Venti anni dopo

Part 3

Chapter 33,841 wordsPublic domain

D’Artagnan guidò il prigioniero per la scala grande e gli fece traversare l’anticamera e la galleria. Giunto all’usciale del gabinetto di Mazzarino, si disponeva a farsi annunziare, ma Rochefort gli mise la mano su la spalla.

«D’Artagnan, gli disse sorridendo, volete ch’io vi confessi una cosa a cui ho pensato in tutto il viaggio mirando i gruppi di borghesi che guardavano voi e i vostri quattro uomini con occhi infuocati?

«Dite pure.

«Che mi sarebbe bastato di gridare ajuto, per farvi fare in pezzi voi e la vostra scorta, ed allora ero libero.

«Perchè non lo faceste?

«Oh via! e l’amistà giurata?... se fosse stato un altro fuor di voi che mi avesse condotto, non direi....»

D’Artagnan chinò il capo, dicendo:

«Che Rochefort sia diventato migliore di me?»

E fe’ dar avviso al ministro d’esser egli colà.

«Passi il signor di Rochefort, disse Mazzarino impaziente quando ebbe inteso profferire i due nomi, e pregate il signor d’Artagnan di aspettare; non ho ancora terminato con lui».

A queste parole d’Artagnan si rallegrò. Secondo aveva osservato, da molto tempo nessuno aveva avuto bisogno di lui, e l’insistenza del ministro a suo riguardo gli parve di buon augurio.

A Rochefort essa non produsse altro effetto se non di porlo in maggior cautela. Egli entrò nel gabinetto, e trovò Mazzarino seduto a tavolino col suo vestimento consueto.

Furono chiuse le porte. Rochefort sbirciò da un canto Mazzarino, e sorprese un’occhiata del ministro che incrociavasi colla sua.

Il ministro era sempre lo stesso, ben pettinato, acconciato, pien d’odori, e mercè questa sua eleganza non mostrava l’età che aveva. Di Rochefort il caso era diverso, ed i cinque anni passati in carcere avevano invecchiato d’assai questo degno amico di Richelieu; i capelli neri gli erano diventati bianchi, al colore bronzino della carnagione subentrava una pallidezza che sembrava una specie di sfinimento. Al vederlo Mazzarino scosse un poco la testa con un atto ch’esprimeva:

«Ecco un uomo che non mi pare più buono a gran cosa!»

Dopo un silenzio, che in realtà fu molto lungo, e che a Rochefort parve un secolo, Mazzarino cavò da un fascio di fogli una lettera aperta, e mostrandola al gentiluomo, gli disse:

«Signor de Rochefort, ho trovato una lettera con la quale reclamate la vostra libertà. Siete dunque in prigione?»

L’altro balzò a tal domanda.

«Ma!... mi sembrava che Vostra Eccellenza lo sapesse meglio di chiunque.

«Io? niente affatto. V’è tuttora nella Bastiglia una quantità di detenuti che vi stanno sino dal tempo del signor di Richelieu e di cui neppure so i nomi.

«Oh! ma di me gli è tutt’altro, monsignore, e il mio vi è noto, giacchè per un ordine di Vostra Eccellenza fui trasportato dal Castelletto alla Bastiglia.

«Credete?

«Ne son certo.

«Sì.... mi pare di ricordarmene.... Non ricusaste in addietro di fare un viaggio per la regina a Brusselles?

«Ah ah! ecco dunque la vera causa! da cinque anni la ricercavo, e sciocco che sono! non la rinvenivo.

«Non vi dico già che quella sia la causa del vostro arresto, intendiamoci; vi fo soltanto questa interrogazione: non negaste di andare a Brusselles per servizio della regina, mentre avevate aderito a andarvi per servizio del defunto Richelieu?

«Appunto perchè mi ci ero recato per il defunto ministro, non potevo tornarci per la regina. Ero stato a Brusselles in una terribile circostanza. Fu all’epoca della congiura di Chalais. V’ero andato per sorprendere la corrispondenza di Chalais con l’arciduca, e già allora quando fui riconosciuto ebbi ad esser fatto in pezzi[5]. Come volevate che vi tornassi? compromettevo la sovrana, anzi che giovarle.

«Or bene, capite? ecco come sono male interpretate le migliori intenzioni, mio caro signor di Rochefort. La sovrana vide nel vostro rifiuto un rifiuto puro e semplice; aveva avuto da dolersi moltissimo di voi sotto il fu ministro, Sua Maestà la regina!»

Il gentiluomo sorrise con disprezzo.

«Precisamente perchè avevo servito bene il signor di Richelieu contro la regina, morto lui, dovevate comprendere, monsignore, che vi servirei bene contro a tutti.

«In verità, signor di Rochefort, io non sono come il signor di Richelieu che mirava all’onnipotenza; io sono un semplice ministro che non ho bisogno di servi, essendo io servo della regina. Orsù, Sua Maestà è puntigliosa, avrà saputa la vostra ripulsa, l’avrà presa per una dichiarazione di guerra, e conoscendo quanto siete uomo superiore, e in conseguenza pericoloso, mi avrà comandato, mio caro signor di Rochefort, di assicurarmi di voi.... Ed ecco in che modo vi trovate alla Bastiglia.

«Ebbene, monsignore, mi pare che se mi ci trovo per un abbaglio....

«Sì sì, tutto questo può aggiustarsi.... Voi siete capace di capire certi affari, e una volta capiti, mandarli innanzi per bene.

«Tale era l’opinione del signor di Richelieu, e la mia ammirazione per quel grande uomo maggiormente si accresce dacchè vi compiacete dirmi ch’è pure la vostra.

«È vero, soggiunse Mazzarino, il defunto ministro aveva molta politica: questa costituiva la sua superiorità su di me, che sono un uomo semplice e senza secondi fini; è quello il mio danno, di avere una franchezza addirittura francese».

Rochefort ai morse il labbro per non ridere.

«Sicchè, vengo alla sostanza: ho bisogno di buoni amici, di servi fedeli; quando dico: ho bisogno, voglio dire: ne ha bisogno la regina. Io non fo nulla se non per comando della regina, intendete? non sono come il signor di Richelieu che faceva tutto a suo capriccio. E perciò non sarò mai un grand’uomo a pari suo, ma invece sono un uomo buono, signor di Rochefort, e spero di provarvelo».

Rochefort conosceva quella voce melata in cui entrava tratto tratto un fischio simile a quel della vipera.

«Sono prontissimo a creder tutto, monsignore, ei rispose, quantunque dal canto mio abbia avuto poche prove di quella _bontà_ di cui parla Vostra Eccellenza. Non vi dimenticate (seguitò veggendo l’impressione che cercava di occultare il ministro) che da cinque anni io sono nella Bastiglia, e non v’è niente che guasti tanto le idee come il guardare le cose dalle inferriate di un carcere.

«Ah! signor di Rochefort, vi ho di già dichiarato che non ci avevo che fare, nella vostra carcerazione.... La regina.... collera di donna e di principessa, che volete? ma passa da sè com’è venuta, e poi non ci si pensa più....

«L’intendo, monsignore, che non vi pensi più, essa che ha passati quei cinque anni nel Palazzo Reale tra le feste ed in mezzo ai cortigiani; io però che gli ho consumati in prigione....

«Ma Dio buono! caro di Rochefort, vi figurate che il Palazzo Reale sia un soggiorno molto allegro? no no: anche noi, vi assicuro, vi abbiamo avuti grandi tormenti. Ma basta, non discorriamo più di questo. Io giuoco a giuoco scoperto, al mio solito: orsù, siete dei nostri?

«Monsignore, dovete capire che non bramo di meglio; bensì, non sono più a giorno di nulla. Alla Bastiglia non si chiacchiera di politica se non con i soldati e i carcerieri, e non avete idea quanto quelle genti siano poco istruite di quel che succede. Io sono ancora al signor di Bassompierre.... È sempre uno dei diciassette signori?

«È morto, e questa è una gran perdita. Era uomo zelante per la regina, e gli uomini zelanti sono rari!

«Per Diana! lo credo, fece Rochefort, quando ne avete li mandate alla Bastiglia!

«Ma infatti, disse Mazzarino, che cosa prova la devozione, lo zelo?

«L’azione, replicò Rochefort.

«Ah! sì, l’azione, ripetè il ministro riflettendo, ma dove trovarli gli uomini da azione?»

Rochefort tentennò il capo.

«Non ne mancano mai: egli è soltanto, monsignore, che voi cercate male.

«Come, male? che volete dire, mio caro?... Dovete aver imparato di molto nell’intima vostra relazione col defunto ministro.... Ah! era un uomo sì grande!

«Vostra Eccellenza si sdegnerà se moralizzo un pochino?

«Io? mai; sapete che a me si può dir tutto; procuro di farmi amare, e non temere.

«Or bene, monsignore, nella mia prigione è un proverbio scritto sul muro colla punta di un chiodo.

«E che proverbio?

«Eccolo: _Tal padrone_.....

«Lo conosco: _tal servo_.

«No: _tal servitore_; egli è un piccolo cambiamento che gli zelanti di cui vi parlavo pocanzi vi hanno introdotto per loro particolare soddisfazione.

«E che significa il dettato?

«Che il signor di Richelieu seppe trovare dei servitori zelanti, e a dozzine.

«Egli! egli, punto di mira di tutti i pugnali! egli che passò tutta la vita a parare i colpi che gli si vibravano!

«Ma tanto li parò, eppure erano scagliati fortemente. E che se aveva dei buoni nemici, aveva anche buoni amici.

«Ma questo è quanto io chiedo.

«Ho conosciute delle genti, continuò Rochefort stimando giunto il momento di mantener la parola a d’Artagnan, che con l’arte loro delusero cento volte la penetrazione del ministro; genti, che senza danaro, senza appoggio, senza credito, conservarono una corona ad una testa coronata e fecero domandar grazia al ministro.

«Ma coloro che voi menzionate, soggiunse Mazzarino sorridendo fra sè perchè Rochefort arrivava dov’egli bramava condurlo, coloro non erano devoti al ministro, mentre contrastavano contro di lui.

«No, giacchè sarebbero stati ricompensati meglio; ma avevano la disgrazia di esser devoti a quella stessa regina per la quale testè domandavate dei servitori.

«Ma come potete sapere tutto questo?

«Lo so, perchè coloro erano in quell’epoca miei nemici, perchè lottavano contro di me, perchè ad essi io feci quanto male potei, perchè me lo resero meglio che poterono, perchè uno di loro con cui avevo avuto che fare più particolarmente mi diede una stoccata saranno ora sette anni: era la terza che ricevevo dalla medesima mano.... la fine di un vecchio conto....

«Ah! disse Mazzarino con somma bonarietà, se conoscessi simili soggetti!...

«Eh, monsignore! ne avete uno alla vostra porta da sei anni, e che da sei anni non avete giudicato buono a nulla.

«E chi?

«D’Artagnan.

«Quel Guascone! esclamò Mazzarino fingendosi egregiamente sorpreso.

«Quel Guascone salvò una sovrana, e fece confessare al Richelieu che in materia di abilità, d’arte e di politica, egli era uno scolare e non più.

«Davvero?

«Tal quale ho l’onore di riferire a Vostra Eccellenza.

«Raccontatemi un po’ tutto ciò, caro signor di Rochefort.

«È difficilissimo, monsignore, fece sorridendo il gentiluomo.

«Dunque, me lo racconterà da sè.

«Ne dubito.

«E perchè?

«Perchè non è un segreto suo proprio, perchè, come vi dissi, è il segreto di una grande regina.

«Ed era solo per compiere una simile impresa?

«No; aveva tre uomini, tre prodi che lo secondavano; prodi, come voi, monsignore, pocanzi ne cercavate.

«E quei quattro uomini erano uniti, voi dite?

«Come se fossero stati uno solo, come se i quattro cuori avessero balzato in un petto stesso.... E perciò, che non fecero quei quattro!

«Mio caro Rochefort, voi stimolate la mia curiosità ad un tal segno che non ve lo so esprimere. E non potreste narrarmi quella storia?

«No; ma posso dirvi una novella, una vera novella da fate, vi assicuro, monsignore.

«Oh! ditemela, signor di Rochefort, mi piacciono assai le novelle.

«Volete voi, monsignore? disse Rochefort procurando di discernere un’intenzione su quel viso accortissimo e scaltro.

«Sì, sì....

«Or bene, ascoltate. V’era una volta una regina.... regina potente, regina di uno dei più grandi regni del mondo, a cui un gran ministro voleva molto male per averle voluto prima molto bene.... Oh! non istate a cercare, non indovinereste chi era: tutto ciò accadde molti anni avanti che voi veniste nel reame dove regnava quella regina. Or dunque, venne alla corte un ambasciatore sì valoroso, sì ricco e sì elegante, che tutte le donne ne andavano pazze, e la regina stessa, senza dubbio per ricordo della maniera colla quale esso aveva trattati gli affari dello Stato, ebbe l’imprudenza di dargli un certo finimento di gioje tanto rimarchevole che non gli si poteva sostituirgliene alcun altro. Siccome il finimento veniva dal re, il ministro indusse questo ad esigere dalla principessa che le dette gioje figurassero addosso a lei alla prossima festa da ballo. È inutile dirvi, monsignore, che il ministro sapeva da fonte sicura che le gioje erano andate coll’ambasciatore, il quale era lontano lontano di là dai mari. La gran regina era rovinata, rovinata quanto l’infima delle sue suddite, giacchè decadeva da tutta la sua grandezza.

«Davvero! fece Mazzarino.

«Ebbene! quattro uomini decisero di salvarla. Questi non erano principi, non duchi, non soggetti potenti, neppur ricchi, ma quattro soldati, che avevano cuor grande, braccio buono, franca spada. Partirono. L’Eccellenza era informata della loro partenza, ed aveva impostati dei servi sulla strada per impedire ch’essi giungessero alla loro meta. Tre furono ridotti in grado da non più combattere dai numerosi assalitori; ma uno solo arrivò in porto, ferì od uccise quei che volevano arrestarlo, varcò il mare, e riportò il finimento alla grande regina, che potè ornarsene il giorno stabilito.... per cui il ministro fu lì lì per dannarsi. Che dite di quest’azione, monsignore?

«Magnifica! disse Mazzarino fattosi pensieroso.

«Or bene, io ne so dieci consimili».

Mazzarino non parlava più, rifletteva.

Scorsero cinque o sei minuti.

«Non avete più niente da domandarmi, monsignore? fece Rochefort.

«Anzi, sì.... E il signor d’Artagnan era uno di quei quattro?

«Fu esso che diresse tutta l’impresa.

«E gli altri, chi erano?

«Permettetemi di lasciare a d’Artagnan la cura di nominarveli. Erano amici suoi e non miei; egli solo avrebbe su di loro qualche influenza, ed io nemmeno li conosco pei loro veri nomi.

«Diffidate di me, signor Rochefort! Ebbene, io sarò schietto sino all’ultimo: ho bisogno di voi, di lui, di tutti.

«Cominciamo da me, Eccellenza, poichè mi avete mandato a chiamare e sono qui; poi passerete a loro. Non vi sorprenderà la mia curiosità: quando uno è in prigione non gl’incresce di sapere dove si voglia mandarlo.

«Voi, mio caro signor di Rochefort, avrete il posto di confidenza; andrete a Vincennes, dov’è prigioniero il signor di Beaufort.... Eh! che avete?...

«Ho, che mi proponete una cosa impossibile, rispose Rochefort muovendo la testa con sommo dispiacere.

«Come, impossibile! e perchè è impossibile?

«Perchè il signor di Beaufort è amico mio, o piuttosto io sono amico suo.... vi dimenticate che fu egli che garantì per me alla regina?

«Da quel tempo in poi, è nemico dello Stato.

«Sì, può darsi; ma siccome io non sono nè re, nè regina, nè ministro, non è nemico a me, e non posso accettare la vostra offerta.

«È questa quella che chiamavate devozione? me ne congratulo con voi! la vostra non vi obbliga a molto, no!

«E poi, monsignore, comprenderete che uscire dalla Bastiglia per entrare a Vincennes non è altro che mutar carcere.

«Dite subito che siete del partito di Beaufort, e userete più schiettezza.

«Sono stato rinchiuso tanto tempo che son di un sol partito, cioè di quello dell’aria aperta. Impiegatemi a tutt’altro, speditemi con qualche missione, occupatemi attivamente, ma sulle strade maestre se si può!

«Caro signor di Rochefort, seguitò Mazzarino in atto beffardo, il vostro zelo vi trasporta; vi tenete tuttora per giovinotto perchè il cuore c’è sempre, ma vi mancherebbero le forze. Date retta a me, quel che adesso vi abbisogna è il riposo.... Olà! qualcuno!

«Non decidete dunque nulla, monsignore?

«Al contrario, ho deciso».

Venne Bernouin.

«Chiamate un usciere, disse il ministro, e restate vicino a me», continuò più adagio.

Entrò l’usciere. Mazzarino scrisse poche parole e gliele consegnò. Indi fece col capo un saluto, dicendo:

«Addio, signor di Rochefort».

Rochefort fe’ un inchino rispettoso.

«Vedo, monsignore, che mi devono ricondurre alla Bastiglia.

«Avete una grande intelligenza!

«Io ci torno; ma ve lo ripeto, avete torto di non volere impiegarmi.

«Voi! l’amico de’ miei nemici!

«Che volete? dovevate farmi nemico dei vostri nemici.

«Credete che non vi siano altri che voi? statene persuaso, ne troverò che vagliano da quanto voi.

«Ve lo auguro, monsignore.

«Va bene; andate, andate.... Appunto, è inutile che mi scriviate più, signor di Rochefort, le vostre lettere sarebbero lettere perdute.

«Ho cavato i marroni di sul fuoco! brontolò ritirandosi il gentiluomo, e se d’Artagnan non è contento di me quando or ora gli racconterò l’elogio che di lui ho fatto, bisogna che sia molto difficile.... Ma dove diamine mi conducono?»

Egli è che Rochefort veniva guidato per la scala piccola anzi che passare nell’anticamera ove lo attendeva d’Artagnan. Nel cortile trovò la sua carrozza e i suoi quattro uomini di scorta, ma invano cercò dell’amico.

«Ah ah! disse fra sè, ecco un gran cambiamento di cose, e se v’è sempre egual quantità di plebe per le vie, procureremo di provare al Mazzarino che siamo tuttora buoni ad altro, grazie a Dio, che a custodire un prigioniero».

E Rochefort saltò in carrozza, leggiero e svelto come se avesse avuto venticinque anni.

IV.

_La regina Anna sui quarantasei anni._

Mazzarino rimasto solo con Bernouin, stette un momento pensoso. Sapeva molto, eppure non peranche abbastanza. Egli rubacchiava al giuoco (questo è un dettato conservatoci da Brienne), e chiamava ciò: fare il suo vantaggio. Risolse di non intavolare la partita con d’Artagnan se non quando conoscesse bene tutte le carte dell’avversario.

«Vostra Eccellenza non mi comanda? chiese Bernouin.

«Sì sì, rispose il ministro, fammi lume, vo dalla regina».

Quegli prese un candelliere e andò avanti.

V’era un passaggio segreto che dagli appartamenti e dal gabinetto di Mazzarino metteva alle stanze della regina; da quella galleria transitava il ministro per recarsi presso alla regina a qualunque ora.

Arrivato nella camera da letto, dove dava quella specie di corridojo, Bernouin incontrò madama Beauvais. Madama Beauvais e Bernouin erano gl’intimi confidenti di quei rancidi amori, e la Beauvais s’incaricò di annunziare la venuta del ministro alla regina Anna, che stava nel suo oratorio col giovanetto re Luigi XIV.

La regina, seduta su di un gran seggiolone, con il gomito appoggiato sopra un tavolino e la testa sulla mano, guardava il regio fanciullo, che sdrajato sul tappeto sfogliava un gran libro di battaglie. Anna era la regina che meglio di tutte quante sapesse annojarsi con maestà; si tratteneva talvolta ore intere così ritirata nella sua camera o nell’oratorio, senza leggere nè pregare.

Il libro con cui si trastullava il re era un Quinto Curzio, arricchito d’incisioni che rappresentavano le alte gesta di Alessandro.

La Beauvais comparve sull’uscio, ed annunziò il ministro.

Il fanciullo si rizzò sur un ginocchio, inarcando le ciglia e guardando la madre.

«E perchè, disse, entra egli così senza far chiedere udienza?»

Anna arrossì un pochino.

«È importante, rispose, che nei tempi in cui siamo un ministro possa a tutte le ore venire a render conto di quanto accade alla regina senza aver da eccitare la curiosità od i commenti di tutta la corte.

«Ma mi pare che il signor di Richelieu non entrasse a questo modo.

«Come, vi ricordate ciò che faceva il signor di Richelieu? non potevate saperlo, eravate troppo piccolo.

«Non me lo ricordo: l’ho domandato, e mi è stato detto.

«E chi ve lo ho detto? ribattè la regina Anna con mal celata stizza.

«So che non devo mai nominare le persone che rispondono alle interrogazioni da me fatte, altrimenti non saprei più niente», replicò il giovinetto.

Nel momento si avanzò Mazzarino. Allora il re si alzò affatto, prese il volume, lo piegò, e andò a portarlo sul tavolino, accanto al quale stette in piedi onde obbligare Mazzarino a stare in piedi esso pure.

Il ministro con occhio intelligente sorvegliava tutta quella scena, da cui pareva aspettasse la spiegazione di quella che l’avea preceduta.

Fece un inchino rispettoso alla regina e una profonda riverenza al re, il quale gli rese con la testa un saluto molto sbrigativo. Però uno sguardo della madre rimproverò a questo di abbandonarsi ai sentimenti d’odio che sino dall’infanzia Luigi XIV nudriva pel ministro, ed allora egli accolse con un sorriso sul labbro il complimento di quest’ultimo.

La regina Anna tentava indovinare dal sembiante di Mazzarino la cagione dell’imprevista visita, perocchè egli non soleva venir da lei se non quando tutti se ne fossero andati.

Mazzarino avendo fatto col capo un cenno quasi impercettibile, la sovrana disse a madama Beauvais:

«È tempo che il re vada a letto; chiamate Laporte».

Essa aveva già detto al giovane principe due o tre volte di ritirarsi, e questi avea sempre insistito teneramente per trattenersi. Questa volta ei non fece osservazioni; si morse però le labbra, e impallidì.

Dopo un momento venne Laporte.

Il fanciullo gli andava incontro senza abbracciare la madre.

«Ebbene, Luigi, disse Anna, perchè non mi abbracciate?

«Credevo che foste adirata meco, signora, mi scacciate.

«Non vi scaccio, ma avete avuto ora appunto il vajuolo, siete ancora incomodato, e temo che a vegliare vi stanchiate di troppo.

«Non avete avuto lo stesso timore quando oggi mi avete fatto andare al palazzo a dare quei brutti editti che hanno fatto mormorar tanto il popolo.

«Sire, disse Laporte per fare un diversivo, a chi vuole Vostra Maestà ch’io dia il candelliere?

«A chi tu vuoi, Laporte, rispose il re, purchè (aggiunse a voce alta) non sia il signor Mancini».

Mancini era un nepote del ministro, cui questi aveva posto presso al re come garzoncello d’onore, e su cui Luigi XIV riportava una porzione dell’odio che aveva per lo zio di lui.

Ed il piccolo re se ne andò senza dare un bacio alla genitrice nè salutare Mazzarino.

«Alla buon’ora! disse il ministro, ho caro di vedere che si educhi Sua Maestà nell’orrore contro la dissimulazione.

«Perchè? domandò la sovrana in tuono quasi timido.

«Eh! mi pare che la maniera di andarsene del re non abbisogni di commenti.... già Sua Maestà non si prende l’incomodo di occultare il poco affetto che ha per me, lo che bensì non m’impedisce di essere tutto dedito a servirla come a servire la Maestà Vostra.

«Vi chiedo scusa per lui, fece Anna, è un bambino, e non può ancora sapere tutti gli obblighi che ha verso di voi».

Mazzarino sorrise.

«Ma, continuò la regina, eravate venuto senza dubbio per qualche oggetto importante: che v’è egli?»

Ed il ministro sedè, o meglio si buttò giù in una larga sedia, ed in atto malinconico disse:

«V’è, che secondo ogni probabilità, saremo costretti a lasciarci tra poco, ammenochè la vostra premura per me non v’induca a seguirmi in Italia.

«E perchè?

«Perchè, come dice l’opera di THISBÈ

_Le monde entier conspire à diviser nos feux._

«Voi scherzate, signore? rispose Anna tentando riassumere alquanto della sua antica sostenutezza.

«Ahimè! no, signora, non ischerzo. Piuttosto piangerei, vi prego di crederlo, e v’è motivo: giacchè osserverete che ho detto: _Le monde entier_, e siccome voi pure formate parte del mondo intero, voglio dire che anche voi mi abbandonate.

«Come!

«Mio Dio! non vi vidi l’altro giorno sorridere graziosissimamente al signor duca d’Orleans, o meglio alle sue parole?

«E che parole erano?

«Vi diceva: Tutto l’inciampo è il vostro Mazzarino; parta costui, ed ogni cosa andrà bene.

«Che volevate che facessi?

«Oh, signora! voi siete la regina, mi pare!

«Bella dignità reale! a discrezione del primo scarabocchiatore di fogliacci del Palazzo Reale, o del primo _gentilomuccio_ del regno!

«Bensì siete abbastanza forte per allontanare le genti che vi spiacciono.

«Cioè, che spiacciono a voi, ribattè Anna.

«A me!

«Di certo! Chi mandò via madama di Chevreuse, che per dodici anni era stata perseguitata sotto l’altro regno?

«Una raggiratrice, che voleva proseguire contro di me gl’intrighi cominciati contro al signor di Richelieu!

«Chi mandò via madama di Hautefort, amica così ottima, che aveva ricusata la grazia del re per rimanere in grazia mia?

«Una bacchettona, che ogni sera nello spogliarvi vi diceva che amandomi vi dannavate l’anima!