Venti anni dopo

Part 6

Chapter 63,866 wordsPublic domain

Planchet si assise, e cominciò a divorare come nei lieti giorni della via dei Fossoyeurs. D’Artagnan continuava a camminare su e giù: cercava nel suo cervello qual partito potrebbe ricavare da colui nelle circostanze in cui era. Intanto colui lavorava a riparare meglio che potesse il tempo perduto.

Alla fine mandò quel sospiro di soddisfazione dell’uomo affamato, il quale è indizio che avendo preso un primo e solido acconto ei voglia fare un piccolo riposo.

«Animo, fece d’Artagnan, figurandosi giunto l’istante da dar mano all’interrogatorio, andiamo per ordine: sai tu dove sia Athos?

«Signor no.

«Diamine! sai dov’è Porthos?

«Nemmeno.

«Diamine! diamine! E Aramis?

«Neppure.

«Diamine! diamine! diamine!

«Ma, disse Planchet con aria maliziosa, so dov’è Bazin.

«Come, dov’è Bazin!

«Sicuro.

«E dov’è?

«A Nostra Signora.

«E che ci fa egli?

«È bidello.

«Bazin bidello a Nostra Signora? ne sei certo?

«Certissimo: l’ho visto, gli ho parlato.

«Deve conoscere ove sia il suo padrone?

«Senza dubbio».

D’Artagnan riflettè; poi prese il ferrajuolo e la spada, e si dispose ad uscire.

«Signore, seguitò Planchet in tuono lamentevole, mi abbandonereste così? Pensate che ho speranza in voi solo!

«Non verranno mica qui a cercarti.

«In somma, se ci venissero, disse il prudente Planchet, badate che per la gente di casa che non mi ha visto entrare sono un ladro.

«Va benone, fece d’Artagnan, su via, parlate un dialetto qualunque?

«Parlo anche di meglio, replicò Planchet, parlo una lingua, parlo fiammingo.

«E dove diavolo l’hai tu imparata?

«Nell’Artois, dove guerreggiai per due anni: Goeden Morgen, mynheer, ich ben begeerig te weeten uwer gerondheyds omstand.

«E vuol dire?

«Buon dì, signor mio, mi sollecito a richieder notizie della vostra salute.

«E codesta, la chiami una lingua! ma non importa, cade bene in acconcio».

Il tenente andò sino all’uscio, chiamò un cameriere, e gli ordinò dicesse alla bella Maddalena di salire.

«Che fate? disse Planchet, affidereste il nostro segreto a una donna?

«Sta quieto, non aprirà bocca».

Venne Maddalena; era accorsa tutta contenta, credendo di trovare d’Artagnan solo; al vedere Planchet retrocedè meravigliata.

«Cara locandiera, le disse d’Artagnan, vi presento il vostro signor fratello arrivato ora di Fiandra, che prendo al mio servizio per alcuni giorni.

«Mio fratello! fece l’ostessa più attonita che mai.

«Master Peter, date il buon dì a vostra sorella.

«Welkom, zuster, disse Planchet.

«Goeden dag, broer, rispose la donna.

«Eccovi tutta la faccenda; seguitò il tenente, questi è vostro fratello, che voi forse non conoscete, ma io sì; è venuto da Amsterdam. Voi nella mia assenza lo vestite; al mio ritorno, cioè fra un’ora, me lo presentate, e in grazia della vostra raccomandazione, benchè egli non sappia una parola di francese, pure nulla potendo io ricusarvi, lo prendo al mio servizio: capite?

«Cioè, indovino quel che desiderate.

«Siete una donna preziosa e rara, mia bella Maddalena, e mi fido a voi».

E d’Artagnan, fatto un cenno d’intelligenza a Planchet, uscì per trasferirsi a Nostra Signora.

VIII.

_Influenze diverse che può avere una mezza doppia sopra un bidello e sopra un piccolo cantore._

D’Artagnan prese dal Ponte Nuovo, rallegrandosi di aver ritrovato Planchet; giacchè per quanto sembrasse ch’ei facesse un favore al degno giovanotto, in realtà questi lo faceva a lui. Sicuramente, in quel momento nulla poteva giovargli di più che un lacchè capace ed accorto. È vero che secondo ogni probabilità Planchet non doveva rimanere lungo tempo addetto a d’Artagnan; ma riprendendo poi la sua posizione sociale nella contrada dei Lombardi, resterebbe sempre obbligato al tenente dei moschettieri, il quale, nascondendolo nella propria casa, gli aveva salvato la vita o poco meno; ed il tenente aveva caro di avere delle relazioni nel ceto dei borghesi, nella circostanza che questo si accingeva a muover guerra alla corte. Era un posseder delle intelligenze nel campo nemico, e, per un uomo scaltro come d’Artagnan, le piccole cose potevano condurre alle grandi.

In tale disposizione di mente adunque, e soddisfattissimo della casualità e di sè stesso, d’Artagnan giunse a Nostra Signora. Salì la gradinata, entrò in chiesa, e voltosi ad un sagrestano che scopava una cappella gli domandò se conosceva il signor Bazin.

«Il signor Bazin, il bidello? disse il sagrestano.

«Appunto.

«Eccolo laggiù, che serve la messa alla cappella della Vergine».

D’Artagnan balzò dal piacere: non ostante ciò che gli aveva detto Planchet non isperava di trovare Bazin; ormai dacchè aveva acchiappata una cima del filo, stava certo di arrivare all’altra.

Andò ad inginocchiarsi di faccia alla cappella per non perdere di vista chi voleva. Per buona sorte la messa era vicina a finire. Egli, che si era scordato le sue orazioni, impiegò il tempo ad esaminare Bazin.

Bazin, ci è d’uopo dirlo, portava l’abito con tanta maestosità quanta contentezza. Si comprendeva ch’egli era pervenuto all’apice della sua ambizione, e che la mazza di balena guarnita d’argento cui teneva in mano gli sembrava onorifica al pari del bastone di comando che Condè gettò o non gettò nelle file nemiche alla battaglia di Friburgo. In lui il fisico aveva subito un cambiamento analogo a quello del vestiario. Era ingrassato in tutto il corpo; non si vedevano più sul viso le parti tanto sporgenti; aveva sempre il solito naso, ma le guance, fattesi più rotonde, ne tiravano a sè ciascuna una porzione; il mento scappava sotto la gola; aveva gli occhi mezzo rinchiusi fra la carne abbondante; e i capelli, tagliati in quadro, gli cuoprivano la fronte sino a tre linee di sopracciglio. Si avverta d’altronde che anche nei tempi in cui era più scoperta, quella fronte non era stata mai larga più di un pollice e mezzo.

Il prete terminava la messa quando d’Artagnan terminava il suo esame; pronunciò le parole sacramentali, e si ritirò, dopo aver data, con grande stupore di d’Artagnan, la sua benedizione che tutti riceverono genuflessi. Ma in d’Artagnan cessò la meraviglia quando riconobbe nel celebrante il coadjutore, cioè il famoso Giovan-Francesco de Gondi, il quale in quell’epoca, presagendo la parte che dovrebbe fare, cominciava a forza di elemosine a rendersi assai popolare, e, per rendersi tale sempre maggiormente, diceva tratto tratto di quelle messe della mattina a cui suole assistere soltanto il volgo.

D’Artagnan s’inginocchiò come gli altri, ricevè la benedizione, si fece il segno della croce; ma nel punto che Bazin passava con gli occhi alzati al cielo e camminando umilmente ultimo a tutti, ei lo afferrò per un lembo della sottana.

Bazin abbassò gli occhi, e fece un salto all’indietro quasi avesse veduto un serpente.

«Signor d’Artagnan! esclamò, _vade retro.... Satanas!_

«Oh! mio caro Bazin, disse ridendo l’uffiziale, così accogliete un antico amico?

«Signore, i veri amici sono quelli che ci ajutano a salvarci l’anima, e non quelli che ce ne distolgono.

«Non vi capisco, nè so come io possa essere di ostacolo alla vostra salute.

«Vi dimenticate che foste prossimo a distruggere quella del mio povero padrone, e che per cagion vostra egli era in procinto di dannarsi l’anima restando moschettiere, mentre la sua vocazione lo traeva verso la chiesa?

«Caro Bazin, dal luogo dove m’incontrate dovete comprendere che in tutto io mi sono cambiato di molto. L’età porta seco il senno, e siccome non dubito che il vostro padrone sia sulla via che assicura la sua salute, vengo a domandarvi dov’è, acciò co’ suoi consigli mi ajuti a fare io pure la mia.

«Dite piuttosto per ricondurlo con voi verso la società. Fortunatamente ignoro dove sia, giacchè essendo noi in un luogo santo non oserei dir bugia.

«Come! esclamò d’Artagnan nel massimo disappunto, ignorate dov’è Aramis!

«Prima di tutto, soggiunse Bazin, Aramis era il suo nome di perdizione; in Aramis si trova Simara, ch’è nome di demone, ed egli per sua buona sorte lo ha lasciato per sempre.

«E per questo, replicò d’Artagnan deciso ad usar pazienza sino alla fine, io non cercava Aramis, ma bensì l’abate d’Herblay. Su, caro Bazin, ditemi dov’è.

«Non avete inteso che vi ho risposto che lo ignoravo?

«Sì, ma a questo io vi rispondo che non può essere.

«Eppure è vero, è pura verità».

Il tenente vide che da Bazin v’era da ricavar nulla; si scorgeva chiaro ch’esso mentiva, ma lo faceva con tale fermezza da non aspettare che si disdicesse.

«Va bene, fece d’Artagnan, poichè non sapete ove sia, non ne parliamo più, lasciamoci da buoni amici, e prendete questa doppia per bere alla mia salute.

«Non bevo, signor mio, disse Bazin respingendo maestosamente la mano all’ufficiale: codeste sono cose che si dicono a’ laici!

«Incorruttibile! brontolò il tenente; che disdetta è la mia!»

D’Artagnan, distratto dalle sue riflessioni, non reggeva più per la sottana Bazin, e questi profittò della libertà per batter presto la ritirata verso la sagrestia, dove non si tenne sicuro se non dopo averne chiusa la porta.

Il moschettiere rimaneva immobile, pensoso, e fisse le pupille su la porta che lo separava dal bidello.... quando ecco sentì toccarsi leggermente la spalla con un dito.

Si girò, ed era per mandare un’esclamazione di sorpresa: ma quegli che lo avea tocco con la punta del dito si mise questo sulle labbra per accennargli il silenzio.

«Voi qui, caro Rochefort! disse allora sottovoce.

«Zitto! fece Rochefort, sapevate ch’ero libero?

«L’ho saputo di prima mano.

«E da chi?

«Da Planchet.

«Come, Planchet?

«Eh sì! fu egli che vi salvò.

«Realmente.... mi era sembrato di riconoscerlo. E questo prova che un benefizio non è mai perduto.

«Che venite a far qui?

«Vengo a ringraziare Iddio della mia fortunatissima salvazione, disse Rochefort.

«E poi, per che altro? giacchè mi figuro che codesto non sia il tutto.

«E a prendere gli ordini del coadjutore per vedere se si potesse far un poco arrabbiare Mazzarino.

«Testaccia! vi farete cacciar di nuovo nella Bastiglia!

«Oh! a quello ci baderò, vi assicuro. È tanto buona l’aria aperta! E perciò (continuava Rochefort respirando forte), vo a fare una passeggiata in campagna, un giro in provincia.

«Veh! ed io pure.

«E si può senza essere indiscreto domandarvi dove andiate?

«In cerca de’ miei amici.

«Di quali amici?

«Di coloro di cui jeri mi richiedeste notizie.

«Di Athos, Porthos ed Aramis? li cercate?

«Sì.

«In parola d’onore?

«Che v’è di sorprendente?

«Nulla.... è bizzarra. E da parte di chi ne siete in traccia?

«Non ve lo figurate?

«Oh sì!

«Disgraziatamente non so dove siano.

«E non avete alcun mezzo di averne contezza? aspettate otto giorni e ve ne darò io.

«Otto son troppi; bisogna che prima di tre giorni io li abbia trovati.

«Tre son pochi, e la Francia è grande.

«Non serve; voi conoscete il vocabolo bisogna: con questo si fanno molte cose.

«E quando vi ponete in traccia di loro?

«Ci sono digià.

«Buona fortuna!

«E a voi buon viaggio!

«Forse c’incontreremo in cammino.

«Non è probabile.

«Chi sa? il caso è tanto capriccioso!

«Addio.

«Addio. Appunto, se il Mazzarino vi parla di me, ditegli che vi ho incaricato di fargli sapere che in breve vedrebbe se io sono, conforme ei dice, troppo vecchio per agire».

E Rochefort si allontanò, con uno dei sorrisi diabolici che in addietro avevano fatto tanto imbrividire d’Artagnan; ma questa volta d’Artagnan lo guardò senza angustiarsene e sogghignando anch’esso con un’espressione di malinconia, che forse codesta ricordanza soltanto poteva dare al suo sembiante.

«Va, demone! egli disse, e fa quel che tu vuoi, poco m’importa: non v’è al mondo una seconda Costanza!»

Nel voltarsi vide Bazin, che, deposti gli abiti da ecclesiastico, discorreva col sagrestano a cui d’Artagnan aveva già parlato al suo ingresso là in chiesa. Bazin pareva animatissimo, e con le braccia corte e grosse gestiva fuor di modo. D’Artagnan comprese che, secondo ogni probabilità gli raccomandasse la maggior segretezza relativamente a lui.

Il nostro tenente profittò dell’occupazione in cui erano i due ecclesiastici per uscire dalla cattedrale ed impostarsi sul canto della strada delle Canettez. Bazin non potrebbe più andarsene senza essere da lui veduto dal posto ove si appiattava.

Dopo cinque minuti, e mentre d’Artagnan se ne stava al suo posto, il bidello comparve sul loggiato; guardò per ogni lato onde accertarsi di non essere osservato, ma non distingueva l’ufficiale di cui la testa sola passava l’angolo di un casamento distante cinquanta passi. Così acquietato, si avventurò in via di Nostra Signora. D’Artagnan scappò dal suo nascondiglio, ed arrivò a tempo per vederlo girare dalla via della Juiverie ed entrare in quella della Calandre in una casa di decente apparenza: talchè il nostro tenente non ebbe alcun dubbio che ivi dimorasse il degno bidello.

Ma egli non voleva già andare a prendere informazioni in quello stabile: se v’era guardaportone, doveva questo essere bell’e prevenuto; se non v’era, a chi rivolgersi?

Si recò in una piccola osteria sul canto delle due strade di Sant’Eligio e della Calandre, e chiese una tazza d’hypocras. A preparare tal bibita occorreva una mezz’ora; egli aveva tempo di far la posta a Bazin senza eccitare sospetti.

Adocchiò colà un ragazzo di dodici a quindici anni, vispo alla cera, che gli sembrò di riconoscere per averlo veduto venti minuti prima vestito da cantore di chiesa. Lo interrogò, e siccome quegli non aveva verun interesse a dissimulare, egli intese da esso qualmente la mattina dalle sei alle nove faceva da cantore, e dalle nove sino a mezzanotte da cameriere di osteria.

Frattanto che d’Artagnan discorreva seco, fu condotto al portone di casa di Bazin un cavallo sellato e con la briglia. Dopo un momento scese Bazin.

«Veh! disse il giovanetto, ecco il nostro bidello che si mette in viaggio.

«E dove va? domandò d’Artagnan.

«Uh! non lo so.

«Mezza doppia, se ti riesce di saperlo.

«Per me? se posso sapere dove va il signor Bazin? non è difficile.... ma non mi burlate?

«No, da uffiziale che sono; tieni, eccoti la mezza doppia».

Ed il tenente mostrava, ma senza darla, la moneta corruttrice.

«Glielo vo a domandar subito.

«In questo modo non sapresti nulla; attendi che sia partito, e poi, cospetto! ricerca, interroga, informati.... ci hai da pensar tu, la moneta è qua».

E d’Artagnan se la ripose in saccoccia.

«Capisco, disse il ragazzo con quel sorrisetto di motteggio ch’è proprio dei biricchini di Parigi; ebbene, aspetterò».

L’aspettativa non fu lunga. A capo a cinque minuti Bazin se ne andò con un trottarello rinforzato a suon di ombrellate addosso al cavallo.

Egli aveva per uso di portare un ombrello a guisa di frustino.

Appena ebbe girato dall’angolo di via della Juiverie, il giovanetto si slanciò fuori come un can da caccia.

D’Artagnan si rimise a tavola, dov’erasi seduto avanti, sicurissimo di conoscere fra dieci minuti quanto bramava.

Infatti, innanzi che questi fossero passati tornava il fanciullo.

«Ebbene?

«Ebbene, si sa tutto.

«Dov’è andato?

«È sempre mia la mezza doppia?

«Senza dubbio: rispondi.

«La vorrei vedere; imprestatemela, ch’io guardi se non è falsa.

«Eccola.

«Ehi padrone! disse il ragazzo, questo signore vuol barattare in tanti piccioli».

Il padrone era al banco, pigliò la moneta e diede i piccioli.

Il ragazzo si cacciò questi in tasca.

«E ora, dov’è ito? chiese d’Artagnan che lo era stato ad osservare ridendo.

«A Noisy.

«Come lo sai?

«Eh, per Diana! non c’è voluta grande astuzia. Aveva riconosciuto il cavallo ch’è del macellajo, che tratto tratto lo dà a nolo al signor Bazin; ho pensato che il macellajo non glielo dava senza domandare dove lo conducesse, quantunque non creda il signor Bazin capace di rubarglielo.

«E ti ha risposto....

«Che va a Noisy. E poi, pare che così sia solito; ci va due o tre volte la settimana.

«E tu conosci Noisy?

«Senti! ci sta la mia balia.

«V’è un convento?

«Altro! convento di minori osservanti.

«Bene! non v’è più dubbio.

«Dunque siete contento?

«Sì.... come ti chiami?

«Friquet»

D’Artagnan scrisse sul suo taccuino il nome del fanciullo e il numero della bettola.

«Ohe! signor ufficiale, ci sono da guadagnare altre mezze doppie?

«Forse sì».

E il tenente istruito ormai di quel che desiderava, pagò l’_hypocras_ che non aveva bevuto, e sollecitamente s’incamminò di nuovo in via Tiquetonne.

IX.

_Come d’Artagnan cercando ben lontano Aramis, si accorse ch’era in groppa dietro a Planchet._

D’Artagnan tornato a casa vide un uomo seduto accanto al fuoco. Era Planchet, ma Planchet tanto bene cambiato mercè i panni lasciati dal marito nel fuggire, ch’egli stesso stentava a ravvisarlo. Maddalena glielo presentò davanti a tutti i camerieri. Planchet disse all’ufficiale una bella frase in fiammingo; questi gli rispose con alcune parole che non erano di veruna lingua, e fu concluso il negozio: il fratello di Maddalena entrava al servizio di d’Artagnan.

Il tenente aveva stabilito bene il suo piano: non voleva arrivare di giorno a Noisy, per tema di essere riconosciuto. Sicchè aveva ancora tempo, essendo Noisy distante soltanto di tre o quattro leghe da Parigi sulla strada di Meaux.

Cominciò da fare una copiosa colazione, lo che sarà forse un cattivo principio quando si vuol agire con la testa, ma è un’ottima precauzione volendo agire col corpo; indi mutò vestimento per paura che quello da tenente de’ moschettieri inspirasse diffidenza; poi prese la più forte e solida delle sue tre spade, che teneva unicamente nelle grandi occasioni; poscia verso le due ore fece mettere la sella sui due cavalli, e seguìto da Planchet uscì dalla barriera di La Villette. Nella casa vicina all’albergo del Granchio si continuavano attivamente le perquisizioni per ritrovare Planchet.

Una lega e mezza lontano dalla capitale, d’Artagnan accorgendosi che per causa della sua impazienza era partito troppo presto, si fermò a far respirare i cavalli. La locanda era piena di genti che parevano sul punto di tentare qualche intrapresa notturna. Comparve sulla porta un uomo inferrajuolato, ma nel mirare un forestiero fece un cenno colla mano, e due che bevevano vennero fuori a discorrere con lui.

D’Artagnan si avvicinò con indifferenza alla padrona di bottega, lodò il suo vino, ch’era però un pessimo Montreuil, le fece qualche interrogazione relativamente a Noisy, ed intese come nel villaggio non v’erano che due case di grande apparenza, una appartenente a Monsignore Arcivescovo di Parigi ed in cui si trovava in quel momento la sua nepote la duchessa di Longueville, l’altra un convento dei Gesuiti e proprietà dei medesimi.

Alle quattro ore d’Artagnan si rimise in viaggio, andando di passo, mentre non voleva giungere se non a bujo. E quando si va di passo, a cavallo, in una giornata d’inverno, all’aria fosca, in mezzo ad una campagna non variata, non v’è da far di meglio che ciò che fa (come dice la Fontaine) una lepre nella sua buca: pensare. Dunque d’Artagnan pensava, e così anche Planchet; se non che conforme ora vedremo, le loro riflessioni erano diverse.

Una parola della locandiera aveva data una direzione particolare alle idee di d’Artagnan: il nome, cioè, di madama di Longueville.

Infatti, la signora di Longueville aveva quanto abbisognava per far pensare: era una delle più grandi dame del reame, una delle più belle donne della corte. Maritata al vecchio duca di Longueville, per cui non sentiva amore, era stata riguardata prima come amante di Coligny, il quale per lei si era fatto ammazzare dal duca di Guise in un duello sulla Piazza Reale; poi si era chiaccherato di un affetto troppo tenero da essa avuto per il principe di Condé che scandalizzava le anime timorose della corte; finalmente si diceva fosse subentrato a codesto affetto un odio vero e profondo, e si seguitava a dire che la duchessa di Longueville avesse delle relazioni politiche col principe di Marsillac, figlio maggiore del vecchio duca di La Rochefoucauld, cui cercava di render nemico al principe di Condé.

D’Artagnan pensava a tutto questo; pensava che quando era al Louvre si era veduto spesso a passare d’innanzi allegra e brillante la bella Longueville; e pensava ad Aramis, che senza essere da più di lui, era stato un tempo amante di madama Chevreuse, la quale stava nell’altra corte come madama di Longueville in questa. E domandava fra sè perchè nel mondo vi sono persone che giungono a tutto quello che bramano, chi in ambizione, chi in amore, mentre vi si hanno delle altre che, o sia caso, o contrarietà di sorte, o impedimento posto in loro dalla natura, rimangono a mezza via in tutte le proprie speranze.

Ed era costretto a confessare che ad onta del suo spirito e della sua accortezza, egli era e resterebbe probabilmente nel novero di questi ultimi.... quando Planchet gli si accostò dicendo:

«Scommetto, signore, che voi ed io pensiamo alla medesima cosa.

«Ne dubito, fece sorridendo d’Artagnan, ma tu, a che pensi? sentiamo.

«Io? a quegli uomini di trista cera che bevevano nell’albergo ove ci siamo fermati.

«Sempre prudente, Planchet!

«Gli è istinto, signor mio.

«Orsù, che ti dice il tuo istinto in questa circostanza?

«E’ mi diceva che coloro erano riuniti nell’albergo per un cattivo progetto, e mentre in un cantone bujo della stalla io rifletteva a questo suggerimento del mio istinto, entrò nella stessa stalla un uomo inferrajuolato, cui seguitarono altri due.

«Ah! Ah! fece d’Artagnan, imperocchè il racconto di Planchet corrispondeva con le sue precedenti osservazioni, ebbene?

«Un di quei due diceva:

«Dev’essere di certo a Noisy o venirci stasera, poichè ho riconosciuto il suo servitore.

«Ne sei sicuro? domandò l’uomo col pastrano.

«Sì, mio principe....

«Mio principe? interruppe d’Artagnan.

«Ma ascoltate!

«E se v’è, vediamo assolutamente che s’ha da fare, continuò l’altro bevitore.

«Quel che si ha da fare? ripetè il principe.

«Sì, non è uomo da lasciarsi prendere bonariamente, adoprerà la spada.

«Or bene, bisognerà fare altrettanto, e non ostante procurare di averlo in mano vivo. Avete delle corde per legarlo e una sbarra da mettergli in bocca?

«Abbiamo ogni cosa.

«Badate che secondo ogni probabilità sarà travestito da cavalcante.

«Oh! sì, monsignore, non dubitate.

«E poi, ci sarò io e vi guiderò.

«E garantite che la giustizia?....

«Garantisco tutto.

«Va bene, faremo il meglio che si potrà».

E uscirono dalla stalla.

«E che ci riguarda codesto? disse d’Artagnan, questa è qualcuna di quelle intraprese che si fanno giornalmente.

«E siete certo che non sia diretta contro a noi?

«Contro a noi! e perchè?

«Eh! riepilogate le loro parole: ho riconosciuto il suo servitore, ha detto uno, il che potrebbe riferirsi a me.

«E poi?

«Dev’essere a Noisy o venirci stasera, ha aggiunto l’altro, il che potrebbe riferirsi a voi.

«E dopo?

«Dopo? il principe ha avvertito: sarà travestito da cavalcante; lo che mi sembra non lasci più dubbio, giacchè voi siete in questo arnese e non in quello da tenente dei moschettieri. Ehi! che ne dite?

«Ohimè! caro Planchet, rispose d’Artagnan con un sospiro, io pur troppo non sono più nei tempi che i principi volevano farmi assassinare. Quelli erano bei tempi!.... Sicchè sta quieto, coloro non l’hanno con noi.

«Ne siete sicuro?

«Lo garantisco.

«Allora sta bene, non se ne parli più».

E Planchet riprese il suo posto dietro a d’Artagnan, con la sublime confidenza che avea sempre avuta nel suo padrone e non alterata da una separazione di quindici anni.

Così fecero appresso a poco una lega.

Dopo di che Planchet tornò ad avvicinarsi a d’Artagnan.

«Signore!

«Ebbene?

«A voi, guardate da quella parte; non vi pare fra ’l bujo di veder passare come delle ombre? sentite, mi sembra udire passi di cavalli.

«È impossibile, la terra è molle di pioggia.... però, come tu dici, mi pare di veder qualche cosa».

E il tenente si soffermò a guardare e ascoltare.

«Se non si sentono i passi dei cavalli, si ode almeno il loro nitrito».

In fatti, traversando lo spazio e l’oscurità, venne il nitrito di uno di quegli animali sino alle orecchie di d’Artagnan.