Part 55
«Nulla v’è di più facile. Stabiliamo un itinerario da cui non ci dipartiremo. Andate a Saint-Valery, poi a Dieppe, dopo prendete la via retta da Dieppe a Parigi; noi piglieremo da Abbeville, Amiens, Peronne, Compiegne e Senlis, ed in ogni locanda, in ogni casa dove ci fermeremo, scriveremo sul muro colla punta di un coltello, o sui vetri col taglio di un diamante, uno schiarimento che possa essere di guida alle ricerche di quelli che fossero liberi.
«Ah! amico mio come ammirerei le risorse della vostra testa, se non mi fermassi a quelle del vostro cuore per adorarle!»
E porgeva la destra a d’Artagnan.
«E forse la volpe ha ella dell’ingegno? rispose questi scrollando le spalle; no, sa rubare le galline, sviare i cacciatori e ritrovare la sua strada di giorno come di notte, nient’altro. Or bene, è combinato?
«È combinato.
«Dunque dividiamoci il danaro, continuò d’Artagnan; debbono rimanere circa duecento doppie. Quanto resta, Grimaud?
«Cento ottanta mezzi luigi, signore.
«Appunto. Evviva! ecco il sole. Buon giorno, sole amico; sebbene tu non sia lo stesso che quello della Guascogna, ti riconosco o m’imagino di riconoscerti.... Era un pezzo che non ti vedevo!
«Animo, animo d’Artagnan, disse Athos, non fate da spirito forte, avete le lacrime agli occhi. Siamo sempre schietti fra noi, quando anche questa schiettezza dovesse fare scorgere le nostre buone qualità.
«Oh! mio caro, credete si lascino a sangue freddo e in un momento non esente da pericoli due amici come voi ed Aramis?
«No! e per questo, venite fra le mie braccia, figliuol mio!
«Perdinci! fece singhiozzando Porthos, piango, se non isbaglio: uh che sciocchezza!»
Ed i quattro camerati formarono un sol gruppo gettandosi l’uno al seno dell’altro. In tale istante, quei quattro uomini riuniti dall’amplesso fraterno non ebbero per certo che una sola anima.
Blaisois e Grimaud dovevano andar con Athos ed Aramis; a Porthos e d’Artagnan bastava Mousqueton.
Si ripartirono, siccome avevano fatto sempre, il danaro con una regolarità da fratelli; e strettasi scambievolmente la mano, e ripetutesi le proteste di eterna amistà, i gentiluomini si separarono per avviarsi ciascuno nella direzione convenuta, non senza voltarsi, non senza mandarsi ancora affettuose parole, cui ridiceva tosto l’eco delle dune.
Alfine si perderono di vista.
«Corpo di Bacco! esclamò Porthos, questa, d’Artagnan mio, bisogna ch’io ve la dica subito, giacchè non posso tener sul cuore qualche cosa contro di voi: in questa circostanza non vi ho riconosciuto.
«Perchè? domandò d’Artagnan col suo sorrisetto malizioso.
«Perchè, se conforme assicurate, Athos ed Aramis son veramente esposti ad un rischio, non è momento da abbandonarli. Io vi confesso ch’ero pronto ad accompagnarli, e lo sono tuttavia a raggiungerli, non ostante tutti i Mazzarini dell’universo.
«Ah! avreste ragione, Porthos, se così fosse; ma sappiate una cosarella, che, quantunque piccola, varierà il corso alle vostre idee: ell’è che il maggior rischio non è per quei signori, ma bensì per noi; è che li lasciamo, non per abbandonarli, ma per non comprometterli.
«Davvero! fece Porthos spalancando gli occhi.
«Eh! senza dubbio: se sono arrestati, per loro v’è la Bastiglia semplicemente; per noi, se lo siamo, v’è la piazza di Grève.
«Oh oh! disse Porthos, c’è differenza da questo alla corona da barone che mi promettevate!
«Non tanto forse, oibò! voi sapete il proverbio francese: _Tout chemin mène à Rome_.
«Ma perchè corriamo maggiori pericoli che Athos ed Aramis?
«Perchè essi non hanno fatto altro che attenersi all’incarico ricevuto dalla regina Enrichetta, e noi abbiamo tradito quello datoci da Mazzarino; perchè partiti come messaggieri presso a Cromvello, siamo diventati partigiani del re Carlo; perchè invece di dar mano a far cadere la regia sua testa condannata da quei furfanti chiamati Mazzarino, Cromvello, Joyce, Pridge, Farfaix, ec., ec., siamo stati in procinto di salvarla.
«È vero, rispose Porthos; però, mio caro, come volete che in mezzo alle sue grandi occupazioni di mente il generale Cromvello abbia avuto tempo da pensare?....
«Pensa a tutto, ha tempo per tutto; e noi, datemi retta, non perdiamo il nostro, ch’è prezioso. Non saremo in sicuro se non dopo aver visto Mazzarino, ed anche....
«Diamine! e che gli diremo?
«Lasciate fare a me, ho io il mio piano preparato: Cromvello è forte, Mazzarino è scaltro, ma ho più gusto di trattare in diplomazia contro di essi che contro il defunto messer Mordaunt.
«Ecco! fece Porthos, eppure v’è piacere a dire: _defunto messer Mordaunt_!
«Sì sì, replicò d’Artagnan, ma in viaggio subito».
Ed ambedue senza perdere un momento si diressero verso la strada di Parigi, seguiti da Mousqueton, che dopo aver avuto freddo tutta la notte, aveva digià troppo caldo a capo a un quarto d’ora.
LXXIX.
_Ritorno._
Athos ed Aramis avevano preso l’itinerario indicato da d’Artagnan, e camminato quanto più presto potevano; ad essi sembrava che fosse per loro più vantaggioso l’essere arrestati vicino a Parigi che lontano.
Ogni sera, nella tema che questo caso avvenisse loro di notte, tracciavano o sul muro o sui vetri il pattuito segno di riconoscimento, ma ogni mattina con sommo stupore al destarsi si trovavano liberi.
A misura che s’inoltravano verso la capitale, i grandi eventi dei quali erano stati spettatori, e che sconvolta avevano l’Inghilterra, si andavano dileguando come tanti nuvoli, mentre all’opposto venivano loro incontro quelli che avevano scosso Parigi e la provincia.
In quelle sei settimane d’assenza erano succedute in Francia tante cose piccole da formare quasi insieme un grandissimo caso. I Parigini, svegliatisi la mattina senza regina nè re, furono molto dolenti di siffatto abbandono, e l’assenza di Mazzarino sì caldamente bramata non compensò il rincrescimento di quella dei due augusti fuggiaschi.
Il primo sentimento che agitasse Parigi, allorchè intese la fuga per San Germano, a cui noi già facemmo assistere i nostri leggitori, fu dunque quella specie di spavento che assale i bambini quando e’ si destano di notte o nella solitudine. Il parlamento si mise in moto, e fu deciso che una deputazione si trasferisse presso la sovrana a pregarla di non privare più a lungo la capitale della sua regia presenza.
Ma la regina era tuttavia sotto la duplice impressione del trionfo di Lens e dell’orgoglio della sua scappata eseguita tanto felicemente. I deputati non solo non ebbero l’onore di esser da lei ricevuti, ma anche si fecero aspettare sulla scala grande, dove il cancelliere (lo stesso Seguier che noi vedemmo nella prima parte di quest’opera insistere ostinatamente per una lettera ripostasi perfino in seno dalla regina), il cancelliere, dicevamo, venne a dare loro l’_ultimatum_ della corte, il quale portava che se il Parlamento non si umiliava dinanzi alla regale maestà, passando sopra senz’altro a tutte le questioni che avevano cagionata la contesa che li divideva, Parigi sarebbe assediata all’indomani; che digià, pure, nella previdenza di codesto assedio, il duca d’Orleans occupava il ponte di San Cloud, e il signor Principe, ancora risplendente della sua vittoria di Lens, stava in possesso di Charenton e San Dionigi.
Disgraziatamente per la corte, a cui una risposta moderata avrebbe forse restituito un buon numero di partigiani, questa cotanto minacciosa produsse un effetto contrario a quel che si attendeva; urtò l’orgoglio del Parlamento, che sentendosi robustamente appoggiato dal ceto borghese, a cui la grazia di Broussel aveva dato un concetto della propria forza, replicò alle lettere patenti, dichiarando che il ministro Mazzarino era notoriamente l’autore di tutti i disordini, e quindi lo dichiarava nemico del re e dello Stato, e gl’ingiungeva di ritirarsi dalla corte nel medesimo giorno, e dalla Francia negli otto giorni di tempo, spirato il qual termine, ove non obbedisse, comandava a tutti i sudditi del re di scagliarglisi contro.
Questa energica replica, che la corte non si aspettava, metteva Parigi e Mazzarino fuor della legge. Rimaneva solamente da sapersi chi la vincerebbe, o il parlamento o la corte.
Allora la corte fece i suoi preparativi di attacco, e Parigi quelli di difesa. I borghesi adunque erano occupati all’opera consueta dei borghesi in tempo di sommossa, cioè a stendere delle catene e tôrre il lastrico dalle strade, quando videro arrivare e dar loro ajuto, e condotti dal Coadiutore, il principe di Conti, fratello del principe di Condé, e il duca di Longueville suo cognato. E tosto si riconfortarono, perocchè avevano dalla loro due principi del sangue, e di più il vantaggio dal numero.
Nel dì 10 gennajo giungeva a’ Parigini questo non sperato soccorso.
Dopo una burrascosa discussione, il principe di Conti fu nominato a generalissimo delle armate del re fuori di Parigi con i duchi di Elboeuf e di Bouillon, e il maresciallo La-Mothe per luogotenenti generali; il duca di Longueville senza carica, nè titolo, si contentava di assistere il cognato.
In quanto al signor di Beaufort, era tornato dal Vendomese, portando (dice la cronaca) la sua bella cera, capelli belli e lunghi, e quella popolarità che gli procacciò la sovranità delle piazze da mercato.
L’armata parigina erasi allora ordinata con la prontezza con la quale i cittadini si travestono da soldati quando a questa trasformazione li spinga un sentimento qualunque. Al dì 19, l’esercito, raccoltosi, aveva tentata una sortita, piuttosto per assicurare sè medesimo e gli altri della propria esistenza che per avventurare qualche cosa di serio, facendosi sventolare più su del capo una bandiera su cui leggevasi questa singolare divisa: _Cerchiamo il nostro re_.
I giorni seguenti furono impiegati ad alcune piccole operazioni parziali, che non ebbero altro risultato se non la preda di varj armenti, e l’incendio di due o tre case.
Così si giunse ai primi di febbrajo, e nel primo assolutamente di quel mese i nostri quattro camerati approdavano a Boulogne e si avviavano solleciti a Parigi, ognuno dalla sua parte.
Verso la fine del quarto giorno di cammino scansarono cautamente Nanterre onde non cadere in qualche turba del partito della regina.
Athos pigliava a malincuore simili precauzioni, ma Aramis gli aveva fatto giudiziosamente osservare come non aveano diritto di essere imprudenti, ed erano incaricati dal re Carlo di una missione suprema e sacra, la quale ricevuta appiè del patibolo non si compirebbe che a’ piedi della regina.
E quindi Athos cedè.
Nei sobborghi i nostri viaggiatori trovarono buona guardia. Tutta Parigi era armata. La sentinella ricusò di lasciar passare i due gentiluomini, e chiamò il suo sergente.
Il sergente venne subito fuori, ed assumendo tutta l’importanza che sogliono assumere i borghesi quando hanno la fortuna di esser rivestiti di una dignità militare, domandò:
«Chi siete, signori?
«Due gentiluomini, rispose Athos.
«Di dove venite!
«Da Londra.
«Che venite a fare a Parigi?
«Adempiere ad un incarico presso Sua Maestà la regina d’Inghilterra.
«Ehi dico! ma oggi vanno tutti dalla regina d’Inghilterra! replicò il sergente. Abbiamo di già al posto di guardia tre gentiluomini di cui si visitano i fogli, e che vanno da Sua Maestà. I vostri fogli dove sono?
«Non ne abbiamo.
«Come! non ne avete?
«No, arriviamo dall’Inghilterra, secondo vi abbiamo detto; ignoriamo totalmente a che punto siano gli affari politici, essendo partiti da Parigi prima del re.
«Ah! disse il sergente in aria da scaltro, siete tanti _mazzarini_, che vorreste entrare da noi per farci la spia!
«Caro amico! replicò Athos, che sino allora aveva lasciato ad Aramis la cura di rispondere; se fossimo mazzarini avremmo anzi tutte le carte possibili. Nella situazione in cui siete, diffidatevi prima di tutto, credete a me, di coloro che sono in piena regola.
«Entrate al corpo di guardia, esporrete le vostre ragioni al superiore».
Il sergente fe’ un cenno alla sentinella; questa si trasse da parte a lasciarlo passare, mentre i due gentiluomini lo seguivano.
Il corpo di guardia era interamente occupato da borghesi ed uomini del volgo; chi giuocava, chi beveva, chi discorreva.
In un canto, e quasi custoditi a vista, erano i tre gentiluomini primi arrivati, e di cui l’ufficiale esaminava i ricapiti. L’ufficiale stava nella stanza contigua, perchè l’importanza del suo grado gli concedeva l’onore di un alloggio particolare.
Il primo movimento dei primi e degli ultimi giunti, fu dalle due estremità del locale di darsi scambievolmente un’occhiata rapida e indagatrice. Quelli capitati avanti erano coperti, e ben celati da lunghi ferrajuoli. Uno di essi, meno grande che i compagni, si stava indietro ed all’ombra.
All’annunzio dato all’entrare dal sergente, che, secondo ogni probabilità, conduceva due innanzi, i tre gentiluomini drizzarono le orecchie e si fecero attentissimi. Il più piccolo, che aveva mossi due passi, ne fece uno all’indietro, e si ritrovò all’ombra.
All’avviso che i nuovi venuti non avevano carte di passo, fu unanime parere del corpo di guardia ch’essi non entrassero.
«Anzi, signori, disse Athos, è probabilissimo ch’entriamo, giacchè ci sembra di aver che fare con genti ragionevoli. E la maniera sarà semplicissima: basterà far trasmettere i nostri nomi a Sua Maestà la regina d’Inghilterra, e s’ella si fa per noi responsabile, spero che non vedrete più inconveniente a darci libero ingresso».
A tali parole l’attenzione di quello che era nascosto all’ombra diventò anco maggiore, e fu pure accompagnata da un moto di stupore sì improvviso, che gli cadde il cappello spinto dal ferrajuolo nel quale si avviluppava più che mai; egli si chinò prestamente a raccoglierlo.
«Oh mio Dio! disse Aramis dando di gomito ad Athos, avete visto?
«Che cosa? domandò Athos.
«Il più basso di quei tre?
«No.
«È che mi pareva.... ma già non è possibile!»
In quel punto il sergente, ch’era andato nella stanza particolare a prender gli ordini dall’uffiziale, uscì, ed accennando i tre gentiluomini a cui consegnò un foglio, disse:
«Le carte sono in regola; lasciate passare questi tre signori».
I tre signori fecero un segno colla testa, e si affrettarono a profittare del permesso e della strada, che, per comando del sergente, veniva lor fatta libera.
Aramis li seguitò cogli occhi, e nell’atto che il più piccolo gli passava davanti, strinse la mano ad Athos.
«Che avete, mio caro? chiese questi.
«Ho.... di certo, è una visione....»
Ed Aramis domandò al sergente:
«Ditemi, conoscete i tre gentiluomini usciti adesso di qua?
«Li conosco per i loro fogli: sono i signori di Flamarens, di Chatillon e di Bruy, tre della _Fronda_, che vanno a raggiungere il signor duca di Longueville.
«È singolare! disse Aramis rispondendo piuttosto al suo proprio pensiero che al militare, mi era sembrato di ravvisare il Mazzarino in persona».
Il militare diede una grossa risata.
«_Lui!_ disse, arrischiarsi così da noi per esser impiccato! non è tanto babbeo!
«Uhm!... potrei essermi ingannato; non ho mica l’occhio infallibile di d’Artagnan.
«Chi è che parla di d’Artagnan? fece l’uffiziale, che appunto comparve sulla soglia della sua camera.
«Oh! urlò Grimaud spalancando gli occhi.
«Che? domandarono insieme Aramis ed Athos.
«Planchet! rispose Grimaud, Planchet col gorgerino!
«I signori di la Fère e d’Herblay di ritorno a Parigi! esclamò l’uffiziale. Oh che allegrezza è questa per me! chè di sicuro, venite a unirvi ai signori principi.
«Precisamente, mio caro Planchet, replicò Aramis, mentre Athos sorrideva veggendo il grado considerevole che occupava nella milizia cittadina l’antico camerata di Mousqueton, di Bazin e di Grimaud.
«E il signor d’Artagnan, del quale discorrevate poc’anzi, signor d’Herblay? oserò ricercarvi se ne avete notizia?
«L’abbiamo lasciato, or sono quattro giorni, e tutto ci induce a credere che ci avesse preceduti in Parigi.
«No, signore, io ho certezza che non è rientrato nella capitale; in sostanza, può essere che sia rimasto a San Germano.
«Non lo credo: abbiamo l’appuntamento al _Granchio_.
«Io ci sono stato oggi appunto.
«E la bella Maddalena non ne aveva nuove? fece sogghignando Aramis.
«No, e anzi non vi nascondo che pareva assai inquieta.
«In conclusione, disse Aramis, non abbiamo ancora perduto tempo, e si è fatto alla lesta. Sicchè, permettete, caro Athos, senza che io m’informi di più del nostro amico, che faccia i miei complimenti a messer Planchet.
«Ah! signor cavaliere, disse Planchet con un inchino.
«Tenente! esclamò Aramis.
«Tenente sì, e con promessa d’esser capitano.
«Bellissima cosa! rispose Aramis, e come sono venuti a voi tutti questi onori?
«Già, prima sapete, signori, che fui io che feci scappare il signor di Rochefort?
«Sì, cospetto! egli ce lo ha raccontato.
«Ma in quella circostanza stetti in procinto di essere impiccato dal Mazzarino, lo che naturalmente mi rese più popolare che nol fossi per lo avanti.
«E mercè codesta popolarità?...
«No, mercè qualcosa di meglio. Inoltre vi è noto che ho servito nel reggimento di Piemonte, dove avevo l’onore di essere sergente?
«Sicuro.
«Or bene! un giorno che nessuno poteva mettere in fila una quantità di paesani armati che si partivano chi col piè sinistro e chi col diritto, io riuscii a farli muovere tutti con lo stesso piede, e fui fatto tenente sul campo.... delle manovre.
«Ecco la spiegazione, fece Aramis.
«Dimodochè, soggiunse Athos, avete con voi un diluvio di nobiltà?
«Certissimo; in primo luogo abbiamo, conforme saprete senza dubbio, il principe di Conti, il duca di Longueville, il duca di Beaufort, il duca d’Elboeuf, il duca di Chevreuse, il signor di Brissac, il maresciallo di la Mothe, il signor di Luynes, il marchese di Vitry, il principe di Marillac, il marchese di Noirmontier, il conte di Fiesques, il marchese di Laigues, il conte di Montresor, il marchese di Sevigné, e che so io, quanti mai?
«E il signor Raolo di Bragelonne? chiese Athos con qualche agitazione, d’Artagnan mi disse avervelo raccomandato nel partire, mio buon Planchet.
«Sì, signor conte, e come fosse stato suo figliuolo, e debbo dichiarare che non l’ho perduto di vista un momento.
«Dunque sta bene? seguitò Athos con voce alterata dal contento; non gli è accaduta alcuna disgrazia?
«Nessuna.
«E abita?...
«Sempre al _Gran Carlomagno_.
«E passa le giornate?...
«Ora dalla regina d’Inghilterra, ora da madama di Chevreuse. Esso e il conte di Guiche non si lasciano un istante.
«Grazie, Planchet, grazie».
E Athos gli porgeva la destra.
«Oh! signor conte, fece Planchet toccando quella mano con la punta delle dita.
«Conte, ebbene? che fate? ad un antico lacchè! osservò Aramis.
«Amico, mi dà notizie di Raolo.
«E adesso, continuò Planchet il quale non aveva udita l’osservazione di Aramis, che avete idea di fare?
«Rientrare in Parigi, se pure voi ci date il permesso, caro signor Planchet.
«Come! se vi do il permesso? mi burlate, non sono altro che il vostro servo».
E Planchet fece una riverenza.
Poi voltosi a’ suoi uomini:
«Lasciate passare questi signori; li conosco, sono amici del signor di Beaufort.
«Evviva il signor di Beaufort! gridò tutto il corpo di guardia facendo largo ad Athos ed Aramis».
Il sergente solo si accostò a Planchet.
«Chè? borbottò, senza passaporto?
«Senza passaporto.
«Badate, capitano, ribattè il sergente dando anticipatamente a Planchet il titolo promessogli; badate che uno dei tre uomini usciti poco fa mi ha detto pianino di non fidarmi di loro.
«Ed io, ripigliò Planchet maestosamente, li conosco e rispondo per essi».
E strinse la mano a Grimaud, il quale parve molto onorato da tale distinzione.
«Dunque a rivederci capitano, soggiunse Aramis in tuono beffardo, se ci accadesse qualche cosa chiameremmo voi in appoggio.
«Signor mio, disse Planchet, in questo come in tutt’altro, sono vostro servitore umilissimo.
«Ha spirito e di molto, il briccone! esclamò Aramis montando a cavallo.
«E come non deve averne? fece Athos ponendosi in sella, dopo avere per tanto tempo spazzolati i cappelli del suo padrone?»
LXXX.
_Gli ambasciadori._
I due amici si avviarono tosto scendendo il ripido pendio del sobborgo. Però, giunti appiè di quello, videro con istupore che le strade di Parigi si erano cambiate in fiumi e le piazze in tanti laghi: in conseguenza delle forti pioggie del mese di gennajo, la Senna aveva dato di fuori, e colle sue acque ingombrava metà della capitale.
Athos ed Aramis entrarono animosamente con i loro cavalli in quella inondazione; ma in breve i poveri animali vi affondarono sino al petto, e bisognò che i due gentiluomini si decidessero a lasciarli ed a prendere una barca, dopo avere raccomandato ai loro domestici di andare ad attenderli ai mercati.
In conseguenza arrivarono in barchetta al Louvre. Era notte già fatta, e Parigi vista così al lume di alcuni lampioni tremolanti fra tutti quei paduli, co’ suoi battelli carichi di pattuglie con armi risplendenti, con le grida di vigilia che di notte si ricambiano fra i posti di guardia, Parigi insomma presentava un aspetto che abbagliò Aramis, l’uomo più accessibile che mai potesse incontrarsi a sentimenti bellicosi. Giunsero dalla regina; però fu d’uopo far anticamera, sendochè nel momento Sua Maestà dava udienza a gentiluomini che recavano notizie d’Inghilterra.
«E anche noi, disse Athos al servo che gli dava questa risposta, non solo portiamo notizie d’Inghilterra, ma veniamo pure di là.
«Come vi chiamate?
«Il signor conte di la Fère e il signor cavaliere d’Herblay, replicò Aramis.
«Oh! allora, signori, fece il servitore udendo quei nomi dalla regina proferiti tante volte nella sua speranza, allora è tutt’altro, e credo che Sua Maestà non mi perdonerebbe di avervi fatto aspettare un momento. Seguitemi, di grazia».
E camminò avanti, precedendo i due forestieri.
Poi quando fu nella stanza ove stava la sovrana fece ad essi cenno di attendere, ed aperta la porta, disse:
«Signora, spero che Vostra Maestà mi perdoni di aver disobbedito ai di lei ordini, quando saprà che coloro cui vengo ad annunziarle sono i signori conte di la Fère e cavaliere d’Herblay».
La regina diè un grido di giubilo, che dai gentiluomini fu inteso dal luogo ove si erano trattenuti.
«Povera regina! borbottò Athos.
«Oh, passino, passino! esclamò pure la giovane principessa slanciatasi verso l’uscio».
La meschinella non si divideva mai dalla madre, e procurava farle obliare mediante le sue premure e la filiale sua tenerezza l’assenza dei due fratelli e della sorella.
«Entrate, signori, entrate», disse e terminava da sè di schiudere la porta.
Si presentarono Athos ed Aramis. La regina stava seduta sopra una poltrona, e a lei dinanzi erano in piedi due dei tre gentiluomini da loro incontrati nel corpo di guardia.
Erano questi i signori di Flamarens e Gasparo di Coligny, duca di Chantillon, fratello di quello che fu ucciso sette od otto anni prima in un duello ch’ebbe luogo a motivo di madama di Longueville.
All’annunziarsi dei due amici costoro indietreggiarono alquanto, e sotto voce ricambiarono alcune parole.
«Ebbene, signori! disse la regina, visti ch’ebbe Athos ed Aramis, eccovi alfine, fidi amici, ma i corrieri di Stato sono venuti anco più presto di voi. La corte è stata istrutta degli affari di Londra nel momento che voi arrivavate alle porte di Parigi, ed ecco i signori di Flamarens e di Chatillon che mi portano da parte di Sua Maestà la regina Anna le più recenti informazioni».
Aramis ed Athos si guardarono; la tranquillità, l’allegrezza persino che traluceva in volto alla sovrana, li faceva stupire.
«Favorite continuare, essa disse a Chatillon ed a Flamarens; dicevate adunque che Sua Maestà Carlo I, mio augusto signore, era stato condannato a morte non ostante il voto della maggioranza dei sudditi inglesi....
«Sì signora», balbettò Chatillon.
Athos ed Aramis si fissavano in viso un coll’altro vieppiù attoniti.
«E che, condotto al patibolo, ella proseguiva, al patibolo! o mio signore, o mio re!... era stato salvato dal popolo pieno d’indignazione.