Part 32
«Chi mai? domandò Aramis.
«Il figlio di milady, rispose Athos.
«Il finto monaco! urlò Grimaud».
Il forestiero udì tali parole. Avreste detto volesse precipitarsi abbasso, tanto era venuto sulla punta della rupe e chino verso il mare.
«Sì, son io, mio zio, il figlio di milady; io monaco, io segretario e amico di Cromvello, e vi conosco voi ed i vostri compagni».
Nel battello erano tre uomini, valorosi al certo, e dei quali nessuno avrebbe osato porre in dubbio il coraggio; ebbene! a quella voce, a quell’accento, a quel gesto, si sentirono scorrere nelle vene un brivido di terrore.
A Grimaud si erano drizzati in testa i capelli, e dalla fronte gli colava il sudore.
«Ah! disse Aramis, è il nepote, è il finto frate, è il figliuol di milady, come dice da sè!
«Ohimè, sì! borbottò di Winter.
«Dunque aspettate».
Ed Aramis, col terribile sangue freddo che aveva nelle occasioni supreme, prese uno dei due moschetti che reggeva Tony, lo caricò, e pigliò di mira quell’uomo che stava in piedi sullo scoglio perseguitandolo con la mano e con lo sguardo come l’angiolo delle maledizioni.
«Fuoco!» gridò Grimaud fuori di sè.
Athos si slanciò sulla canna della carabina ad impedire la botta.
«Il diavolo vi porti! esclamò Aramis, l’avevo tanto bene messo a punto, gli avrei piantata la palla in mezzo al petto.
«Basta aver uccisa la madre, disse truce Athos.
«La madre era una scellerata che ci aveva colpiti in noi stessi o in quelli che ci erano cari.
«Sì, ma il figlio nulla ci fece».
Grimaud che si era sollevato alquanto per mirare l’effetto della botta, ricadde scoraggito battendo le mani.
Il giovinotto diede in uno scroscio di risa, ed urlò:
«Ah! siete voi, siete voi! ora vi riconosco».
Il suo riso stridulo e le parole sue minacciose passarono di sopra alla lancia trasportata dal vento, e andarono a perdersi nella profondità dell’orizzonte.
Aramis raccapricciò.
«Calma, calma! disse Athos, che diamine! non siamo più uomini?
«Noi, sì, riprese Aramis, ma egli è un demonio.... E a voi, domandate allo zio se avevo torto a volerlo sbarazzare di un simile nepote».
Di Winter non replicò che con un sospiro.
«Tutto sarebbe finito, continuò Aramis. Athos! io temo che colla vostra saviezza mi abbiate fatto fare una pazzia».
Athos prese per mano di Winter, e procurando disviare il discorso gli domandò:
«Quando approderemo in Inghilterra?»
Ma il gentiluomo non lo intese nè fece motto.
«Ecco, proseguì Aramis, forse sarebbe ancora tempo; guardate, è là nello stesso posto».
Athos si girò con dispiacere, l’aspetto di quel giovane eragli assai penoso.
Chè realmente egli rimaneva in piedi sullo scoglio, ed il faro gli mandava attorno come un’aureola di luce.
«Ma che fa egli a Boulogne? chiese Athos, il quale tutto senno, cercava di ogni cosa la causa e poco curava l’effetto.
«Mi seguitava, mi seguitava, disse di Winter che questa volta aveva udita la voce di Athos, voce che rispondeva ai suoi pensieri.
«Per ciò, amico mio, ribattè Athos, bisognava che sapesse la nostra partenza; e d’altronde, secondo tutte le probabilità, egli ci aveva anzi preceduti.
«Allora nulla comprendo, disse l’Inglese scuotendo la testa come uno che rifletta essere inutile contrastare contro una forza soprannaturale.
«Davvero, approvò Athos ad Aramis, credo di aver avuto torto non lasciandovi fare.
«Ah state zitto! borbottò questi, mi fareste piangere se potessi!»
Grimaud mandò fuori un brontolio che somigliava quasi ad un ruggito.
Nel momento li chiamò una voce dal naviglio. Il piloto seduto al timone le rispose, e il battello si accostò al bastimento.
In un attimo furono a bordo gentiluomini, servi e bagaglio. Il capitano non attendeva se non loro; e tosto ch’ebbero messo piede sul ponte si volse la prora in verso Hasting per dove era la destinazione.
Ed i tre amici, a lor malgrado, mandarono un ultimo sguardo dal lato dello scoglio, su cui tuttora appariva visibile l’ombra minacciosa.
E minacciosa fu pure una voce che giunse fino ad essi gridando:
«Signori, a rivederci in Inghilterra!»
XLVII.
_Il Te Deum della vittoria di Lens._
Il movimento osservato da Enrichetta, e di cui invano ella ricercava il motivo, era cagionato dall’annunzio della vittoria di Lens del quale il signor Principe aveva fatto messaggiero il duca di Chatillon che in essa aveva avuta nobilissima parte, e che inoltre avea l’incarico di appendere alle vôlte di Nostra-Donna ventidue bandiere prese ai Lorenesi ed agli Spagnuoli.
La notizia era decisiva: troncava il litigio intavolato col Parlamento a favore della corte. Tutte le imposte sommariamente registrate ed a cui faceva opposizione il Parlamento si motivavano sempre con la necessità di sostenere l’onor della Francia e la speranza di battere il nemico. E siccome, dopo Nordlingen non si erano avute che delle sconfitte, restava campo al Parlamento onde interpellare Mazzarino su le vittorie ognor promesse e differite. Ma questa volta era seguita la pugna, v’era stato completo trionfo, e quindi ciascuno comprendeva esservi pella corte doppia vittoria, cioè all’interno e all’esterno, talmentechè persino il giovanetto re all’udire la nuova esclamava:
«Ah ah! signori del Parlamento, sentiremo ora che cosa direte!»
Per cui la regina si strinse al seno il regio fanciullo, i di lui sentimenti alteri e indomiti tanto bene si combinavano co’ suoi. E nella serata ebbe luogo un consiglio, chiamandosi a questo il maresciallo di La Meilleraie e il signor di Willeroy perchè dediti al Mazzarino, Chavigny e Seguier perchè odiavano il Parlamento, e Guitaut e Comminges perchè divoti alla regina.
Nulla si penetrò di quanto fosse deciso in quel consiglio, e solo si seppe che alla seguente domenica vi sarebbe _Te Deum_ cantato a Nostra-Donna in onore della vittoria di Lens.
Nella domenica suddetta i Parigini si destarono in somma allegrezza. In quell’epoca un _Te Deum_ era cosa grandissima; era molto accetta nel pubblico tal cerimonia, ed essa produceva il dovuto effetto. Il sole, come prendesse parte alla festa, sorgeva bello e splendido a indorare le oscure torri della metropoli digià piena d’immensa quantità di popolo, le strade le più buje della città-vecchia avevano una cert’aria da festa, e lungo gli argini si vedevano lunghe file di borghesi, artieri, donne e bambini, recarsi a Nostra-Donna, simili a un fiume che risalisse verso la sua sorgente.
Le botteghe erano abbandonate, le case chiuse, ciascuno aveva voluto mirare il giovine re con sua madre ed il famoso signor Mazzarino, pel quale si aveva tant’odio che nessuno intendeva privarsi della sua presenza.
Del resto fra l’immensa folla regnava la maggior libertà; tutte le opinioni si esprimevano apertamente, e per dir così suonavano a sommossa, conforme le mille campane di tutte le chiese suonavano a _Te Deum_. La polizia della città essendo esercitata dalla città stessa, nulla di minaccioso veniva a turbare il concerto dell’odio generale o a gelare le parole su quelle labbra maldicenti.
Frattanto, sin dalla mattina alle otto, il reggimento delle guardie della regina, comandato da Guitaut, e per secondo dal suo nepote Comminges, era venuto, preceduto da tamburi e trombe, a schierarsi dal Palazzo Reale fino a Nostra-Donna, la quale manovra i Parigini aveano veduta tranquillissimamente, curiosi com’e’ sono di splendide uniformi e di musica militare.
Friquet era in gran gala, e col pretesto di una flussione, che si era procurata momentaneamente col cacciarsi una quantità di noccioli di ciriegie da una parte della bocca, aveva ottenuto dal suo superiore Bazin la vacanza per tutta la giornata. Sul principio Bazin gliel’aveva ricusata, essendo di mal umore, prima per la partenza di Aramis ch’era andato via senza dirgli dove andasse, e poi per dover assistere a una messa detta in favore di una vittoria che non istava d’accordo colle sue opinioni (Bazin, noi ce lo rammentiamo, era un della _Fronda_, e se vi fosse stato caso che in tale solennità il bidello si assentasse come un semplice cantore, egli avrebbe di sicuro avanzata al superiore la stessa domanda che a lui si faceva); aveva ricusato, noi dicevamo, la richiesta vacanza, ma alla sua presenza si accrebbe cotanto la flussione di Friquet, che per l’onore del corpo dei cantori il quale sarebbe stato compromesso da siffatta deformità, finì col cedere benchè brontolando. Friquet arrivato sull’uscio aveva sputata la sua flussione, e mandato dalla parte di Bazin uno di quei gesti che rendono i monelli di Parigi superiori a tutti gli altri monelli dell’universo. E dell’osteria poi si era disbrigato naturalmente col dire che doveva servire la messa a Nostra-Donna.
Sicchè Friquet era libero, e conforme accennammo si era vestito col suo maggior lusso; teneva specialmente, come ornamento rimarchevole della sua persona una di quelle _buffe_ indescrivibili che stanno framezzo al berretto del medio evo e al cappello dei tempi di Luigi XIII. La madre gli aveva fabbricato quel curioso copri-zucca, e forse per ghiribizzo o per mancanza di roba uniforme, si era mostrata poco premurosa di assortire i colori, in guisa che quel capolavoro di berretteria del secolo decimosettimo era da un lato giallo e verde, e dall’altro bianco e rosso. Bensì Friquet, stato sempre propenso per la varietà dei tuoni, se lo portava, ad onta di tutto questo, glorioso e trionfante.
Uscito d’appresso a Bazin, si mise a correre verso il Palazzo Reale; vi arrivò nel momento che ne veniva fuori il reggimento delle guardie; e siccome non era là per altro che per godere della vista di questo e profittare della musica, si piantò alla testa della truppa, battendo il tamburo con due pezzi di lavagne, e da tale esercizio passando a quello della trombetta, che contraffaceva naturalmente con la bocca in sì bella maniera da averne riscosso più di una volta grandi elogi per parte degli amatori dell’armonia imitativa.
Cotesto divertimento durò dalla barriera dei Sergenti sino alla piazza Nostra-Donna, e Friquet v’ebbe veramente piacere; ma quando il reggimento si fermò, e le compagnie distendendosi penetrarono fino nel cuore della città-vecchia, mettendosi in fila all’estremità della via San Cristoforo, vicino alla strada Cocatrix dove abitava Broussel, allora Friquet, ricordandosi di non aver fatto colazione, cercò da che lato potrebbe volgere il passo onde adempiere a quell’atto importantissimo della giornata, ed avendovi maturamente riflettuto decise che dovesse toccare al consigliere Broussel di provvedere a quel suo piccolo pasto.
In conseguenza prese lo slancio, giunse ansante e affannoso davanti al portone del consigliere, e bussò forte.
Sua madre, vecchia serva di Broussel, venne subito ad aprire.
«Che vieni tu a far qui, biricchino? essa disse, e perchè non sei a Nostra-Donna?
«C’ero, mamma mia, rispose Friquet, ma ho visto che succedevano cose che andavano avvisate a messer Broussel, e col permesso del signor Bazin, sapete pure, mamma, Bazin il bidello, son corso qua per parlare al signor Broussel.
«E che gli vuoi dire, scimmiotto?
«Vuo’ discorrere proprio con lui.
«Non è possibile, è al lavoro.
«Dunque aspetterò».
E Friquet a cui questo tornava in acconcio, dacchè troverebbe modo d’impiegare il tempo, salì alla lesta la scala, che la madre faceva molto più adagio andandogli dietro.
«Ma insomma, domandò questa, che vuoi dal signor Broussel?
«Gli vuo’ dire, rispose Friquet urlando quanto più forte potesse, che v’è tutto l’intero reggimento delle guardie che se ne viene per in qua; e siccome ho sentito a dir dappertutto che in corte v’erano cattive disposizioni contro di lui, lo voglio avvertire perchè stia ben cauto».
Broussel udì le grida di quel bricconcello, e, contentissimo del di lui zelo, scese al primo piano, giacchè infatti lavorava nel suo gabinetto del secondo.
«Eh! caro mio, gli disse, che c’importa del reggimento delle guardie? sei matto a venire a far tanto chiasso? non sai che è uso di agire come agiscono quei signori, e che il reggimento è solito a schierarsi ove deve passare il re?»
Friquet s’infinse da nescio, e girandosi fra le dita la berretta nuova, rispose:
«Non è miracolo che le sappiate voi, signor Broussel, che sapete ogni cosa, ma io, in verità di Dio benedetto, non lo sapevo, e ho creduto di darvi un buon avviso; non v’avete ad adirar con me, signor Broussel.
«Anzi, ragazzo mio, al contrario, mi piace la tua premura.... Ehi! (ordinò alla serva) pigliate un po’ le albicocche che ci mandò jeri da Noisy madama di Longueville, e datene una mezza dozzina al vostro figliuolo con un pezzo di pan fresco.
«Ah! grazie grazie, signor Broussel! giusto! mi piaccion tanto le albicocche!»
Il consigliere allora passò dalla moglie, e chiese la colazione. Erano le nove e mezza.
Si affacciò alla finestra. La strada era deserta, ma da lontano si udiva, come il rumore della marea, il susurrare delle onde popolari che già già crescevano attorno a Nostra Donna.
E lo strepito si raddoppiò allorchè d’Artagnan capitò con una compagnia di moschettieri ad impostarsi alle porte della chiesa per far della medesima il servizio interno. Egli aveva detto a Porthos di profittare dell’occasione per essere spettatore della cerimonia, e Porthos in gran tenuta, si mise sul più bello de’ suoi cavalli, facendo da moschettiere onorario, secondo in addietro spesso avea fatto d’Artagnan. Il sergente della compagnia, vecchio soldato delle guerre di Spagna, aveva riconosciuto Porthos suo antico compagno, ed informati prestamente tutti quanti eran sotto ai suoi ordini delle alte gesta di quel gigante, onore dei moschettieri di Tréville, e Porthos non solo era stato bene accolto, ma anco considerato con ammirazione.
Alle dieci ore il cannone del Louvre annunziò l’uscire del re.
Un movimento, simile a quello di alberi, le cui cime sieno tormentate e curvate da un vento burrascoso, corse in fra la moltitudine, che si agitò di dietro ai fucili immobili delle guardie.
Comparve finalmente il re con la regina in una carrozza tutta dorata. Lo seguivano altre dieci carrozze che racchiudevano le dame d’onore, gli ufficiali del regio palazzo e tutta la corte.
«Viva il re!» fu gridato per ogni banda.
Il giovine sovrano mise gravemente il capo fuor dello sportello, fece un cenno di riconoscenza, e salutò anco un tantino, lo che aumentò gli urli della folla.
Il corteggio avanzò con lentezza, ed impiegò quasi mezz’ora per passare lo spazio che separa il Louvre dalla piazza di Nostra-Donna; ed ivi giunto, si recò a poco a poco sotto l’immensa vôlta dell’oscura metropoli, e si diede principio al servizio divino.
Nel punto in cui la corte si poneva al suo posto, una carrozza con le armi di Comminges abbandonò la fila di quelle della corte stessa, e venne adagio a situarsi in fondo alla via di San Cristoforo del tutto deserta. Colà arrivata, quattro guardie ed un birro, che la scortavano, vi salirono dentro e ne serrarono le stuoje, e poi prevalendosi della poca luce prudentemente riserbatasi, il birro si applicò a far la posta su per la strada Cocatrix, quasi attendesse che avesse a capitare qualcuno.
Tutti erano occupati della cerimonia, talmente che non si badò alla vettura, nè alle precauzioni di coloro che in essa stavano.
Friquet, i di cui occhi sempre attenti erano i soli che potessero accorgersene, era andato a godersi le albicocche sul cornicione di una casa dell’atrio di Nostra Donna, e di là vedeva il re, la regina e il signor Mazzarino, e sentiva la messa come l’aveva servita.
Verso il finir della funzione, la regina osservando che Comminges in piedi vicino a lei attendeva la conferma dell’ordine da essa già datogli avanti di partirsi dal Louvre, gli disse sotto voce:
«Andate, Comminges, e Dio vi assista».
E Comminges si mosse subito, uscì di chiesa, ed entrò nella via di San Cristoforo.
Friquet, ch’ebbe adocchiato quel bell’offiziale a camminare così seguito da due guardie, si divertì a andargli appresso, e ciò con tanto più di allegria dacchè la cerimonia essendo appunto terminata il re saliva di nuovo nel suo cocchio.
Il birro, appena vide apparire Comminges all’estremità della via Cocatrix, disse due paroline al cocchiere, e questi, messa tosto in moto la sua macchina, lo condusse dinanzi alla porta di Broussel.
Comminges bussava al portone precisamente nell’atto che vi si fermava la vettura.
E Friquet, dietro a Comminges, attendeva che quello si aprisse.
«Che fai costà, sguajato? domandò Comminges.
«Aspetto per entrare da messer Broussel, signor uffiziale, disse Friquet col tuono carezzevole che sanno assumere all’occorrenza i ragazzacci di Parigi.
«Abita veramente qua?
«Signor sì.
«E che piano occupa?
«Tutto il casamento.... gli è tutto suo.
«Ma per solito dove sta?
«Per lavorare al secondo piano, ma per mangiare scende al primo; adesso dev’essere a pranzo, giacchè è mezzogiorno.
«Bene, bene».
Nell’istante fu aperto. L’ufficiale interrogò il servitore, e seppe che Broussel era in casa e realmente desinava. Egli salì appresso il servitore, e Friquet salì appresso a lui.
Broussel era a tavola con la sua famiglia, avendo dirimpetto la moglie, accanto le due figliuole, ed in fondo alla mensa suo figlio, Louvieres, che noi già vedemmo nella circostanza della disgrazia accaduta per la strada al consigliere, e da cui questi erasi già rimesso in salute.... E appunto perchè tornato in sanità, assaggiava le ottime frutta mandategli da madama di Longueville.
Comminges, che aveva trattenuto il braccio al domestico mentre questo voleva schiudere l’uscio per annunziarlo, lo schiuse da per sè e si trovò davanti a quel quadro di famiglia.
All’aspetto dell’uffiziale Broussel si agitò alquanto, ma poichè esso lo salutava cortesemente, si alzò e salutò egli pure. Ciò non ostante, e ad onta delle scambievoli cortesie, in viso alle donne comparve qualche inquietezza, Louvieres impallidì ed attese che l’uffiziale si spiegasse.
«Signore, disse Comminges, io son latore di un ordine del re.
«Benissimo, rispose Broussel, che ordine è egli?»
E porgeva la mano.
«Ho l’incarico d’impossessarmi della vostra persona, continuò l’altro col medesimo tuono e con la stessa gentilezza, e se date ascolto a me, vi risparmierete l’incomodo di leggere questa lunga lettera e verrete meco».
Una saetta che fosse caduta framezzo a quelle buone genti tranquillamente radunate non avrebbe prodotto effetto più terribile.
Broussel retrocedè tremando. Era in quell’epoca cosa funestissima l’essere carcerato per nimicizia del re. Louvieres fece un atto come per afferrare la sua spada ch’era sopra una sedia in un canto del salotto, ma un’occhiata del bravo consigliere, che fra tutto quell’imbroglio non perdeva il giudizio, l’obbligò a trattenersi; la signora Broussel, lontana dal marito soltanto di quanto era larga la mensa, diede in dirotto pianto; le fanciulle si tenevano stretto il padre fra le braccia.
«Orsù, disse Comminges, sollecitiamoci; bisogna obbedire al re.
«Signore, rispose Broussel, sono indisposto di salute, e non posso costituirmi prigione in questo stato: domando tempo.
«Non è possibile, l’ordine è formale, e deve eseguirsi subito.
«Non è possibile! replicò Louvieres; signore, badate di non ridurci alla disperazione!
«Non è possibile!» urlò una voce acuta di fondo alla stanza.
Comminges si girò, e vide la Gervasia con la granata in mano e gli occhi infuocati dalla collera.
«Gervasia cara, siate quieta, ve ne prego! disse il consigliere.
«Star quieta, io, quando arrestano il mio padrone, il sostegno, il liberatore, il padre del povero popolo!.... Oh sì, mi conoscete benino! Volete andar via? gridò la serva a Comminges».
Questi sorrise.
«Animo, signore, disse a Broussel, fate tacere questa donna, e seguitemi.
«Farmi tacere! me?.... ripicchiava Gervasia, oh, ci vuol altro che voi, bell’uccello del re! ora vedrete».
E si slanciò alla finestra e la spalancò, e con voce sì penetrante da udirsi fino nell’atrio di Nostra-Donna, strillò:
« Ajuto! arrestano il mio padrone! arrestano il consigliere Broussel! ajuto!
«Signor mio, fece Comminges, dichiaratevi prontamente: obbedite, o volete far ribellione al re?
«Obbedisco! obbedisco! esclamò Broussel: procurando liberarsi dagli amplessi delle figliuole e con lo sguardo frenare il figlio sempre pronto a sfuggirgli.
«Allora dunque imponete silenzio a questa vecchia.
«Ah! vecchia, vecchia! strepitò Gervasia».
Ed affacciatasi, e reggendosi alle sbarre della finestra, strillava più che mai:
«Ajuto, ajuto! per messer Broussel! lo arrestano perchè ha difeso il popolo! ajuto!»
Comminges prese la serva per la vita e pretendeva levarla dal suo posto; ma nel momento si udì in guisa di falsetto da una sorta di mezzanino scaturire le strida:
«Fuoco! assassini! ammazzano il signor Broussel! scannano il signor Broussel!»
Era Friquet. E la Gervasia, sentendosi meglio sostenuta, rinforzò gli urli e fece coro completo.
Già a’ balconi si mostravano visi curiosi; accorreva la plebe richiamata alla fine della contrada; prima uomini, poi comitive, e dopo la calca; si sentiva lo strepito, si vedeva una vettura, e nessuno capiva. Friquet saltò dal mezzanino sull’imperiale del legno.
«Vogliono arrestare il signor Broussel! gridò; nella carrozza vi sono le guardie, e l’uffiziale è lassù!»
La moltitudine, raccoltasi, mormorò, susurrò, e si accostò ai cavalli. Le due guardie rimaste nell’andito salirono a dar soccorso a Comminges; quelle ch’erano nel legno aprirono lo sportello ed incrociarono le lancie.
«Li vedete! esclamava Friquet, li vedete? eccoli! eccoli!»
Il cocchiere, voltatosi, diede a Friquet una buona frustata che lo fece urlare dal dolore.
«Ah! vetturino del diavolo! disse questo, ti ci mescoli anco tu! aspetta, aspetta!»
E reduce nel mezzanino, scagliò sul degno auriga quanti projettili potè ritrovare.
A malgrado delle ostili dimostrazioni delle guardie, e forse anzi a motivo di tali dimostrazioni, la folla si diede a schiamazzare e si appressò ai cavalli. Le guardie fecero indietreggiare i più facinorosi a suon di lanciate.
E cresceva il tumulto; e la strada non era più capace a contenere gli spettatori che pullulavano da ogni banda; e la calca ingombrava persino lo spazio che fra loro e la carrozza formavano le terribili picche. I soldati, respinti come da muraglie viventi, sarebbero a momenti schiacciati: fra le assi delle ruote e li sportelli delle vetture. Il grido: «In nome del re!» ripetuto ben venti fiate dal birro, a nulla giovava contro quella tremenda moltitudine, ed al contrario pareva vieppiù la esacerbasse; ed ecco udendo: «In nome del re!» scagliarsi un cavaliero, ed al mirare uniformi maltrattate, avventarsi fra la mischia, con la spada in mano, e recare alle guardie inattesa assistenza.
Il cavaliere era un giovane di quindici a sedici anni, fatto pallido dalla collera. Smontò al pari delle altre guardie, si appoggiò al timone del legno, del suo cavallo si fece un baluardo, cavò dalle saccoccie le pistole e se le pose alla cintura, e cominciò a dar di spada come uno a cui fosse familiare il maneggiar codest’arme.
Per una diecina di minuti, esso solo e da sè, resse agli sforzi di tutta la gente.
Allora fu visto arrivare Comminges che spingeva avanti Broussel.
«Facciamo in pezzi la carrozza! gridava il popolo.
«Ajuto! gridava la vecchia.
«Assassini! gridava Friquet, buttando addosso alle guardie quanto gli capitava fra le mani.
«In nome del re! gridava Comminges.
«Il primo che si avanza è morto! gridò Raolo, il quale, veggendosi incalzato, fe’ sentire la punta della sua spada ad una specie di gigante ch’era in procinto di schiacciarlo, e che per la ferita fattagli rinculò mugolando».