Venti anni dopo

Part 57

Chapter 573,805 wordsPublic domain

Monsieur d’Elboeuf et ses enfants Faut rage à la place Royale. Il vont tous quatre piaffants, Monsieur d’Elboeuf et ses enfants. Mai sitot qui il faut battre aux champs, Adieu leur humeur martiale, Monsieur d’Elboeuf et ses enfants Font rage à la place Royale.

«Ma, soggiunse Athos, spero non sia così del Coadjutore.

«Eh sì! con il Coadjutore è anche peggio. Invece di starsene fermo a cantare i _Te Deum_ per le vittorie che noi non riportiamo, o per quelle in cui siamo sconfitti, sapete che cosa fa?

«No.

«Mette su un reggimento al quale dà il suo nome: il reggimento di Corinto. Fa luogotenenti e capitani nè più nè meno che un maresciallo di Francia, e colonnelli quanti ne fa il re.

«Sì, replicò Aramis, ma quando bisogna battersi mi lusingo che stia attaccato al suo arcivescovado?

«Niente affatto! Ecco dove sbagliate, mio caro d’Herblay. Allorchè è d’uopo battersi, si batte, talmentechè siccome la morte di suo zio gli ha dato un seggio nel Parlamento, adesso ce lo troviamo di continuo fra’ piedi, al Parlamento, al consiglio e nelle battaglie. Il principe di Conti è generale in pittura.... e che pittura! un principe gobbo, gli è come dire un sacco di noci. Ah! vanno male le faccende, signori miei, vanno male!

«Sicchè, monsignore, Vostra Altezza è scontenta? fece Athos e barattava un’occhiata con Aramis.

«Scontenta? Dite pure, conte, che la mia Altezza è per le furie, a segno che io dico a voi, ad altri non lo manifesterei, a segno che se la regina riconoscesse i torti che ha meco, se richiamasse mia madre esule, se mi desse in sopravvivenza l’ammiragliato ch’è del mio signor padre e che mi è promesso per l’epoca della sua morte, ebbene! non sarei lontano da avvezzare dei cani a cui insegnerei ad accennare che vi sono ancora in Francia ladroni più grandi che il signor di Mazzarino».

Non più uno sguardo solo, ma sguardo e sorriso, si ricambiarono Athos et Aramis, ed ancorchè non gli avessero incontrati avrebbero indovinato essere stata colà di Chatillon e di Flamarens. E quindi non fecero motto della presenza in Parigi di Mazzarino.

«Monsignore, disse Athos, noi siamo soddisfatti. Venendo a quest’ora da Vostra Altezza, non avevamo altro scopo se non se di dar prova della nostra devozione e dichiararle che stavamo a sua disposizione come i suoi servitori più fedeli.

«Come i miei più fidi amici, signori cari; me lo avete già dimostrato, e se mai mi riconcilio con la corte, spero provarvi ch’io pure sono rimasto amico vostro come di quei signori.... come diavolo li chiamate?.... d’Artagnan e Porthos.

«D’Artagnan e Porthos?

«Ah! sì.... appunto così.... Dunque m’intendete, conte di la Fère, m’intendete, cavaliere d’Herblay: tutto e per sempre vostro».

Athos ed Aramis fecero una riverenza e se ne andarono.

«Caro Athos, disse Aramis, credo, Dio mi perdoni, che abbiate aderito ad accompagnarmi solamente per darmi una lezione.

«Aspettate, rispose l’altro, sarete a tempo ad accorgervene quando usciremo dal Coadjutore.

«Dunque andiamo all’arcivescovado».

E si diressero verso la Città-Vecchia.

Partendo di là trovarono le strade allagate, e dovettero prendere una barchetta. Erano più dell’undici ore, ma si sapeva non esservi ora prefissa per presentarsi dal Coadjutore, la di cui somma attività faceva all’occorrenza di giorno notte, e di notte giorno.

Il palazzo arcivescovile sorgeva di fondo all’acqua, e dal numero di battelli legati intorno a questo, vi sareste creduti, non in Parigi ma a Venezia. Quei battelli andavano su e giù, incrociandosi in ogni senso, inoltrandosi nel labirinto delle vie di Città-Vecchia, o allontanandosi nella direzione dell’arsenale o dell’argine di S. Vittorio, ed allora nuotavano come in un lago. Alcuni erano misteriosi e tenuti in gran silenzio, altri illuminati e clamorosi. I due camerati si cacciarono tra quella quantità di schifi ed approdarono essi pure.

Tutto il pian terreno dell’arcivescovado era inondato, ma si erano adattate ai muri certe specie di scale, e tutto il cambiamento resultato dall’allagamento si riduceva ad entrare dalle finestre anzichè dalle porte.

Ed in tal guisa Athos ed Aramis penetrarono nell’anticamera, la quale era piena di lacchè, perchè una dozzina di signori stavano ad aspettare nella sala d’ingresso,

«Ehi! fece Aramis, ma vedete un poco, Athos: questo sciocco Coadjutore vuol egli aver il piacere dì farci fare anticamera?

«Amico mio, rispose Athos, le genti vanno prese con tutti gl’inconvenienti della loro situazione. Oggi egli è uno dei sette o otto re che regnano in Parigi, ed ha una corte.

«Sì, ma noi non siam mica cortigiani.

«E perciò gli faremo dare i nostri nomi, e se nel riceverli non dà una risposta convenevole, lo lasceremo occupato negli affari della Francia e ne’ suoi. Non v’è altro che chiamare un servitore e mettergli in mano mezza doppia.

«Oh! appunto.... esclamò Aramis.... non m’inganno.... sì.... no.... ma certo!.... Bazin, venite qua, furfante!»

Bazin, che precisamente passava in aria maestosa, si voltò inarcando le ciglia a guardare chi fosse l’impertinente che lo chiamava in simil maniera. Ma non sì tosto ebbe ravvisato Aramis, il tigre diventò agnello, ed accostatosi ai due gentiluomini disse:

«Che! siete voi, signor cavaliere! voi, signor conte! tutti due qui nel momento ch’eravamo tanto inquieti per voi!.... Oh! ho pur caro di rivedervi!

«Va bene, messer Bazin, disse Aramis, da banda i complimenti. Veniamo per parlare al signor Coadjutore, ma abbiamo tal fretta che ci necessita parlargli subito.

«E come! subito, davvero.... non si fanno già attendere signori della vostra specie.... ma soltanto adesso gli è in conferenza segreta con un certo signor di Bruy.

«Di Bruy! gridarono insieme i due colleghi.

«Sì, l’ho annunziato io stesso, e mi ricordo esattamente il suo nome. Lo conoscete? soggiungeva Bazin interrogando Aramis.

«Mi pare di conoscerlo.

«Io non posso dire altrettanto, giacchè era sì bene inviluppato nel ferrajuolo, che per quanto io mi sia ostinato non ho potuto scorgergli la minima parte del viso. Ma ora entrerò per annunziarvi, e forse questa volta sarò più fortunato.

«È inutile, disse Aramis; per questa sera rinunziamo a vedere il signor Coadjutore: non è vero, Athos?

«Come volete, rispose il conte.

«Sì sì, ha da trattare di affari troppo grandi col signor di Bruy.

«E lo devo avvisare che le signorie vostre erano venute?

«Non occorre, no, fece Aramis; Athos andiamo».

I due amici, passando in mezzo alla turba di servidori, si partirono dal palazzo seguiti da Bazin che dava indizio della loro importanza mediante i suoi ossequiosi saluti.

«Or bene, chiese Athos ad Aramis quando furono entrambi nella barca, cominciate a credere che avremmo fatta una trista burla a tutti coloro arrestando Mazzarino?

«Athos mio, siete la saggezza in carne ed ossa», replicò Aramis.

Ciò che maggiormente avea prodotto impressione ne’ due camerati, sì era il poco peso che davasi nella corte di Francia ai terribili avvenimenti, i quali aveano avuto luogo in Inghilterra, e che a loro sembravano meritevoli di occupare l’attenzione di tutta Europa.

Di fatti, tranne una misera vedova ed una regia orfanella, che piangevano in un canto del Louvre, pareva che nessuno sapesse come fosse estinto un re, Carlo I, e questo re fosso morto di recente sul patibolo.

I due compagni si erano fissato l’appuntamento per la mattina seguente a dieci ore, giacchè quantunque fosse notte molto avanzata quando giungevano alla porta del palazzo, Aramis, adducendo aver da fare parecchie visite, aveva lasciato Athos solo.

Al tocco delle dieci della domane si erano riuniti. Athos era fuori anch’esso fino dalle sei.

«Avete avuta qualche notizia? domandò Athos.

«Nessuna; d’Artagnan non si è visto in verun luogo, e Porthos non è ancora comparso. E da voi?

«Niente.

«Diamine!

«Realmente, continuò Athos, questo ritardo non è naturale; hanno presa la strada più diretta, e in conseguenza avrebbero dovuto arrivare prima di noi.

«Aggiungete, osservò Aramis, che d’Artagnan ci è ben noto per la prontezza del suo operare, e non è uomo da aver perduto un’ora sapendo che lo attendiamo.

«Se ve ne rammentate, si proponeva di esser qui al 5 di questo mese.

«E siamo al 9. Scade stasera il termine stabilito.

«Che avete idea di fare? chiese Athos, se questa sera non abbiamo nuove?

«Per Bacco! darci a cercarlo.

«Bene!

«Ma Raolo?...» seguitò Aramis.

Sulla fronte del conte passò un piccolo nuvolo.

«Raolo, egli disse, mi dà molta inquietudine; jeri ricevè un messaggio dal signor Principe, andò a trovarlo a Saint-Cloud, e non è tornato.

«Non avete veduta madama di Chevreuse?

«Non era in casa. E voi, Aramis, se non isbaglio, dovevate recarvi dalla signora di Longueville.

«Ci sono stato.

«Ebbene?

«Nemmeno essa era in casa, ma almeno aveva lasciato l’indirizzo della sua nuova dimora.

«Dov’era?

«Indovinate, ve lo do fra mille.

«Come ho da indovinare dov’è a mezzanotte, perchè mi figuro che nel dividervi da me vi siate presentato alla sua abitazione, dov’è a mezzanotte la più bella ed attiva di tutte le dame della Fronda?

«Al palazzo comunitativo, caro mio!

«Che! è ella forse nominata a prevosto dei mercanti?

«No, ma si è fatta regina provvisoria di Parigi, e non avendo ardito di primo botto andare a stabilirsi al Palazzo Reale o alle Tuileries, si è accomodata al Palazzo dalla Comunità, dove darà quanto prima un erede o maschio o femmina al carissimo duca.

«Non mi avevate dato parte di questa circostanza, disse Athos.

«Davvero! sarà stata mia dimenticanza: scusatemi.

«Adesso, chiese Athos, che faremo di qui a stasera? siamo in ozio, se non m’inganno.

«Vi scordate che abbiamo la bisogna bell’e pronta?

«Dove?

«Dalla parte di Charenton, cospettaccio! ho speranza, dietro la promessa avutane, d’incontrare colà un certo di Chatillon che aborrisco da gran tempo.

«E perchè?

«Perchè è fratello di un tal signore di Coligny.

«Ah sì? non ci pensavo.... il quale pretese l’onore di essere vostro rivale. Fu assai crudelmente punito di tanta audacia, mio caro, e dovrebbe già bastarvi.

«Sarà, ma che volete? a me non basta.... son uno di quelli che serbano rancore.... Del resto, intendete che non siete minimamente obbligato a tenermi compagnia.

«Eh via! fece Athos, voi scherzate!

«Allora poi, se siete deciso ad accompagnarmi, non v’è tempo da perdere. È battuto il tamburo, ho incontrato i cannoni che partivano, ho veduto i borghesi schierarsi in battaglia sulla piazza della Comunità; di certo fra poco vi sarà combattimento verso Charenton, conforme jeri ci disse il duca di Chatillon.

«Avrei creduto, seguitò Athos, che le conferenze della scorsa notte avessero variato d’alquanto codeste bellicose intenzioni.

«Sì, ma non ostante vi sarà zuffa, quando appunto non fosse che per meglio mascherare le conferenze stesse.

«Povere genti, che vanno a farsi ammazzare perchè sia restituito Sedan a Bouillon, perchè si dia in sopravvivenza l’ammiragliato a di Beaufort, e perchè il Coadjutore sia cardinale!

«Animo, animo, Athos! convenite che non sareste tanto filosofo, se non dovesse trovarsi mischiato Raolo a tutto quel parapiglia.

«Può essere che abbiate detto il vero, rispose Athos.

«Or dunque, si vada dov’è battaglia, continuò Aramis, è il mezzo certo di ritrovare d’Artagnan, Porthos, e chi sa? anco Raolo.

«Ahimè!

«Amico mio, disse Aramis, adesso che siamo a Parigi, credete a me, vi convien perdere codesta abitudine di sospirar sempre. Alla guerra! cospettone, alla guerra! Non siete più uomo da spada?... eh eh! guardate que’ bei borghesi che passano! è roba da dar animo, per Diana! E quel capitano, vedete mo’, ha un portamento quasi militare!

«Escono dalla via del Montone.

«Preceduti da’ tamburi, come veri soldati.... Oh! osservate quel briccone! come si tentenna e si archeggia sui fianchi!

«Uh! fece Grimaud.

«Che c’è, domandò Athos.

«Planchet, signor mio!

«Jeri tenente, disse Aramis, oggi capitano, domani senza dubbio colonnello, fra otto giorni il manigoldo sarà generale di Francia.

«Domandiamogli qualche notizia», propose Athos.

E i due amici si appressarono a Planchet, il quale più superbo che mai di esser veduto in funzione, si degnò di spiegare ai due gentiluomini qualmente aveva ordine di prendere posizione sulla Piazza Reale con duecento uomini formanti la retroguardia dell’esercito parigino, e di là avviarsi inverso Charenton quando occorresse.

Siccome Athos ed Aramis andavano dalla stessa parte, così fecero scorta a Planchet sino al suo posto.

Planchet fe’ manovrare abilmente i suoi uomini sulla Piazza Reale, e li schierò dietro una lunga fila di borghesi situata nella strada e nel sobborgo di Sant’Antonio, attendendo il segnale della pugna.

«Sarà calda la giornata! disse Planchet in tuono guerriero.

«Sì, fece Aramis, ma è lontano di qua il nemico.

«Signore, si abbrevierà la distanza, rispose un capodieci».

Aramis lo salutò, e voltosi ad Athos lo avvertì:

«Non ho genio ad accamparmi in Piazza Reale con tutte quelle genti. Volete che andiamo avanti? vedremo meglio le cose.

«E poi qui non verrebbe già a cercarvi il signor di Chatillon, non è così? Dunque si vada innanzi, mio caro.

«Non avete dal canto vostro da dire due paroline al signor di Flamarens?

«Amico, replicò Athos, io ho presa una risoluzione, cioè di non più sguainare il brando se non ci sono assolutamente costretto.

«E da quando in qua?

«Da che levai fuori il pugnale.

«Oh bella! un altra rimembranza di messer Mordaunt? Eh, mio caro, non vi mancherebbe più altro che di provar rimorso di aver ucciso colui!

«Zitto! disse Athos ponendosi un dito sulla bocca con quel mesto sorriso ch’era proprio di lui solo, non discorriamo più di Mordaunt, ci porterebbe disgrazia».

E diè di sprone verso Charenton, rasentando il sobborgo, e poi la valle di Fécamp tutta piena di borghesi armati.

Già s’intende che Aramis lo seguitava a mezza lunghezza del cavallo.

LXXXII.

_Combattimento di Charenton._

A misura che Athos ed Aramis si avanzavano, e con ciò oltrepassavano i diversi corpi schierati sulla strada, vedevano usberghi forbiti e risplendenti succedere alle armi rugginose, e moschetti ben lucidi alle variopinte partigiane.

«Mi pare che sia qui il vero campo di battaglia; disse Aramis, vedete quel corpo di cavalleria che sta davanti al ponte con le pistole in pugno? Ehi, badate! ecco che arrivano i cannoni.

«Ma, mio caro, rispose Athos, dove ci avete condotti? mi sembra di vedere intorno a noi figure di uffiziali dell’armata reale. Non è il signor di Chatillon in persona quello che viene innanzi co’ suoi due brigadieri?»

Così parlando, mise mano alla spada, mentre l’amico, credendo infatti di avere oltrepassati i limiti del campo parigino, dava di piglio alla sacchetta delle pistole.

«Buon giorno, signori, disse il duca avvicinatosi, mi accorgo che nulla intendete di quanto succede, ma in due parole io ve lo spiegherò. Per il momento siamo in tregua, v’è conferenza; il signor Principe, il signor di Retz, il signor di Beaufort e il signor di Bouillon, stanno attualmente conversando di politica. Ora dunque, una delle due: o le faccende non si aggiusteranno, e noi, cavaliere, ci ritroveremo: o si aggiustano, e siccome io sarò disbrigato dal mio comando, ci ritroveremo anche allora.

«Signor mio, rispose Aramis, voi discorrete a meraviglia. Sicchè, permettetemi di farvi una domanda.

«Fate pure.

«Dove sono i plenipotenziarj?

«A Charenton stesso, nella seconda casa a man dritta venendo dalla parte di Parigi.

«E la conferenza non era preveduta?

«No: par che sia il resultato di nuove proposte fatte jer sera dal signor di Mazzarino ai Parigini».

Athos ed Aramis si guardarono ridendo: sapevano meglio di chiunque quali fossero quelle proposte, a chi erano state avanzate, e da chi.

«E la casa dove sono i plenipotenziarj, chiese Athos, appartiene?...

«Al signor di Chanleu, che comanda le vostre truppe a Charenton. Dico vostre truppe, perchè mi figuro che voi, signori, siate della _Fronda_.

«Eh! all’incirca, disse Aramis.

«Come, all’incirca?

«Eh! voi lo sapete meglio di chicchessia: in questo tempo non si può dire precisamente che cosa uno è.

«Noi siamo per il re e pei signori principi, conchiuse Athos.

«Bisogna però che c’intendiamo: soggiunse Chatillon, il re è con noi, ed ha per generalissimi i signori d’Orleans e di Condé.

«Sì, replicò Athos, ma il suo posto è nelle nostre file con i signori di Conti, di Beaufort, d’Elboeuf e di Bouillon.

«Può darsi, ribattè Chatillon, ed è noto che per conto mio ho pochissima simpatia pel signor di Mazzarino: anzi i miei interessi sono in Parigi: ho colà una lite da cui dipende tutta la mia fortuna, e come mi vedete esco da consultare il mio avvocato.

«A Parigi?

«No, a Charenton: messer Viole, che voi conoscete di nome; un uomo eccellente, un po’ ostinato, ma non è mica del Parlamento per nulla. Avevo idea d’incontrarlo jeri sera, ed il nostro incontro m’impedì di occuparmi de’ miei affari, e siccome gli affari in sostanza vanno fatti, ho profittato della tregua, ed ecco in che modo mi trovo in mezzo a voi altri.

«Dunque messer Viole dà udienza e pareri all’aria aperta? fece ridendo Aramis.

«Signor sì, ed anche a cavallo. Per oggi comanda cinquecento pistolieri, ed io per onorarlo gli ho fatto visita accompagnato da questi due pezzi di cannone, alla testa dei quali mi siete sembrati tanto attoniti di vedermi. Sul principio, lo confesso, non lo ravvisavo; ha una lunga spada sulla toga e le pistole alla cintola, il che gli dà un’aria formidabile, che vi divertirebbe se aveste la sorte d’incontrarlo.

«Se è tanto curioso di aspetto, si può prendersi l’incomodo di cercarlo espressamente, disse Aramis.

«Converrebbe che vi sollecitaste, perchè le conferenze non possono durar più molto.

«E se si sciolgono senza alcun resultato, domandò Athos, tenterete di prendere Charenton?

«Tale è l’ordine che ho ricevuto; ho il comando delle truppe di attacco, e farò meglio che possa onde riuscire.

«Signore, seguitò Athos, poichè comandate la cavalleria....

«Con licenza, la comando in capo.

«Anco meglio! dovete conoscere tutti i vostri uffiziali; intendo già quelli di distinzione.

«Eh sì, a un di presso.

«Abbiate allora la bontà di dirmi se avete sotto i vostri ordini il signor cavaliere d’Artagnan, tenente nei moschettieri.

«Signor no, non è con noi; da sei settimane ha abbandonato Parigi, e dicesi che sia per una missione in Inghilterra.

«Lo sapevo, ma lo credevo tornato.

«No, e non so che alcuno lo abbia riveduto. Io posso tanto più rispondervi su questo proposito in quanto che i moschettieri sono dei nostri, ed il signor di Cambon tiene provvisoriamente il posto del signor d’Artagnan».

I due amici si guardarono.

«Vedete? disse Athos.

«È singolare! fece Aramis.

«Bisogna che sia loro accaduta qualche disgrazia per viaggio!

«Oggi ne abbiamo 9 del mese, e questa sera spira il termine fissato. Se stassera non ne abbiamo notizie, domattina partiremo».

Athos fe’ con la testa un cenno affermativo, e indi continuò:

«E il signor di Bragelonne, un giovinetto di quindici anni, addetto al signor Principe... (e provava il massimo imbarazzo dimostrando così allo scettico Aramis le sue paterne inquietezze).... ha egli l’onore di esservi noto, signor duca?

«Sicuramente, replicò Chatillon, ci è giunto questa mane col signor Principe. Amabilissimo giovane! È vostro amico, signor conte?

«Sì signore, rispose Athos dolcemente commosso, a tal segno che avrei desiderio di vederlo. Sarebbe ciò possibile?

«Possibilissimo: favorite meco, e vi guiderò al quartier generale.

«Olà! gridò volgendosi Aramis, dietro di noi è grande strepito, se non isbaglio.

«Realmente ci viene incontro un corpo di uomini a cavallo.

«Riconosco il Coadjutore dal suo cappello a uso _Fronda_.

«Ed io il signor di Beaufort dalle penne bianche.

«Corrono di galoppo. È con loro il signor Principe.... Oh! ecco che li lascia.

«È battuta la chiamata! esclamò Chatillon, la sentite? bisogna informarci».

Veramente si scorgevano i soldati correre alle armi, i cavalieri ch’erano in piedi saltar di nuovo in sella, suonavano le trombe, battevano i tamburi. Il signor di Beaufort cavò fuori la spada.

Il signor Principe dal canto suo fece un segno di riunione, e tutti gli ufficiali dell’esercito reale mescolatisi momentaneamente alle truppe parigine corsero verso di lui.

«Signori, disse Chatillon, è evidente ch’è rotta la tregua; è per cominciare la battaglia; dunque rientrate in Charenton, perchè io tra poco darò l’attacco. Ecco il segnale che mi dà il signor Principe».

Diffatti un alfiero alzava in aria per tre volte la bandiera del principe.

«A rivederci, signor cavaliere! gridò Chatillon».

E si partì di galoppo a raggiungere la sua scorta.

Athos ed Aramis voltarono la briglia e si fecero a riverire il Coadjutore e il signor di Beaufort. In quanto a di Bouillon, esso aveva avuto verso la fine della conferenza un attacco di podagra sì terribile che fu riportato a Parigi in una lettiga.

Al contrario, il duca d’Elboeuf circondato dai suoi quattro figli come da uno stato maggiore, percorreva le file dell’armata parigina.

In quel frattempo, fra Charenton e l’esercito reale si formava un lungo spazio bianco che sembrava si preparasse a servire di ultimo letto ai cadaveri.

«Quel Mazzarino è una vera vergogna per la Francia! disse il Coadjutore stringendosi il cinturino della spada, che portava alla moda degli antichi prelati militari sulla zimarra arcivescovile, è un gaglioffo che vorrebbe governare la Francia come una fattoria; e perciò la Francia non può sperare tranquillità se non quando egli ne sia uscito.

«Pare che non sieno andati d’accordo sul colore dal cappello, borbottò Aramis».

Nel momento il signor di Beaufort alzò in aria la spada.

«Signori, ei disse; abbiamo messa in moto una diplomazia inutile; volevamo sbarazzarci di quel gaglioffo di Mazzarino, ma la regina che n’è incapriccita intende assolutamente conservarselo per ministro: talchè non ci resta più che una risorsa, cioè di batterlo in modo congruo e adattato.

«Bene! fece il Coadjutore, ecco la solita eloquenza del signor di Beaufort!

«Fortunatamente, soggiunse Aramis, corregge gli errori di lingua ed i pleonasmi con la punta della spada.

«Uhm! replicò il Coadjutore con disprezzo, vi giuro che in tutta questa guerra è molto meschino».

E sguainò anch’esso il ferro, dicendo:

«Signori, ecco il nemico che ci viene incontro; spero gli risparmieremo mezza strada».

E si partì senza curarsi di essere o no seguitato. Il suo reggimento, che portava il nome di reggimento di Corinto, dal nome del suo arcivescovado, si mosse dietro di lui, e incominciò la zuffa.

Di Beaufort dal canto suo lanciava la sua cavalleria sotto la direzione del signor di Noirmoutiers, inverso Estampes, ove doveva trovare un convoglio di vettovaglie aspettato con ansietà dai Parigini. Di Beaufort si accingeva a sostenerlo.

Di Chanleu che comandava la piazza se ne stava col più forte delle sue truppe, pronto a resistere all’assalto, ed anche in caso che il nemico fosse respinto, a tentare una sortita.

A capo a mezz’ora era principiato il combattimento su tutti i punti.

Il Coadjutore, inasprito dalla fama di coraggioso di che godeva di Beaufort, si era scagliato innanzi e faceva in persona prodigi di valore. La sua vocazione, conforme sappiamo, era per la spada, ed egli andava contento ogni qual volta poteva trarla dal fodero, senza badare al perchè. Ma in quella circostanza, se aveva adempiuto bene al suo mestiere di soldato, aveva fatto malamente quello di colonnello. Con sette o otto cento uomini era ito ad urtarne tremila, i quali poi messi tutti in un mucchio riconducevano indietro i soldati del Coadjutore che giunsero alle mura nel massimo scompiglio. Però il fuoco dell’artiglieria di Chanleu fermò di botto l’armata reale, che per un istante sembrò avvilita. Ciò per altro fu di poca durata, ed essa andò a formarsi di nuovo a tergo a un gruppo di case ed a un picciol bosco.