Part 59
«Per veder la regina, diceva Aramis, bisogna vedere il ministro, ed appena avrem veduto il ministro, ricordatevi di quel che vi dico, saremo riuniti ai nostri amici, ma non nel modo che intendiamo noi. E quel modo, ve lo dichiaro, mi va poco a genio. Si operi in libertà per operare bene e presto.
«Voglio parlare alla regina, ripetè Athos.
«Ebbene! se siete deciso a far questa pazzia, avvertitemi un giorno innanzi, ve ne prego.
«E perchè?
«Perchè profitterò della circostanza per andare a fare una visita a Parigi.
«A chi?
«E che so io? forse anche a madama di Longueville. Essa è colà onnipotente e mi ajuterà. Soltanto fatemi avvisare da qualcuno se siete arrestato, in tal caso io mi rigirerò alla meglio.
«Perchè non vi arrischiate meco all’arresto, Aramis?
«No, grazie!
«Arrestati in quattro e riuniti, credo che nulla più avventuriamo. A capo a ventiquattro ore siamo tutti fuori.
«Mio caro, dacchè ho ucciso Chatillon, l’idolo delle dame di S. Germano, ho troppo splendore attorno per non temere doppiamente la prigione. La regina sarebbe capace di seguitare i consigli di Mazzarino in quest’occasione, ed il consiglio ch’ei le darebbe sarebbe di mettermi sotto processo.
«Ma vi pensate, Aramis, ch’ella ami quell’italiano a tal segno come tutti dicono?
«Amava pure un inglese!
«Eh amico mio! è donna!
«No, Athos, è regina!
«Basta! io mi sacrifico, e vo a chiedere udienza ad Anna.
«Addio, Athos, io vado a mettere su una armata.
«Per che fare?
«Per ritornare ad assediar Rueil.
«Dove ci ritroveremo?
«Appiè della forca del ministro».
I due amici si separarono, Aramis per trasferirsi di nuovo a Parigi, Athos per aprirsi mediante qualche tentativo preparatorio la via sino presso alla regina.
LXXXIV.
_La riconoscenza della regina Anna._
Athos incontrò minor difficoltà che non si credesse a penetrare presso ad Anna; anzi, al primo passo tentato tutto riuscì semplicissimo, e l’udienza che bramava gli fu accordata per l’indomani dopo il ricevimento della mattina a cui gli dava diritto di assistere la sua nascita.
Riempieva gli appartamenti di San Germano grandissima moltitudine: Anna non aveva mai avuto al Louvre, o al Palazzo Reale, un maggior numero di cortigiani. Soltanto erasi fatto un movimento tra quella folla che apparteneva alla nobiltà secondaria, mentre tutti i primi gentiluomini di Francia stavano attorno al signor di Conti, al signor di Beaufort ed al Coadjutore.
Del resto regnava un gran brio in quella corte. Il carattere particolare di quella guerra si fu che v’ebbero più strofette composte che cannonate tirate. La corte metteva in canzone i Parigini, i quali mettevano lei pure in canzone, e le ferite, sebbene non mortali, erano assai dolorose, fatte come erano con l’arme del ridicolo.
Però, in mezzo alla generale ilarità ed alla frivolezza apparente, tra tutti quei pensieri esisteva una seria preoccupazione. Mazzarino rimarrebbe poi ministro o favorito, oppure Mazzarino venuto dal mezzogiorno come un nuvolo, se ne andrebbe trasportato dal vento che portato lo aveva? Ognuno lo sperava, ognuno lo desiderava, talmente che il ministro sentiva che tutti gli omaggi, tutte le lusinghe cortigianesche ricoprivano una gran dose di odio mal celata sotto il timore e l’interesse; ei si trovava imbarazzato, senza sapere su chi far conto nè su chi appoggiarsi.
Il signor Principe stesso che combatteva per lui non si lasciava mai fuggire un’occasione o di schernirlo o di umiliarlo; ed avendo voluto Mazzarino per due o tre volte davanti al vincitore di Rocroy esternare qualche sua volontà imperiosa, questi lo aveva guardato in maniera da dargli a comprendere che se lo difendeva ciò non era già per convinzione nè per entusiasmo.
Allora il ministro si rivolgeva verso la regina, unico suo sostegno; ma due o tre volte gli era sembrato sentirsi vacillare quel sostegno sotto la mano.
Arrivata l’ora dell’udienza fu annunziato al conte di la Fère che questa avrebbe luogo, ma gli conveniva attendere alquanto, avendo la sovrana da tener consiglio col ministro.
E ciò era vero. Parigi aveva mandata appunto una nuova deputazione, la quale doveva procurare di dar finalmente un certo giro agli affari, ed Anna si consultava con Mazzarino sulla accoglienza da farsi ai deputati.
Grande occupazione di mente avevano tutti gli alti personaggi dello Stato. Athos non poteva quindi scegliere peggior momento per parlare de’ suoi amici, poveri atomi perduti in quel turbine scatenatosi.
Athos però era un uomo inflessibile, che non si ritraeva da una decisione presa allorchè questa gli pareva emanata dalla sua coscienza e dettata dal suo dovere. Insistè onde essere introdotto, dicendo che quantunque non fosse deputato, nè di Conti, nè di Beaufort, nè di Bouillon, nè di d’Elboeuf, nè del Coadjutore, nè di madama di Longueville, nè del signor Broussel, nè del Parlamento, e venisse per suo proprio conto, aveva pur non ostante le cose più importanti da dire a Sua Maestà.
Finita la conferenza, la regina lo fece chiamare nel suo gabinetto.
Athos fu introdotto e diede il suo nome. Era un nome che troppe volte aveva risuonato alle orecchie di Sua Maestà, ed anche nel suo cuore, perchè ella non lo riconoscesse; bensì essa rimase impassibile, contentandosi di guardare il gentiluomo in quel modo fisso, che non è lecito se non se alle donne regine o per bellezza o per rango.
«Sicchè vi offrite a renderci un servigio, conte, domandò Anna dopo breve silenzio.
«Sì signora, un altro servigio», rispose Athos un poco urtato che la sovrana non mostrasse ricordarsi di lui.
Athos aveva un cuor grande, e quindi era un meschino cortigiano.
La regina inarcò le ciglia. Mazzarino che, seduto davanti a un tavolino sfogliava alcune carte come avrebbe potuto fare un semplice segretario di Stato, alzò il capo.
«Parlate», disse Anna.
Mazzarino si rimise a scartabellare i fogli.
«Signora, rispose Athos, due amici nostri, due dei più intrepidi servi di Vostra Maestà, i signori d’Artagnan e du Vallon, mandati in Inghilterra dal signor ministro, sono spariti tutto ad un tratto nel punto in cui ponevano il piede sul suolo di Francia, nè si sa che sia di loro.
«Ebbene?
«Ebbene; io mi rivolgo alla benevoglienza di Vostra Maestà per sapere che sia, dei due gentiluomini, riservandomi, ove poi faccia d’uopo, di ricorrere alla di lei giustizia.
«Signore, disse Anna con quell’alterezza che dirimpetto a certi uomini diventava impertinenza, e per questo ci disturbate fra i gravi pensieri che ci agitano? per un affare di polizia! Eh! vi è noto, o noto vi dev’essere, che non abbiamo più polizia dacchè non siamo più a Parigi.
«Io credo, replicò Athos inchinandosi rispettosamente, che Vostra Maestà non avrebbe bisogno di informarsi dalla polizia per conoscere ciò che sia stato di d’Artagnan e du Vallon; e che se si compiacesse interrogare il signor ministro, esso potrebbe risponderle su tal proposito senza consultare altro che le proprie rimembranze.
«Ma Dio mi perdoni! disse Anna con quello sdegnoso moto delle labbra che era a lei particolare, mi pare che interroghiate voi stesso!
«Sì signora, e quasi ne ho diritto, poichè si tratta di d’Artagnan; di d’Artagnan, m’intendete?»
E ciò proferiva Athos in tal guisa da curvare sotto le ricordanze della donna la fronte della regina.
Mazzarino capì esser tempo di ajutare la sovrana.
«Signor conte, egli disse, consentirò io a parteciparvi una cosa ignota a Sua Maestà, cioè quel che fu fatto dei due gentiluomini. Hanno disobbedito, e sono in arresto.
«Supplico adunque la Maestà Vostra, soggiunse Athos sempre impassibile e senza replicare a Mazzarino, di sciogliere l’arresto dei signori d’Artagnan e du Vallon.
«Quel che mi domandate è affare di disciplina, e non si spetta a me, fece la regina.
«Non rispose mai così d’Artagnan quando si trattò di servire Vostra Maestà».
E Athos avendo dette queste parole, salutò sostenuto, e mosse due passi indietro per avvicinarsi alla porta.
Mazzarino lo trattenne.
«Venite anche voi d’Inghilterra, signor mio, gli disse facendo un cenno ad Anna, la quale impallidiva e si accingeva a dare un ordine rigoroso.
«Ed ho assistito agli ultimi momenti del re Carlo I, ribattè Athos; povero re! colpevole tutto al più di debolezza, e punito ben severamente dai suoi sudditi, giacchè ormai sono fiacchi i troni, e punto non giova ai cuori zelanti il servire agl’interessi dei principi. Era la seconda volta che d’Artagnan si recava in Inghilterra: la prima fu per l’onore di una grande regina; l’ultima per la vita di un gran re.
«Signore, così parlò Anna a Mazzarino con un accento da cui tutta la sua abitudine a dissimulare non aveva potuto sbandire la vera espressione; vedete se si potesse far nulla per i due gentiluomini.
«Farò tutto quanto piaccia a Vostra Maestà, rispose il ministro.
«Fate quel che richiede il signor conte di la Fére.... non vi chiamate così, signore?
«Ho anche un altro nome: mi chiamo Athos.
«Maestà, fece Mazzarino con un sorriso che dimostrava con qual facilità comprendeva da una mezza parola, potete star quieta, saranno adempiti i vostri desiderj.
«Avete inteso, signore? disse la regina.
«Sì, e non mi aspettavo di meno dalla giustizia di Vostra Maestà.... Sicchè rivedrò tosto i miei amici, non è vero? è questo quel che intende Vostra Maestà?
«Li rivedrete, sì.... Ma a proposito, siete della _Fronda_, voi?
«Signora, servo il re.
«Sì, a modo vostro.
«Il mio modo è quello di tutti i veri gentiluomini, ed io non ne conosco due, proferì Athos alteramente.
«Andate, replicò la sovrana licenziandolo con un gesto; avete ottenuto ciò che bramavate, e noi sappiamo quel che desideravamo di sapere».
E quando Athos fu partito e calata la portiera, si volse così a Mazzarino:
«Fate arrestare quell’insolente gentiluomo innanzi ch’esca dal cortile.
«Ci avevo pensato, fece Mazzarino, e mi è grato che Vostra Maestà mi dia un ordine ch’ero appunto per richiederle. Questi smargiassi che portano nell’epoca nostra le tradizioni dell’altro regno ci danno sommo impaccio, e poichè ve ne sono digià due presi, aggiungiamoci il terzo».
Athos non si era lasciato totalmente illudere dalla sovrana. Nella di lei pronunzia esisteva qualche cosa che gli aveva prodotta molta impressione, e che gli sembrava minacciasse mentre prometteva. Ma egli non era uomo da allontanarsi per un mero sospetto, ed in ispecie quando gli si era detto chiaro che in breve rivedrebbe gli amici. E perciò attese in una delle stanze attigue al gabinetto dove aveva avuto udienza che si conducessero a lui d’Artagnan e Porthos, o si venisse a prenderlo per guidarlo da loro.
In tale aspettativa si era accostato alla finestra, e macchinalmente guardava nel cortile. Vide entrarvi la deputazione dei Parigini, che veniva a regolare il luogo definitivo delle conferenze e a riverire la regina. V’erano consiglieri al Parlamento, presidenti, avvocati, fra i quali tratto tratto qualche uomo d’arme. Li attendeva fuor dei cancelli una scorta imponente.
Athos osservava con maggiore attenzione, imperocchè fra mezzo alla moltitudine gli era sembrato di ravvisare qualcuno; ed eccolo sentirsi a toccar lieve lieve la spalla.
Si volse e disse:
«Ah, signor di Comminges!
«Sì, signor conte, son io, e incaricato di un’incombenza per la quale vi prego di accettare le mie scuse.
«E quale?
«Conte, favorite consegnarmi la vostra spada».
Athos sorrise.
Aperse la finestra e gridò:
«Aramis!»
Si girò un gentiluomo; era quello che ad Athos era sembrato di ravvisare. Salutò il conte amichevolmente.
«Aramis! disse Athos, sono arrestato.
«Bene, rispose con flemma Aramis.
«Signore, seguitò Athos presentando civilmente il suo brando a Comminges, ecco la mia spada: piacciavi custodirla bene onde rendermela quando uscirò di prigione. Mi preme assai: fu data dal re Francesco I al mio avolo. Nel tempo suo si armavano i gentiluomini, non si disarmavano. Ed ora dove mi guidate?
«Prima di tutto nella mia camera, fece Comminges, dipoi la regina fisserà il luogo dell’ulteriore vostro domicilio».
Athos andò appresso a Comminges senza aggiungere parola.
LXXXV.
_Regia autorità di Mazzarino._
L’arresto di Athos non aveva fatto strepito, non cagionata pubblicità, ed anche era restato quasi ignoto. Così non aveva in verun modo incagliato il corso degli avvenimenti, e la deputazione mandata dalla città di Parigi fu avvertita solennemente che tosto comparirebbe davanti alla sovrana.
E la regina la ricevè, tacita e superba al suo solito; ascoltò le lagnanze e le suppliche dei deputati, ma quando essi ebbero terminati i loro discorsi, nessuno avrebbe potuto asserire ch’essa li avesse uditi, tanto si manteneva al sembiante indifferente.
In compenso di ciò, Mazzarino, presente all’udienza, capiva ottimamente ciò che da loro chiedevasi: ed era la dimissione, il licenziamento di lui in termini chiari e precisi, puramente e semplicemente.
Ed ultimati i discorsi, e la sovrana mantenendosi mutola, Mazzarino disse:
«Signori, mi unirò a voi per pregare la regina di porre un termine ai mali de’ suoi sudditi. Io ho fatto quanto ho potuto onde mitigarli, eppure è pubblica credenza, secondo voi dite, che quelli provengano da me, povero straniero a cui non è riuscito di dar nel genio ai Francesi! Ahimè! non sono stato compreso, ed era naturale: succedevo all’uomo il più sublime che ancora avesse sostenuto lo scettro dei re di Francia. Le ricordanze del signor di Richelieu mi annientano. Invano contrasterei con esse qualora fossi ambizioso; ma tale non sono e voglio darne una prova. Mi do per vinto; farò ciò che chiede il popolo. Se i Parigini hanno qualche torto, e chi v’è che non ne abbia? Parigi è punita abbastanza; è stato sparso sangue assai, miseria assai opprime una città privata del suo re e della giustizia. Non tocca a me, semplice particolare, lo assumere tanta importanza da metter divisioni fra una regina e il suo reame. Poichè esigete ch’io mi ritiri, or bene, mi ritirerò.
«Allora, disse Aramis all’orecchio al suo vicino, la pace è fatta e le conferenze sono inutili. Non v’è altro che mandare sotto buona guardia il signor Mazzarino alla frontiera più lontana, e sorvegliare acciò non ritorni dentro nè da quella nè da altre.
«Un momento, un momento! fece il togato al quale si era rivolto Aramis. Capperi! come fate alla lesta! si vede che voi altri siete uomini d’armi. V’è da mettere in pulito il capitolo delle ricompense e delle indennizzazioni.
«Signor cancelliere, disse la regina a quello stesso Seguier nostro vecchio conoscente, voi aprirete le conferenze; queste avranno luogo a Rueil. Il signor ministro ha dette cose che mi hanno commossa moltissimo. Ecco perchè non vi rispondo più a lungo. Per quel che sia di rimanere o partirsi, io ho troppa gratitudine pel ministro per non lasciarlo su qualunque punto libero della sua volontà. Farà quel che gli piaccia».
Un momentaneo pallore tinse l’accorta faccia del primo ministro. Egli guatò inquieto la regina. Ma la di lei faccia era tanto impassibile ch’ei non poteva meglio degli altri discernervi i sensi che le si racchiudevano in petto.
«Ma, seguitò Anna, signor di Mazzarino, mentre si attende la decisione, di grazia non si ragioni che del re».
I deputati, fatto un inchino, se ne andarono.
«E che! disse la sovrana quando tutti si furono tolti dalla stanza, cedereste a quei togati, a quegli avvocati?
«Per il bene di Vostra Maestà, rispose Mazzarino fissandola in viso attentissimo, non v’è sacrifizio ch’io non sia pronto ad impormi».
Anna abbassò la testa, e cadde in una di quelle meditazioni che le erano tanto usuali. Le tornò in mente la ricordanza di Athos. Lo ardito contegno del gentiluomo, la favella ferma e insieme dignitosa, le larve che aveva invocate in una sola parola, le riproducevano allo spirito un passato ricolmo di deliziosa poesia; la giovinezza, la beltà, la vivacità degli amori di venti anni e i fieri contrasti de’ suoi sostegni, e la sanguinosa fine di Buckingham, l’unico uomo che mai ella avesse realmente amato, e l’eroismo degli oscuri suoi difensori che salvata l’avevano dal duplice odio di Richelieu e del re.
Mazzarino la guardava, ed ormai ch’ella si credeva sola e non aveva più una folla di nemici intenta ad osservarla, ei seguitava ogni suo pensamento sul suo volto, siccome veggonsi nei laghi trasparenti a passare i nuvoli, riflessi del cielo ugualmente che i pensieri.
«Sicchè, borbottava Anna, bisognerebbe cedere alla procella, comprar la pace, ed attendere con pazienza e religiosamente migliori tempi?»
Mazzarino sorrise amaramente a questa frase, che annunziava aver ella presa sul serio la proposta del ministro.
Anna teneva china la testa e non vide il sorriso; però dacchè non si dava replica alla sua domanda, alzò la fronte e soggiunse:
«Ebbene, non mi rispondete; che idea è la vostra?
«La mia idea, signora, si è che l’insolente gentiluomo che abbiam fatto arrestare da Comminges alludeva a Buckingham, cui lasciaste assassinare, alla Chevreuse cui lasciaste esiliare, a Beaufort cui faceste imprigionare; ma se alludeva a me, è perchè non sa ciò ch’io sono per voi».
Anna si scosse conforme soleva ogni qualvolta alcuno la batteva nel suo orgoglio; arrossì, e per non rispondere, si cacciò le unghie appuntate nelle bellissime mani.
«È uomo di buon consiglio, d’onore e di spirito, senza contare ch’è anche risoluto. Maestà, voi lo sapete, non è così? Io dunque voglio dirgli, e in ciò gli fo particolarmente una grazia, in qual punto l’abbia sbagliata a riguardo mio: ed è che veramente quella che mi vien proposta è quasi un’abdicazione, ed un’abdicazione merita che vi si rifletta.
«Abdicazione! disse la regina, io mi credeva, signor mio, che i re soltanto abdicassero.
«Ebbene! e non son io quasi re, e re di Francia? Vi assicuro, signora, che di notte la mia zimarra da ministro appiè di un regio letto somiglia molto al manto di un re».
Era questa una di quelle umiliazioni che Mazzarino faceva subire ad Anna assai sovente, ed alle quali essa curvava il capo. Non vi furono altre che Elisabetta e Caterina II, che restassero ad un tempo amanti e regine pei loro amatori.
Anna adunque considerò con una specie di terrore la fisonomia minacciosa del ministro, che in tai momenti non era mancante di una certa grandiosità.
«Signore, ella replicò, non dissi io, e voi non udiste che io diceva a coloro, che voi fareste ciò che vi piacerebbe?
«In questo caso, mi pare che deve piacermi di restare: in ciò v’ha non solo il vostro interesse, ma oso asserire anche la vostra salvezza.
«Dunque restate, io non bramo altro; allora però, non mi lasciate insultare.
«Volete parlare delle pretensioni dei rivoltosi e del tuono con cui le esprimono? pazienza! Hanno scelto un terreno sul quale io sono generale più abile di loro, quello delle conferenze. Basterà a noi temporeggiare per vincerli. Hanno digià fame, e peggio sarà fra otto giorni.
«Eh mio Dio, lo so bene che finiremo così; ma non si tratta unicamente di loro; non sono essi che mi dirigono le ingiurie per me più offensive.
»Ah! vi capisco; voi intendete accennare alle reminiscenze che vanno eternamente richiamando quei tre o quattro gentiluomini. Noi per altro li abbiamo prigionieri, e sono per l’appunto abbastanza rei perchè li lasciamo detenuti quanto tempo ci convenga. Uno solo è ancora fuori del nostro potere, e ci schernisce: ma che diavolo! arriveremo ad unirlo a’ suoi compagni. Mi sembra che abbiamo fatte cose ben più difficili. Prima di tutto, per precauzione, io ho fatto rinchiudere a Rueil, cioè vicino a me, sotto a’ miei occhi, a portata della mia mano i due più intrattabili. Ed oggi subito ve li raggiungerà il terzo.
«Finchè saranno prigionieri, disse Anna, andrà benissimo, ma un giorno usciranno.
«Sì, qualora la Maestà Vostra li ponga in libertà.
«Ah! continuò Anna rispondendo al proprio pensiero, qui si ha rammarico di non essere a Parigi!
«E perchè?
«Per la Bastiglia, eh! è tanto forte e segreta.
«Signora, con le conferenze abbiamo la pace, con la pace abbiamo Parigi, con Parigi abbiamo la Bastiglia! e i quattro gradassi vi marciranno».
La regina aggrottò alquanto le ciglia, mentre Mazzarino le baciava la mano per prendere da lei commiato.
Il ministro uscì dopo questo atto mezzo umile e mezzo galante. Anna lo seguitò cogli occhi, ed a misura ch’egli si allontanava si scorgeva apparirle sul labbro un sorriso sdegnoso.
«Ho disprezzato, mormorò essa, l’amore di un ministro che non diceva mai — farò — ma bensì — ho fatto —. Quegli conosceva ricoveri più sicuri che Rueil, più oscuri e silenziosi ancora che la Bastiglia.... Oh, come degenera il mondo!...»
LXXXVI.
_Precauzioni._
Mazzarino, lasciata ch’ebbe la regina, si avviò a Rueil dov’era la sua casa. Egli andava accompagnato, in quei tempi di turbolenze, e spesso pure travestito. In abito da uomo da spada, noi già lo dicemmo, egli era un bel gentiluomo.
Nel cortile del vecchio castello salì in carrozza, e prese lungo la Senna a Chatou. Il signor Principe gli aveva forniti cinquanta cavalleggieri di scorta, non tanto per fargli guardia, come per mostrare ai deputati quanto i generali della regina facilmente disponevano delle lor truppe, e potevano spargerle qua e là a loro capriccio.
Athos, guardato a vista da Comminges, a cavallo e senza spada, seguiva il ministro senza dir parola. Grimaud, lasciato dal padrone alla porta del castello, aveva udito la nuova del suo arresto, quando Athos l’aveva detta forte ad Aramis, e dietro a un cenno del conte era ito, non proferendo un accento, a situarsi accanto ad Aramis quasi nulla fosse accaduto.
Vero si è che Grimaud da ventidue anni che serviva Athos, aveva veduto questo cavarsi fuori da tante avventure, che di nulla si prendeva più pensiero.
I deputati, subito dopo la loro udienza, si erano nuovamente avviati verso Parigi, il che è quanto dire che precedevano il ministro di un cinquecento passi. Sicchè Athos poteva, guardandosi innanzi, veder di schiena Aramis, di cui il cinturino indorato e il superbo portamento richiamavano la sua attenzione in fra quella moltitudine al pari che la lusinga di liberazione che in lui avevano riposta l’abitudine, la frequentazione, e la specie di attrazioni risultanti, da qualunque amicizia.
Per lo contrario, Aramis non mostrava punto curarsi di essere o no seguitato da Athos. Si girò una volta sola: vero egli è che ciò fu all’arrivare al castello. Supponeva che Mazzarino lascierebbe forse là il suo nuovo prigioniero nel piccolo forte, posto che faceva guardia al ponte e governato da un capitano per la regina. Ma non fu così, ed Athos passò Chatou egualmente che il ministro.
Sulla crocevia della strada che va da Parigi a Rudi, Aramis si volse indietro. Questa volta le sue previsioni non lo avevano ingannato: Mazzarino pigliò a man destra, onde Aramis potè distinguere il prigioniero sparire a tergo gli alberi. Nel medesimo istante, Athos, mosso dallo stesso pensiero, girò pure il capo. I due amici ricambiarono fra di loro un semplice cenno della testa, ed Aramis si portò il dito al cappello come per salutare. Athos solo comprese che l’amico gli accennava qualmente aveva un’idea.
Dopo dieci minuti Mazzarino col suo sèguito entrava nel cortile del castello che il ministro suo predecessore avevagli fatto apparecchiare a Rueil.
Nel momento in cui poneva piede a terra in fondo alla gradinata, gli si appressò Comminges domandando:
«Monsignore, dove piacerebbe a Vostra Eccellenza che dessimo alloggio al signor di la Fère?
«Nel padiglione degli agrumi, dirimpetto a quello dov’è il posto di guardia. Voglio che gli si faccia ogni onore, benchè sia prigioniero di Sua Maestà.
«Monsignore, azzardò Comminges, e’ chiede l’onore di esser condotto vicino al signor d’Artagnan, che secondo ordinò Vostra Eccellenza, occupa il padiglione da caccia rimpetto a quel degli agrumi».
Mazzarino riflettè alquanto.
Comminges si accorse che titubava, e soggiunse: