si fermò sul sagrato a far ala per vedere venir fuori le donne, come i nostri giovani eleganti si fermano sotto gli atrii del grande teatro per passare in rassegna le belle della giornata.
Nè fra quelle che il luogo ed il tempo attuale potevano offrire alla vista andò certamente inosservata la vezzosissima Maria Solis che, dopo dati ai suoi famigli alcuni ordini in forza de’ quali la cavalcatura allestita per lei andò ad aspettarla altrove, disse come rispondendo ad una rimostranza fattale dalla nudrice:
— Intanto ch’egli congeda le sue milizie per accompagnarsi indi con noi bisogna bene ch’io mi faccia passare il tempo.
— Ma in tutt’altro modo io direi, cara mia. Se vi prendete su uno spavento!...
— Sapete bene, Concezione — tale era il nome della nudrice — ch’io non sono la figlia della paura. Se non volete farvi astrologar voi siete padrona. —
E così dicendo si trasse per mano la nudrice verso il luogo ove l’astrologa s’era tornata a mettere più fervidamente che prima nell’esercizio della mistica sua professione. Sia in grazia della bizzarra loro acconciatura, oppure conseguenza della vita stentata che fanno, le fisonomie delle zingare o astrologhe non appariscono per solito molto simpatiche, e fra cento consorelle della Meg Merrilies del _Guido Mannering_ si troverà per prodigio, se pure è vero, una Esmeralda. L’astrologa di cui parliamo qui apparteneva alla classe delle cento; vi lascio pensare se non era una brutta serva di Dio! Accortasi costei della buona clientela che stava per capitarle, si sbrigò tosto degli avventori che avea per volgersi alla vezzosa Maria Solis di questo tenore:
— Indovino subito che quella bella signorina vuol ch’io le dica la sua ventura.
— Comare, se tutto il vostro indovinare sta qui, è ben poca cosa. Mi vedete venirvi direttamente in verso. Per qual altro fine vorreste ch’io lo facessi?
— Se lo dico io che si consuma il tempo! — soggiugneva la povera Concezione che stava su le spine, ma che d’altra parte non sapea mai contraddir nulla alla sua diletta figlia di latte.
L’astrologa intanto, postasi in fazione, non mancò di esaminare una palma e l’altra della mano che la giovinetta non ricusò di sporgerle e di fare i suoi calcoli e borbottamenti segreti; indi, cinta secondo il solito d’un fazzoletto, che diceasi bianco, l’imboccatura della tromba onde la sua voce fatidica giugnesse a chi soltanto doveva ascoltarla, intimò alla sua neofita di avvicinar l’orecchio alla estremità più ampia della tuba misteriosa mentre ella avrebbe consegnate le sue parole all’estremità superiore di essa.
Convien credere che l’astrologa su le prime non raccontasse altro alla sua consulente se non il nome del casato di essa, quello del suo giovine amante, dell’amore che entrambi si portavano scambievolmente, perchè la Maria esclamò con vivacità:
— Comare benedetta, se non mi dite altre cose fuor delle presenti ch’io sapea prima di venire da voi, era inutile ch’io vi consultassi.
— Ma volete proprio saper le cose avvenire? — esclamò senza valersi della tromba la maligna donna presa da un momento di stizza nel vedersi alquanto dileggiata da una giovinetta.
— E di che altro volete ch’io sia curiosa?
— Bene, bene, vi servirò come a voi piace. — E qui le confidò all’orecchio altre cose col ministerio della terribile tromba.
— Oh! oh! oh! — sclamò la Maria senza rispettar punto il segreto del fidatole arcano. — Io per dir vero ci ho badato appena che un vecchio smunto e mal vestito, quale me lo descrivete voi, sia entrato in chiesa e abbia guardato fiso ora il capitano di questa milizia or me....
— Ci ho ben badato tanto io! — soggiunse la Concezione.
— Ma ci siamo, cara comare, mi raccontate sempre delle cose presenti.
— Or bene, giacchè mi ci costringete — disse l’irritata maga — vi dirò alla presenza di tutti che l’uomo al quale dite di non aver badato ha la mala guardatura e vi ha portata la vostra fatale disdetta.
— Madonna! Madonna! ve lo diceva tanto io di non venir a destare questo vespaio! — gridò alla Maria la povera Concezione.
Ma la buona Maria che, come ne occorrerà l’occasione di farlo vedere in appresso, aveva nel suo retto discernimento e nella purezza del proprio cuore i migliori talismani contro a qualunque fascino del mal occhio[2], si diede a ridere di tutto cuore. Ed il suo riso ed il suo attuale trastullo sarebbero durati più lungamente se non vedeva venire a sè un aiutante a lei ben noto del suo fidanzato; chè allora, premurosa di sapere qual messaggio le recasse a nome dell’amante, gettò in fretta una moneta d’argento sul piattello dell’astrologa che in quel punto forse sentì qualche rimorso di essersi tanto lasciata vincere da uno stizzoso zelo del decoro di sua professione.
Intanto i nostri curiosi si erano avvicinati al palchetto della sibilla per veder meglio che cosa facesse e non facesse la Maria, e continuavano a parlare alla rinfusa di lei, del suo amante, ed anche del Leone.
— Dite, Gennariello, chè voi lo saprete, è propriamente nativo di Napoli quel capitano Luigi?
— Sì e di nobil casato. Le passate vicende politiche, dicesi, fecero morire di crepacuore il consigliere Grifone suo padre che nondimeno gli ha lasciata una buona sostanza. I suoi danari gli vengono sempre pagati da un banchiere di Napoli.
— E quanti ne ha! e come se li fa godere dagli amici! — Gervasio dicea.
— Fa anche di grand’atti di beneficenza — soggiunse il giovinotto. — E non è solo un buon soldato, ma istrutto di tutte le cose; la dà ad intendere fino ai nostri preti; basta dire che sa perfettamente il latino ed il greco!
— A proposito di greco e latino — soggiunse Gervasio — sapete chi parla anche queste lingue come un libro aperto?
— Chi?
— Il Leone.
— Ecco almeno una citazione venuta a tempo — sclamò sogghignando Gennariello.
— C’è mo dubbio — soggiunse il massaio — che quel Leone, giacchè mi dite che sa il latino ed il greco, si sia dato in potere del demonio? — e nel domandar questo si fece il segno della croce.
— Chi sa? — disse il giovinotto ridendo.
— Eh! la mia creatura — saltò su Gervasio — non c’è tanto da ridere. Porta sempre un certo anello con sè ch’egli chiama il suo estremo rifugio. Può benissimo essere un anello magico.
— Padre Venanzio, lo credete voi? —
Tale interrogazione fu vôlta da Gennariello ad un vecchio frate dell’ordine dei minimi che passava di lì uscendo allor della chiesa, ove avea fatto il panegirico della Madonna, per tornarsene al suo convento di Paola. Questo religioso, spettabile per costumi e saggezza come per affabili modi che gli si leggevano in viso, avea ricevuti tre anni prima gli ultimi aneliti del fondatore del suo ordine, morto a Plessis in Francia.
— Che cosa ho da credere? — richiese il buon frate volgendosi addietro.
— Che l’assassino detto il Leone sia posseduto dal demonio.
— Figliuolo, son cose queste che la mia povera testa non arriva a conoscere; ne so una solamente, ed è che, se è vero che l’uom nominato da voi sia un assassino, non è posseduto dallo spirito del Signore. Ah! le nostre passioni sono peggiori di tutti i demoni; preghiamo il cielo che nessuna di esse ne dia il tracollo, perchè siamo vestiti tutti di questa carne e tutti fallibili se Dio non ci tiene la sua santa mano sopra. Buona sera, figliuolo!
— Sta a vedere — disse il vecchio massaio — che anche un religioso del glorioso Francesco di Paola[3] diventa l’avvocato degli assassini! —
Il padre Venanzio, che avea già continuato per la sua strada, trovò la Maria che stava per montare a cavallo insieme con la nudrice. La notizia che le avea portata l’aiutante del capitano Luigi si era che per affari della sua milizia egli non poteva accompagnarla, come erano rimasti d’intelligenza, nel ritorno di lei a casa, ma che non avrebbe mancato di visitarla nella sera medesima.
Alla vista del buon padre Venanzio la Maria si rattenne dal mettere il piè nella staffa e s’affrettò con volto ilare a dirgli:
— Padre, la vostra benedizione!
— Volentieri, figliuola.
— Ce ne è ben di bisogno — sclamò la Concezione — dopo il pronostico!...
— Che pronostico? — domandò il padre Venanzio.
— Niente, niente, buon padre — soggiunse la Maria. — La mia buona Concezione ha paura della sua ombra, ed io qualche volta... io qualche volta ho poco giudizio. Vi racconterò tutto se verrete a trovarmi. Son cose da ridere solamente. Ma venite un po’ più spesso a vedermi. Volevate tanto bene al mio povero padre!
— E ne voglio anche a voi, la mia creatura. Ma a noi poveri frati tocca più spesso il dovere di andare nelle case ove ci sono delle disgrazie. La vostra finora, Dio voglia che si possa sempre dirlo, è la casa della felicità.
— Ah parlate pur bene! — gridò la Concezione. — _Dio voglia che si possa sempre dirlo!_
— Nonostante — continuò il padre Venanzio — la prima volta che torno da queste parti verrò a vedervi.
— E perchè non questa sera? — replicò la Maria.