Part 2
«Pare che giorni sono il consigliere Bachaumont dicesse in Palazzo che tutti i facitori di sommosse somigliavano agli scolari, che sparlavano nei fossi di Parigi, e si disperdevano al vedere il luogotenente civile, per riunirsi da capo dopo ch’esso era passato. Allora hanno preso al balzo il termine _fronder_ (sparlare) conforme fecero i _gueux_ a Brusselles, e si sono chiamati _Frondeurs_. Ieri e oggi tutto era ad uso _Fronde_: panni, cappelli, guanti, manicotti, ventagli.... e poi, sentite:»
Realmente, in quell’istante fu aperta una finestra, e vi si affacciò un uomo che principiò a cantare:
Un vent de Fronde S’est levé ce matin; Je crois qu’il gronde Contre le Mazarin. Un vent de Fronde S’est levé ce matin[4].
«Insolente! mormorò Guitaut.
«Monsignore, disse Comminges, messo di mal umore dalla sua ferita, e che perciò non desiderava che di riscattarsi, volete che io mandi a quel briccone una palla per insegnargli a cantare stuonando?»
E posò la mano su gli arcioni del cavallo di suo zio.
«No no! esclamò il ministro, che diavolo! mio caro, guastereste ogni cosa; al contrario, tutto va a meraviglia. Conosco i vostri Francesi come se gli avessi fatti io dal primo all’ultimo: cantano, pagheranno. Durante la lega di che parlava testè Guitaut si cantava soltanto la messa. Vieni Guitaut, andiamo a vedere s’è fatta buona guardia ai Quinze-Vingts come alla barriera dei Sergenti».
E salutando con un cenno della mano Comminges, raggiunse d’Artagnan, che si ripose alla testa della sua piccola brigata, seguito immediatamente da Guitaut e dal ministro, ai quali veniva dopo il rimanente della scorta.
«È giusto, borbottò Comminges guardandolo allontanarsi, mi scordavo che purchè si paghi, a lui non occorre altro».
Si battè di nuovo la via Sant’Onorato, scomponendo sempre capannelli; in essi non si ragionava che degli editti della giornata, si compiangeva il giovine re che rovinava così il popolo senza saperlo, si buttava tutta la colpa a Mazzarino, si progettava di rivolgersi al duca d’Orleans ed al signor principe, si esaltavano Blancmesnil e Broussel.
D’Artagnan transitava fra mezzo a quelle comitive con la massima noncuranza, come se egli ed il suo cavallo fossero di ferro; Mazzarino e Guitaut discorrevano piano, i moschettieri, riconosciuto ormai il ministro, il seguitavano tacendo.
Arrivarono alla contrada San Tomaso del Louvre dov’era il posto militare dei Quinze-Vingts. Guitaut chiamò un ufficiale subalterno, che venne a render conto.
«Ebbene?» gli domandò Guitaut.
«Ah! mio capitano, da questa parte tutto va bene, se non che credo succeda qualche cosa in quel palazzo».
E additava un casamento magnifico situato precisamente sul luogo ove fu dipoi il teatro del Vaudeville.
«Là dentro? fece Guitaut, ma è il palazzo Rambouillet.
«Non so se sia Rambouillet, ma quel che so è che ci ho visto entrare molte genti di trista cera.
«Via! disse Guitaut con una risata, sono poeti.
«Ohe, Guitaut! disse Mazzarino, ti compiaceresti di non parlare con sì poco rispetto di quei signori? non sai che da giovane io fui poeta, e facevo dei versi sul genere di quelli del signor di Benserade?
«Voi, monsignore?
«Sì, io: vuoi che te ne reciti?
«Non serve, non capisco l’italiano.
«Sì, ma capisci il francese, è vero, mio buono e bravo Guitaut? continuò Mazzarino posandogli amichevolmente la mano su la spalla, e qualunque ordine ti sia dato in questa lingua, lo adempirai?
«Senza dubbio, come ho già praticato, purchè mi venga dalla regina.
«Ah! sì, rispose il ministro mordendosi il labbro, so che sei dedito a lei.
«Sono capitano delle sue guardie da più di venti anni.
«Andiamo via, signor d’Artagnan; soggiunse il ministro, da questa parte tutto va benone».
D’Artagnan tornò alla testa della sua colonna senza più far motto, e con l’obbedienza passiva che costituisce il carattere del vecchio soldato.
Si camminava verso il poggetto di San Rocco dov’era il terzo posto militare, passando dalle strade Richelieu e Villedo. Quello era il più isolato, giacchè dava quasi sui bastioni, e da quel lato la città era poco popolata.
«Chi comanda questo posto? chiese Mazzarino.
«Villequier, rispose Guitaut.
«Diamine! replicò il ministro, parlategli voi solo; vi è noto che siamo corrucciati dacchè voi foste incaricato di arrestare il duca di Beaufort: pretendeva che a lui come capitano delle guardie si spettasse un tale onore.
«Lo so, e gli ho detto cento volte che aveva torto: il re non poteva dargli quell’ordine, giacchè in quell’epoca aveva appena quattro anni.
«Sì, ma io glielo potevo dare, Guitaut, e preferii che toccasse a voi».
Guitaut, senza rispondere, spinse innanzi il cavallo, e fattosi riconoscere dalle sentinelle, fece chiamare il signor di Villequier.
Questi uscì subito.
«Ah! siete voi, Guitaut? disse col tuono di mal umore in lui consueto, che diavolo venite a far qua?
«Vengo a domandarvi se da questa parte v’è qualcosa di nuovo.
«Che diavolo volete che vi sia? è gridato: Viva il re! e abbasso Mazzarino! questa non è novità, è anche un bel pezzo che siamo avvezzi a simili grida!
«E voi vi fate il coro! ribattè ridendo Guitaut.
«Affè, alle volte ne avrei voglia, e trovo che hanno ragione; darei di buon grado cinque annate della mia paga, che non mi vien pagata, perchè il re avesse cinque anni di più.
«Davvero? e che accadrebbe se avesse cinque anni di più?
«Accadrebbe il momento che il re sarebbe in età maggiore, che il re darebbe i suoi ordini da per sè, e v’è più soddisfazione a obbedire al nepote di Enrico IV che al figlio di Pietro Mazzarino. Per il re, cospettone! mi farei ammazzare con piacere, ma se fossi ammazzato per il Mazzarino, conforme è stato in procinto di esserlo oggi vostro nepote, non me ne consolerei nemmeno nel mondo di là.
«Bene, bene, signor di Villequier, disse Mazzarino, non dubitate, informerò il re della vostra devozione».
Poi giratosi verso la scorta:
«Animo, signori, torniamo indietro, tutto va ottimamente.
«Veh! disse Villequier, era là il Mazzarino! meglio così: da gran tempo bramavo dirgli in faccia quel che pensavo di lui; voi me ne avete data l’occasione, Guitaut, e quantunque la vostra intenzione non sia forse per me delle più favorevoli, pure ve ne ringrazio».
E voltando le calcagna rientrò in corpo di guardia, fischiando un’arietta di _Fronda_.
Frattanto Mazzarino se ne tornava pensieroso: quanto aveva inteso da Comminges, da Guitaut e da Villequier lo confermava nell’idea che in caso di avvenimenti gravi ei non avrebbe nessuno per sè, eccettuata la regina, ed anche la regina aveva abbandonati sì sovente i suoi amici, che il di lei appoggio gli sembrava, ad onta delle precauzioni da esso prese, molto incerto e precario.
In tutto il tempo della durata di quella gita notturna, cioè per un’ora circa, il ministro, benchè studiasse a vicenda Comminges, Guitaut e Villequier, aveva esaminato un uomo. Quest’uomo, ch’era rimasto impassibile davanti alla minaccia popolare, che non si era accigliato di più agli scherzi detti da Mazzarino che agli altri diretti contro di lui, gli pareva un essere a parte, e adatto per avvenimenti della specie di quelli in cui si era allora, e soprattutto di quelli in che presto si doveva trovarsi.
D’altronde, il nome di d’Artagnan non gli era totalmente ignoto, e sebbene egli non fosse venuto in Francia se non verso il 1634 o 1635, vale a dire sette o otto anni dopo gli eventi da noi narrati in una precedente storia, pure al ministro sembrava aver udito a proferire tal nome come appartenente ad un soggetto che in una circostanza non più presente alla sua mente si era distinto qual modello di coraggio, di destrezza e di devozione.
Questa idea s’impossessò cotanto del suo spirito, ch’ei risolse di schiarirla senza indugio; ma le notizie che desiderava sopra d’Artagnan non già allo stesso d’Artagnan bisognava richiederle. Dalle poche parole pronunciate dal tenente dei moschettieri, Mazzarino aveva potuto discernere l’origine guascona, e Italiani e Guasconi si conoscono troppo, e troppo si somigliano per rapportarsi gli uni agli altri di ciò che posson dire di sè stessi. Quindi, arrivato alle mura, che facevano recinto al giardino del Palazzo Reale, il ministro bussò ad una porticella situata a un dipresso dov’è adesso il caffè di Foy, e dopo ringraziato d’Artagnan e invitatolo ad attenderlo nel cortile del Palazzo Reale, accennò a Guitaut che andasse seco. Ambedue smontarono da cavallo, consegnarono le redini al lacchè, che aveva loro aperto, e disparvero nel giardino.
«Mio caro Guitaut, disse Mazzarino appoggiandosi al braccio del vecchio capitano delle guardie, mi dicevate poc’anzi che sono quasi venti anni dacchè siete al servizio della regina.
«Sì, è la verità, rispose Guitaut.
«Ora, mio caro, io ho osservato che oltre al vostro coraggio, ch’è incontrastabile, e la vostra fedeltà, ch’è ad ogni prova, avevate un’ottima memoria.
«Avete notato questo, monsignore? diavolo! peggio per me.
«E perchè?....
«Di certo: una delle prime qualità del cortigiano è di saper dimenticare.
«Ma voi, Guitaut, non siete un cortigiano, siete un prode soldato, un di quei capitani come ne restano tuttavia alcuni del tempo del re Enrico IV, ma come pur troppo in breve non ne resteranno più.
«Capperi! ma, monsignore, mi avete fatto venire con voi per predirmi la sorte?
«No no.... per domandarvi se avevate osservato il nostro tenente de’ moschettieri.
«Il signor d’Artagnan?
«Appunto.
«Non ne ho avuto bisogno, lo conosco da molto tempo.
«Dunque che uomo è egli?
«Eh! fece Guitaut, sorpreso dall’interrogazione, è un Guascone.
«Sì, lo so, ma volevo ricercarvi se era un uomo in cui si potesse aver fiducia.
«Il signor di Tréville lo ha in grande stima, e il signor di Tréville, non lo ignorate, è amicissimo della regina.
«Desideravo sapere s’era uno che avesse date prove di sè?
«Se intendete come valoroso soldato, credo potervi rispondere di sì: all’assedio di La Rochelle, al passo di Susa, a Perpignano, ho inteso dire che avesse fatto più del suo dovere.
«Ma, lo sapete pure, noi altri poveri ministri spesso abbiamo bisogno di altri uomini che di quei valorosi; ci abbisognano genti accorte. D’Artagnan non si trovò immischiato al tempo del signor di Richelieu in qualche intrigo dal quale la pubblica voce vorrebbe che si fosse cavato fuori abilissimamente?
«Monsignore, sotto questo rapporto, disse Guitaut, il quale vide che il ministro intendeva a farlo ciarlare, sono costretto a dire a V. Eccellenza che non so altro se non quello che la voce pubblica ha recato a cognizione di lei stessa. Non mi sono mai ingerito in intrighi per mio conto, e se talvolta ho ricevuta qualche confidenza in proposito d’intrighi altrui, il segreto, non essendo mio, troverete opportuno ch’io lo serbi a quelli che me lo affidarono».
Mazzarino tentennò il capo.
«Ah! sospirò; in parola, vi sono dei ministri ben fortunati, e che sanno tutto quanto vogliono sapere.
«Monsignore, egli è perchè quelli non pesano tutti gli uomini nella medesima bilancia, e sanno rivolgersi agli uomini di guerra per la guerra e agli intriganti per gl’intrighi. Rivolgetevi ad alcun intrigante dell’epoca di cui discorrete, e ne ricaverete ciò che bramate, già s’intende pagando.
«Eh cospetto! soggiunse Mazzarino, facendo una certa smorfia che gli era usuale quando con lui si toccava la questione di danaro nel senso in cui lo avea fatto Guitaut, si pagherà se non vi sarà da fare altrimenti.
«E monsignore mi domanda sul serio d’indicargli un soggetto che sia stato immischiato in tutti i raggiri di quell’epoca?
«Per Bacco! riprese Mazzarino che cominciava a perdere la pazienta, da un’ora non vi ricerco altro, testa di ferro che voi siete!
«Ve n’è uno, per il quale vi garantisco su questo particolare, se però vuol parlare.
«Cotesto è pensier mio.
«Ah, monsignore! non sempre è facile di far dire alle persone quel che non vogliono dire.
«Oibò! con la pazienza ci si viene. Ebbene, colui?
«È il conte di Rochefort!
«Il conte di Rochefort!
«Disgraziatamente è sparito da quattro o cinque anni, e non so più che ne sia stato.
«Lo saprò io, Guitaut.
«E allora, di che si lagnava vostra Eccellenza, di non saper niente?
«E credete, seguitò Mazzarino, che Rochefort?....
«Era l’anima dannata del ministro.... ma vi prevengo, monsignore, che vi costerà caro; il ministro era prodigo con quella sua creatura.
«Sì, sì...., replicò Mazzarino, era un grand’uomo, ma aveva questo difetto.... Grazie, Guitaut, mi approfitterò del vostro consiglio, e questa sera subito».
Ed essendo i due interlocutori giunti appunto al cortile del Palazzo Reale, il ministro fece con la mano un saluto a Guitaut, e veduto un ufficiale che passeggiava su e giù, gli si accostò.
Era d’Artagnan, che lo aspettava secondo il suo comando.
«Venite, d’Artagnan, disse Mazzarino con la sua voce più dolce, ho da darvi un’incombenza».
L’altro fe’ un inchino, andò seco per la scala segreta, e dopo poco si ritrovò nel gabinetto d’onde si era partito.
Il ministro sedè a tavolino, e preso un foglio vi scrisse alcuni versi.
D’Artagnan, in piedi, impassibile, attese senza impazienza nè curiosità. Era diventato un automa militare, che agisse o piuttosto obbedisse mercè una molla.
Mazzarino piegò la lettera, e vi appose il suo sigillo.
«Signor d’Artagnan, porterete questo dispaccio alla Bastiglia, e condurrete qua la persona a cui concerne; prenderete una carrozza, una scorta, e farete buona guardia al prigioniero».
D’Artagnan pigliò il foglio, si toccò il cappello, girò sulle calcagna come avrebbe potuto fare il più abile sergente istruttore, ed uscì; indi a un momento si udì che comandava con la sua voce monotona:
«Quattro uomini di scorta, una carrozza e il mio cavallo».
Di lì a cinque minuti si udiva il rumore delle ruote del legno e dei ferri de’ cavalli sulle lastre del cortile.
III.
_Due antichi nemici._
Suonavano le otto e mezza, quando d’Artagnan giungeva alla Bastiglia.
Si fece annunziare al governatore, il quale appena intese ch’ei veniva da parte e con un ordine di monsignore, gli andò incontro fin sulla scalinata.
Governatore della Bastiglia era in allora il signor de Tremblay fratello del famoso Joseph, quel terribile favorito di Richelieu sopracchiamato l’Eminenza grigia.
Allorchè il maresciallo di Bassompierre era nella Bastiglia, dove stette dodici anni interi, ed i suoi compagni nei loro sogni di libertà dicevano un coll’altro: Io uscirò nel tal tempo, io in tale epoca, Bassompierre rispondeva: «Signori, ed io uscirò quando uscirà il signor de Tremblay»; lo che significava, che alla morte del ministro non poteva mancare che de Tremblay perdesse il suo posto alla Bastiglia e Bassompierre ripigliasse il suo in corte.
Realmente fu vicina a compiersi la sua predizione, ma in altro modo da quel ch’egli aveva immaginato, imperocchè, morto Richelieu, contro ogni aspettativa, le cose continuarono a andare come per lo passato; de Tremblay non venne fuori, e Bassompierre stette in procinto a non venir più fuori.
Sicchè il signor de Tremblay era tuttavia governatore della Bastiglia, quando vi si presentò d’Artagnan per eseguire i cenni di Mazzarino; lo accolse con la maggior cortesia, ed essendo precisamente per mettersi a tavola, lo invitò a cena seco.
«Lo farei con tutto il piacere, disse d’Artagnan, ma se non isbaglio sulla sopraccarta è scritto: di premura.
«Sì sì, confermò de Tremblay, olà, maggiore! fate scendere il numero 256».
Chi entrava nella Bastiglia cessava d’esser uomo e diventava numero.
D’Artagnan si sentì i brividi udendo stridere le chiavi, e perciò rimase a cavallo senza volere smontare, guardando le inferriate, le finestre affondate, i muri enormi che non aveva mai veduti se non dal lato opposto del fosso, e che una ventina d’anni addietro gli aveano fatta tanta paura.
Fu dato un tocco di campana.
«Vi lascio, gli disse de Tremblay, mi chiamano per sottoscrivere il permesso di uscita del prigioniero. A rivederci, signor d’Artagnan.
«Dio mi punisca se ti rendo il tuo augurio! bucinò d’Artagnan, accompagnando l’imprecazione con un sorriso gentilissimo; per essere stato cinque soli minuti nel cortile mi sento di già male. Animo, mi accorgo che ho ancora più genio a morire sulla paglia, lo che probabilmente mi succederà, che a porre insieme dieci mila lire di rendita con essere governatore della Bastiglia».
Appena terminava questo monologo comparve il carcerato. Al mirarlo d’Artagnan fece un atto di stupore, ma tosto lo represse. Quegli salì in carrozza senza mostrare di aver ravvisato d’Artagnan.
«Signori, disse quest’ultimo ai quattro moschettieri, mi è stata raccomandata la massima sorveglianza sul prigioniero; e siccome la vettura non ha serratura agli sportelli, io ci salgo accanto a lui. Signor di Lillebonne, abbiate la compiacenza di condurre scosso il mio cavallo.
«Volentieri, mio tenente, rispose Lillebonne».
D’Artagnan scese a terra, diede la briglia del suo animale al moschettiere, entrò nel legno, e si mise al fianco del detenuto, e con voce nella quale non si poteva distinguere la minima emozione disse poi:
«Al Palazzo Reale, e di trotto».
La vettura si partì, ed egli, profittando dell’oscurità che regnava sotto la volta da traversarsi, si gettò al collo al prigioniero.
«Rochefort! esclamò, voi! siete voi! non m’inganno?
«D’Artagnan! esclamò ugualmente Rochefort attonito.
«Ah, povero amico mio! continuò d’Artagnan, non avendovi rivisto da quattro o cinque anni, vi credevo morto.
«Eh! fece l’altro, mi pare non vi sia gran differenza tra un morto e un sepolto, ed io sono sepolto, o poco meno.
«E per qual delitto siete nella Bastiglia?
«Volete ch’io vi dica la verità?
«Sì.
«Ebbene, non lo so.
«Diffidenza con me!
«No, da gentiluomo, mentre è impossibile ch’io vi sia per la causa di che sono imputato.
«Che causa?
«Come ladro notturno.
«Voi ladro notturno, Rochefort! oh burlate!
«Capisco, qui ci vuole spiegazione, non è così?
«Lo confesso.
«Or bene, ecco come fu. Una sera, dopo una gozzoviglia da Reinard alle Tuilerie con il duca d’Harcourt, Fontrailles, de Rieux ed altri, il duca d’Harcourt propose di andare a rubare i pastrani sul Ponte-Nuovo.... lo sapete, è un divertimento messo in gran moda dal signor duca d’Orleans.
«Eravate pazzo, Rochefort? alla vostra età!
«No, era ubriaco; eppure siccome il divertimento mi sembrava mediocre, progettai al cavaliere de Rieux d’essere spettatori invece che attori, e per vedere la scena dal prim’ordine salire sul cavallo di bronzo. Detto e fatto. Mediante gli sproni che ci servivano di staffe, in un attimo fummo in groppa. Stavamo a meraviglia, vedevamo egregiamente. Erano già stati portati via quattro o cinque ferraiuoli con destrezza impareggiabile e senza che gli spogliati osassero nemmeno fiatare, ed ecco che non so quale imbecille, meno sofferente degli altri, si mette a gridare: pattuglia! e ci richiama a ridosso una brigata di arcieri. Il duca d’Harcourt, Fontrailles e gli altri scappano. De Rieux vuol fare lo stesso. Io lo trattengo, assicurandolo che nessuno verrà a scovarci dove siamo. Egli non mi dà retta e pone il piede sullo sprone per scendere, questo si rompe, egli cade, si rompe una gamba, e invece di stare zitto piglia ad urlare come un indiavolato. Tento di saltare anch’io. Era però troppo tardi, e salto nelle braccia degli arcieri, i quali mi conducono al Castelletto, e là mi addormento ben e meglio certissimo di uscirne all’indomani. Passa l’indomani, il posdomani e otto giorni. Scrivo al ministro. Nel giorno stesso vengono a prendermi, e mi portano alla Bastiglia. Ci sono da cinque anni. Supponete che sia per aver commesso il sacrilegio di montare in groppa dietro ad Enrico IV?
«No, avete ragione, mio caro Rochefort, non può essere per questo, ma ora probabilmente siete prossimo a sapere il perchè.
«Ah sì! giusto, mi dimenticavo di domandarvelo; dove mi conducete?
«Dal ministro.
«Che vuol egli da me?
«Non lo so, poichè ignoravo persino di venire a cercar voi.
«È impossibile! voi, un favorito!
«Io favorito? ah! mio povero conte, sono più cadetto di Guascogna che quando vi vidi a Meung, vi ricorderete, ohimè! più di venti anni fa».
Ed un grosso sospiro terminò la frase di d’Artagnan.
«Per altro, venite qui con un ordine.
«Perchè mi trovavo a caso nell’anticamera e Sua Eccellenza si è diretta a me come avrebbe fatto ad un altro; ma sono sempre tenente nei moschettieri, e se fo bene i conti, sono oramai da circa ventun’anno.
«In somma non vi sono succedute disgrazie, ed è molto.
«E che disgrazia volevate mi accadesse? come dice non so quel verso latino, che non mi rammento più, o piuttosto che non seppi mai bene, il fulmine non batte nelle valli, ed io sono una valle, Rochefort mio, e delle più basse che vi siano.
«Dunque il Mazzarino è sempre Mazzarino?
«Più che mai! lo dicono maritato alla regina.
«Maritato!
«Se non le è marito, sarà forse suo amante.
«Resistere a un Buckingham, e dare ascolto ad un Mazzarino!
«Ecco come sono le donne, disse filosoficamente d’Artagnan.
«Le donne sì, ma le regine!
«Eh, Dio Santo! su questo particolare sarei per dire che le regine sono donne due volte.
«E il signor di Beaufort è ancora carcerato?
«Sempre: perchè?
«Ah! gli è che siccome mi voleva bene, avrebbe potuto levarmi di guai.
«Voi siete forse più vicino di esso ad esser libero, e leverete lui di guai.
«Allora la guerra?
«L’avremo quanto prima.
«Con lo Spagnuolo?
«No, con Parigi.
«Che intendete mai dire?
«Udite voi queste schioppettate?
«Sì, e poi?
«E poi, sono i borghesi che palleggiano aspettando partita.
«E che pensate forse che vi sarebbe da fare qualche cosa dei borghesi?
«Eh sì; promettono, e se avessero un capo che di tutte le comitive formasse un attruppamento....
«Peccato di non esser libero!
«Oh! Dio buono, non vi disperate. Se il Mazzarino vi fa chiamare, è che ha bisogno di voi; e se ne ha bisogno, affè! me ne congratulo con voi. Da molti anni nessuno ha più necessità di me, e perciò vedete a che punto sono.
«Lagnatevi, sì! ve lo consiglio!
«Ascoltatemi, Rochefort.... una convenzione....
«E quale?
«Sapete che siamo buoni amici....
«Gnaffe! e porto i segni della nostra amicizia, tre stoccate!...
«Or via, se ritornate in credito, in favore, non vi scordate di me.
«Da Rochefort che sono: ma a cosa reciproca.
«Fissato: ecco la mano. Sicchè alla prima occasione che incontrate di parlare di me....
«Ne parlo; e voi?
«Lo stesso.
«A proposito, e i vostri amici, s’ha da parlare anche di loro?
«Che amici?
«Athos, Porthos e Aramis; li avete obliati?
«Quasi.
«Cosa è stato di loro?
«Non lo so.
«Davvero!
«Oh sì.... ci siamo lasciati come vi è noto; vivono, questo è quanto posso dire; tratto tratto ne ho notizie indirette, ma in che luogo del mondo siano, diavol mi porti se lo so.... no, in parola d’onore! non ho più altro amico che voi, Rochefort.
«E l’illustre.... come chiamavate quel ragazzo ch’io feci sergente nel reggimento di Piemonte?
«Planchet.
«Bravo! e dell’illustre Planchet che ne fu?
«Ha sposata una bottega da confettiere in via dei Lombardi. È un giovane ch’è stato sempre propenso per le dolcezze, talchè è borghese di Parigi, e secondo ogni probabilità adesso susurra. Vedrete che quel briccone sarà scabbino prima ch’io sia capitano.
«Animo, caro d’Artagnan, un po’ di coraggio; quando appunto uno è sul più basso della ruota, la ruota gira e vi rialza. Forse stassera subito si cambierà la vostra sorte.
«Amen! disse d’Artagnan, facendo fermare la carrozza.
«Che fate? domandò Rochefort.
«Fo, che siamo arrivati, e non voglio esser visto a uscire dal vostro legno: noi non ci conosciamo.
«Avete ragione: addio.
«A rivederci; rammentatevi la vostra promessa».
D’Artagnan rimontò a cavallo, e si rimise alla testa della scorta.
Dopo cinque minuti entravano tutti nel cortile del Palazzo Reale.