Venti anni dopo

Part 31

Chapter 313,920 wordsPublic domain

«Ebbene? fece poi Athos.

«Ebbene, ribattè Enrichetta, ha ricusato».

I due amici ricambiarono fra loro un sorriso di disprezzo.

«Ed ora che si dee fare? continuò il conte di la Fère.

«Sentite voi qualche compassione per tanta sventura?

«Ho avuto l’onore di domandarvi, Maestà, ciò che desiderate si faccia per servirvi da me e dal signor d’Herblay: siamo pronti.

«Ah! avete infatti un cuor nobile! esclamò la regina con uno slancio di gratitudine, mentre di Winter la guardava come dicesse: Non vi ero forse rimasto garante per loro?

«E voi? domandò Enrichetta ad Aramis.

«Io, egli rispose, ovunque vada il signor conte, quando fosse anche a morte, lo seguo senza ricercare il perchè; ma allorchè si tratta di un comando di Vostra Maestà (aggiungeva fissandola in volto con tutta la grazia di gioventù) io precedo il signor conte.

«Or bene, signori, poichè così è, poichè consentite ad adoprarvi a pro di una povera principessa abbandonata dal mondo intero, ecco ciò che per me occorre di fare. Il re è solo con alcuni gentiluomini, che ogni giorno teme di perdere, in mezzo a Scozzesi dei quali diffida benchè egli stesso sia Scozzese. Dacchè lord Winter lo ha lasciato, io più non vivo. Ora, domando forse troppo, mentre per domandare non ho verun titolo: trasferitevi in Inghilterra, raggiungete il re, siate suoi amici, siate suoi custodi, marciate al di lui fianco nelle battaglie, camminate presso di lui nell’interno della sua dimora, dove ogni dì crescono inganni e insidie anco più perigliose che tutti i rischi della guerra; ed in cambio di questo sacrifizio che mi farete, io vi prometto non di ricompensarvi, credo che questa parola vi offenderebbe, ma di amarvi come una sorella, e di preferirvi a chiunque, tranne al mio sposo ed ai miei figli; lo giuro dinanzi a Dio!»

E la regina alzava in atto lento e solenne gli occhi al cielo.

«Maestà, fece Athos, quando convien che partiamo?

«Dunque acconsentite? esclamò con giubilo Enrichetta.

«Certamente. Soltanto la Maestà Vostra va troppo oltre, a parer mio, impegnandosi a ricolmarci di un’affezione tanto superiore a’ nostri meriti. Noi serviamo a Dio, servendo un principe sì sfortunato e una regina tanto virtuosa.... Signora, siamo vostri in corpo e in anima.

«Ah! disse la regina commossa fino al pianto, ecco il primo momento di gioja e di speranza che provo da cinque anni. Sì, voi servite a Dio, e siccome il poter mio sarà troppo poco per riconoscere un tal servigio, Egli vi premierà. Egli che legge nel mio cuore quanta v’ha gratitudine e per Lui e per voi. Salvate il mio sposo, salvate il re, e sebbene non siate sensibili al premio che può venirvi su questa terra per un’azione così bella, lasciatemi la lusinga di rivedervi per ringraziarvene io stessa. Frattanto io mi trattengo qui. Avete da farmi qualche raccomandazione? Da ora io sono vostra amica, e giacchè voi fate i miei affari io deggio occuparmi dei vostri.

«Signora, rispose Athos, non ho da chiedere alla Maestà Vostra altro che le sue preci.

«Ed io, aggiunse Aramis, son solo al mondo, e non ho altro che Vostra Maestà da servire».

La sovrana porse loro al bacio la destra, e disse piano a di Winter:

«Se vi mancano denari, non esitate, rompete le gioje che vi ho date, staccatene i diamanti e vendeteli ad un usurajo; ne ricaverete cinquanta o sessanta mila lire; spendetele s’è necessario, ma questi gentiluomini siano trattati conforme si meritano, cioè come tanti re».

La regina aveva apparecchiate due lettere, scritte l’una da lei e l’altra dalla principessa Enrichetta sua figlia. Entrambe erano dirette al re Carlo. Una ne diede ad Athos ed una ad Aramis, onde se il caso li separava, potessero dessi farsi riconoscere dal re. Indi eglino si ritirarono.

In fondo alla scala di Winter si soffermò.

«Signori, disse, andiamo, voi dalla vostra parte ed io dalla mia, acciocchè non risvegliamo sospetti, e questa sera alle nove troviamoci alla porta San Dionigi. Dipoi andremo avanti co’ miei cavalli finchè essi possano, e dopo prenderemo la posta. Grazie di nuovo, grazie in nome mio, grazie in nome della regina».

I tre gentiluomini si strinsero la mano. Il conte di Winter si avviò dalla contrada di Sant’Onorato, e Athos e Aramis rimasero insieme.

«Ebbene, disse allora Aramis, che vi pare di questo affare, mio caro conte?

«Cattivo, rispose Athos, cattivissimo!

«Ma lo accoglieste con entusiasmo!

«Come accoglierò sempre la difesa di un gran principio, mio buon d’Herblay. I re non possono esser forti che mediante la nobiltà, ma la nobiltà non può esser grande se non mediante i re. Sosteniamo adunque le monarchie, che così sosterremo noi stessi.

«Ci andiamo a fare assassinare laggiù, continuò Aramis; ho in odio gl’Inglesi, sono grossolani come tutti quelli che bevono birra.

«Era forse meglio restar qui, e andare a fare un giro alla Bastiglia, o alla torre di Vincennes, per aver favorita la fuga del signor di Beaufort? Affè, credetemi, non v’è da aver alcun rammarico. Noi scansiamo la prigione, e si agisce da eroi: è facile la scelta.

«È vero, ma in tutte le cose bisogna ritornare a questa prima domanda, molto sciocca, lo so, ma assai necessaria: avete soldi?

«Un centinajo circa di doppie, che il mio fattore mi aveva spedite il giorno innanzi alla mia partenza da Bragelonne; ma devo lasciarne una cinquantina a Raolo; bisogna pure che un giovane si mantenga decorosamente: sicchè ho a un dipresso cinquanta doppie. E voi?

«Io, son certo che a rivoltarmi le tasche ed aprire tutte le mie cantere non troverò in casa mia dieci luigi. Fortunatamente lord di Winter è ricco.

«De Winter per il momento è rovinato, poichè Cromvello riscuote le sue rendite.

«Ecco dove sarebbe opportuno il barone Porthos, osservò Aramis.

«Ecco dove mi duole di non avere con noi d’Artagnan; fece Athos.

«Che borsa piena!

«Che spada pronta!

«Seduciamoli.

«Il segreto non è nostro; non poniamo veruno nella confidenza. D’altronde con un tal passo sembrerebbe che dubitassimo di noi medesimi.... Doliamoci pure fra noi, ma non si parli.

«Dite bene, che farete da adesso a stassera? Io sono costretto a differire due cose.

«Sono da differirsi?

«Eh! bisognerà adattarvisi.

«E quali erano?

«La prima una bucata di spada al Coadjutore che jeri sera incontrai nella società di madama di Rambouillet, e che mi parve usasse a mio riguardo maniere singolari.

«Oibò! duello fra colleghi!

«Che volete? egli è traditore, e lo sono anch’io; egli frequenta amabili signore, ed io pure. Talvolta mi sembra ch’ei sia Aramis ed io il Coadjutore, tanta è l’analogia ch’esiste fra noi. È una specie di Sosia, che mi annoja e mi dà ombra. Di più è un imbroglione che comprometterà il nostro partito. Sono persuaso che se gli dessi uno schiaffo, come ho fatto a quel particolare che mi aveva schizzato di mota, gli affari muterebbero aspetto.

«Ed in quanto a me, replicò tranquillamente Athos, penso che non si muterebbe se non l’aspetto del signor di Retz. Sicchè datemi retta, lasciamo le cose come stanno. E poi non appartenete più l’uno all’altro: voi siete della regina d’Inghilterra, ed esso della Fronda. Dunque se la seconda faccenda che v’incresce di non potere eseguire non è più importante della prima....

«Oh! quella era importantissima.

«Allora fatela subito.

«Pur troppo non sono libero di effettuarla nell’ora che voglio... Era di sera, assolutamente di sera.

«Capisco, disse Athos sorridendo, a mezza notte.

«All’incirca.

«Che volete, caro mio? quelle sono faccende che si rimettono ad un altro tempo, e così farete voi, soprattutto avendo una tale scusa da dare al vostro ritorno.

«Sì, se torno.

«Se non tornate chi v’interessa? Siate un po’ ragionevole; animo, Aramis, non siete più un giovanotto di venti anni.

«Pur troppo, cospettaccio! oh se lo fossi!

«Sì sì, secondo me fareste delle belle pazzie. Ma convien che ci lasciamo: io ho da fare una visita o due e da scrivere una lettera; venite dunque a prendermi alle otto ore, o piuttosto gradite ch’io vi aspetti a cena alle sette?

«Benone; rispose Aramis, io ho da far venti visite e da scrivere altrettante lettere».

E gli amici si separarono. Athos andò a riverire madama di Vendome, lasciò il suo nome da madama di Chevreuse, e scrisse questo biglietto diretto a d’Artagnan.

«Amico carissimo.

«Parto con Aramis per affare di premura. Vorrei dirvi addio, ma mi manca il tempo. Non vi scordate che vi scrivo per ripetervi quanto vi sono affezionato.

«Raolo è andato a Blois, e non è istrutto della mia partenza. Invigilate su di esso nella mia assenza meglio che possiate, e se per caso di qui a tre mesi non aveste mie notizie ditegli che apra un piego sigillato ed al suo indirizzo che troverà a Blois nel mio cassettino di bronzo di cui vi mando la chiave.

«Abbracciate Porthos per Aramis e per me. A rivederci, e forse addio».

Athos fece recare il biglietto da Blaisois.

Giunse Aramis all’ora stabilita: era vestito da cavaliere, ed aveva al fianco l’antica spada che tanto spesso aveva sguainata ed a sguainare la quale era più pronto che mai.

«Orsù, disse, mi pare che facciamo male ad andarcene così senza lasciare due versi di addio a Porthos e d’Artagnan.

«Ci ho pensato io, rispose Athos, ed ho mandato a tutti due un amplesso per voi e per me.

«Siete un uomo ammirabile! pensate a tutto.

«Ebbene, vi siete deciso per questo viaggio?

«Sicuramente, e adesso che ci ho riflettuto ho piacere di abbandonar Parigi in questo momento.

«Lo stesso succede a me, replicò Athos, se non che mi duole di non aver abbracciato d’Artagnan; ma è un demonio sì scaltro che avrebbe indovinati i nostri progetti».

Alla fine della cena venne Blaisois, dicendo:

«Signore, ecco la risposta del signor d’Artagnan.

«Scimunito! non ti avevo mica detto che vi dovesse esser risposta.

«E me m’ero andato senza aspettarla; mi ha fatto richiamare indietro, e mi ha dato questo, ribattè Blaisois».

E parse ad Athos un sacchetto di pelle ben rotondetto e sonante.

Questi lo aperse, e principiò da levarne un bigliettino concepito in questi termini:

«Caro conte.

«Quando si viaggia, ed in ispecie per tre mesi, non si ha mai denaro bastante: io mi rammento dei nostri tempi di penuria, e vi spedisco metà della mia borsa. Sono soldi che mi è riuscito di far sudare al Mazzarino. Vi prego di non farne cattivo uso.

«In quanto a non più rivedervi, io non ci credo; col vostro cuore e colla vostra spada, si passa dappertutto. E perciò _a rivederci_, e non _addio_.

«Già s’intende che dal primo giorno che conobbi Raolo lo amai come mio figlio; siate però persuaso che chiedo sinceramente a Dio di non diventar suo padre, benchè andrei superbo di un figlio simile.

«Il vostro

«D’Artagnan».

«P. S. Ben intesi, i cinquanta luigi che vi invio sono vostri come di Aramis, e di Aramis come vostri».

Ad Athos oscurò le pupille una lagrima. D’Artagnan, da lui sempre amato teneramente, lo amava dunque ognora ancorchè datosi a Mazzarino!

«Ecco davvero le cinquanta monete d’oro, disse Aramis vuotando il sacchetto sul tavolino, tutte con l’effigie del re Luigi XIII. Or bene, conte, che ne fate? le tenete o le rimandate?

«Le ritengo, e le riterrei quando anche non ne avessi bisogno; ciò ch’è offerto con gran cuore deve pure con cuor grande accettarsi. Prendetene venticinque, e date a me le altre.

«Manco male; son contento di trovarvi della stessa mia opinione. Ora, si parte?

«Quando vorrete. Ma non avete servitori?

«No, quell’imbecille di Bazin, essendosi fatto bidello, non può muoversi da Nostra Donna.

«Bene, piglierete Blaisois, che mi è inutile poichè io ho digià Grimaud.

«Volentieri, fece Aramis».

Comparve sulla soglia Grimaud.

«Pronti, disse col suo consueto laconismo.

«Si vada, soggiunse Athos».

I cavalli avevano addosso la sella. I due amici saltarono ciascuno sul suo; e i due domestici l’imitarono.

Sul canto incontrarono Bazin che correva affannoso.

«Ah Signore! diss’egli, sia lodato Dio! arrivo a tempo.

«Che v’è mai?

«Il signor Porthos, uscito adesso di casa, ha lasciato per voi questo, dichiarando ch’era cosa di premura da consegnarvisi avanti che partiste.

«Oh! esclamò Aramis prendendo una borsa che Bazin gli porgeva, e che sarà?

«Aspettate, signor abate, c’è una lettera.

«Sai che ti ho avvisato che se mai mi chiamavi altrimenti che cavaliere ti romperei le ossa? Vediamo la lettera.

«Come farete a leggerla? domandò Athos, qui è bujo come in un forno.

«Ecco, ecco, disse Bazin».

E battuto l’acciarino, accese un moccolo che aveva sempre in saccoccia pel suo servizio di chiesa.

Al lume del quale, Aramis lesse:

«Mio caro d’Herblay.

«Sento da d’Artagnan, il quale mi saluta da parte vostra e da quella del conte di la Fère, che partite per una spedizione da durar forse due o tre mesi, e siccome so che non vi va a genio di chiedere a’ vostri amici, io vi esibisco da per me. Ecco duecento doppie di cui potete disporre, e che mi renderete quando capiti l’occasione. Non temete di scomodarmi; se ho bisogno di numerario ne farò venire da una delle mie tenute; a Bracieux soltanto ho ventimila lire in oro. E così, se non vi spedisco di più, è per dubbio che non accettiate una somma troppo considerevole.

«Mi rivolgo a voi, perchè secondo sapete, il conte di la Fère mi dà sempre a mio malgrado un po’ di soggezione, sebbene io lo ami di cuore; ma s’intende che quel che a voi offro è offerto nel tempo stesso a lui.

«Sono, come spero che terrete per sicuro Vostro Affezionatissimo Duvallon de Bracieux di Pierrefonds.

«Eh! fece Aramis, che ne dite?

«Dico, d’Herblay mio, ch’è un sacrilegio di dubitare della Provvidenza, soprattutto quando essa ci dà simili amici.

«Sicchè?

«Sicchè, dividiamoci le doppie di Porthos nella guisa medesima che i luigi di D’Artagnan».

Fatta la divisione al lume del moccolino di Bazin, i due compagni s’incamminarono di nuovo.

E dopo un quarto d’ora erano alla porta San Dionigi, ove gli attendeva lord di Winter.

XLVI.

_Ove si prova che il primo impulso è sempre il migliore._

I nostri gentiluomini presero la strada della Piccardia, ad essi tanto nota e che ad Athos ed Aramis riproduceva alcune fra le più pittoresche rimembranze di loro gioventù.

«Se fosse con noi Mousqueton, disse Athos arrivando al luogo in cui aveano avuto contesa con varj selciatori, oh come raccapriccerebbe nel passar di qua! ve ne ricordate? qua gli venne quella palla famosa.

«Davvero, glielo menerei buono, fece Aramis, poichè mi sento imbrividire nel rammentarmene.... ecco, più là dell’albero un posticino ove credei di esser morto a dirittura».

Continuarono innanzi. In breve toccò a Grimaud a scendere col pensiero nella propria memoria. Giunto di faccia all’albergo in cui esso ed il suo padrone avevano fatta già tempo una sì enorme gozzoviglia, si accostò ad Athos, ed accennandoli lo spiraglio della cantina pronunziò.

«Salsicciotti!»

Athos si mise a ridere, e quella follia degli anni suoi giovanili gli sembrò divertevole come se taluno gliela narrasse avvenuta ad un altro.

Finalmente dopo due giorni e una notte arrivarono, verso sera e con bellissimo tempo, a Boulogne, città in allora poco men che deserta, costrutta affatto sull’altura; quella che chiamasi la città bassa non esisteva. Boulogne stava in una posizione formidabile.

Quando furono alle porte, di Winter disse:

«Signori, facciamo qui come a Parigi: separiamoci per evitare i sospetti; io ho una locanda poco frequentata, ma di cui il padrone è tutto dedito a me, ed io ci vado, perchè là devono aspettarmi delle lettere; voi, andate al primo albergo della città, per esempio alla _Spada del grande Enrico_; rinfrescatevi, e tra due ore trovatevi sullo scalo, vi sarà ad attenderci la nostra barca».

Così fu stabilito. Lord di Winter continuò lungo i bastioni esterni onde entrare da un’altra porta, mentre i due amici entrarono da quella davanti alla quale si trovavano. Dopo duecento passi s’imbatterono nella locanda indicata.

Fecero rinfrescare i cavalli, ma senza toglier loro la sella; i servi cenarono, giacchè cominciava ad esser tardi, ed i padroni, impazienti d’imbarcarsi diedero ad essi il convegno sullo scalo, con ordine di non barattar parole con chi si fosse. Ci s’intende che tale raccomandazione riguardava unicamente Blaisois; per Grimaud da gran tempo era superflua.

Athos ed Aramis scesero verso il porto.

Entrambi, per gli abiti polverosi che avevano addosso, e per quell’aria disinvolta che sempre fa riconoscere un uomo assuefatto a viaggiare, richiamarono l’attenzione di alcuni che erano colà a spasso.

Ed uno specialmente ne videro a cui il loro arrivo aveva prodotta una certa impressione. Quest’uomo, ch’essi erano stati i primi ad osservare pelle medesime cause che avevano fatto osservar loro dagli altri, andava su e giù malinconico; appena gli ebbe adocchiati non cessò più di esaminarli, e si mostrò bramosissimo di rivolger loro la parola.

Era giovane e pallido; aveva gli occhi di un color turchino tanto dubbio che pareva variassero come quelli della tigre secondo i colori che riflettevano; l’andatura, ancorchè lenta ed incerta, aveva un non so che d’ardito; era vestito di nero, e portava con molto garbo la spada.

Athos ed Aramis si fermarono a guardare una piccola lancia legata ad un piuolo e come apparecchiata per attender gente.

«Sarà la nostra, disse Athos.

«Sì, rispose Aramis, e lo sloop che si mette laggiù alla vela sembra sia quello che deve condurci al nostro destino... eh! almeno di Winter non si facesse aspettare! non è punto piacevole lo star qui, non passa neanche una donna.

«Zitto! fece Athos, v’è chi ci ascolta».

In fatti colui che accennammo, e che considerando attentamente i due compagni era passato più volte dietro ad essi, s’era fermato di botto udendo il nome di Winter; ma siccome non sembrava che questo nome avesse in lui prodotta emozione alcuna, poteva darsi che per caso soltanto ei sospendesse il suo cammino.

Però, salutando con somma civiltà, egli disse:

«Signori, compatite la mia curiosità, ma vedo che venite da Parigi, o che almeno qui in Boulogne siete forestieri.

«Veniamo da Parigi, signor sì; rispose Athos con uguale cortesia, che possiam fare per servirvi?

«Avreste la bontà di dirmi, continuò il giovanotto, s’è vero che il signor Mazzarino non sia più ministro?

«Singolare domanda! fece Aramis.

«Lo è, e non lo è, replicò Athos, cioè la metà della Francia lo scaccia, e dall’altra metà egli si fa sostenere a suon di raggiri e di promesse.... e può durare un pezzo a questo modo, secondo intenderete.

«Ma in somma, non è nè fuggito nè in carcere?

«Oh no.... almeno per il momento.

«Vi ringrazio della vostra compiacenza».

E quegli si allontanò.

«Che vi pare di questo interrogatore? disse Aramis ad Athos.

«Ch’è qualche provinciale annojato o pure una spia.

«E gli avete parlato così?

«Non avevo diritto di parlargli diversamente: usava meco ogni pulitezza, ed io l’ho usata con lui.

«Ma peraltro se fosse uno spione....

«Che vorreste che facesse? Non siamo più ai tempi di Richelieu, che al minimo sospetto faceva chiudere i porti.

«Non serve, avete fatto male a rispondergli in quella guisa, insistè Aramis seguitando a guardare il signorino che spariva a tergo alle dune.

«E voi, disse Athos, non pensate che avete commesso ben altra imprudenza, cioè di profferire il nome di lord di Winter; non riflettete che allora soltanto colui si è fermato?

«Ragione di più, quando vi ha discorso, d’invitarlo a tirare innanzi pel suo viaggio.

«Attaccar lite?....

«E da quando in qua vi mette paura una lite?

«Una disputa mi fa sempre paura, quando sono aspettato in qualche luogo e la disputa può impedirmi di andarvi. E poi volete che vi confessi una cosa? anch’io ero curioso di veder da vicino quel giovane.

«E perchè?

«Aramis, ora mi burlerete; direte che ripeto ognora lo stesso; mi chiamerete il più timoroso di tutti i visionarj....

«E poi?

«A chi vi pare ch’ei somigli?

«In bello o in brutto? fece ridendo Aramis.

«In brutto, e per quanto un uomo possa somigliare a una donna.

«Oh per Diana! esclamò Aramis, adesso mi ci fate pensare. No, per Diana! non siete visionario, e ora che ci rifletto, sì, sì, avete ragione; quel bocchino ritirato, quegli occhi che sembrano al comando della mente e non mai al comando del cuore.... è qualche bastardo di milady.

«Voi ridete, Aramis?

«Per abitudine e non altro, giacchè vi giuro che non avrei più genio di voi d’incontrarmi con quel serpentello!

«Ah! disse Athos, ecco di Winter.

«Bene; ora non mancherebbe che una cosa, che i nostri lacchè si facessero attendere.

«No no, li veggo.... vengono, sono dietro a milord di una ventina di passi. Riconosco Grimaud dalla testa dritta e le gambe lunghe, Tony porta le nostre carabine.

«Dunque c’imbarcheremo di notte? chiese Aramis dando un’occhiata verso ponente, ove il sole non lasciava più altro che un nuvolo indorato, il qual pareva a poco a poco si estinguesse tuffandosi in mare.

«Può essere di sì.

«Diamine! mi piace poco il mare di giorno, ma di notte anco meno; il rumore delle onde, lo strepito dei venti, il terribile moto del bastimento.... oh! confesso che preferisco il convento di Noisy».

Athos sorrise mestamente, perchè ascoltando Aramis pensava però a tutt’altro, e s’incamminò verso di Winter. Aramis gli andò appresso.

«Che cos’ha il nostro amico? disse quest’ultimo, somiglia ai dannati del Dante a cui Satanno ha dislogato il collo e che si guardano le calcagna. Che diavolo ha egli per guardarsi dietro a quel modo?»

Di Winter avendo visti i due compagni si sollecitò a venir loro incontro, ma con rapidità veramente sorprendente.

«Che avete, milord? domandò Athos, perchè così affannoso?...

«Nulla, nulla.... bensì, nel passare vicino alle dune mi è sembrato!...» rispose di Winter.

E si voltò di nuovo. Athos fissò in viso Aramis.

«Partiamo, continuò di Winter, il batello deve aspettarci, lo sloop è là all’áncora.... lo vedete? vorrei esservi di già sopra!»

E ritornava a girarsi.

«Ehi! fece Aramis, vi siete forse scordata qualche cosa?

«No no.... è un’idea....

«Lo ha visto, avvertì piano Athos ad Aramis».

Erano giunti alla scala che conduceva alla barca: di Winter fe’ scendere prima i domestici che recavano le armi e i facchini che portavano i bauli, e cominciò ad andar abbasso egli pure.

Nel momento Athos osservò un uomo che seguitava la riva del mare paralella allo scalo, e che correva, come per esser presente dall’altra parte del porto separata di appena venti passi, al loro imbarco.

Tra l’ombra che cominciava a calare credè di ravvisare il giovane che lo aveva interrogato.

«Oh oh! disse fra sè, fosse realmente una spia, e intendesse di opporsi alla nostra partenza?»

Ma siccome in caso che lo straniero avesse un tal progetto era digià un po’ tardi per eseguirlo, Athos scese anch’esso la scala, quantunque senza lasciar d’occhio il giovanotto.

Costui per finirla era comparso sopra una cateratta.

«Di certo è qui per noi, disse Athos; ma imbarchiamoci, e una volta che saremo in mare venga, venga!»

E saltò nel battello, il quale subito si partì spinto da quattro robusti remiganti.

Il forestiero però si diede a seguitare, o meglio a precedere la lancia. Questa doveva passare fra la punta dello scalo a cui sovrastava il fanale acceso appunto d’allora, ed uno scoglio ch’era da parte. Egli fu veduto da lontano salire sullo scoglio onde sovrastare alla lancia quando di là transitasse.

«Cospetto! disse Aramis ad Athos, quel ragazzo è assolutamente uno spione.

«Qual ragazzo? domandò di Winter volgendosi.

«Quello che ci ha seguitati, che ci ha parlato, e che ci fa la posta lassù. Guardatelo!»

Di Winter osservò nella direzione del dito di Aramis. Il fanale spandeva grandissimo chiarore sopra lo stretto per dove si doveva transitare e sulla roccia ove rimaneva il giovane, ritto, a testa scoperta e colle braccia incrociate.

«È desso! gridò di Winter afferrando Athos per un braccio, è desso! credevo pure di averlo ravvisato, non m’ingannavo.