Venti anni dopo

Part 56

Chapter 563,805 wordsPublic domain

«Sì signora», rispose Chatillon con voce tanto bassa che a mala pena poterono i due gentiluomini, comunque attentissimi, udir questa affermazione.

La regina giunse insieme le mani con generosa riconoscenza, mentre la figlia le cingeva il collo con un braccio e la stringeva al seno, molle il ciglio di pianto.

«Ora, non altro ci rimane che presentare a Vostra Maestà l’umile nostro ossequio, disse Chatillon a cui pareva fosse di peso la parte che faceva, e che arrossiva sempre più sotto lo sguardo fisso e penetrante di Athos.

«Ancora un momento, signori, seguitò la regina trattenendoli con un cenno, un momento, di grazia! giacchè ecco i signori di la Fère e d’Herblay, che secondo avrete inteso vengono da Londra, e vi daranno forse come testimoni oculari dettagli a voi ignoti. Tali dettagli li recherete alla regina mia buona madre. Parlate, signori, vi ascolto; nulla mi nascondete, non abbiate alcun ritegno: subito che Sua Maestà vive, ed è salvo il regio onore, io sono indifferente a tutto il resto».

Athos impallidì e si posò una mano sul cuore.

«Ebbene! fece la sovrana che si accorse del pallore e del movimento; parlate, giacchè io ve ne prego.

«Perdonate, madama, rispose Athos, ma io nulla voglio aggiungere al racconto di questi signori innanzi ch’essi abbiano riconosciuto da per sè che forse si sono ingannati.

«Ingannati? esclamò Enrichetta poco meno che soffocando, ingannati!... e che v’è egli? mio Dio!

«Signori, disse di Flamarens ad Athos, se abbiamo sbagliato, l’errore proviene dalla regina, e voi non avrete, suppongo, intenzione di rettificarlo, poichè sarebbe lo stesso che dare una mentita a Sua Maestà.

«Dalla regina? gridò Athos con voce quieta ma sonora.

«Sì», balbettò Flamarens, e chinava le pupille.

Athos mandò un doloroso sospiro.

«E non piuttosto da quello che vi accompagnava, e che abbiamo veduto con voi al corpo di guardia del Roule, proviene tale errore? disse Aramis con la sua insultante cortesia, giacchè se il conte di la Fère ed io non abbiam preso abbaglio, eravate in tre all’entrare in Parigi».

Chatillon e Flamarens si scossero.

«Ma spiegatevi, conte! esclamò la regina in angoscia sempre più fiera; sulla vostra fronte io leggo la disperazione, il vostro labbro esita ad annunziarmi qualche nuova terribile, vi tremano le mani.... Dio mio! Dio mio! ch’è accaduto?

«Signore! disse la principessina inginocchiandosi accanto alla madre, abbiate pietà di noi!

«Signore, fece Chatillon, se siete latore di una funesta notizia, operate da uomo crudele quando la date alla regina».

Aramis si accostò a Chatillon sino quasi a toccarlo, e con le labbra strette dalla rabbia e lo sguardo infuocato, gli rispose:

«Ehi! mi figuro che non abbiate già idea di insegnare al conte di la Fère ed a me ciò che qui dobbiamo dire».

Durante quel breve alterco, Athos sempre con la mano sul cuore e la testa china, appressatosi alla sovrana, le disse con somma commozione:

«Signora, i principi, che per la loro natura sono al disopra degli uomini, riceverono dal cielo un cuore atto a sopportare infortunj più grandi che quelli del volgo, imperocchè il cuore in essi partecipa alla loro superiorità; perciò mi sembra non si debba operare con una grande regina qual’è Vostra Maestà nel modo stesso che con una donna del nostro ceto. Regina, destinata a tutti i martirj su questa terra, ecco il risultato della missione di cui ci onoraste».

Ed Athos, inginocchiatosi dinanzi alla infelice che gelava e palpitava, si levò di seno, chiusi in una medesima scatola, l’ordine di diamanti che la regina aveva consegnato a lord Winter prima di partire, e l’anello nuziale che prima di morire Carlo aveva consegnato ad Aramis. Athos non si era mai tolto d’indosso quei due oggetti dacchè gli avea ricevuti. Egli aprì il cassettino che li conteneva, e con tacito e profondo dolore li porse alla regina.

Questa avanzò la mano, prese l’anello, se lo trasse in atto convulso fino sulle labbra, e senza poter dare un sospiro, nè mandare un singulto, stese le braccia, impallidì, e cadde priva di sensi fra quelle della figlia e delle sue donne.

Athos baciò il lembo della veste della sventurata vedova, e rialzandosi con tal maestà che produsse sugli astanti la maggiore impressione, parlò così:

«Io, conte di la Fère, gentiluomo che non mentii giammai, giuro prima innanzi a Dio e quindi innanzi a questa povera regina, che tutto quanto poteva farsi per salvare il re fu da noi fatto sul suolo d’Inghilterra. Ed ora (e si volgeva a d’Herblay) cavaliere, si parta, l’obbligo nostro è compiuto.

«Non per anche, fece Aramis, ci rimangono da dire due parole a questi signori».

E giratosi verso Chatillon:

«Signor mio, gli disse, vi compiacereste di venir fuori, anche per un momento, per sentire le poche parole che non posso dirvi davanti alla regina?»

Chatillon senza rispondere s’inchinò in segno di assenso.

Athos ed Aramis passarono per i primi; a loro dopo andarono Chatillon e Flamarens; traversarono senza far motto il vestibolo: ma giunti ad una terrazza ch’era a livello d’una finestra, Aramis si diresse alla terrazza in cui non trovavasi veruno, si fermò però alla finestra e disse al duca di Chatillon:

«Poc’anzi, mi pare, vi siete fatto lecito di trattarci molto alla libera. Ciò non era conveniente in alcun caso, ma assai meno poi in persone che venivano a recare alla regina il messaggio di un mentitore.

«Signore! gridò Chatillon.

«Che avete mai fatto del signor di Bruy? domandò ironicamente Aramis. Fosse egli andato per combinazione a cambiarsi la faccia che somiglia di troppo a quella del signor di Mazzarino? È noto che al palazzo reale vi sono molte maschere italiane da muta, da quella di Arlecchino sino a quella di Pantalone.

«Ma voi ci provocate, io credo! disse Flamarens.

«Ah! lo credete soltanto?

«Cavaliere! cavaliere! disse Athos.

«Eh! lasciatemi fare; rispose con stizza Aramis, sapete pure che a me non piacciono le cose a mezza via.

«Finitele dunque! ribattè Chatillon con non minor alterigia che d’Herblay».

Questi fece un inchino, e replicò.

«Signori, un altro fuori di me o del conte di la Fère vi farebbe arrestare, giacchè abbiamo in Parigi alcuni amici; ma noi vi offriamo un mezzo di partire senza esser molestati. Venite a discorrere con noi cinque minuti colla spada in pugno su quel terrazzo abbandonato.

«Volentieri, rispose Chatillon.

«Un momento! esclamò Flamarens, so che la proposta è tale da tentarci, ma adesso ci è impossibile accettarla.

«E perchè? domandò Aramis in tuono di scherno, la vicinanza del signor Mazzarino è forse quella che vi rende sì prudenti?

«Ah, Flamarens, lo udite? disse Chatillon, non rispondere sarebbe una macchia al mio nome e all’onor mio.

«Così la penso io pure, disse freddamente Aramis.

«Voi però non risponderete, e questi signori fra poco saranno, io spero, della mia opinione».

Aramis scosse il capo con un gesto di estrema insolenza.

Chatillon vide il gesto, e pose mano alla spada.

«Duca, disse Flamarens, vi dimenticate che per domani avete il comando di una spedizione della massima importanza, e che indicato dal signor Principe, accettato dalla regina, sino a domani sera non siete padrone di voi?

«Benissimo! dunque per domani l’altro mattina, fece Aramis.

«A doman l’altro, osservò Chatillon, è troppo lungo l’indugio!

«E non sono già io, riprese d’Herblay, che fisso questo termine o chiedo dilazione, tanto più (aggiunse), che mi sembra, potremmo trovarci a quella spedizione.

«Signor sì, avete ragione, esclamò il duca, e con molto piacere, se volete pigliarvi l’incomodo di venire sino alle porte di Charenton.

«E come, signor mio! per aver l’onore di incontrarvi andrei a capo al mondo; tanto maggiormente farò per ciò una lega o due.

«Dunque a domani.

«Io ci conto. Andate pure a raggiungere il vostro Mazzarino; ma prima, giurate sul vostro onore che non lo avvertirete del nostro ritorno.

«Condizione?

«E perchè no?

«Perchè queste si spetta ai vincitori il farle, e voi non siete tali.

«E allora, si sguaini subito il ferro. Ciò poco importa a noi che non comandiamo l’impresa di domani».

Chatillon e Flamarens si guardarono; v’era cotanta ironia nel gesto e nelle parole di Aramis, che Chatillon specialmente stentava a tener a freno la collera. Ma a un detto di Flamarens si fermò.

«Or bene, disse, il nostro compagno, chiunque sia, nulla saprà di quel ch’è accaduto. Ma voi mi promettete di esser domani a Charenton, non è vero?

«Ah signori! non dubitate! rispose Aramis».

I quattro gentiluomini si salutarono, ma questa volta Chatillon e Flamarens uscirono primi dal Louvre, ed Athos e Aramis li seguirono.

«Ma con chi l’avete, con tanta furia? domandò Athos.

«Cospetto! con quelli co’ quali me la rifò!

«Che mai v’hanno fatto?

«Non avete veduto?

«Io no.

«Si sono messi a sogghignare quando voi giuravate che avevamo fatto l’obbligo nostro in Inghilterra. Ora, o lo hanno creduto o no: se lo credono, sogghignavano per insultarci, se non lo credono, c’insultavano parimente, ed è urgente di provare a costoro che siamo buoni a qualche cosa. Del rimanente, non m’incresce che abbiano rimessa la faccenda a domani: penso che per questa sera abbiam da fare di meglio che sguajnare la spada.

«E che abbiam da fare?

«Per Bacco! far prendere il Mazzarino».

Athos fe’ con le labbra un moto di disprezzo.

«Aramis, lo sapete, tali intraprese non mi piacciono.

«Perchè?

«Perchè pajono piuttosto sorprese.

«In verità, Athos, sareste un generale di armata singolare: non vi battereste che a chiarissima luce, fareste prevenire il vostro avversario dell’ora in cui avreste divisato di attaccarlo, e vi asterreste da tentar nulla a suo danno di notte, per timore che vi tacciasse di aver profittato dell’oscurità».

Athos sorrise.

«Sapete, disse, che nessuno può cambiare il proprio naturale; e poi, avete forse in idea a qual punto siamo, e se l’arresto di Mazzarino non sarebbe più mal che bene, più impaccio che trionfo?

«Dite dunque, Athos, che disapprovate la mia proposta.

«No; al contrario, la stimo di buona guerra, ma....

«Ma che?

«Penso che non avreste dovuto farvi giurare da quei signori di non dir nulla al ministro, giacchè esigendo tal giuramento, avete quasi assunto l’impegno di non far niente.

«Non ho assunto impegno veruno, io, e così mi riguardo come affatto.... Andiamo, Athos! andiamo!

«Dove?

«Dal signor di Beaufort o dal signor di Bouillon, e ad essi diremo com’ella va.

«Sì, ma con un patto, cioè che cominceremo dal Coadjutore, a cui, dotto com’è sui casi di coscienza, esporremo il nostro.

«Oh! disse Aramis, guasterà tutto, si approprierà ogni cosa; terminiamo con lui, invece di principiare».

Athos se la rideva sotto i baffi, come chi in fondo al cuore abbia un pensiero che non vuol esprimere.

«Ebbene, sia pur così, rispose, da quale si comincia?

«Dal signor di Bouillon, se non vi spiace; è il primo che si presenta nel nostro cammino.

«Adesso, mi permetterete una cosa, non è vero?

«Ed è?

«Ch’io passi dall’albergo del _Gran Carlomagno_ ad abbracciar Raolo.

«Ma ci vengo con voi! lo abbraccieremo insieme».

Tutti e due avevano ripresa la barca che gli aveva condotti e si erano fatti portare ai mercati. Ivi ritrovarono Grimaud e Blaisois che custodivano i loro cavalli e tutti quattro si avviarono verso la contrada Guénégaud.

Raolo però non era alla locanda del _Gran Carlomagno_; ricevuto nella giornata un messaggio dal signor Principe, era partito subito dopo con Olivain.

LXXXI.

_I tre luogotenenti del generalissimo._

Secondo era stabilito, e nell’ordine fra di loro convenuto, Athos ed Aramis usciti dal _Gran Carlomagno_ s’incamminarono verso il palazzo del duca di Bouillon.

Era notte oscurissima, e quantunque inoltrata nelle ore di maggior silenzio e solitudine, cominciavano ad echeggiare quei clamori che destano trasalita una città assediata. Ad ogni passo s’incontravano barricate, a tutte le svolte delle strade catene stese, in ciascun vicolo dei bivacchi; s’incrociavano le pattuglie ricambiandosi la parola d’ordine, i messaggeri spediti dai vari capi traversavano le piazze; e finalmente si facevano dialoghi animatissimi, e che indicavano l’agitazione degli spiriti, fra i pacifici abitanti, i quali se ne stavano affacciati alle finestre e i loro concittadini più bellicosi che correvano per le vie con la partigiana in spalla o l’archibugio al braccio.

Athos ed Aramis non aveano fatto cento passi senza essere trattenuti dalle sentinelle messe alle barricate, che lor chiedevano la parola d’ordine; ma rispondevano che andavano dal signor di Bouillon per dargli una notizia importante, ed allora quelle si erano contentate di dare ad essi una guida, la quale col pretesto di accompagnarli e agevolar loro il passo era incaricata di sorvegliarli. E la guida si era mossa precedendoli e cantarellando:

Ce brave monsieur de Bouillon Est incommodé de la goutte....

nuovissimo componimento del genere dei _triolets_ francesi, non so di quante stanze in cui ciascuno aveva la sua parte.

Giunti nelle vicinanze della casa di Bouillon, s’imbatterono in una piccola comitiva di tre a cavallo, che avevano tutte le parole possibili, poichè andavano senza scorta, e quando arrivavano alle barricate non avevano da far altro che ricambiare con coloro che ne stavano a guardia certi detti bastanti a far sì che si lasciassero tirare innanzi con tutta la deferenza senza dubbio dovuta al loro rango.

All’aspetto di quei tali, Athos ed Aramis si fermarono.

«Oh oh! vedete, conte? disse Aramis.

«Sì, rispose Athos.

«Che vi pare di quei tre cavalieri?

«E a voi?

«Che siano i nostri.

«Non v’ingannate, ho riconosciuto benone di Flamarens.

«Ed io, di Chatillon.

«In quanto all’altro col ferrajuolo scuro....

«Era il ministro.

«In persona.

«Come diamine si azzardano così, nei dintorni del palazzo di Bouillon? fece Aramis».

Athos sorrise senza rispondere.

Di là a cinque minuti bussavano al portone del principe.

Al portone faceva guardia una sentinella, come si costuma per i soggetti rivestiti di gradi superiori; nel cortile era pure un piccol corpo di guardia pronto ad obbedire agli ordini del luogotenente del principe di Conti.

A forma di quel che diceva la canzone il duca di Bouillon aveva la gotta e stava a letto; non ostante questa grave malattia, che da un mese gl’impediva di cavalcare, cioè da quando era assediata Parigi, fece dire, però, ch’era disposto a ricevere i signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay.

I quali furono tosto introdotti. L’ammalato era nella sua camera, coricato, ma circondato dall’apparecchio più militare che potesse immaginarsi: da per tutto, sospesi alle muraglie, spade, pistole, usberghi e archibugi, e agevolmente si scorgeva che il signor di Bouillon, appena non avesse più la podagra, darebbe non poca briga e molestia ai nemici del Parlamento. Intanto con sommo suo rincrescimento, conforme ei diceva, gli toccava starsene in letto.

«Ah! signori, esclamò visti ch’ebbe i due visitanti e tentando per sollevarsi un tantino uno sforzo che gli fe’ fare una boccaccia pel dolore terribile, siete fortunati, voi altri! potete montare a cavallo, andare e venire, combattere, per la causa del popolo. Ma io, vedete pure, sono confitto su queste lenzuola!.... Uh maledetta gotta! aggiunse con una nuova smorfia, maledettissima gotta!

«Monsignore, disse Athos, veniamo d’Inghilterra e toccando Parigi è stata nostra prima cura di portarci a domandar notizie della vostra salute.

«Grazie, grazie mille!.... la salute? cattiva, come osserverete.... maledetta gotta!.... Ah! siete arrivati d’Inghilterra? e il re Carlo sta bene, per quanto ho inteso poco fa.

«È morto, monsignore, disse Aramis.

«Veh! fece attonito il duca.

«Morto sopra il patibolo, condannato dal Parlamento.

«È impossibile!

«E giustiziato alla nostra presenza.

«Ma dunque che mi diceva di Flamarens?

«Di Flamarens! esclamò Aramis.

«Sì, è uscito adesso di qua.

«Con due compagni? domandò Athos sogghignando.

«Sì, con due compagni, rispose il duca».

Indi con qualche inquietudine seguitò:

«Gli avete forse incontrati?

«Ma sì.... mi pare, per la strada, replicò Athos».

E guardò sorridendo Aramis, che dal canto suo osservò lui pure alquanto meravigliato.

«Maledettissima gotta! ripetè il signor di Bouillon che pativa assai.

«Monsignore, continuò Athos, in verità ci vuol tutta la vostra divozione alla causa parigina per rimanere, incomodato come siete, alla testa delle armate; tanta perseveranza produce in noi sincera ammirazione.

«Che volete, signori miei? bisogna pure (e voi due ne siete un esempio, voi sì prodi e zelanti, a cui il mio caro collega duca di Beaufort è debitore della libertà e fors’anco della vita) bisogna pure sacrificarsi alle pubbliche faccende. E perciò, lo vedete, io mi sacrifico. Bensì vi confesso che ho esaurita tutta la mia forza. Il cuore è buono, buona è la testa, ma questa podagra briccona mi ammazza, e non vi nego che se la corte rendesse paghe le mie domande, d’altronde giustissime, poichè non chiedo se non una indennizzazione promessami dall’antico ministro stesso quando mi fu tolto il mio principato di Sedan, se mi si dessero dominj del medesimo valore; se mi si risarcisse del non godimento di quella mia proprietà dacchè mi fu tolta, cioè da diciotto anni, se a quelli della mia casa si accordasse il titolo di principi; se il mio fratello di Turenne fosse rimesso in possesso del suo comando; mi ritirerei immediatamente nelle mie terre, e lascerei la corte ed il Parlamento aggiustarsi fra loro come meglio potessero.

«Ed avreste ragione, monsignore, rispose Athos.

«Voi pensate così; non è vero, signor conte di la Fère?

«Assolutamente.

«E anche voi, signor cavaliere d’Herblay.

«Pienissimamente.

«Or bene, vi confesso, che secondo ogni probabilità, mi appiglierò a questo partito. Nel momento appunto la corte mi fa alcune proposte, e da me solo dipende l’accettarle. Le avevo rigettate finora, ma poichè uomini della vostra fatta mi dicono che ho torto, e specialmente giacchè questa maladetta gotta mi mette nell’impossibilità di giovare alla causa parigina, affè! ho voglia di seguitare il vostro consiglio e accogliere la proposta avanzatami dal signor di Chatillon.

«Accettatela, principe, disse Aramis.

«Oh sì! anzi mi dispiace di averla quasi sprezzata questa sera.... ma domani v’è conferenza e vedremo».

I due amici riverirono il duca.

«Andate, signori, questi continuò, dovete essere stanchi dal viaggio. Povero re Carlo! ma in sostanza egli ne ha un po’ di colpa, e ciò che deve consolarci si è che la Francia non ha da farsi alcun rimprovero in questa occasione, ed ha fatto tutto quanto ella poteva per salvarlo.

«Oh! di questo siamo noi testimoni, replicò Aramis, particolarmente il signor di Mazzarino!....

«Ecco, io ho caro che gli facciate una tale testimonianza; in fondo ha del buono, il ministro, e se non fosse forestiero, gli si renderebbe giustizia.... Ahi! gotta maladettissima!»

Athos ed Aramis uscirono, ma le grida del signor di Bouillon li accompagnarono sino nell’anticamera; era evidente ch’ei soffriva come un dannato.

Aramis arrivato al portone domandò:

«Ebbene, Athos, che ne pensate?

«Di che?

«Per diana! del signor di Bouillon.

«Caro mio, quel che ne pensa il _triolet_ della nostra guida:

Ce pauvre monsieur de Bouillon Est incommodé de le goutte....

«E perciò, fece Aramis, vedete che non gli ho aperto bocca sull’oggetto che qui ci conduceva.

«E avete operato con prudenza; gli avreste mosso un nuovo attacco di podagra. Si vada dal signor di Beaufort».

E i due amici si avviarono al palazzo di Vendome.

Suonavano le dieci quando essi vi giungevano.

Il palazzo di Vendome era custodito non meno, e presentava un aspetto non meno guerresco di quello di Bouillon. V’erano sentinelle, corpo di guardie nel cortile, armi e fasci, cavalli sellati legati agli anelli. Due cavalieri, ch’escivano allorchè Athos ed Aramis entravano dovettero far fare un passo indietro ai loro palafreni acciò questi passassero.

«Ah ah! signori, disse Aramis, ma l’è assolutamente la nottata degl’incontri, e dichiaro che avremmo grande sfortuna se dopo di esserci incontrati così spesso, stassera, non pervenissimo ad incontrarci domani.

«Oh! in quanto a codesto, rispose Chatillon (ch’era egli insieme con Flamarens partito allora da casa di Beaufort) potete star quieto; se c’incontriamo di notte senza cercarci, tanto più c’incontreremo di giorno cercandoci.

«Lo spero, fece Aramis.

«Ed io ne son sicuro, ribattè il duca».

Di Flamarens e di Chatillon proseguirono la lor via, e Athos ed Aramis anzi smontarono.

Avevano appena infilate le briglie dei loro cavalli alle braccia dei lacchè, e si erano sbarazzati dei ferrajuoli, che a loro avvicinossi un tale, e guardatili un momento al dubbio lume di un lanternino appeso in mezzo al cortile diè un grido di sorpresa, e corse a gettarsi fra le loro braccia.

«Conte di la Fère! urlò colui, cavaliere d’Herblay! come mai siete in Parigi?

«Rochefort! dissero insieme ambedue.

«Sì, di certo! Siamo giunti dal Vendomese or sono quattro o cinque giorni, e ci accingiamo a dar da fare ben bene al Mazzarino. Siete sempre dei nostri, mi figuro?

«Più che mai. E il duca?

«È indemoniato contro il ministro. Vi sono noti i successi del nostro caro duca? È il vero re di Parigi; non può andar fuori senza arrischiare di esser soffocato.

«Ah! tanto meglio; disse Aramis, ma ditemi, non sono i signori di Flamarens e di Chatillon quelli usciti poc’anzi di qui?

«Giusto! hanno avuto udienza dal duca; vengono da parte del Mazzarino, senza dubbio, ma avranno trovato a chi parlare, ve lo garantisco.

«Manco male, rispose Athos; e non si potrebbe aver l’onore di vedere Sua Altezza?

«E perchè no? subito! sapete che per voi è sempre visibile. Venite con me, io reclamo il bene di presentarvi».

Rochefort andò avanti. Furono aperte tutte le porte: a lui ed ai due amici. Trovarono essi il signor di Beaufort sul punto di porsi a tavola. Le mille occupazioni della giornata avevano ritardata sino allora la sua cena; ma per quanto fosse grave la circostanza, il duca ebbe appena uditi i nomi annunziatigli da Rochefort, che si alzò dalla sedia che precisamente accostava alla mensa, ed avanzatosi con impeto incontro ai due colleghi disse loro:

«Ah per bacco! ben venuti, signori miei. Siete qua a prender parte alla mia cena, non è così? Boisjoli, avvertite Noirmont che ho due commensali. Lo conoscete, Noirmont, eh signori? è il mio maestro di casa, il successore di Mastro Marteau, che fa gli ottimi pasticci a voi noti. Boisjoli, di’ che ne mandi uno fatto da lui, ma non del genere di quello che aveva preparato per la Ramée.... Grazie a Dio! non abbiamo più bisogno di scale, di funi o di pugnali.

«Monsignore, rispose Athos, non istate a disturbare per noi il vostro illustre maggiordomo, del quale ci sono cogniti i molti e svariati talenti. Questa sera, con licenza di Vostra Altezza, avremo soltanto l’onore di domandarle nuove di sua salute e ricevere i di lei comandi.

«Oh! per la salute, ottima. Una salute che ha resistito a cinque annate di Bastiglia con la compagnia obbligata di messer di Chavigny, è capace di tutto. Per comandi, cospetto! vi confesso che sarei in un grande impiccio per conferirveli, sendo che ciascuno dà i suoi dal canto suo, e se si va avanti così io finirò con non darne più affatto.

«Davvero? disse Athos, eppure credevo che il Parlamento contasse sopra la vostra unione.

«Oh sì! la nostra unione è bella, veh! Con il duca di Bouillon, tanto tanto.... ha la podagra e non si leva dal letto, v’è da intendersi; ma col signor d’Elboeuf e i suoi figliuoli che son tanti elefanti.... Signori miei, sapete il componimento (_triolet_) sopra il duca d’Elboeuf?

«No monsignore.

«Propriamente?»

Il duca si mise a cantare: