Part 58
Chanleu stimò giunto il momento; corse alla testa di due reggimenti per inseguire il regio esercito. Questo, bensì, come accennammo, si era ricomposto e riedeva alla carica, guidato dal signore di Chatillon. Fu così aspra e ben diretta la carica, che Chanleu ed i suoi si trovarono pressochè attorniati. Chanleu ordinò la ritirata, la quale principiò ad effettuarsi. Per disgrazia egli cadde ferito mortalmente.
Di Chatillon lo vide piombare a terra, ed annunziò ad alta voce quella morte, che accrebbe il coraggio della regia armata e demoralizzò appieno i due reggimenti con cui Chanleu aveva fatta la sortita. In conseguenza ciascuno pensò alla propria salvezza, e più non si occupò di altro che di arrivare ai trinceramenti appiè dei quali il Coadjutore tentava di rimettere a sesto il suo reggimento sconquassato.
Ad un tratto uno squadrone di cavalleria venne ad incontrare i vincitori, ch’entravano confusi e misti coi fuggiaschi nelle trincee. Athos ed Aramis agirono, quegli col brando nel fodero e la pistola nelle saccoccie, e questi con la pistola e il brando in pugno. Athos era quieto e freddo come alla parata, se non che il bello e nobile suo sguardo si attristava nel vedere uccidersi scambievolmente tanti uomini sacrificati per un lato dalla regia ostinazione e per l’altro dal rancore dei principi; Aramis all’opposto ammazzava, e s’inebbriava poco a poco secondo la sua abitudine; gli occhi vivaci gli diventavano infuocati; la bocca di un taglio sì delicato sorrideva in modo tetro; le narici mezzo aperte traevano a sè l’odore del sangue; ogni suo colpo coglieva a segno, ed il pomo della sua pistola accoppava e rifiniva il ferito che avesso sperato di rialzarsi.
Dall’altra parte, e nelle file dell’esercito reale, due cavalieri, uno con l’usbergo dorato, l’altro con una semplice pelle di bufalo da cui uscivano le maniche di un giustacuore di velluto turchino, tiravano nel primo rango. Colui dall’usbergo indorato venne ad urtare Aramis e gli diè una stoccata, che da questo fu parata con la sua ordinaria abilità.
«Ah! siete voi, signor di Chatillon! fece il sopraggiunto; siate ben venuto, vi attendevo.
«Spero non avervi fatto aspettare di troppo, rispose il duca; in tutti i casi, eccomi qua.
«Signor di Chatillon, disse Aramis cavando fuori una seconda pistola riserbatasi per quella occasione, credo che se la vostra arme è scarica, siete bell’e morto.
«Grazie a Dio, non è così!»
E il dura levata in su l’arme, l’assegnò e fece fuoco. Però Aramis abbassò la testa nell’atto in cui vide Chatillon pigiare il dito sui grilletto, e la palla gli passò di sopra senza toccarlo.
«Oh! avete fallito! gridò Aramis, ma io giuro a Dio di non fallire.
«Se vi do tempo! urlò il signor di Chatillon dando di sprone e balzandogli addosso, alto il ferro».
Aramis lo attendeva con quel sorriso terribile che di lui era proprio in simili occasioni; e Athos che mirava il duca avanzarsi verso d’Herblay con la prontezza del lampo apriva bocca onde strillare: «Tirate! tirate!» quando partì la botta, e Chatillon slargate le braccia, si gittò supino sulla groppa del cavallo.
Gli era entrata la palla nel petto dallo scavo della corazza.
«Sono morto! balbettò il duca».
E sdrucciolò di sul cavallo al suolo.
«Signore, ve lo avevo detto, e ora mi duole di aver tanto bene mantenuta la mia parola. Posso esservi utile in qualche cosa?»
Chatillon fe’ un gesto con la mano, ed Aramis si apprestava a smontare, ma ad un tratto ricevè un colpo fortissimo in un fianco.
Era una stoccata; l’usbergo però bastò a pararla.
Egli si volse con impeto, afferrò col pugno quel nuovo antagonista... ed ecco due grida mandate in un momento medesimo, uno da lui, uno da Athos:
«Raolo!
«Raolo!»
Il giovinetto riconobbe ad un tempo e il volto del cavaliere d’Herblay e la voce di suo padre, e lasciò andarsi il ferro di mano.
Parecchi cavalieri dell’armata parigina si slanciavano sopra Raolo: Aramis lo coperse col suo brando.
«Prigioniero mio! esclamò, passate al largo!»
Athos frattanto prendeva per la briglia il palafreno di suo figlio e lo traeva fuor della mischia.
In quell’atto, il signor Principe, il quale sosteneva Chatillon in seconda linea, comparve in mezzo alla zuffa: fu visto a folgoreggiare il suo occhio da aquila, fu riconosciuto dalle botte che dava.
Al suo aspetto, il reggimento dell’arcivescovo di Corinto, cui il Coadjutore per quanti sforzi tentasse non era valso a riordinare, si scagliò fra le truppe parigine, atterrò tutto, e rientrò fuggendo in Charenton, e lo percorse per intero senza mai fermarsi. Il Coadjutore da quello trascinato ripassò presso al gruppo formato da Athos, Aramis e Raolo.
«Ah ah! disse Aramis, che nella sua gelosia non poteva a meno di rallegrarsi dello scacco provato dal Coadjutore, monsignore, voi dovete conoscere quel che si legge....
«E che ha da fare quel che si legge.... con quel che ora mi avviene?
«Che oggi il signor Principe vi tratta molto bene, per quanto veggo.
«Animo, animo! fece Athos, ma non bisogna aspettar qua le cerimonie. Avanti! avanti!.... o piuttosto indietro! giacchè la battaglia mi pare perduta per quei della _Fronda_.
«Poco m’importa! rispose Aramis, io non ero venuto se non per incontrare il signor di Chatillon; l’ho trovato, e sono contento. Un duello con un Chatillon! è cosa che fa onore!
«E di più un prigioniero! soggiunse Athos additando Raolo».
E i tre a cavallo seguitarono il viaggio di galoppo.
Il giovanetto aveva palpitato di gioja ritrovando suo padre. Andavano l’uno accanto dell’altro, con la mano sinistra di Raolo nella destra di Athos.
Allorchè furono lontani dal campo di battaglia, il conte di la Fère domandò al garzoncello:
«Che andavate a fare, mio caro, tanto innanzi nella mischia? Non era quello il vostro posto, mi sembra, non essendo armato di meglio per il combattimento.
«E realmente non dovevo battermi in quest’oggi. Ero incaricato di una missione per il ministro, e partivo per Rueil, quando vedendo il signor di Chatillon che caricava, mi è venuto voglia d’imitarlo ponendomi al di lui fianco. Allora ei mi disse che due cavalieri dell’armata parigina mi cercavano, e mi nominò il conte di la Fère.
«Come! sapevate che eravamo qua, e vi disponevate ad uccidere il vostro amico, il cavaliere?
«Non lo avevo ravvisato sotto l’armatura, replicò Raolo ed arrossiva, e sì, avrei dovuto riconoscerlo dalla sua destrezza e dal sangue freddo.
«Grazie del complimento, mio giovane amico, disse Aramis, e ben si distingue da chi riceveste lezione di cortesia.... Ma dicevate che andate a Rueil?
«Sì.
«Dal ministro?
«Certo: ho un dispaccio del signor Principe per Sua Eccellenza.
«Bisogna portarlo, fece Athos.
«Oh! per questo, un momento; non si usino generosità inopportune, conte mio. Che diamine! la nostra sorte, e forse quella dei nostri amici, sta riposta in quel dispaccio.
«Ma Raolo non deve mancare all’obbligo suo, obbiettò Athos.
«In primo luogo egli è prigioniero, ve ne scordate? Dunque ciò che noi facciamo sta nel diritto di buona guerra. E poi i vinti non debbono essere schizzinosi su la scelta dei mezzi. Date qua il plico, Raolo».
Raolo esitava guardando Athos come per cercare nei di lui occhi una norma alla sua condotta.
«Date il piego; confermò Athos, voi siete prigioniero del cavaliere d’Herblay».
Il giovanetto cedè con ripugnanza. Aramis però, meno scrupoloso che il conte di la Fère, pigliò premurosamente il dispaccio, lo lesse, e restituendolo ad Athos gli disse:
«Voi che siete buon credente, leggete e vedrete, riflettendovi, in questa lettera qualche cosa che dalla Provvidenza si giudica importante di porre a nostra cognizione».
Athos pigliò la lettera inarcando le ciglia; ma l’idea che in essa si trattasse di d’Artagnan lo ajutò a superare il disgusto che provava a percorrerla.
Ed ecco quel che v’era scritto:
«Monsignore.
«Io manderò questa sera a Vostra Eccellenza, ad oggetto di rinforzare le truppe del signor di Comminges, i dieci uomini ch’ella mi richiede. Sono buoni soldati, atti a tenere a dovere i due fieri avversari di cui Vostra Eccellenza teme l’abilità e la risolutezza».
«Oh oh! disse Athos.
«Eh? domando Aramis, che ve ne pare di due avversarj, per custodire i quali bisognano dieci buoni soldati, oltre la truppa di Comminges? Non somigliano per l’appunto a d’Artagnan e Porthos?
«Batteremo Parigi tutto il giorno, rispose Athos, e se stassera non abbiamo notizie, riprenderemo il nostro cammino per la Piccardia, ed io, mercè l’immaginazione di d’Artagnan, garantisco che non tarderemo a trovare qualche indicazione da toglierci tutti i nostri dubbi.
«Si ricerchi dunque per tutta Parigi, ed informiamoci specialmente da Planchet se abbia udito a parlare del suo antico padrone.
«Povero Planchet! dite presto, voi! senza dubbio oramai è trucidato; saranno usciti tutti quei bellicosi borghesi, e ne sarà stato fatto un macello».
Essendo ciò assai probabile, fu grande l’inquietezza con la quale i due amici rientrarono in Parigi dalla porta del tempio, e si diressero verso la piazza reale, ove speravano aver nuove di quei poveri borghesi; ma fu anche maggiore il loro stupore quando li ritrovarono occupati a bere e celiare, essi ed il loro capitano, sempre accampati in piazza reale, e pianti certamente dalle rispettive famiglie che udivano lo strepito del cannone di Charenton e li supponevano in mezzo al fuoco.
Athos ed Aramis domandarono da capo a Planchet; questi però nulla aveva saputo di d’Artagnan. Volevano condurlo via seco, ed egli dichiarò non poter lasciare il suo posto senza ordine superiore.
Soltanto alle cinque ore tornarono a casa dicendo che venivano dalla battaglia; non avevano perduto di vista il cavallo di bronzo di Luigi XIII.
«Corpo di una bomba! disse Planchet rientrando nella sua bottega della via dei Lombardi; siamo stati sconfitti addirittura! non me ne consolerò mai!...»
LXXXIII.
_La strada della Piccardia._
Athos ed Aramis, in piena sicurezza a Parigi, non nascondevano già a sè stessi che appena mettessero il piede fuori andrebbero esposti ai più gravi pericoli; ma noi sappiamo che cosa sia la questione del periglio, per simili soggetti. D’altronde essi sentivano che si avvicinava lo scioglimento di quella seconda Odissea, e non v’era da darvi, come suol dirsi, altro che l’ultima mano.
Del rimanente, Parigi non era mica quieto; cominciavano a mancare i viveri, e secondo che qualcuno dei generali del signor Principe di Conti aveva d’uopo di riassumere la sua influenza, sollevava una piccola sommossa, la quale egli stesso indi veniva a calmare, e che per un momento gli dava la superiorità sui suoi colleghi.
In una di quelle sommosse il signor di Beaufort aveva fatto porre a sacco la casa e la biblioteca del signor di Mazzarino, onde dare, così egli diceva, qualche cosa da rosicare al povero popolo.
Athos ed Aramis abbandonarono la capitale dopo quel colpo di Stato, che aveva avuto luogo alla sera del giorno medesimo in cui i Parigini erano stati battuti a Charenton.
Ambedue lasciavano Parigi nella miseria, e vicinissimo alla fame, ed agitato dal timore e straziato dalle fazioni. Parigini e Frondisti si aspettavano di trovare ugual miseria, pari paure, consimili intrighi, nel campo nemico. Furono dunque molto sorpresi allorchè nei passare a San Dionigi seppero che a San Germano tutti ridevano, cantavano e campavano allegramente.
I due gentiluomini si avviarono per strade indirette, prima di tutto per non cadere nelle mani dei _Mazzarini_ sparsi nell’isola di Francia, indi per isfuggire ai _Frondisti_ che ingombravano la Normandia, e che non avrebbero mancato di condurli dal signor Longueville acciò questi li riconoscesse come amici o come nemici. Sottratti che si furono a quei due rischi, ripigliarono la strada di Boulogne ad Abbeville e la seguitarono passo a passo tutta quanta.
Stettero però un poco indecisi; due o tre locande si erano visitate, ed altrettanti locandieri interrogati, senza che verun indizio schiarisse i loro dubbi o guidasse le loro indagini, quando però a Montreuil Athos sentì sulla tavola qualche cosa di rozzo al tatto delle sue dita delicate. Alzò la tovaglia e lesse sul legno questi geroglifici intagliati profondamente con la lama di un coltello:
Port... d’Art... 2 febbrajo.
«Ottimamente, disse Athos mostrando l’iscrizione ad Aramis; volevamo pernottar qui, ma gli è inutile, si vada più oltre».
Montarono a cavallo ed arrivarono ad Abbeville.
Ivi si fermarono assai perplessi a motivo della grande quantità di alberghi; a tutti non si poteva andare, e come indovinare in quale fossero stati alloggiati coloro che si cercavano?
«Date retta a me, Athos, suggerì Aramis, non pensiamo a trovar nulla in Abbeville. Se noi siamo nell’imbarazzo, vi sono stati anche i nostri amici. Se fosse stato solo Porthos, sarebbe ito ad alloggiare nella più magnifica locanda, e noi facendocela indicare saremmo sicuri di rinvenire le traccie del suo passaggio; ma d’Artagnan non ha tali debolezze: invano Porthos gli avrà fatto osservare che moriva di fame, egli avrà proseguito il cammino, inesorabile quanto il destino, e noi dobbiamo ricercarlo altrove».
Continuarono adunque il viaggio, ma nulla si presentò; era impresa delle più ardue, e specialmente fastidiosa, quella assuntasi da Athos ed Aramis, e senza il triplice movente dell’onore, dell’amicizia e della riconoscenza, fisso nell’animo loro, essi avrebbero rinunziato mille volte a frugare tra l’arena, a interrogare i viandanti, a commentare i segni, ad osservare i volti.
Andarono così fino a Peronne.
Athos principiava a disperare. Quest’uomo nobile e interessante, faceva a sè rimprovero dell’oscurità in che si trovavano egli ed Aramis: o non avevano cercato bene, o non avevano usata insistenza abbastanza nel domandare, o sufficiente accortezza nello investigare. Erano pronti a tornarsene indietro; ed ecco che traversando il sobborgo che guidava alle porte della città, sopra un muro bianco, formante l’angolo di una strada che girava attorno al bastione, venne fatto ad Athos di adocchiare un disegno eseguito con la pietra nera, il quale rappresentava con la semplicità delle prime prove di un fanciulletto che adopri la matita, due cavalieri correndo come frenetici, ed uno di questi tenendo in mano un cartellone ove era scritto in ispagnuolo:
_Siamo seguitati._
«Oh oh! disse Athos, questa è chiara: d’Artagnan, quantunque inseguito, si sarà fermato qua cinque minuti; d’altronde ciò prova che non era inseguito molto da vicino, e forse gli sarà riuscito di fuggire».
Aramis tentennava il capo:
«Se fosse fuggito, lo avremmo riveduto, o almeno inteso discorrere di lui.
«Avete ragione, replicò Athos, continuiamo».
Sarebbe impossibile esprimere l’inquietudine e l’impazienza dei due gentiluomini: l’inquietudine era pel cuore tenero ed amichevole di Athos, l’impazienza per la mente facile a sconcertarsi di Aramis. Sicchè entrambi galopparono per tre o quattro ore, tanto da frenetici quanto i due cavalieri dipinti sul muro. Ad un tratto, in una gola ristretta fra la scarpa di due muraglie, videro la strada mezzo chiusa da una pietra enorme; era accennato di questa il posto primitivo sur un lato della scarpa, e il vuoto che vi aveva lasciato mediante l’estrazione, provava che non poteva esser caduta di per sè sola, mentre il suo peso dimostrava che a farla muovere era abbisognato il braccio di un Encelado o di un Briareo.
Aramis si ristette a guardare la pietra.
«Oh! disse, qui v’è dell’Ajace di Telamone o del Porthos. Scendiamo, conte, e si esamini questo masso».
Andarono tutti e due abbasso. La pietra era stata portata col chiarissimo scopo di chiudere la strada ai cavalieri; dunque era stata collocata da prima per traverso; poscia avendo incontrato in essa un ostacolo, erano smontati e l’avevano tolta dal posto.
I due amici esaminarono il sasso da tutti i lati esposti alla luce; esso non offeriva niente di straordinario. Chiamarono Blaisois e Grimaud, e tutti e quattro insieme pervennero a rivoltare il masso: sul lato che toccava a terra era scritto:
«C’inseguono otto cavalleggieri. Se arriviamo sino a Compiegne, ci tratterremo al _Pavone coronato_; l’oste è amico nostro».
«Ecco qualcosa di positivo, disse Athos, ed in un caso o nell’altro sapremo come regolarci; andiamo al _Pavone_.
«Sì, ribattè Aramis, ma se vogliamo giungere sin là, diamo un po’ di riposo ai nostri cavalli; in verità, sono quasi attrappati».
Ed Aramis non diceva mica bugia. Si fermarono alla prima frasca; fecero inghiottire ad ogni palafreno doppia dose di avena bagnata nel vino; dettero a questi tre ore di quiete, e si avviarono da capo. Anche gli uomini erano oppressi da stanchezza, ma li reggeva la speranza.
Sei ore dopo, Athos ed Aramis entravano in Compiegne, e ricercavano del _Pavone Coronato_. Fu loro additata un’insegna che rappresentava il dio Pane con una corona in testa[15].
I due gentiluomini scesero di sella, senza punto por mente alla pretensione letteraria della mostra, che in tutt’altro tempo Aramis avrebbe criticata rigorosamente. Trovarono un locandiere bonaccio, calvo e panciuto come un idolo chinese, a cui domandarono se avesse dato alloggio per più o meno spazio di tempo a due gentiluomini inseguiti dai cavalleggieri. L’oste, senza rispondere, andò a pigliare da un baule una mezza lama di draghinassa, e disse:
«Conoscete questa roba?»
Athos non fece altro che dare un’occhiata alla lama.
E disse:
«È la spada di d’Artagnan.
«Del grande o del piccolo? chiese il trattore.
«Del piccolo.
«Ora vedo che siete loro amico.
«Ebbene! ad essi ch’è accaduto?
«Che sono entrati nel mio cortile coi cavalli attrappati, e avanti che avessero tempo di richiudere il portone, sono capitati dopo di loro otto cavalleggieri che gl’inseguivano.
«Otto! fece Aramis, ma mi maraviglio che d’Artagnan e Porthos, due prodi di quella fatta, si siano lasciati arrestare da otto uomini.
«Certamente, mio signore, e coloro non vi sarebbero riusciti, se non avessero raccolto per la città una ventina di soldati del reale italiano in guarnigione in questa piazza, talmente che i vostri due amici sono stati, come si può dire alla lettera, oppressi dal numero.
«Arrestati! fece Athos, e si sa egli perchè?
«No signore; sono stati condotti via subito, e non hanno avuto campo a dirmi nulla; soltanto, quando sono partiti, io ho trovato questo pezzo di spada sul campo di battaglia nell’ajutare a levar di terra due morti e cinque o sei feriti.
«E a loro, domandò Aramis, non è avvenuto niente?
«No, non crederei.
«Orsù! è sempre una consolazione, seguitò Aramis.
«E sapete dove siano stati condotti? chiese Athos.
«Dalla parte di Louvres.
«Lasciamo qui Blaisois e Grimaud, propose Athos, torneranno domani a Parigi coi cavalli che oggi ci lascerebbero a mezza via, e noi prendiamo la posta.
«Prendiamo la posta», approvò Aramis.
Si mandarono a cercare i cavalli. In quel frattempo i due amici pranzarono in fretta; volevano, qualora rinvenissero a Louvres qualche schiarimento, poter continuare il loro viaggio.
Giunsero a Louvres. Non v’era un albergo. Vi si beveva un liquore che ha conservato anche ai nostri giorni la sua riputazione, e che già vi si faceva in quell’epoca.
«Smontiamo qui, disse Athos, d’Artagnan non avrà perduta questa occasione, non di bere un bicchierino, ma di prepararci qualche indizio».
Entrarono in una bottega e chiesero due bicchierini di rosolio, sul banco, ritti, come dovevano aver fatto d’Artagnan e Porthos. Il banco era coperto da una piastra di stagno. Su questa era scritto con la punta di un grosso spillo:
Rueil, D.
«Sono a Rueil! esclamò Aramis, vista ch’ebbe l’iscrizione.
«Andiamoci! disse Athos.
«È quanto correre in bocca al lupo.
«Se fossi stato amico di Giona, come lo sono di d’Artagnan, rispose Athos, sarei ito con lui anco nel ventre della balena; e voi, Aramis, fareste lo stesso.
«In coscienza, caro conte, credo che mi supponiate migliore di quel ch’io sono. Se fossi solo, non so se andrei così a Rueil senza grandi precauzioni; ma con voi ci vado».
Ed ambedue partirono insieme.
Athos, senza immaginarselo, aveva dato ad Aramis il miglior consiglio possibile. I deputati del Parlamento erano appena giunti a Rueil per le famose conferenze che dovevano durare tre settimane e portare a quella pace zoppa, in seguito della quale il signor Principe fu arrestato. Rueil trovavasi piena per parte de’ Parigini, di avvocati, presidenti, consiglieri, togati d’ogni sorta; e per parte della corte, di gentiluomini, uffiziali e guardie: quindi era facile fra tanta confusione restare incogniti quanto si bramasse. D’altronde le conferenze avevano recata una tregua, ed arrestare in quel momento due gentiluomini, ancorchè addetti alla _Fronda_, era portare offesa al diritto delle genti.
I due amici credevano che tutti fossero occupati dal pensiero che tormentava loro. Si mischiarono fra le comitive ed i capannelli, nella speranza di sentir dire qualche cosa di d’Artagnan e di Porthos, ma ciascuno discorreva soltanto di articoli e _ammendamenti_.
Athos opinava di andare direttamente dal ministro.
«Mio caro, obbiettò Aramis, voi dite benissimo, ma badate! la nostra sicurezza proviene dalla nostra oscurità. Se ci facciamo conoscere in un modo o nell’altro, andremo immediatamente a raggiungere i nostri amici in qualche carbonaja, d’onde non ci caverà nè anche il diavolo. Procuriamo di non ritrovarli per combinazione, ma bensì a volontà nostra. Arrestati a Compiegne, sono stati condotti a Rueil, conforme ce ne siamo accertati a Louvres; condotti a Rueil sono stati esaminati dal ministro, che dopo l’interrogatorio li ha ritenuti presso di sè o mandati a San Germano. Alla Bastiglia essi non sono positivamente, poichè la Bastiglia è dei _frondisti_, e vi comanda il figlio di Broussel; non sono morti, perchè la morte di d’Artagnan farebbe strepito. Porthos, io lo credo eterno. Non disperiamo, aspettiamo e rimaniamo a Rueil, mentre io sono convinto che vi siano. Ma che avete, impallidite?
«Ho, rispose Athos, e gli tremava la voce, che mi ricordo che nel castello di Rueil il signor Richelieu aveva fatto fabbricare una famosa prigione perpetua!...
«Ah! state quieto, disse Aramis, il signor di Richelieu era un gentiluomo uguale a tutti noi per nascita e superiore per situazione; poteva, come un re, toccare i più grandi di noi sulla testa, e toccandoci farci vacillare la testa sulle spalle. Ma il signor di Mazzarino è un birbante, che può tutto al più pigliarci per il collo alla guisa di un birro. State tranquillo, amico mio; io insisto a sostenere che d’Artagnan e Porthos sono a Rueil vivi vivissimi.
«Non serve! replicò Athos, ci sarebbe necessario ottenere dal Coadjutore di prender parte alle conferenze, e così entreremmo in Rueil.
«Con tutti quei brutti togati! Vi pare, mio caro? e vi pensate che vi si discuta nemmeno su la libertà o la prigionia di d’Artagnan e Porthos? No, io sono di sentimento che cerchiamo qualche altro mezzo.
«Ebbene! riprese Athos, io ritorno al mio primo pensiero; non conosco miglior mezzo che operare franco e lealmente. Andrò a trovare, non Mazzarino, ma la regina, e le dirò: Signora, restituiteci i vostri due servi, nostri amici!»
Aramis scosse il capo e rispose:
«È l’ultima risorsa, di cui sarete sempre in facoltà di far uso; ma date retta a me; non ve ne prevalete se non agli estremi; sarà sempre tempo di ridurci a quel punto. Intanto si proseguano le nostre indagini».
E le continuarono e pigliarono tante informazioni, e con mille ingegnosi pretesti fecero parlare tante persone, che terminarono col trovare uno dei cavalleggieri, il quale confessò loro essere stato della scorta che aveva condotti d’Artagnan e Porthos da Compiegne a Rueil. Senza i cavalleggieri neppure si sarebbe saputo ch’erano entrati.
Athos tornava in sempiterno alla sua idea di vedere la regina.