Part 4
«Chi fece arrestare il signor di Beaufort?
«Un imbroglione, che parlava niente meno che di assassinarmi!
«Vedete dunque che i vostri nemici sono anche i miei.
«Non basta: bisognerebbe che inoltre gli amici vostri fossero miei puranco.
«Amici! (e la regina tentennava il capo) ahimè! non ne ho più.
«Come! non ne avete più nella prosperità, quando nell’avversità ne avevate?
«Perchè nella prosperità ho dimenticato quegli amici; perchè ho fatto quanto la regina Maria de’ Medici, che al ritorno dal suo primo esiglio sprezzò tutti coloro che avevano sofferto per lei, e proscritta per la seconda volta morì a Colonia abbandonata dal mondo intero, e persino da suo figlio, dacchè tutti oramai la disprezzavano.
«Or bene, vediamo un poco, disse Mazzarino, non sarebbe tempo di riparare il male? cercate fra i vostri amici più antichi.
«Che vorreste dire?
«Niente altro che quel che dico: cercate.
«Ah! invano mi guardo intorno, non ho influenza su veruno: _Monsieur_ al suo solito si lascia guidare dal suo favorito: jeri era Choisy, oggi è la Rivière, domani sarà un altro. Il signor Principe è diretto da madama di Longueville, la quale poi si fa dirigere dal principe di Marsillac suo amante; il signor di Conti è condotto dal coadjutore, che si lascia condurre da madama di Guemenée.
«E perciò, io non vi esorto a guardare fra i vostri amici della giornata, ma fra quelli del passato.
«Del passato?
«Sì, del passato; fra coloro che vi ajutarono a lottare col duca di Richelieu, ed anche a vincerlo.
«A che punto vorrà egli portarmi? fece Anna, considerando inquieta il Mazzarino.
«Sì, questi continuò, in certe circostanze, con la mente potentissima e accorta ch’è caratteristica della Maestà Vostra, sapeste, mercè il concorso dei vostri amici, respingere gli attacchi di quell’avversario.
«Io? fece la regina, io soffersi, e non altro.
«Sì, ripicchiò Mazzarino, come soffrono le donne, vendicandosi.... or via, andiamo alla sostanza: conoscete il signor di Rochefort?
«Rochefort non era mio amico, ma ben anzi uno de’ nemici miei più accaniti, uno dei più fidi al ministro. Mi figuravo che lo sapeste.
«Lo so talmente, che lo facemmo porre nella Bastiglia.
«N’è uscito? chiese la sovrana.
«No; state quieta, v’è sempre: non vi discorro di lui se non per arrivare ad un altro: conoscete il signor d’Artagnan?»
E Mazzarino fissava attentamente in volto la regina.
Anna ricevè la botta nel cuore.
«Che il Guascone avesse parlato?» bucinò fra sè.
Poi disse forte:
«D’Artagnan?... aspettate, veh!.... sì, gli è un nome a me familiare, un moschettiere che era invaghito di una delle mie donne, povera meschinella che morì avvelenata per cagion mia.
«Non v’è altro che questo?» domandò Mazzarino.
La regina lo guatò attonita.
«Oh! disse, mi sembra che mi sottoponiate ad un esame.
«A cui rispondete a capriccio, ribattè il ministro con il suo sogghigno sempiterno e la voce sdolcinata.
«Signore, esponete chiaro i vostri desiderj, e risponderò nello stesso modo, disse Anna come indispettita.
«Or bene, signora, seguitò Mazzarino inchinandosi alquanto, bramo mi diate parte dei vostri amici, conforme io ve l’ho data della poca industria e del talento che mi concesse il cielo. Le circostanze sono gravi, e siam vicini a dover agire con energia.
«Da capo! soggiunse la regina, mi figurava che si fosse finita col signor di Beaufort.
«Sì, voi vedeste soltanto il torrente che voleva sconvolgere ogni cosa, e non badaste all’acqua stagnante. Eppure in Francia v’è un proverbio su le acque morte.
«Concludete! fece Anna.
«Ebbene! ripigliò Mazzarino, io tutti i giorni soffro gli affronti che mi fanno i vostri principi e i vostri servitori titolati, tutti automi, i quali non veggono che io li tengo per il loro spago, e che sotto la mia paziente gravità non hanno discoperto il sorriso dell’uomo crucciato che ha giurato fra sè di esser poi una volta il più forte. Facemmo arrestare, è vero, il signor di Beaufort, ma egli era il meno pericoloso di tutti, v’è ancora il signor Principe.
«Il vincitore di Rocroi? pensereste a lui?
«Sì, sì, ci penso spesso.... ma pazienza! come diciamo noi Italiani. Poi, dopo il signor di Condé, v’è il signor duca d’Orleans....
«Che dite mai? il primo principe del sangue, lo zio del re!
«Non già il primo principe del sangue, non lo zio del re, ma il vile cospiratore, che sotto l’altro regno, spinto dal suo carattere capriccioso e fantastico, tormentato da pensieri meschini, consumato da sciocca ambizione, astioso di chiunque lo superasse per lealtà e coraggio, sdegnato di essere un nulla, mercè la sua nullità appunto si fece l’eco di tutte le voci maligne, si fece la molla di tutti i raggiri, accennò di andare innanzi a tutte le brave persone che furono assai stolide per dar fede alle parole di un uomo del sangue regio, e le rinnegò allorchè esse salirono sul patibolo! Non il primo principe del sangue, non lo zio del re, lo ripeto, ma l’assassino di Chalais, di Montmorency e di Cinq-Mars, che oggi si prova a giuocare al giuoco medesimo, e s’immagina di vincere la partita perchè ha cambiato avversario, e perchè invece di aver di fronte un che minacci ha uno che sorride. Ma s’inganna, avrà perduto un tanto nel perdere Richelieu, ed io non ho interesse a lasciare vicino alla regina quel fermento di discordie con cui il defunto ministro fece bollire per venti anni la bile del re!»
Anna arrossì e si celò fra le mani la testa.
«Io non voglio umiliare Vostra Maestà, riprese Mazzarino in tuono di più calma ma di singolare fermezza, voglio che si rispetti la regina, e si rispetti il suo ministro, poichè di faccia a tutti io non sono altro che questo. Vostra Maestà sa ch’io non sono, conforme dicono molti, un burattino venuto d’Italia, e bisogna che tutti lo sappiano al pari di voi, o regina!
«Orsù, che devo fare? domandò Anna, curvatasi sotto quella voce che la dominava.
«Dovete ricercare nella vostra memoria i nomi di quegli uomini fidi e devoti che passarono il mare ad onta di Richelieu, lasciando ovunque tracce del proprio sangue per riportare a Vostra Maestà un certo finimento di gioje ch’Ella aveva donato al signor di Buckingham».
Anna si alzò maestosamente ed irritata, quasi l’avesse fatta balzare una molla di acciajo, e guardando Mazzarino con la dignità e l’alterezza che tanto la rendevano possente in gioventù, ella gli disse:
«Signore! voi m’insultate!
«Voglio infine, egli continuò terminando il suo concetto sospeso dal movimento di lei, voglio che oggi per vostro marito facciate ciò che in addietro faceste pel vostro amante.
«Anche questa calunnia! esclamò la regina, eppure io la credeva estinta e soffocata, poichè sinora me l’avevate risparmiata. Ed ecco che me ne parlate. Ebbene, meglio così! ne sarà discorso fra noi questa volta, e tutto sarà finito: m’intendete?
«Ma signora, fece Mazzarino meravigliandosi di quel ritorno di energia, non chiedo già che mi diciate tutto.
«Ed io tutto vuo’ dirvi, rispose la regina Anna. Dunque ascoltatemi: vuo’ dirvi che di fatti in quell’epoca v’erano quattro cuori zelanti, quattro anime leali, quattro spade fedeli, che mi salvarono più che la vita, mi salvarono l’onore.
«Ah! lo confessate!
«E forse dei colpevoli soltanto è esposto l’onore? e forse non si può disonorare qualcuno, ed in ispecie una donna, con le apparenze? Sì, le apparenze mi stavano contro, ed io era in procinto di esser disonorata; eppure, lo giuro, non ero colpevole: lo giuro....»
La regina cercò una cosa sacra su cui potesse giurare, e tolto da un armadio nascosto dal parato un cassettino di legno di rosa intarsiato d’argento, e posatolo sull’altare, seguitò:
«Lo giuro su queste sacre reliquie! amavo il signor di Buckingham, ma esso non era mio amante.
«E che reliquie sono codeste sulle quali giurate? disse il ministro sorridendo; ve lo avverto, nella mia qualità di Romano io sono incredulo, e vi sono reliquie e reliquie».
La regina si levò di collo una piccola chiave e glie la porse.
«Aprite, gli disse e vedrete da per voi».
Mazzarino, stupefatto, prese la chiave ed aprì il cassetto, in cui non trovò se non un coltello guastato dalla ruggine e due lettere, una delle quali macchiata di sangue.
«Ch’è mai questo? domandò.
«Che cos’è? replicò Anna con gesto da sovrana, e stendendo sul bauletto schiuso un braccio rimasto bellissimo ad onta degli anni, ora ve lo dico: queste due lettere sono le sole ch’io abbia mai scritte; il coltello è quello con cui Felton lo trafisse.... Leggete, signore, e vedrete s’io mentisco».
Non ostante il permesso datogli, Mazzarino, per un sentimento naturale, invece di scorrere i due fogli, pigliò il coltello che Buckingham moribondo si era tolto dalla ferita ed aveva mandato alla regina per mezzo di Laporte. La lama era guastata, essendo il sangue diventato ruggine. Dopo un momento di esame, durante il quale Anna era diventata bianca in viso quanto la tela che ricuopriva l’altare su cui essa appoggiavasi, ei lo rimise nel bauletto con un fremito involontario.
«Basta, signora, ed io sto al vostro giuramento.
«No, no, leggete, ripetè Anna aggrottando le ciglia, leggete: voglio così, così v’impongo, acciò conforme ho deciso si finisca tutto in questa volta e non ritorniamo più su tale argomento. Credete voi (aggiunse con un sorriso terribile) ch’io sia disposta a riaprire questa cassetta a ciascuna delle vostre venture accuse?»
Il ministro soggiogato da tanta energia obbedì quasi macchinalmente, e lesse le due lettere. Con una, la regina richiedeva indietro gli astucci a Buckingham: quella che portata da d’Artagnan era giunta in tempo; con l’altra essa lo preveniva che sarebbe assassinato: questa consegnata al duca da Laporte era arrivata troppo tardi.
«Basta, signora disse Mazzarino, a ciò non v’è che rispondere.
«Signor sì, continuò la regina Anna richiudendo il piccolo mobile ed appoggiandovi sopra la destra, sì, v’è da rispondere qualche cosa: è che io fui sempre ingrata verso quegli uomini che mi salvarono e fecero quanto poterono per salvar lui; è che nulla io diedi al prode d’Artagnan di cui poc’anzi voi parlavate, se non la mia mano al bacio e questo diamante».
La regina, presentando la bella mano al ministro, gli mostrava una pietra superba che le scintillava in dito.
«Egli lo vendè, per quanto pare, seguitò a dire, in un momento di ristrettezza: lo vendè per salvarmi la seconda volta, giacchè fu per ispedire al duca un messaggero ad avvertirlo che doveva essere assassinato.
«Sicchè d’Artagnan lo sapeva?
«Sapeva tutto. Come faceva mai? Lo ignoro. Ma in somma lo vendè a Des Essarts, in dito al quale io lo vidi e da cui lo ricomprai. Per altro questo diamante gli appartiene, e quindi voi, signore, restituiteglielo a nome mio, e poichè avete la sorte di aver presso di voi un uomo tale, procurate di rendervelo utile.
«Grazie, disse Mazzarino, profitterò del consiglio.
«E adesso, fece la regina come abbattuta dalla soverchia emozione, avete altro da domandarmi?
«Nulla, signora, disse il ministro col tuono il più carezzevole, se non che supplicarvi di perdonarmi i miei ingiusti sospetti; ma vi amo tanto che non è meraviglia se sono geloso, anche del passato».
Passò sul labbro alla sovrana un sorriso di espressione impossibile a definirsi.
«Or bene, se non avete altro da chiedermi, lasciatemi: dovete comprendere che dopo una scena simile ho d’uopo di esser sola».
Mazzarino s’inchinò.
«Io mi ritiro, signora.... mi permettete di tornare?
«Sì, ma domani; non sarà troppo questo tempo per rimettermi in quiete».
Il ministro prese la destra della regina, la baciò con galanteria, e se ne andò.
Appena fu uscito, la regina passò nell’appartamento di suo figlio, e domandò a Laporte se il re era coricato. Laporte le additò il fanciullo, che dormiva.
Anna salì i gradini del letto, appressò le labbra alla fronte alquanto rugata del figliuolo, e vi diè sopra un bacio. Indi si ritirò in silenzio come era venuta, limitandosi a dire al cameriere:
«Procurate, caro Laporte, che il re faccia più buon viso al ministro, a cui esso ed io abbiamo sì grandi obblighi».
V.
_Guascone e Italiano._
Nel frattempo il ministro era tornato al suo gabinetto, alla porta del quale sorvegliava Bernouin, e richiese a costui se nulla fosse accaduto di nuovo, e se fosse venuta alcuna notizia di fuori. Dietro la sua risposta negativa, gli fe’ cenno di ritirarsi.
Rimasto solo, andò ad aprir l’uscio della galleria, poi quello dell’anticamera. D’Artagnan, stanco, dormiva sopra uno sgabello.
«Signor d’Artagnan!» gli disse con voce dolcissima.
Quegli non si mosse.
«Signor d’Artagnan!» ripetè più forte.
L’altro seguitò il suo sonno.
Il ministro gli si avvicinò e gli toccò la spalla con la punta del dito.
Allora d’Artagnan si scosse, si destò, e destandosi si trovò in piedi come un soldato sotto le armi.
«Eccomi, disse, chi mi chiama?
«Son’io, fece Mazzarino nel modo più gentile che potesse.
«Chiedo scusa a Vostra Eccellenza... ma ero così stanco...
«Non mi chiedete scusa, giacchè vi siete affaticato per servir me».
D’Artagnan ammirava l’aspetto graziosissimo del ministro.
«Oh! borbottò fra’ denti, è vero il proverbio francese, che dormendo vien la fortuna?
«Seguitemi, signore, soggiunse Mazzarino.
«Animo, mormorò d’Artagnan, Rochefort mi ha mantenuta la parola; ma egli, di dove diamine è passato?»
Ed esaminò fino alle ultime cantonate della stanza, ma Rochefort non v’era più.
«Signor d’Artagnan, disse il ministro adagiandosi sur una poltrona, mi siete sembrato sempre un brav’uomo.
«Sarà! pensò il tenente, ma è stato un pezzo a dirmelo».
Ciononostante riverì curvandosi sino a terra per rispondere al complimento.
«Or bene, continuò Mazzarino, è arrivato il momento di porre a profitto i vostri talenti ed il vostro valore».
All’ufficiale uscì dagli occhi un lampo di allegrezza, che però subito si estinse dacchè ei non sapeva a che punto volesse venire l’Eccellenza.
«Comandate, monsignore, sono pronto ad obbedirvi.
«Voi, riprese Mazzarino, sotto l’ultimo regno compieste certe, imprese....
«È troppa bontà dell’Eccellenza Vostra il rammentarsele; è vero, feci la guerra con molto buon successo....
«Non parlo delle vostre imprese guerresche, mentre queste, quantunque abbiano fatto chiasso, sono state superate dalle altre.»
D’Artagnan si mostrò attonito.
«Ebbene, non rispondete?
«Aspetto, monsignore, che mi diciate di quai fatti intendete di discorrere.
«Dell’avventura.... eh! sapete ottimamente di che ragiono.
«Ahimè no! rispose d’Artagnan sorpreso.
«Siete segreto, tanto meglio! dico di quell’avventura della regina, degli astucci, del vostro viaggio con tre vostri amici...
«Ehi! pensò il Guascone, fosse questo un agguato? stiamo saldi!»
Ed assunse nel volto un’aria di stupefazione che invidiata gli avrebbero Mondori e Bellerose, i due migliori comici dell’epoca.
«Benone! aggiunse Mazzarino ridendo, bravo! me lo avevano detto ch’eravate l’uomo che mi abbisogna... Orsù, che fareste per me?
«Tutto ciò che mi ordinerà Vostra Eccellenza.
«Fareste per me quel che operaste in addietro per una regina?
«Assolutamente, mugolò fra sè d’Artagnan, e’ vogliono farmi ciarlare. Stiamo a vedere: capperi! non è mica più accorto di Richelieu.... Per una regina, monsignore? non capisco.
«Non capite che ho bisogno di voi e dei tre vostri amici?
«Di che amici?
«Dei tre vostri di tempo fa.
«Tempo fa non ne avevo tre, ma cinquanta: a’ venti anni si chiaman tutti amici.
«Bene bene, signor ufficiale; la segretezza è una bella cosa, ma oggi potreste pentirvi di averne usata di troppo.
«Monsignore, Pittagora faceva stare in silenzio cinque anni i suoi discepoli per insegnar loro a tacere.
«E voi ci siete stato venti anni, signor mio; sono quindici anni di più che un filosofo pittagorico, e mi paiono assai. Oggi dunque parlate, poichè la regina stessa vi scioglie dal vostro giuramento.
«La regina! esclamò il Guascone con istupore non più finto.
«Sì; e per prova che vi discorro in nome suo, v’è che mi ha detto di mostrarvi questo diamante, cui assicura che conoscete, e che ha ricomprato da Des Essarts».
Mazzarino stendeva la mano verso l’ufficiale, il quale sospirò nel vedere il brillante ch’era stato proprietà della sovrana.
«È vero, disse questo, riconosco il diamante ch’era della regina.
«Dunque vedete che vi parlo da parte sua; e allora rispondetemi senza far più commedie. Ve l’ho detto, e ve lo ripeto, da ciò dipende la vostra fortuna.
«Oh! affè, io ho grande necessità di far fortuna. Vostra Eccellenza mi ha dimenticato per tanto tempo!
«Bastano otto giorni per ripararvi. Animo, eccovi qua, voi; ma i vostri amici dove sono?
«Non lo so.
«Come, non lo sapete?
«No; da un pezzo ci siamo separati, giacchè tutti tre hanno abbandonato il servigio.
«Ma dove li ritroverete?
«Dovunque siano: a questo penso io.
«Ottimamente. Le vostre condizioni?
«Danaro, monsignore, finchè ne esigano le nostre intraprese. Troppo mi ricordo quanto fummo trattenuti dalla mancanza di soldi, e senza quel brillante che fui costretto a vendere saremmo rimasti per la via.
«Diavolo! danari, e molti.... come tirate giù, signor ufficiale! sapete che non ve n’è danaro, nei cassoni del re?
«Allora, Eccellenza, fate come feci io, vendete le gioje della Corona; datemi retta, non istiamo a stiracchiare; si fanno male le cose grandi con mezzi piccoli.
«Ebbene.... si vedrà di soddisfarvi.
«Richelieu (pensò d’Artagnan) mi avrebbe già dato cinque cento doppie di caparra.
«Sarete dunque mio?
«Sì, se così vogliono i miei amici.
«Ma in caso di loro rifiuto, potrei contare su di voi?
«Solo non feci mai niente di buono, replicò d’Artagnan muovendo il capo.
«Andate a trovarli, dunque.
«Che dirò ad essi per indurli a servire Vostra Eccellenza?
«Li conoscete meglio di me; secondo il loro carattere, promettete.
«Che prometterò?
«Che servano me come la regina, e somma sarà la mia riconoscenza.
«Che faremo?
«Tutto, giacchè pare che tutto sappiate fare.
«Monsignore, quando s’ha fiducia nelle persone e si vuole ch’esse ne abbiano in noi, s’informano meglio di quel che pratica Vostra Eccellenza.
«State quieto, allorchè venga il momento di agire saprete tutta la mia idea.
«E sino allora?
«Aspettate, e cercate i vostri fidi.
«Eh! forse non saranno a Parigi; è anzi probabilissimo; bisognerà viaggiare, io sono un tenente di moschettieri molto povero, e i viaggi costano caro.
«Non è mia intenzione che figuriate con gran treno; i miei progetti hanno d’uopo di mistero, e patirebbero per troppo grande montatura.
«E di più, monsignore, io non posso viaggiare con la mia paga, mentre ella mi è arretrata di tre mesi; e non posso neppure con quel che ho messo insieme, mentre in ventidue anni che servo non ho messo insieme altro che debiti».
Mazzarino stette alquanto pensoso, come se in lui sorgesse grandissimo contrasto; andò poi ad un armadio chiuso con tre serrature, ne levò un sacco, e pesandolo fra le mani due o tre volte innanzi di darlo a d’Artagnan gli disse con un sospiro:
«Pigliate questo, e sia per la gita.
«Se sono doppie di Spagna, o anche scudi d’oro, fece fra sè d’Artagnan, potremo ancora far negozi tra noi».
Salutò il ministro, e si cacciò il sacco nella larga tasca.
«Or via, dunque è conchiuso, disse Mazzarino, vi porrete in viaggio.
«Sì, monsignore.
«Scrivetemi ogni giorno per darmi contezza delle vostre trattative.
«Non mancherò.
«Benissimo.... A proposito, i nomi dei vostri amici?
«I nomi? ripetè il tenente con un avanzo d’inquietudine.
«Sì; frattanto che voi dal canto vostro cercherete, io dal mio m’informerò, e forse saprò qualcosa.
«Il signor conte de la Fère, detto altrimenti Athos; il signor Du Vallon, detto altrimenti Porthos; e il signor cavaliere d’Herblay, oggi abate d’Herblay, detto altrimenti Aramis».
Il ministro sorrideva.
«Cadetti, diss’egli, che si erano arruolati ne’ moschettieri sotto nomi falsi per non comprometter quelli delle loro famiglie; spadacce lunghe, ma borse leggere.... si sa, si sa.
«Se Dio vuole che quelle spadacce passino al servizio di Vostra Eccellenza, ardisco esprimere un mio desiderio, cioè che poi la vostra borsa, monsignore, diventi leggera e la loro pesante, perchè con quei tre uomini l’Eccellenza Vostra metterà in moto tutta la Francia, ed anche tutta l’Europa se le fa comodo.
«Questi Guasconi, replicò ridendo Mazzarino, sono quanto gl’Italiani per le smargiassate.
«In ogni caso, ribattè d’Artagnan imitando la risatina del ministro, e’ sono da meglio per le stoccate».
Ed uscì, dopo aver chiesto un congedo, che gli fu subito accordato e firmato da Mazzarino.
Appena fu fuori, si accostò ad un lampione del cortile e guardò in fretta nel sacco.
«Scudi d’argento! fece con disprezzo, me lo figuravo! Ah Mazzarino, Mazzarino! non hai fiducia in me? peggio per te! questa sarà la tua disgrazia!»
Frattanto il ministro si stropicciava le mani.
«Cento doppie, brontolava, cento doppie! per cento doppie ho avuto un segreto che Richelieu avrebbe pagato venti mila scudi; senza contare questo brillante.... seguitò, volgendo amorosamente gli occhi sull’anello che erasi ritenuto invece di darlo a d’Artagnan, che vale almeno dieci mila lire».
E tornò nella sua camera, contentissimo della serata cui aveva fatto un sì bel guadagno, mise l’anello in uno scrignetto fornito di diamanti d’ogni sorta, giacchè aveva genio per le gioje, e chiamò Bernouin acciò lo spogliasse, senza più occuparsi dei clamori che continuavano a venire tratto tratto a scuotere i vetri, e delle schioppettate che ancor si udivano per Parigi, benchè fossero più delle undici ore di notte.
Nel frattempo d’Artagnan s’incamminava verso la via Tiquetonne, dove abitava all’albergo della _Chevrette_.
Ora, diciamo un po’ in qual modo si fosse indotto a prescegliersi quell’abitazione.
VI.
_D’Artagnan sui quarant’anni._
Ohimè! dopo l’epoca in cui, nel nostro romanzo dei _Tre Moschettieri_, lasciammo d’Artagnan in via dei _Fossoyeurs_ (dei beccamorti), al N. 12, erano passate molte cose, e soprattutto molti anni.
D’Artagnan non aveva fallito alle circostanze, ma sibbene le circostanze a lui. Finchè aveva avuti attorno gli amici era rimasto nella sua gioventù e nella sua poesia: era una di quelle indoli ingegnose e fini che facilmente s’immedesimano con le qualità altrui: Athos gli dava della sua grandezza, Porthos del suo estro, Aramis della sua eleganza. S’egli avesse seguitato a vivere con quei tre sarebbe divenuto un uomo superiore. Fu il primo Athos a lasciarlo, per ritirarsi nella piccola tenuta che aveva ereditata dalla parte di Blois; il secondo Porthos, per isposare la sua _procuratrice_; il terzo, Aramis, per farsi abate. Da quel punto d’Artagnan, che sembrava avesse confuso il suo avvenire con quello de’ suoi tre colleghi, si trovò isolato e debole, senza coraggio per seguitare una carriera in cui capiva di non poter divenire qualche cosa se non a patto che ognuno dei compagni gli cedesse (qualora ciò possa dirsi) una parte del fluido elettrico rispettivamente ricevuto in dono.
E quindi, abbenchè fatto tenente dei moschettieri, ei si trovò nello stesso isolamento. Non era di nascita assai elevata, come Athos, per essere accolto nelle grandissime case; non borioso come Porthos, per far credere che frequentasse l’alta società; non abbastanza gentiluomo, come Aramis, per mantenersi nella nativa sua eleganza, questa traendo da sè medesimo. Per qualche tempo la grata ricordanza di madama Bonacieux aveva impressa nello spirito del nostro tenente una tal quale poesia; ma questa ricordanza, distruttibile al pari di quella delle cose tutte di questo mondo, erasi dileguata. La vita di guarnigione è funesta anco alle organizzazioni aristocratiche. Delle due nature opposte componenti l’individualità di d’Artagnan la natura materiale a poco a poco avea vinto, ed egli pian piano, senza nemmeno accorgersene, sempre in campo, sempre a cavallo, era diventato (non so come si chiamasse in quell’epoca) quel che ai giorni nostri si dice un vero soldataccio (_un véritable troupier_).