Part 7
«Sono coloro che vanno in giro, ma a noi non interessa, seguitiamo pel nostro viaggio».
E si avviarono di nuovo.
Mezz’ora dopo giungevano alle prime case di Noisy; potevano essere le otto e mezza o le nove di sera.
Secondo l’usanza di campagna tutti erano a letto; in tutto il villaggio non brillava un lume.
D’Artagnan e Planchet continuarono a camminare. A mano destra e a sinistra, fra il grigio cupo del cielo risaltava il contorno anche più oscuro dei tetti delle abitazioni, tratto tratto un cane destatosi abbajava dietro una porta, o un gatto impaurito scappava di mezzo alla strada per appiattarsi in un mucchio di fascine, ove si scorgevano rilucere come carbonchi i suoi occhi spaventati. Quelli erano i soli esseri viventi che pareva esistessero nel villaggio.
Verso la metà del borgo, e sovrastando alla piazza principale, sorgeva una mole cupa, isolata fra due straduzze, e sulla di cui facciata enormi tigli stendevano i bracci scarni. D’Artagnan esaminò attentamente quel fabbricato.
«Questo, disse, dev’essere il palazzo dell’Arcivescovo, la dimora della bella Longueville, ma il convento dov’è?
«Il convento? fece Planchet, è laggiù in fondo, lo conosco.
«Or via! dà una corsa di galoppo fin là, intanto che io stringo la cinghia al mio cavallo, e torna a dirmi se dai Frati v’è qualche finestra che abbia lume».
Planchet obbedì, si allontanò al bujo, mentre d’Artagnan, smontato, ristringeva la cinghia al suo cavallo.
Indi a cinque minuti ei venne via dicendo:
«Signore, v’è una sola finestra illuminata dalla parte che dà sopra i campi.
«Uhm! disse d’Artagnan, se fossi della Fronda busserei qua e sarei certo di avere buon alloggio; se fossi frate busserei là e sarei certo di aver buona cena; laddove può essere all’incontro che fra il palazzo e il convento dormiamo sulla strada morti di fame e di sete.
«Sì, aggiunse Planchet, come il famoso somaro di Buridan. Intanto volete ch’io picchi?
«Zitto! s’è aperta l’unica finestra dov’era luce.
«Sentite, signor mio?
«Che rumore è mai?»
Il rumore non era dissimile da quello di un turbine vicino; nel momento due brigate, ciascuna di una dozzina d’uomini a cavallo, sboccarono da ognuna delle due viottole rasenti alla casa, e chiudendo ogni uscita circondarono d’Artagnan e Planchet.
«Ohè! fece il tenente levando fuori la spada e ricovrandosi dietro al suo cavallo, mentre il servo eseguiva la stessa manovra, che tu avessi pensato bene, e che l’avessero con noi?
«Eccolo! è nostro! gridarono i sopraggiunti.
«Badate che non vi sfugga! urlò una voce fortissima.
«No, monsignore, non dubitate».
Il tenente credè arrivato il momento di prender parte alla conversazione, e con la sua pronunzia guascona disse:
«Olà, signore! che volete? che cercate?
«Ora lo saprai! strillarono gli altri in coro.
«Fermatevi! fermatevi! gridò quello che avevano chiamato monsignore, fermate! per la vostra testa! non è la sua voce.
«Ma, signori, fece d’Artagnan, forse a Noisy hanno tutti la rabbia addosso? Badate però, ve lo avviso, il primo che si avvicina alla lunghezza della mia spada, la quale è ben lunga, io lo sventro».
Si accostò il capo.
«Che fate costì? domandò alteramente e come uno avvezzo al comando.
«E voi? gli chiese d’Artagnan.
«Usate civiltà, o che avrete una buona stregghiatura, perchè sebbene uno non voglia dare il suo nome, si desidera esser rispettati a seconda del rango.
«Non volete dare il vostro nome perchè dirigete un’insidia, un tranello, ribattè d’Artagnan, ma io che viaggio tranquillamente col mio domestico, non ho le stesse ragioni che voi di tacere il mio.
«Basta! basta! come vi chiamate?
«Ve lo dico, acciò sappiate dove ritrovarmi, signore, monsignore, o mio principe, come vi piaccia esser chiamato, disse il nostro Guascone che non intendeva mostrare di cedere alla minaccia, conoscete il signor d’Artagnan?
«Tenente nei moschettieri del re?
«Appunto.
«Sicuramente!
«Or bene, continuò il guascone, dovete aver inteso dire che ha il pugno solido e la lama fine?
«Siete il signor d’Artagnan?
«Son io.
«Dunque venite qui per difenderlo?
«_Chi, come?_
«Quello che noi cerchiamo.
«Ah! fece d’Artagnan, pare che credendo di venire a Noisy io abbia approdato senza figurarmelo nel regno degli enigmi!
«Animo, rispondete! riprese la stessa voce altera, lo attendete sotto questa finestra? venite a Noisy per difenderlo?
«Non attendo veruno, replicò d’Artagnan che cominciava a perdere la pazienza, non ho idea di difendere altro che me, e questo _me_, lo difenderò con vigore, ve lo avverto.
«Benissimo; levatevi di qua, e lasciateci il posto.
«Levarmi di qua? fece il tenente a’ di cui progetti quest’ordine si opponeva di troppo, non è facile, sendochè sono stanco morto, e così pure il mio cavallo, ammenochè siate disposto ad offrirmi da cena e da dormire nelle vicinanze.
«Furfante!
«Ehi! disse d’Artagnan, misurate le vostre parole, perchè se ne proferiste delle altre simili a questa, quando anche foste marchese, duca, principe o re, ve le farei rientrare in corpo, capite?
«Via via, non v’è da sbagliare, soggiunse il capo della brigata, è un Guascone quello che parla, e in conseguenza non è quel che cerchiamo. Per questa sera il nostro colpo è andato a vuoto; ritiriamoci. Vi ritroveremo messer d’Artagnan! continuò alzando la voce.
«Sì, ma non mai cogli stessi vantaggi, rispose burlando il tenente, giacchè quando mi ritroverete forse sarete solo, e sarà giorno.
«Bene, bene! andiamo, signori!»
E la comitiva brontolando e mormorando disparve fra le tenebre per ritornare dalla parte di Parigi.
D’Artagnan e Planchet stettero ancora un istante in atto di difesa, ma allontanandosi poi il rumore rimisero le spade nel fodero.
«Vedi, imbecille, disse tranquillamente d’Artagnan, che non l’avevano con noi.
«Ma dunque, con chi? domandò Planchet.
«Oh! non lo so, e poco mi preme. Ciò che m’importa è di entrare nel convento. E per questo, presto in sella e andiamo a bussare colà: sarà quel che sarà, non ci mangeranno mica».
D’Artagnan saltò in sella.
Planchet fece altrettanto, ma cadde un peso inaspettato sul di dietro del suo cavallo, il quale piegò le zampe.
«Ah signore! urlò Planchet, ho in groppa un uomo!»
D’Artagnan si volse, e realmente distinse due forme umane sulla bestia di Planchet.
«È dunque il diavolo che ci perseguita! esclamò levando fuori la spada onde avventarsi sul sopraggiunto.
«No, mio caro d’Artagnan, disse questi, non è il diavolo; son io, Aramis. Di galoppo, Planchet, e in fondo al villaggio piglia a sinistra».
E Planchet portandosi in groppa Aramis si partì velocissimo, seguito dal tenente, che principiava a credere di essersi fatto qualche sogno bizzarro ed incoerente.
X.
_L’Abate d’Herblay._
In fondo al villaggio Planchet pigliò a sinistra conforme gli era ordinato, e si fermò sotto la finestra illuminata. Aramis balzò a terra, e diede tre colpi. Tosto fu aperta la porta.
«Carissimo, disse Aramis, se volete salire, vi riceverò con tutto il piacere.
«Ma da voi si entra anco di notte? domandò d’Artagnan.
«Cappio! ho quanti permessi desidero; ma la regola del convento è severissima.
«Scusate, osservò d’Artagnan, mi pare che abbiate detto _cappio_?
«Sì? fece ridendo Aramis, sarà, l’è un’antica abitudine. Ma non salite?
«Andate avanti, vi seguo.
«Giusto! come diceva il defunto ministro al defunto re: — Per farvi strada, o sire. — »
Aramis avanzò prestamente.
D’Artagnan gli andò appresso, ma più adagio: si scorgeva non esser egli assuefatto a camminare in luoghi simili.
«Compatite, gli disse Aramis in ischerzo osservando la sua difficoltà, se avessi saputo di avere il bene della vostra visita vi avrei fatto preparare delle torce.
«Signor mio, disse Planchet quando vide d’Artagnan avviarsi, va bene per il signor Aramis, può stare anche per voi, a tutto rigore starebbe pure per me, ma i due cavalli non possono passare, dentro al chiostro.
«Conduceteli sotto la tettoja, replicò Aramis accennando una specie di fabbricato sulla pianura, vi troverete per loro paglia e biada.
«E per me? fece Planchet.
«Tornerete qua fuori, darete tre colpi e vi faremo calare della roba da mangiare; state quieto, qui non si muore di fame!»
Ed Aramis si chiuse per dentro.
D’Artagnan esaminava la stanza.
Non avea mai veduto un appartamento al tempo stesso più guerresco e galante. Ad ogni angolo erano trofei d’armi e spade di ogni specie, e quattro grandi quadri rappresentavano nel loro costume da battaglia il cardinale di Lorraine, Richelieu, La Vallette e l’arcivescovo di Bordeaux; i parati erano di damasco, i tappeti venuti da Alençon, il letto guernito di trine col posapiedi ricamato.
«Guardate il mio tugurio? fece Aramis, sono alloggiato assai bene.... Che cercate cogli occhi?
«Cerco chi vi abbia aperto, non vedo alcuno, eppure...
«Oh! è stato Bazin.
«Ah ah!
«Ma il mio Bazin è bene avvezzo, ed osservando ch’io non tornava solo si sarà ritirato per prudenza. Sedete, mio caro, e discorriamo».
Ed Aramis spinse il tenente in un ampio seggiolone, sul quale questi si distese e posò le gomita.
«Già, cenerete con me, non è così?
«Sì, se non vi rincresce; e anzi, io ne avrò piacere, ve lo confesso; il viaggio mi ha dato un appetito diabolico.
«Ah! povero amico mio, troverete un magro pasto, non eravate aspettato.
«Forse mi minacciate della frittata di Crevacoeur e dei _Tehobromes_? non chiamavate così in addietro gli spinaci?
«Eh! bisogna sperare che con l’ajuto di Dio e di Bazin rinverremo qualche cosa di meglio in credenza.... Bazin! Bazin! venite qua!»
Si schiuse l’uscio e comparve Bazin; ma nel distinguere d’Artagnan diede in una esclamazione che somigliava a un grido di disperazione.
«Caro Bazin, disse il tenente, ho gusto di conoscere con quanta fermezza voi mentite.
«Signore, fece quegli, è lecito di mentire quando si fa con buona intenzione.
«Animo, disse Aramis, d’Artagnan muore di fame, ed io pure; portateci da cena quanto di meglio potete, e specialmente del buon vino».
Bazin s’inchinò in segno di obbedienza, sospirò, e se ne andò.
«Ora che siamo soli, Aramis, cominciò d’Artagnan riportando gli occhi dall’appartamento al proprietario, e terminando dagli abiti l’esame principiato dai mobili, ditemi di dove diamine venivate quando siete caduto in groppa dietro a Planchet!
«Eh, lasciamo stare da parte codeste domande!
«Che sì che me lo figuro? che sì che la vostra gita stuzzicava un poco il principe di Marsillac?
«Già, siete sempre allegro, voi! fece Aramis, sempre col solito buon umore da Guascone! ma non vi aveste a credere che fossi innamorato di madama di Longueville!
«Oh! Dio me ne guardi! ripicchiò d’Artagnan, dopo essere stato sì gran tempo in relazione colla signora di Chevreuse, non avreste rivolto il cuore alla sua nemica più acerrima.
«Sì, è vero, rispose Aramis, quella povera duchessa, l’amai di molto in passato, e bisogna renderle giustizia, ci fu utilissima; ma che volete? le toccò abbandonare la Francia.... era un uomo duro quel maladetto ministro! (e dava un’occhiata ad uno dei ritratti) egli avea dato l’ordine di arrestarla e condurla al castello di Loches; le avrebbe fatto tagliare la testa come a Chalais, a Montmorency e a Cinq-Mars; ella fuggì travestita da uomo con la Ketty sua cameriera.... Di più, per quanto ho inteso, le accadde una singolare avventura, non so in qual villaggio, con un curato a cui chiedeva ospitalità, e che avendo una camera sola e prendendo lei per un uomo, le offerse di star seco nella medesima stanza.... È che portava il vestimento maschile in una tal maniera, la cara Maria!.... E perciò erano stati fatti su di lei que’ versi:
«_Laboissière, dis moi.... ec._
Li sapete?
«No, cantateli».
Ed Aramis intuonò:
Laboissière, dis moi, Suis-je pas bien en homme? — Vous chevauchez, ma foi, Mieux que tant que nous sommes. Elle est, Parmi les hallebardes. Au régiment des gardes, Comme un cadet[6].
«Bravo! disse d’Artagnan, cantate sempre a meraviglia.
«Basta, torniamo all’infelice duchessa.
«A quale? la duchessa di Chevreuse, o di Longueville?
«Vi ho già detto che non v’è nulla fra me e la Longueville; qualche scherzetto e non altro. No, vi parlo della Chevreuse: l’avete vista?
«Sì, ed era ancora molto bella.
«Certo, seguitò Aramis; in quell’epoca la vidi qualche volta; le avevo dato ottimi consigli, de’ quali non approfittò; mi affaticai a dirle che Mazzarino era amante della regina: non mi volle credere, sostenendo che conosceva appieno Anna, e ch’essa era troppo superba per contraccambiare un villano simile. Poi intanto la s’intricò nel complotto del duca di Beaufort, e il villano fece arrestare il signor di Beaufort ed esiliò madama di Chevreuse.
«Sapete, continuò il tenente, ch’essa ha ottenuto il permesso di tornare?
«Sì; e anche ch’è tornata. Farà qualche altro sproposito.
«Oh! forse questa volta si atterrà a’ vostri consigli.
«Ah! questa volta, fece Aramis, non l’ho veduta. È andata molto male.
«Non fa come voi, carissimo, che siete sempre lo stesso, con i vostri bei capelli neri, la vita elegante, le mani da donna.
«È vero, mi tengo con molta cura.... sapete che invecchio? fra poco avrò trentasette anni.
«Sentite, mio caro, disse d’Artagnan con un sorrisetto, giacchè ci combiniamo qui insieme, andiamo d’accordo dell’età ch’avremo in avvenire.
«Come?
«Sì; prima ero io minore a voi di due o tre anni, e se non isbaglio ne ho quaranta ben sonati.
«Davvero! allora son io che m’inganno, mentre voi foste sempre un egregio matematico. Dunque, secondo il vostro conto, ne avrei quarantatrè. Diavolo! non lo aveste a dire al palazzo Rambouillet! mi fareste danno.
«Non dubitate, non ci vado.
«Ma che diamine fa Bazin? disse Aramis. Bazin! bricconaccio! sbrighiamoci; qui si crepa di fame e di sete!»
Bazin, entrato appunto nel momento, alzò al cielo le mani cariche di una bottiglia ciascuna.
«Insomma, siamo lesti? animo! gridò Aramis.
«Sì, signore, subito, fece l’altro, ma bisognava il tempo da portare su tutte le....
«Perchè vi occupate di continuo delle cose della chiesa e non delle mie, cospettone!»
Bazin, scandalizzato si fece il segno della croce.
D’Artagnan, sorpreso dalle maniere dell’abate d’Herblay, che contrastavano cotanto con quelle del moschettiere Aramis, spalancava gli occhi davanti all’amico.
Bazin coprì sollecitamente la tavola con una tovaglia damascata e vi dispose tante cose ghiotte, indorate, profumate, che il tenente ne rimase attonito.
«Dunque, aspettavate gente? questi domandò.
«Oibò! mi tengo sempre pronto per i casi possibili; e poi sapevo che mi cercavate.
«Da chi?
«Da messer Bazin, che vi ha preso per il diavolo ed è corso ad avvisarmi del pericolo che sovrastava all’anima mia se rivedevo una sì trista compagnia com’è quella di un ufficiale dei moschettieri.
«Oh signore! disse Bazin a mani giunte e in atto supplichevole.
«Orsù, bando all’ipocrisia! sapete ch’io non ne voglio. Farete meglio ad aprire la finestra, e calare un pane, un po’ di pollo e una bottiglia di vino al vostro amico Planchet che da un’ora si strapazza a picchiare».
Infatti Planchet, dopo aver dato alle bestie e paglia e biada, era venuto lì sotto e ripeteva il segnale.
Bazin obbedì, legò ad una cima di fune i tre oggetti accennati e li calò a Planchet, il quale non volendo altro se ne andò sotto alla tettoja.
«Adesso ceniamo, disse Aramis».
I due amici sederono a mensa, ed Aramis cominciò a tagliare pollastre, pernici e prosciutti.
«Cospetto! fece d’Artagnan, come vi mantenete!
«Sì, sì, ottimamente.... ho per cuoco l’ex-cuciniere di Lafollone, ve ne ricordate? l’antico amico del ministro, quel ghiottone famoso che dopo pranzo pregava dicendo: Dio mio, concedetemi la grazia di ben digerire quel che ho mangiato così bene!
«E non ostante morì d’indigestione, soggiunse ridendo d’Artagnan.
«Che volete? ribattè Aramis in aria di rassegnazione, non si può schivare il proprio destino.
«Ma scusate la domanda che sono per farvi, riprese il tenente.
«Fate pure; fra noi non v’è indiscretezza.
«Siete dunque arricchito?
«Oh no! mi raduno da dodici mila lire all’anno, senza contare un piccolo benefizio di un migliajo di scudi che mi fece avere il signor principe.
«E con che vi radunate le dodici mila lire? co’ vostri poemi?
«No; ho rinunziato alla poesia, non fo altro che prediche.
«Come, prediche?
«Ma bellissime! almeno per quanto pare.
«E le recitate?
«Oibò! le vendo.
«A chi?
«A’ miei colleghi che ambiscono ad esser grandi oratori.
«Veh! e non vi ha tentato la gloria per voi stesso?
«Sì, ma la natura vi si oppone. Sono astratto, la minima cosa serve per distogliermi dall’argomento. Una volta un cavaliere mi rise in faccia, sospesi il mio discorso per dirgli, che era uno sguajato; il popolo uscì a raccogliere delle pietre.... nel frattempo mi ricomposi...: cercai di calmarlo.... ed infatti fu lui che in mia vece venne lapidato. All’indomani però il cavalierino capitò da me.
«E che resultò dalla sua visita?
«Che ci fissammo il convegno sulla Piazza Reale. Eh per diana! voi lo sapete.
«Forse fu contro a quell’impertinente che vi feci da padrino?
«Appunto: vedeste come lo aggiustai.
«Morì?»
«Non lo so.... che m’importa?»
Bazin fece un atto di malcontento all’udir parlare in tal modo.
«Bazin, carino mio, voi non pensate che vi veggo in quello specchio, e che una volta per sempre vi ho proibito qualunque segno di approvazione o disapprovazione. Favorite darci del vino di Spagna e ritirarvi. D’altronde il mio amico d’Artagnan ha da dirmi qualche cosa segreta. Non è così d’Artagnan?»
Il tenente fe’ cenno di sì col capo, e Bazin se n’andò dopo aver recata la bottiglia richiesta.
I due antichi compagni rimasti soli stettero alquanto cheti; Aramis come aspettasse una buona digestione, d’Artagnan come se preparasse il suo esordio.
Ciascuno di essi davasi un’occhiata alla sfuggita quando l’altro non lo guardava.
Fu Aramis il primo a troncare il silenzio.
XI.
_I due volponi._
«A che pensate, richiese Aramis a d’Artagnan, e qual idea vi fa sorridere?
«Penso che quando eravate moschettiere propendevate ad uno stato tutto pace, ed oggi che vivete in tutta pace mi sembra propendiate di molto al moschettiere.
«Così è: vi è pur noto, mio caro, l’uomo è un animale stranissimo, tutto composto di contrasti. Io sogno di continuo battaglie.
«E’ si vede dall’addobbo della vostra abitazione: avete là delle spade di tutte le forme e da contentare tutti i gusti. Tirate sempre bene?
«Tiro come facevate voi in addietro, e forse anco meglio; mi ci esercito indefessamente.
«E con chi?
«Con un ottimo maestro di scherma.
«Sicchè avreste ucciso il signor di Marsillac, se vi avesse assalito solo invece che alla testa di venti uomini?
«Certamente; e alla testa pure di coloro, se avessi potuto sguainare la spada senza esser riconosciuto.
«Dio mi perdoni! (fece tra sè d’Artagnan) avrebbe ad essere diventato più guascone di me? Orsù, caro Aramis, seguitò più forte, mi domandavate perchè vi cercassi?
«No, non ve lo domandavo, rispose Aramis con la solita sua aria scaltra, ma aspettavo che voi me lo diceste.
«Or bene, era per offerirvi a dirittura un mezzo di uccidere il signor di Marsillac quando vogliate, quantunque egli sia principe.
«Sentite, mo! codesta è un’idea!
«Di cui v’invito ad approfittarvi. Animo, con la vostra entrata di mille scudi e le dodici mila lire che vi guadagnate, siete ricco? rispondetemi schiettamente.
«Io? son povero come Giobbe, e se frugaste saccoccie e cassa credo non trovereste cento doppie.
«Capperi! cento doppie, disse fra sè d’Artagnan, e questo ei chiama esser povero come Giobbe! io, se le avessi sempre al mio comando, mi stimerei ricco quanto un Creso... Siete ambizioso? soggiunse.
«Come Encelado!
«Ed io vi reco l’occorrente per esser ricco, potente e libero di fare ciò che vogliate».
Sulla fronte di Aramis passò un nuvolo rapido al pari di quello che in agosto scorre su le biade, ma per quanto fosse celere d’Artagnan lo notò.
«Parlate, disse Aramis.
«Prima, un’altra interrogazione. Vi occupate di politica?»
Negli occhi di Aramis passò un lampo rapido come il nuvolo comparsogli su la fronte, ma non tanto celere che d’Artagnan mancasse di vederlo.
«No, egli replicò.
«Allora ogni proposizione vi piacerà, poichè pel momento non avete altro padrone che Dio.
«Può darsi che mi piaccia: sentiamo.
«Avete pensato qualche volta a que’ bei giorni di nostra gioventù, che trascorrevamo ridendo, e bevendo, e battendoci?
«Sì, e più volte me li ricordai con rammarico.... tempi felici! _Delectabile tempus!_
«Que’ bei giorni possono rinascere, può tornare quel tempo felice. Io ho avuto l’incarico di andare a trovare i miei compagni, e ho cominciato da voi, ch’eravate l’anima della nostra associazione».
Aramis s’inchinò in modo più civile che affettuoso.
«Rimettermi nella politica? disse con voce fiacca e buttandosi giù sulla poltrona, ah! caro d’Artagnan, vedete come vivo regolarmente e con tutti i comodi: noi esperimentammo pure la ingratitudine dei grandi, lo sapete!
«È vero, ma forse i grandi si pentono di essere stati ingrati.
«Allora sarebbe tutt’altro.... sentiamo: ad ogni peccato misericordia.... E poi, avete ragione sur un punto, ed è che se ci ripigliasse la volontà d’immischiarci negli affari di Stato, secondo me ne sarebbe giunto il momento.
«Come lo sapete, non occupandovi di politica?
«Eh mio Dio! senza ingerirmene personalmente, vivo in relazione con persone che se ne ingeriscono. Benchè coltivando la poesia, mi sono posto in corrispondenza con Sarrasin ch’è tutto del signor Conti, con Voiture ch’è del coadjutore e con Bois-Robert che da quando non è più di Richelieu non è di nessuno o è di tutti come meglio vi piace: sicchè il movimento politico non mi è sfuggito interamente.
«Me lo immaginavo, fece d’Artagnan.
«Del resto, non avete a prendere ciò ch’io sono per dirvi se non per parole da cenobita, da uomo che parla puramente e semplicemente per quel che ha inteso a dire. Io ho inteso che in questo punto Mazzarino sia molto inquieto sull’andamento delle cose: pare che per i suoi ordini non si abbia lo stesso rispetto che in addietro si aveva per quelli del nostro antico spauracchio, defunto ministro, di cui vedete qua il ritratto, giacchè, se ne sia pur detto quanto si è voluto, bisogna convenire ch’era un grand’uomo.
«Su questo proposito non vi contraddirò, caro Aramis: esso fu che mi fece tenente.
«La mia prima opinione era stata tutta a favore del ministro; avevo considerato che un ministro non è mai amato, ma che col genio che tutti attribuiscono a questo e’ finirebbe con trionfare dei suoi nemici e farsi temere, lo che è forse meglio che farsi amare».
D’Artagnan fece con la testa un cenno che esprimeva la piena sua approvazione di questa massima alquanto dubbia.
«Ecco, seguitò Aramis, quale era la mia opinione prima, ma siccome sono molto ignorante in questa sorta di materie, e il tenore di vita che ho scelto m’induce naturalmente a non rapportarmi qualche volta al mio proprio giudizio, così mi sono informato. Ebbene, amico mio....»
Aramis fece una pausa.
«E che? domandò d’Artagnan.
«Ebbene, mi è d’uopo mortificare il mio orgoglio, mi è d’uopo confessare che mi ero ingannato.
«Davvero?
«Sì, m’informai, ed ecco quel che mi risposero parecchie persone tutte diverse di gusto e d’ambizione: il ministro Mazzarino non è un uomo di genio qual io lo credeva.
«Veh! fece d’Artagnan.
«È un uomo da nulla, stato già servitore del Bentivoglio, e che si è tirato innanzi mediante i raggiri; un nuovo ricco, un soggetto senza nome che in Francia batterà soltanto la strada da partigiano; ammasserà molti scudi, dilapiderà le rendite del re, pagherà a sè stesso tutte le pensioni che il defunto Richelieu pagava a tutti gli altri, ma non governerà mai col diritto del più forte, del più grande e del più onorato. Inoltre sembra non sia gentiluomo per cuore e per maniere, ma piuttosto una specie di buffone, un Pantalone, un Pulcinella. Lo conoscete voi? io no.