Venti anni dopo

Part 5

Chapter 53,816 wordsPublic domain

Non è che per questo egli avesse perduta la sua primitiva scaltrezza. Oh no! anzi codesta scaltrezza erasi pure accresciuta, o pareva almeno doppiamente rimarchevole sotto una più rozza apparenza, ma egli l’aveva applicata alle piccole e non alle grandi cose della vita, al ben essere materiale, al ben essere quale lo intendono i soldati, cioè ad aver buona tavola, buon alloggio, buona locandiera.

E tutto questo, ei lo aveva trovato da sei anni in via Tiquetonne, all’insegna della _Chevrette_, o sia del Granchio.

Nei primi tempi di sua permanenza in quell’albergo, la padrona di casa, bella e fresca Fiamminga di venticinque a ventisei anni, erasi invaghita di lui fuor di modo; dopo certi amoretti, inceppati da un importuno marito, al quale dieci volte d’Artagnan fece finta di passare la spada a traverso al corpo, il detto marito una mattina sparì, disertando per sempre, dopo aver venduto di soppiatto alcuni barili di vino e portatosi via le gioje e i denari. Fu creduto morto. La moglie specialmente lusingandosi nella dolce idea di esser vedova, sosteneva arditamente ch’era estinto. Alla perfine, a capo a tre anni di una relazione che d’Artagnan non aveva per certo cercato di troncare, trovando ogni anno più di suo genio l’alloggio e la padrona, conciossiachè questa dava quello a credenza, la donna ebbe la stravagante pretensione di diventar moglie, e gli propose di sposarlo.

«Oibò! disse d’Artagnan, bigamia! ma vi pare, mia cara?

«È morto, ne sono sicurissima.

«Era tanto dispettoso che tornerà per farci impiccare.

«Veh! se torna lo ammazzerete; siete sì abile e coraggioso!

«Gnaffe! un altro mezzo per andare sulla forca!

«Dunque rigettate la mia domanda?

«E come! e con tutta fermezza!»

La bella albergatrice si disperò: avrebbe fatto di d’Artagnan non solo il suo consorte, ma anche il suo nume! era un uomo tanto bello! aveva baffi superbi!...

Verso il quarto anno di quella relazione venne la spedizione di Franche-Comté. D’Artagnan fu destinato a farne parte, e si accinse alla partenza. Furono grandi dolori, lagrime interminabili, promesse di restar fedele, tutto, già s’intende, dal lato della locandiera: d’Artagnan era troppo signorone per prometter nulla, e perciò promise soltanto di far ciò che potrebbe onde accrescere vieppiù la gloria del suo nome.

Su questo particolare, noi conosciamo il suo coraggio; si dedicò egregiamente e con la propria persona, e caricando alla testa della sua compagnia ricevè a traverso al petto una palla che lo distese per il lungo sul campo di battaglia. Fu visto cadere da cavallo, nessuno lo vide rialzarsi; lo crederono morto, e tutti coloro che speravano di succedergli nel suo grado dissero ad ogni evento che lo era. Di leggieri si crede ciò che si brama; e all’armata, dai generali di divisione che bramano la morte del generale in capo, sino ai soldati che bramano quella dei caporali, tutti desiderano di qualcuno la morte.

D’Artagnan però non era uomo da lasciarsi ammazzare così.

Rimasto, durante i calori della giornata svenuto sul campo, lo fe’ tornare in sè il fresco della notte; corse ad un villaggio; andò a bussare alla più bella casa, fu ricevuto come lo sono dappertutto e sempre i Francesi ancorchè feriti, fu accarezzato, curato, guarito, e più sano che mai, una mattina s’avviò di nuovo inverso Francia; una volta in Francia si diresse a Parigi, ed a Parigi s’incamminò in via Tiquetonne.

Ma trovò la sua camera occupata da un cappellinajo pieno d’arredi da uomo, meno la spada, appoggiata al muro.

«Sarà tornato; disse fra sè, peggio così; e meglio così!»

Già si capisce che d’Artagnan pensava al marito.

Egli s’informò. Garzoni nuovi, nuova serva; la padrona era ita a spasso.

«Sola? fece d’Artagnan.

«Col padrone.

«Sicchè il padrone è tornato?

«Di certo, rispose semplicemente la fantesca.

«Se avessi soldi, egli disse fra sè, me ne andrei, ma non ne ho: bisogna restar qui, e appigliarsi al consiglio della mia locandiera coll’impedire i conjugali progetti di quello spettro importuno».

Terminava questo monologo (lo che prova che nelle circostanze gravi il monologo è naturalissimo) quando la serva, che faceva la posta sull’uscio, esclamò ad un tratto:

«Oh! ecco appunto la padrona che viene col padrone».

D’Artagnan, lanciato uno sguardo sul canto della strada Montmartre, vide la locandiera che se ne veniva sospesa al braccio di un enorme Svizzero, il quale si tentennava camminando con tali maniere che a lui rammentarono gradevolmente l’antico amico Porthos.

«È quello il padrone? disse fra sè d’Artagnan, oh! mi pare cresciuto di molto».

E sedè in sala in un luogo bene in vista.

La donna, nell’entrare, lo adocchiò subito, e diede un piccol grido.

Dietro al quale, il tenente, supponendosi riconosciuto, si alzò, le corse incontro, e l’abbracciò teneramente.

Lo Svizzero guardava stupefatto l’albergatrice, che impallidiva.

«Ah! siete voi?... che volete? essa chiese nella massima agitazione.

«Il signore è vostro cugino? il signore è vostro fratello? disse d’Artagnan».

E senza sconcertarsi nella parte che rappresentava, nè attendere ch’ella rispondesse, si gettò al collo all’Elvetico.

Questi si lasciò fare con tutta freddezza.

«Chi è costui? domandò poi».

La donna soffocava, non aveva più fiato.

«Chi è questo Svizzero? la interrogò il tenente.

«Deve sposarmi,.... fece l’ostessa fra due spasimi.

«Dunque vostro marito finalmente è morto?

«Che _inderesse_ voi? disse lo Svizzero.

«_Inderesse_ molto, ribattè d’Artagnan, sendochè non potete sposarla senza mio consenso, e che io....

«E _ghe_?... cominciò l’altro.

«E _ghe_, io non lo do, terminò il moschettiere».

L’Elvetico diventò rosso come un fringuello; aveva la bella uniforme indorata. D’Artagnan indossava una specie di pastrano bigio; l’Elvetico era alto sei piedi, d’Artagnan appena cinque: l’Elvetico si reputava in casa sua, d’Artagnan gli pareva un intruso.

«_Folete_ uscire di qua? urlò il forestiere, picchiando forte col piede come uno che principii a andare davvero per le furie.

«Io? niente affatto!

«Eh! basta andare a cercare man-forte, suggerì un cameriere, il quale non si poteva capacitare che quell’uomiciattolo contrastasse il posto a quell’omone.

«Tu, urlò d’Artagnan oramai più incollerito, afferrando per le orecchie il garzone, tu comincerai da star qui; e non ti muovere, o che ti strappo quel che ti ho già preso. Voi, illustre discendente di Guglielmo Tell, farete un fagotto dei vostri abiti, che sono nella mia stanza e mi danno impaccio, e partirete subito a procurarvi un altro albergo».

Lo Svizzero si mise a ridere fortemente.

«Io _pardire! e perghè?_

«Ah! va bene, disse d’Artagnan; allora, venite meco a fare un giro, e vi spiegherò il resto».

La locandiera, che conosceva d’Artagnan per lama fina, si diede a piangere, e a svellersi i capelli.

Questi si volse dalla parte della bella piangente.

«Dunque, mandatelo via, signora!

«_Oipò!_ replicò lo Svizzero, a cui era bisognato un dato tempo per comprendere la proposizione fattagli dal moschettiere, oipò! prime, chi siete per proborre un gire con voi?

«Sono tenente dei moschettieri di Sua Maestà, e in conseguenza vostro superiore in tutto; solamente, siccome qua non si tratta di grado, ma di biglietto di alloggio, voi conoscete l’usanza: venite a procacciarvi il vostro; il primo che qui torni riprenderà la sua camera».

D’Artagnan condusse fuori lo Svizzero, ad onta delle lamentazioni della locandiere, la quale in fondo si sentiva propendere il cuore all’antico amore, ma non avrebbe sgradito di dare una lezione all’orgoglioso moschettiere che le avea fatto l’affronto di ricusare la sua mano.

I due avversari se ne andarono direttamente ai fossi Montmartre. Annottava quando vi giunsero. D’Artagnan pregò civilmente l’Elvetico di cedergli la stanza e non farsi più vedere: questi rifiutò con un moto della testa, e sguainò la spada.

«Allora dormirete qui; disse d’Artagnan, è un brutto alloggio, ma io non ci ho colpa, voi lo avete voluto».

E levò il ferro esso pure, e lo incrociò con quello del nemico.

Avea che fare con un pugno duro, ma la sua agilità superava qualunque forza.

La draghinassa del Tedesco non incontrava mai quella di d’Artagnan. Lo Svizzero ricevè due stoccate innanzi di accorgersene a motivo del freddo. Però ad un tratto la perdita del sangue e la debolezza da questa prodottagli lo obbligarono a sedersi.

«Là! gridò d’Artagnan, ve lo avevo detto? ci avete guadagnato di molto! ostinataccio!... Fortunatamente per voi, sarà il male tutto al più di una quindicina di giorni. State costì, e vi manderò subito i vostri panni per mezzo del cameriere.... A rivederci.... Oh! appunto, pigliate alloggio in via di Montorgueil al _Gatto che passeggia_; ci si ha buona tavola, se è sempre la medesima ostessa. Addio».

E se la ribattè allegro e svelto a casa; inviò le sue robe allo Svizzero, che il garzone trovò nello stesso posto ov’ei lo aveva lasciato, tuttavia dolente della fermezza riscontrata nel suo avversario.

Il cameriere, la locandiera, tutti in somma, ebbero per d’Artagnan i riguardi che si avrebbero per Ercole s’egli ricomparisse sulla terra a ricominciare le sue dodici fatiche.

Ma egli, quando fu solo con l’albergatrice, le disse:

«Ormai, bella Maddalena, sapete che distanza corre da uno Svizzero a un gentiluomo. Voi vi siete contenuta da vera locandiera. Peggio per voi, giacchè mediante questa condotta perdete la mia stima e la mia ricorrenza. Ho scacciato quel Tedesco per umiliarvi, ma non istarò più qui: non tengo dimora là dove ho disprezzo.... Ohi, giovanotto, portate la mia valigia al _Moggio di Amore_ in via dei Bordonesi. Signora, addio».

E bisogna credere che pronunciando tali parole D’Artagnan fosse ad un tempo e maestoso e commovente. La donna gli si buttò ai piedi, gli chiese scusa, e lo trattenne, ahimè! con dolcissima violenza. Che diremo di più? scorreva il girarrosto, friggeva la padella, Maddalena lacrimava; d’Artagnan sentì la fame, il freddo e l’amore tornargli tutti insieme; perdonò, e perdonando rimase là.

Ed ecco il come egli dimorasse nella strada Tiquetonne all’albergo del Granchio, o _de la Chevrette_.

VII.

_D’Artagnan è nell’imbarazzo, e lo viene a soccorrere un antico conoscente._

Or dunque, d’Artagnan se ne veniva indietro, pensoso, contento di portar seco il sacco di Mazzarino, e riflettendo al bel brillante stato già suo, e che per un momento avea veduto luccicare in dito al primo ministro. E diceva:

«Se mai quel diamante mi cadesse di nuovo fra le mani, ne farei subito danari, comprerei qualche effetto attorno alla villa di mio padre, ch’è una bella abitazione, ma non ha altre dependenze se non se un giardino grande a mala pena quanto il cimitero degli Innocenti; e là, nella mia maestosità attenderei che qualche erede incantata dalla mia buona cera mi venisse a sposare; poi avrei tre figli maschi; farei il primo un signorone come Athos, il secondo un bel soldato come Porthos ed il terzo un grazioso abate come Aramis. Per Diana! sarebbe meglio mille volte che la vita ch’i’ vo facendo.... Ma pur troppo messer Mazzarino è un certo tomo che non si spossederà del diamante a favor mio».

Che avrebbe detto d’Artagnan, ove avesse saputo esser quella pietra affidata dalla regina a Mazzarino per renderla a lui?

Entrato nella via Tiquetonne, vide che v’era gran susurro; attorno alla sua dimora stava un attruppamento non piccolo.

«Oh oh! fece allora, avesse preso fuoco l’albergo del Granchio, o fosse tornato sul serio il consorte di Maddalena?»

Nè uno nè l’altro: avvicinandosi si accorse qualmente la riunione avea luogo non davanti alla sua locanda, ma al casamento contiguo. Si udivano grida, correva gente con delle fiaccole, ed al lume di queste ei distinse delle uniformi.

Domandò che fosse stato.

Gli fu risposto, come un borghese con circa venti suoi amici aveva assalita una carrozza scortata dalle guardie del ministro, ma sopraggiunto un rinforzo erano essi fuggiti, il capo della riunione erasi ricovrato nella casa vicina all’albergo, e là si facevano ricerche.

D’Artagnan in gioventù si sarebbe slanciato là dove vedeva uniformi e avrebbe dato manforte a’ soldati contro i borghesi; però quei bollori di testa gli erano passati, e inoltre aveva nelle saccocce le cento doppie di Mazzarino, nè voleva arrischiarsi in una sommossa.

Entrò in locanda senza far altre richieste.

Prima voleva sempre sapere, allora sapeva sempre abbastanza.

Trovò Maddalena, che non lo attendeva, supponendo, secondo le aveva detto, che pernottasse al Louvre; essa gli fece molte feste per l’imprevisto ritorno, il quale le facea comodo tanto più ch’ella aveva paura di ciò che accadeva sulle strade e non aveva alcuno Svizzero a farle guardia.

Essa dunque voleva intavolar seco conversazione e raccontargli quanto era successo; ma d’Artagnan rifletteva, e in conseguenza non era in vena da chiacchierare; essa gli mostrò la cena che fumava, ed egli le ordinò la mandasse nella sua camera e vi aggiungesse una bottiglia di Borgogna del vecchio.

La bella Maddalena era avvezzata a obbedire militarmente, cioè ad un cenno; questa volta d’Artagnan si era degnato di parlare, e quindi fu obbedito con doppia lestezza.

Egli prese la chiave e la candela, e salì in camera. Per non recar pregiudizio all’appigionamento, si era contentato di una stanza al quarto piano. Il nostro rispetto per la verità ci obbliga a dire inoltre che la stanza si trovava per l’appunto sotto la grondaja e sopra al tetto.

Era quella la sua tenda di Achille. Ei vi si rinchiudeva quando intendeva colla sua assenza castigare Maddalena.

Prima sua cura fu di andare a riporre in un vecchio scrigno, che aveva la serratura nuova, il sacchetto cui non ebbe tampoco necessità di riscontrare per sapere qual somma contenesse; indi, essendogli dopo un momento apparecchiato, licenziò il garzone, chiuse l’uscio e si mise a tavola.

Non era già per riflettere, conforme taluno potrebbe credere: ma d’Artagnan pensava che le cose non si fanno bene se non una dopo l’altra; aveva fame, cenò; e dopo andò a letto.

D’Artagnan non era nemmeno di coloro che opinano che la notte dia consiglio: la notte dormiva. La mattina, all’incontro, fresco, lucido, trovava le migliori inspirazioni. Da gran tempo non aveva avuto occasione di pensare la mattina, ma aveva dormito sempre nella nottata.

Si destò all’alba, balzò dal letto con risolutezza veramente militare, e passeggiò per la camera ruminando fra sè:

«Nel 43 (diceva), circa sei mesi dopo la morte del defunto ministro, ricevei una lettera di Athos.... dove? dove?.... ah! me ne ricordo, all’assedio di Besanzone: ero nella trincea.... Che mi diceva egli?.... Che abitava una piccola tenuta.... sì, piccola tenuta.... ma dove? arrivato a quel punto della lettera, il vento me la portò via.... altra volta sarei ito a cercarla, benchè il vento l’avesse condotta in un luogo molto scoperto.... Ma la gioventù è un gran difetto.... quando, non si è più giovani.... Lasciai andare il foglio a portar l’indirizzo di Athos agli Spagnuoli, i quali non sanno che farsene e che dovrebbero rimandarmelo.... Dunque ad Athos non va pensato. Animo.... Porthos.... Ebbi una lettera sua; m’invitava a una gran caccia nelle sue terre per il settembre 1646. Disgraziatamente, essendo io in quell’epoca nel Bearn a motivo della morte di mio padre, la missiva venne colà dietro di me; ed io era partito quando essa vi giunse.... mi seguitò, e toccò Montmedy pochi giorni dopo ch’io aveva abbandonata anco questa città.... Mi capitò in aprile finalmente, ma nell’aprile 47, e poichè l’invito era per settembre del 46 non ne potei profittare.... Su, si cerchi la missiva; dev’essere con i miei documenti di proprietà....»

D’Artagnan aprì una cassetta che giaceva in un canto, piena di pergamene relative alla tenuta di d’Artagnan, la quale da due cento anni era uscita affatto dalla sua famiglia, e diede un grido dall’allegrezza: aveva riconosciuto il grosso carattere di Porthos, e sotto, alcuni versi di scritte piccole piccole fatti dalla mano secchissima della degna di lui sposa.

Non si lambiccò il cervello a rileggere la lettera: ne sapeva digià il contenuto; andò all’indirizzo.

Questo era al castello du Vallon.

Porthos aveva dimenticato qualunque altro schiarimento. Nel suo orgoglio ei si credeva che tutti dovessero conoscere il castello a cui egli avea dato il proprio nome.

«Maledetto superbo! fece d’Artagnan, sempre lo stesso!.... Eppure mi tornava conto di cominciare da lui, attesochè non deve aver bisogno di danari, avendo ereditate le otto cento mila lire di M. Coquenard.... Eh! ora mi manca il migliore; Athos era diventato melenso a forza di bere; Aramis sarà immerso ne’ suoi esercizi di divozione».

D’Artagnan diede un’altra occhiata al foglio di Porthos. V’era un _poscritto_, e conteneva questa frase:

— Scrivo con questo stesso corriere al nostro degno Aramis al suo convento. —

«Al suo convento, sì, ma a che convento? ve ne sono due cento in Parigi, e tremila in Francia. E poi, forse nel mettercisi avrà mutato nome per la terza volta.... Ah! se fossi dotto in teologia, e mi ricordassi almeno il soggetto delle sue tesi, ch’ei discuteva tanto bene a Crevecoeur col curato di Montdidier, vedrei a qual dottrina è più propenso e ne dedurrei di qual Santo possa esser divoto a preferenza.... Eh! se me ne andassi dal ministro, e gli chiedessi un salvocondotto per entrare in tutti i chiostri possibili, sarebbe una buona idea, e probabilmente lo rinverrei colà come Achille.... Sì, ma questo è un confessare da bel principio la mia impotenza e perdermi di botto nel concetto del ministro. I grandi non ci hanno gratitudine se non quando si fa per loro l’impossibile. — Se fosse stato possibile (ci dicono) lo avrei fatto da me.... — E hanno ragione.... Ma aspettiamo un poco.... Ebbi una lettera anche da lui, dal caro amico, e per segno mi chiedeva un piccolo favore e glielo feci.... Ah! sì, ma adesso, dove diavolo l’ho messa?»

D’Artagnan riflettè un momento, e si avanzò verso il cappellinajo dov’erano appesi i suoi abiti vecchi; vi cercò il suo giubbetto del 1648; e siccome egli era un giovane che teneva le cose a sesto, lo ritrovò attaccato a un chiodo. Frugò nella saccoccia e ne levò un foglio: era precisamente il dispaccio di Aramis.

«Signor d’Artagnan (ei gli diceva), sapete che ho avuto una contesa con un certo gentiluomo che mi ha fissato convegno per questa sera in Piazza Reale; siccome sono ecclesiastico e la faccenda mi potrebbe nuocere se ne dessi parte ad altri che a voi, vi scrivo perchè mi serviate da secondo. Entrerete dalla via S. Caterina; sotto il secondo lampione a man diritta sarà il vostro avversario. Io sarò col mio sotto il terzo.

Vostro aff.mo

Aramis».

Questa volta non v’erano neppure addio e saluti. D’Artagnan procurò di raccogliere le sue rimembranze. Egli era andato all’appuntamento, ivi incontrato l’avversario indicato, di cui non avea mai saputo il nome, gli aveva favorita una bella stoccata nel braccio, e poi si era avvicinato ad Aramis, che dal canto suo gli veniva incontro, avendo anch’esso terminata la sua bisogna.

«È finita, gli avea detto Aramis, credo di aver ucciso quell’insolente. Ma, amico caro, se avete bisogno di me, sapete che son tutto vostro».

Ed Aramis, datagli una stretta di mano, era sparito sotto gli archi.

D’Artagnan non sapeva dove fosse Aramis niente più che Athos e Porthos, e cresceva il suo imbarazzo. Però gli parve udir romore di un vetro che si rompesse nella stanza. Pensò subito al sacco ch’era nello scrigno, e corse fuori. Non si era ingannato: mentre egli entrava dall’uscio entrava un uomo dalla finestra.

«Ah, birbante! urlò d’Artagnan prendendo colui per un ladro e ponendo mano alla spada.

«Signore! esclamò l’altro, non sono un ladro, oh no! sono un onesto borghese in buono stato, che ho delle case al sole, e mi chiamo.... Ah! non fo sbaglio, siete il signor d’Artagnan!

«E tu, Planchet! gridò il tenente.

«Ai vostri comandi, fece Planchet, se potessi ancora esservi utile.

«Forse sì: ma che diamine fai a correr su per i tetti la mattina alle sette nel mese di gennajo?

«Signore, avete a sapere.... ma no.... anzi, forse non dovete saperlo....

«Che mai? che mai?.... Prima di tutto, metti un tovagliuolo davanti al vetro e chiudi la portiera».

Planchet obbedì.

«Ebbene? domandò il tenente.

«Innanzi a tutto, chiese il prudente Planchet, come state col signor de Rochefort?

«Ottimamente! Rochefort! ma sai che adesso è uno dei miei più grandi amici?

«Ah! meglio così.

«E che ha che vedere Rochefort con la tua maniera d’entrare in camera mia?

«Eccoci; v’ho da dire in primo luogo che il signor Rochefort è....»

Planchet titubava alquanto.

«Cappio! fece d’Artagnan, lo so, è alla Bastiglia.

«Cioè, vi era, ribattè Planchet.

«Come, vi era? esclamò d’Artagnan, ha avuto la fortuna di scappare?

«Ah! signore, se la chiamate fortuna, andrà tutto bene.... vi ho da dire, dunque, che jeri era stato mandato a prendere il signor di Rochefort dalla Bastiglia.

«Eh, cospetto! lo so, poichè andai io a pigliarlo.

«Ma non foste voi che lo riconduceste, per sua buona sorte, giacchè se vi avessi riconosciuto fra la scorta, credete pure che ho sempre per voi troppo rispetto....

«Finisci, bestia! orsù, che è egli accadute?

«È accaduto che in mezzo alla strada della Ferronnerie, mentre la carrozza del signor di Rochefort traversava fra un mucchio di gente e quelli della scorta strapazzavano i borghesi, vi fu gran susurro. Il prigioniero stimò bellissima l’occasione, disse il suo nome e gridò: ajuto! Io ero là, ravvisai il conte, mi risovvenni ch’ei mi avea fatto sergente nel reggimento di Piemonte, e dissi forte ch’era un detenuto amico del duca di Beaufort. Si radunò il popolo, si fermarono i cavalli, si rispinse la scorta. Intanto io aprii lo sportello, ed il signor di Rochefort saltò in terra e sparì tra la folla. Per disdetta passava una pattuglia; si riunì alle guardie, e ci attaccò. Io battei la ritirata dalla parte di via Tiquetonne; ero incalzato fortemente. Mi rifugiai nella casa accanto a questa; la fu contornata, perquisita, ma inutilmente, chè al quinto piano avevo trovata una persona caritatevole che mi avea rimpiattato fra due materasse. Sono restato in quel nascondiglio, o poco meno, fino a giorno, e nell’idea che forse a sera riprincipierebbero le visite e le indagini, mi sono avventurato su per le grondaje, cercando prima un’entratura e poi un’uscita in uno stabile qualunque che non fosse guardato a vista. Eccovi la mia storia, e in parola d’onore mi dorrebbe al sommo ch’ella vi spiacesse.

«No, tutt’altro; disse d’Artagnan, e ho caro davvero che Rochefort sia in libertà. Ma sai una cosa? gli è che se caschi in mano alle genti del re, sarai appiccato senza misericordia.

«Per dinci, se lo so! e questo è che mi dà tormento, ed ecco perchè sono tanto contento di avervi ritrovato, giacchè se volete nascondermi nessuno lo può meglio di voi.

«Sì, volentierissimo, quantunque io arrischi nè più nè meno che il mio grado ove fosse noto aver io dato asilo ad un ribelle.

«Ah signore! sapete ch’io arrischierei la vita per voi.

«Potresti anche aggiungere che l’azzardasti, Planchet. Io non dimentico se non le cose che vuo’ dimenticare, e di questa voglio anzi ricordarmi. Dunque siedi qua, e mangia con tutta pace, poichè mi accorgo che guardi gli avanzi della mia cena con occhiate molto espressive.

«Signor sì, perchè la credenza della vicina era malissimo provveduta di cibi delicati; da jeri a mezzo giorno, non ho mandato giù che una fetta di pane colla conserva. Sebbene io non disprezzi le robe dolci quando vengono a tempo e luogo opportuno, la cena mi è sembrata leggerina.

«Poveraccio! or via, riaccomodati lo stomaco.

«Ah! mi salvate due volte la vita!»