Part 30
«No! ribattè Mordaunt, e sforzava a frenarsi e a tornare nel loro stato naturale tutte le fibre del volto, tutti i muscoli del corpo, no! non vi ucciderò, almeno pel momento, perchè senza di voi non iscuoprirei gli altri; ma quando noti essi mi siano, oh tremate! io trafissi col mio pugnale il boja di Bethune; senza pietà lo trafissi, senza misericordia, ed egli fra tutti era il meno colpevole».
Ciò detto, il giovanetto uscì e scese la scala con calma bastante per non essere osservato; indi sul pianerottolo d’abbasso passò davanti a Tony, che chinato sulla branca non aspettava se non un grido del padrone per correr su da lui.
Ma di Winter non chiamò; oppresso, abbattuto, restò in piedi, porgendo l’orecchio.... e soltanto quando ebbe inteso allontanarsi il cavallo cadde sopra una sedia dicendo:
«Mio Dio! vi ringrazio.... deh! non conosca egli mai altri che me!»
XLIV.
_Paternità._
Mentre aveva luogo presso lord di Winter la scena tremenda, Athos assiso accanto alla finestra della sua camera, appoggiando il gomito sul tavolino e sulla mano la testa, ascoltava, quasi diremmo con le orecchie e cogli occhi, Raolo che gli narrava le avventure del suo viaggio e i dettagli della battaglia.
Il bello e nobile viso del gentiluomo esprimeva indicibile contento al racconto di quelle prime pure e fresche emozioni; traeva a sè fin anco i suoni di quella voce giovanile che gli si appassionava pei sentimenti elevati e grandiosi, siccome suolsi ad una musica armoniosissima. Dimenticato egli aveva quanto di oscuro era nel passato e nuvoloso nell’avvenire. Pareva che il ritorno di quel fanciullo prediletto avesse persino convertiti i suoi timori in speranze. Athos era pago, più pago che non fosse stato giammai.
«Ed assisteste, e prendeste parte alla grande battaglia, Bragelonne? domandava l’antico moschettiere.
«Sì, signore.
«E fu terribile, mi dite?
«Il signor Principe caricò in persona undici volte.
«È un gran guerriero!
«È un eroe! non l’ho perduto un momento di vista... Bella cosa, o signore, è il chiamarsi Condé e portar così un tal nome!
«Quieto e brillante, non è vero?
«Quieto come alla parata, brillante come in una festa. Quando andammo incontro al nemico movevamo di passo; ci era vietato d’essere i primi a tirare, e marciavamo col moschetto posato sulla coscia verso gli Spagnuoli che stavano sopra un’altura. Arrivati a distanza da loro di trenta passi, il principe si volse ai suoi soldati. «Figliuoli, disse, avrete da soffrire una scarica terribile, ma poi, non dubitate, vi rifarete facilmente su coloro». Era tale il silenzio, che amici e nemici udivano quei di lui detti. Indi alzata la spada gridò: «Suonate, trombe!»
«Bene! bene! all’occasione fareste altrettanto, eh, Raolo?
«Ah! ne dubito, perchè a me quei tratti parvero assolutamente magnifici. Giunti a minor distanza forse di un terzo, mirammo tutti i moschetti abbassarsi come una sola linea splendentissima, giacchè il sole ne faceva rilucere le canne. Ed il principe disse: «Al passo, figliuoli! ecco il momento.
«Raolo, aveste paura? chiese il conte.
«Sì signore, rispose ingenuamente il giovanetto, mi sentii come un gran freddo al cuore, e alla parola: «Fuoco!» che eccheggiò in spagnuolo tra le file nemiche, chiusi gli occhi e pensai a voi.
«Davvero? disse Athos stringendogli la destra.
«Oh sì! nell’istante medesimo furono tali spari che si sarebbe creduto fosse il cielo per aprirsi, e quei che non restarono uccisi, oh! sentirono il calore della fiamma. Io schiusi il ciglio, meravigliando di non essere estinto o per lo meno ferito; un terzo dello squadrone giaceva al suolo mutilato e insanguinato. In quel punto incontrai le pupille del principe, e non badai che a una cosa, cioè ch’ei mi guardava. Diedi di sprone, e mi trovai framezzo ai nemici.
«E Sua Altezza fu contenta di voi?
«Così almeno mi disse, quando m’incaricò di accompagnare a Parigi il signor di Chatillon, ch’è venuto a dar questa notizia alla regina e portare le bandiere grigie. «Andate, mi diceva il prence, il nemico non si sarà riunito per una quindicina di giorni, e sino allora non ho bisogno di voi; andate ad abbracciare quelli che vi amano, e dite a mia sorella di Longueville che la ringrazio del regalo da lei fattomi dandovi a me». Ed io (seguitava Raolo volgendo sul conte un sorriso di amore profondo) sono venuto, nella certezza che a voi fosse caro di rivedermi».
Athos si trasse vicino il garzoncello, e lo baciò in fronte siccome avrebbe fatto ad una fanciulla.
«Sicchè, Raolo mio, eccovi digià slanciato; avete amici dei duchi, compare un maresciallo di Francia, capitano un principe del sangue, in una stessa giornata di ritorno siete stato ricevuto da due regine: è un bel fare per un novizio!
«Ah! appunto, aggiunse Bragelonne ad un tratto, mi rammentate una cosa di cui mi scordava: che presso Sua Maestà la regina d’Inghilterra si trovava un gentiluomo, il quale quando io proferii il vostro nome mandò un grido di sorpresa e di gioja; si diede per vostro amico, mi domandò il vostro indirizzo, e tra poco verrà a vedervi.
«Come si chiama?
«Non ho osato ricercarglielo; ma quantunque si esprima con eleganza, dalla pronunzia l’ho giudicato per inglese.
«Ah! disse Athos».
E chinò il capo quasi volesse riprodursi qualche rimembranza. Indi allorchè lo alzò nuovamente lo sorprese la presenza di un uomo che ritto davanti all’uscio mezz’aperto lo esaminava con molta commozione.
«Lord di Winter! esclamò il conte.
«Athos! mio caro Athos!»
E i due gentiluomini stettero alquanto abbracciati; dopo di che Athos prese ambe le mani a di Winter, gli disse:
«Che avete milord? sembrate tanto afflitto quanto io sono lieto.
«Sì, amico, è vero; e dirò anche di più: che il vostro aspetto accresce il mio timore».
Di Winter si osservava d’intorno, come per cercare la solitudine. Bragelonne capì che i due avevano da discorrere, ed uscì senza mostrare di mettervi importanza.
«Orsù, cominciò Athos, adesso che siam soli, parliamo di voi.
«Mentre siam soli, parliamo di noi, rispose di Winter. Egli è qui.
«Chi mai?
«Il figlio di milady».
Athos colpito anche una volta da quel nome che sembrava lo perseguitasse come un eco funesto, esitò un poco, inarcò le ciglia, ed in tuono di tutta calma pronunciò:
«Lo so.
«Lo sapete?
«Sì: Grimaud lo ha incontrato fra Bethune ed Arras, ed è corso a briglia sciolta ad avvertirmi della sua venuta.
«Grimaud dunque lo conosceva?
«No, ma ha assistito al letto di morte uno che lo conosceva.
«Il carnefice di Bethune! gridò di Winter.
«Lo sapete? esclamò attonito Athos.
«Mi ha lasciato adesso, mi ha detto tutto.... ah, che scena orribile! Perchè non annientammo con la madre il figliuolo!»
Athos al pari di tutte le indoli nobilissime non rendeva altrui le spiacevoli impressioni che riceveva; ma all’incontro le assorbiva sempre in sè stesso, ed invece di esse rimandava speranze e consolazioni. Avreste detto che i suoi particolari affanni gli uscissero dall’anima trasformati in contento per gli altri.
«Di che paventate? chiese poi superando mediante la ragione il terrore d’istinto provato dapprima, non siamo qua per difenderci? Quel giovine si è forse fatto assassino di mestiere, omicida a sangue freddo? Può aver ucciso il boja di Bethune in un moto di rabbia, ma ormai è sazio il suo furore».
Di Winter con un mesto sorriso scuoteva la testa.
«Voi dunque non conoscete più quel sangue?
«Oibò! replicò Athos procurando parer tranquillo, avrà perduta la sua ferocia alla seconda generazione. D’altronde la Provvidenza ci ha prevenuti onde siamo guardinghi. Null’altro possiam fare che attendere; si attenda. Ma come poc’anzi io diceva, discorriamo di voi. Qual motivo vi conduce a Parigi?
«Affari importanti di che in breve sarete sciente. Ma che mai ho inteso da Sua Maestà la regina d’Inghilterra? D’Artagnan è del Mazzarino? Perdonate la mia franchezza, io non odio nè amo il ministro, e le vostre opinioni mi saranno sempre sacre. Sareste voi per caso dedito a colui?
«D’Artagnan è al servizio, rispose Athos, è soldato, ed obbedisce al potere costituito. D’Artagnan non è ricco, e per vivere ha d’uopo del suo grado di tenente. Milord, in Francia sono rari i milionarj come voi!
«Ahimè! replicò di Winter, oggi io sono tanto povero e più ancora che lui... Ma torniamo a voi.
«Ebbene, volete sapere se io sono del Mazzarino? No, no, le mille volte! Scusate voi pure o milord, la mia franchezza».
Di Winter si alzò e si strinse al seno l’amico.
«Oh! disse, grazie conte! grazie di sì fausta notizia. Eccomi, mi vedete or contento e ringiovanito.... Non siete del Mazzarino? benissimo. E poi, non poteva mai essere.... Ma compatite ancora; siete libero?
«Che intendereste per libero?
«Domando se non siete ammogliato.
«Oh! per questo poi no».
Ed Athos sorrideva.
«È che quel giovanetto, sì bello, gentile, grazioso...
«È un fanciullo ch’io educo, e che neppur conosce suo padre.
«Ottimamente; siete sempre lo stesso, grande e generoso.
«Orsù, milord, che mi richiedete?
«Avete tuttora amici i signori Porthos ed Aramis?
«E aggiungete d’Artagnan. Siamo tutti e quattro affezionati scambievolmente come in passato; ma quando si tratta di servire il ministro o di batterlo, d’esser di Mazzarino o della Fronda, allora siamo due soli.
«Aramis è con d’Artagnan?
«No, il signor Aramis mi fa l’onore di associarsi alle mie opinioni.
«Potete rimettermi in relazioni con quell’amico sì cortese e spiritoso?
«Certo, appena lo bramiate.
«Si è egli cambiato?
«Si è fatto abate, non v’è altro.
«Mi spaventate; il suo stato deve averlo indotto a rinunziare alle grandi imprese.
«All’opposto: disse Athos scherzando, non è stato mai tanto moschettiere com’è adesso, ed in lui troverete un vero Galaor. Volete ch’io lo mandi a chiamare per mezzo di Raolo?
«No, conte; potrebbe darsi che a quest’ora non fosse reperibile; ma poichè credete di poter garantire per lui....
«Quanto per me medesimo.
«Potete impegnarvi a condurmelo domani a dieci ore sul ponte del Louvre?
«Ah, ah! fece Athos, avete un duello?
«Sì, e bellissimo; duello, in cui spero sarete anche voi.
«Dove andremo, milord?
«Da Sua Maestà la regina d’Inghilterra, che mi ha incaricato di presentarvi a lei.
«Sua Maestà dunque mi conosce?
«Io, vi conosco.
«Enigma; ma non serve, tosto che a voi è noto il motivo, non vi domando di più. Mi farete l’onore di cenare con me, milord?
«Vi ringrazio, conte; ma confesso che la visita di quel giovane mi ha tolto l’appetito, e probabilmente mi leverà il sonno. Che intrapresa vuol egli compiere in Parigi? non per incontrar me vi è venuto, poichè era ignaro del mio viaggio... Ah! egli mi spaventa, in lui v’è un avvenire di sangue.
«Che fa esso in Inghilterra?
«È uno dei più caldi seguaci d’Oliviero Cromvello.
«E chi lo ha collegato a quella causa? Sua madre e suo padre, per quanto io creda, erano cattolici.
«L’odio che nutre contro il re.
«Contro il re!
«Sì, il re lo dichiarò bastardo, lo spogliò de’ suoi beni, gli proibì di portare il nome di Winter.
«Ed ora come si chiama?
«Mordaunt.
«Puritano e travestito da monaco, viaggiando solo per le strade della Francia!
«Da monaco?
«Sì: non lo sapete?
«Non so se non ciò ch’ei mi ha detto.
«E come tale, e per caso, egli intese le spiegazioni del carnefice di Bethune.
«Allora tutto comprendo: viene inviato da Cromvello.
«A chi?
«A Mazzarino; e la regina lo aveva indovinato, noi fummo prevenuti; ormai tutto mi si fa chiaro. Conte, addio a domani.
«Ma è notte molto buja, disse Athos osservando di Winter più agitato che non volesse apparire, e voi forse non avete servi?
«Ho Tony, buono e semplice ragazzo.
«Olà! Olivain, Grimaud, Blaisois, qualcuno prenda il moschetto e chiami il signor visconte».
Blaisois era quel grazioso garzone, mezzo lacchè e mezzo contadino, che noi vedemmo di volo nel castello di Bragelonne entrato ad avvisare che il pranzo era pronto, e da Athos battezzato col nome della sua provincia.
Cinque minuti dopo dato l’ordine, giunse Raolo.
«Visconte, scorterete milord sino al suo albergo e non lascerete che alcuno gli si appressi.
«Ah conte! disse di Winter, e per chi mi prendete?
«Per un forestiero, che non conosce Parigi, ed a cui il visconte insegnerà la strada».
Di Winter strinse ad Athos la mano.
«Grimaud! comandò quest’ultimo, mettiti alla testa della comitiva, e bada al finto frate!»
Grimaud si scosse, indi fe’ un cenno col capo ed aspettò la partenza toccando con tacita eloquenza il calcio del moschetto.
«Addio a domani, ripetè di Winter.
«Sì, milord».
La piccola brigata s’incamminò verso la via San Luigi, Olivain tremando come Sosia ad ogni riflesso del lume un po’ dubbio, Blaisois assai saldo perchè ignorava che vi fosse qualunque pericolo, Tony guardando a destra e a manca, ma senza poter dire una parola attesochè non parlava francese.
Di Winter e Raolo andavano uno accanto all’altro, e discorrevano insieme.
Grimaud, che secondo eragli ingiunto da Athos precedeva il corteggio con una torcia in una mano e nell’altra il moschetto, arrivò alla locanda di di Winter, bussò col pugno alla porta, e quando venne gente ad aprire salutò milord senza fiatare.
Lo stesso fu al ritorno. I di lui occhi nulla videro di sospetto, tranne una specie d’ombra appiattatasi sul canto della via di Guénégaud e dell’argine; gli sembrò di aver anche nel passare osservato colui che stava in aspettativa. Si diresse incontro ad esso, ma innanzi che lo avesse raggiunto l’ombra era sparita in una straduzza ove Grimaud non giudicò prudente d’inoltrarsi.
Si rese conto ad Athos del successo della spedizione, ed essendo le dieci ore di sera ciascuno si ritirò nel proprio appartamento.
All’indomani nel destarsi il conte si trovò Raolo vicino al letto. Questi era bell’e vestito, e leggeva un libro nuovo di Chapelain.
«Digià alzato Raolo? disse il conte.
«Sì, rispose il giovanetto titubando, ho dormito male....
«Dormito male? voi! qualche pensiero vi occupava?
«Signore, direte che ho molta fretta di lasciarvi quando sono appena arrivato, ma....
«Dunque la vostra licenza era per due soli giorni?
«Anzi, per dieci... e non bramerei già di andare al campo.
«E dove? fece Athos sorridendo, purchè non sia un segreto, visconte? Siete quasi un uomo, poichè avete fatte le prime armi, ed avete acquistato il diritto di andare ove vogliate senza dirmelo.
«Giammai, replicò Raolo, finchè avrò la sorte di avervi per mio protettore, non crederò essere in diritto di sottrarmi ad una tutela che tanto mi è cara.... Desidererei recarmi a passare un giorno e non più a Blois.... mi guardate, vi riderete di me!
«No, rispose Athos reprimendo un sospiro, non rido, no... avete voglia di riveder Blois, è naturale!
«Sicchè lo permettete? esclamò allegro Bragelonne.
«Certamente.
«In fondo al cuore, non ve n’incresce?
«Niente affatto: perchè deve increscermi ciò ch’è a voi di piacere?
«Oh quanto siete buono!»
Raolo era per saltare al collo ad Athos, ma lo trattenne il rispetto.
Athos gli aprì teneramente le braccia.
«E posso partir subito?
«Quando vi aggrada».
Il giovane mosse tre passi per uscire.
«Signore, disse poi, ho pensato ad una cosa, cioè che alla signora duchessa di Chevreuse tanto buona per me, son debitore della mia introduzione presso al signor Principe.
«E che dovete ringraziarla, non è vero?
«Mi sembrerebbe.... però a voi spetta il decidere.
«Passate dal palazzo di Luynes, Raolo, e fate domandare se la duchessa può ricevervi. Mi piace rivelare che non dimentichiate le convenienze. Prenderete con voi Grimaud e Olivain.
«Tutti due?» domandò Raolo attonito.
«Tutti due».
Il visconte salutò ed uscì.
Nel guardarlo chiudere la porta e udirlo a chiamare forte ed allegramente Grimaud e Olivain, Athos sospirò.
«Mi abbandona pur presto! pensava, ma obbedisce alla legge comune. La natura è così; essa guarda sempre innanzi. Oh! di sicuro egli ama quella fanciulla; ma amerà me men di prima perchè ami altre persone?»
Il conte di la Fère confessava che non si era aspettato a sì sollecita partenza, ma in lui dileguavasi ogni trista cura considerando che Raolo era contento.
Alle dieci ore tutto era pronto per il viaggio. Mentre Athos guardava Raolo montare a cavallo, venne un lacchè a riverirlo a nome della signora di Chevreuse: era esso incaricato di dire al conte di la Fère che avendo ella saputo il ritorno del suo giovine protetto e il suo contegno nella recente battaglia, le sarebbe caro di fargliene le sue congratulazioni.
«Direte a madama la duchessa, rispose Athos, che il visconte s’incamminava appunto al palazzo di Luynes».
E dopo aver rinnovate le sue raccomandazioni a Grimaud, fe’ cenno a Raolo che poteva partire.
D’altronde, riflettendo meglio, Athos pensava non esser male che in quel momento Raolo si allontanasse da Parigi.
XLV.
_Un’altra regina che chiede soccorso._
Athos aveva mandato a prevenire Aramis sino dalla mattina, dando la sua lettera a Blaisois, unico servitore che gli fosse rimasto. Blaisois trovò Bazin che indossava la sua giubba da bidello; in quel giorno era di servizio a Nostra Donna.
Athos aveva fatto premura a Blaisois, onde tentasse parlare ad Aramis in persona. Blaisois, giovanotto grande e sempliciotto che non conosceva altro che il comando, aveva quindi domandato dell’abate d’Herblay, e non ostante che Bazin gli protestasse ch’ei non v’era, aveva insistito in tal modo che Bazin si era adirato sul serio. Blaisois vedendo Bazin in abito ecclesiastico non aveva curate le sue negative, ma insistito ben anzi a andare avanti, supponendo colui con il quale aveva che fare dotato di pazienza e cristiana carità.
Ma il Bazin, sempre servitore dei moschettieri quando gli andava il sangue al capo, prese un bel manico di granata, e picchiò Blaisois dicendogli:
«Avete insultata la Chiesa, caro mio, insultata la Chiesa!»
Nel momento, all’insolito frastuono, era comparso Aramis schiudendo con cautela l’usciale della sua camera dormitoria.
Ed allora il suddetto Bazin avea posata rispettosamente la sua granata in terra sur una delle punte, conforme gli era accaduto di veder fare a Nostra Signora dallo Svizzero colla alabarda, e Blaisois con un’occhiataccia di rampogna diretta al cerbero si era levata di tasca la lettera e presentatala ad Aramis.
«Del conte di la Fère, disse Aramis, va bene».
E indi ritornò dentro senza tampoco richiedere la causa di tanto subbuglio.
Blaisois se ne venne indietro malinconico all’albergo del Gran Re Carlomagno. Athos gli domandò ragguaglio della sua commissione, ed egli raccontò la sua avventura.
«Imbecille! fece Athos ridendo, e non dicesti ch’eri là da parte mia?
«Signor no.
«E che ha detto Bazin sapendo ch’eravate mio?
«Oh! mi ha fatto un diluvio di scuse, e mi ha obbligato a bere due bicchieri di vin moscato eccellente, con inzupparvi tre o quattro biscotti squisiti; ma che serve? è brutale fuor di maniera! un bidello! oibò!
«Bene! pensò Athos, una volta che Aramis ha avuta la lettera, per quanti impedimenti si abbia e’ verrà».
Alle dieci ore, Athos colla sua solita puntualità si trovava sul ponte del Louvre. V’incontrò lord di Winter arrivato appunto allora.
Essi aspettarono circa dieci minuti.
Di Winter cominciava a temere che Aramis non capitasse.
«Pazienza! disse Athos che teneva gli occhi fissi nella direzione della via del Bac, pazienza; ecco un abate che dà una spinta a un uomo e saluta una donna, dev’essere Aramis».
Difatti era desso: un giovinotto che guardava per aria ed aveva schizzato di mota Aramis era ito dieci passi più in là per un pugno datogli da quest’ultimo, il quale, essendo passata allora una sua penitente, l’aveva salutata col suo più grazioso sorrisetto.
Aramis fu dunque da loro in un momento.
E là, com’è da credere, grandissimi amplessi fra lui e di Winter.
«Dove andiamo? domandò Aramis, v’è forse da battersi? stamane non ho spada, bisognerà che torni da me a pigliarla.
«No, rispose di Winter, si va a far visita a Sua Maestà la regina d’Inghilterra.
«Ottimamente! (ed Aramis si chinava all’orecchio ad Athos) e in quale scopo questa visita?
«Affè, forse qualche testimonianza che da noi si reclama.
«Non sarebbe per quel maledetto affare? In tal caso non avrei troppa voglia di andarvi, perchè vi sarebbe da prendersi qualche bella predica, e dacchè le fo agli altri, non ho caro di averle io.
«Se ciò fosse, non ci condurrebbe da sua Maestà milord di Winter, mentre gliene toccherebbe la sua parte, essendo stato dei nostri.
«Ah sì! dite bene. Si vada».
Giunti al Louvre, di Winter passò il primo. D’altronde non istava al portone che un solo custode. Alla luce del giorno, Athos, Aramis e l’Inglese poterono osservare l’orribile miseria dell’abitazione che un’avara carità concedeva all’infelice sovrana. Grandi sale spoglie di mobili, mura sconquassate su cui rilucevano ad intervalli antiche guarnizioni d’oro che aveano resistito all’incuria, finestre che non si chiudevano più e mancanti di vetri; non tappeti, non guardie, non famigli, ecco quanto colpì subito gli occhi ad Athos, e ch’ei fece tacitamente notare al suo compagno spingendolo col gomito ed accennandogli quell’estrema povertà.
«Mazzarino ha migliore alloggio, disse Aramis.
«Mazzarino è quasi re, rispose Athos, ed Enrichetta non è più regina.
«Se vi degnaste di mostrarvi spiritoso, fece Aramis, credo in coscienza che lo sareste più che non lo era il disgraziato signor di Voiture».
Sembra che la regina attendesse con impazienza, poichè al primo movimento che udì nel salone che precedeva la sua camera venne da sè sulla soglia a ricevere i cortigiani del suo infortunio.
«Entrate e siate ben venuti, signori; essa disse».
I gentiluomini passarono, e sul principio rimasero in piedi, ma ad un gesto della sovrana che l’invitava a sedersi Athos diede l’esempio dell’obbedienza. Egli era tranquillo e grave, ma Aramis all’incontro adiratissimo perchè esacerbato da quella regia miseria, di cui studiava con lo sguardo ogni nuova traccia che gli si offriva alla vista.
«Esaminate il mio lusso? disse Enrichetta con la massima angustia.
«Chiedo scusa a Vostra Maestà, replico Aramis, ma non saprei nascondere la mia indignazione mirando che alla corte di Francia si tratti così la figlia di Enrico IV.
«Questo signore non è cavaliere? chiese la regina a lord di Winter.
«È l’abate d’Herblay, questi rispose».
Aramis arrossì.
«Signora, sono abate, ma a mio malgrado e contro mia vocazione, e sono sempre pronto a diventar da capo moschettiere. Io dunque sarò l’uomo che la Maestà Vostra troverà più zelante a servirla in qualunque cosa voglia ordinarmi.
«Il signor cavaliere d’Herblay, soggiunse di Winter, è uno dei valorosi moschettieri del re Luigi XIII di cui vi ho parlato, signora».
E volgendosi ad Athos seguitò:
«Questi è il nobile conte di la Fère, la di cui alta rinomanza è ben nota a Vostra Maestà.
«Signori, disse la regina, alcuni anni sono io aveva d’intorno gentiluomini, tesori, armate; tutti questi ad un mio cenno si adopravano in servizio mio. Oggi, guardate qui a me vicino, forse ne stupirete, ma per compiere un disegno che dee salvarmi la vita non ho altro che lord di Winter, un amico da venti anni, e voi, o signori, che veggo per la prima volta e conosco soltanto come miei concittadini.
«E basta, fece Athos con un profondo saluto, se la vita di tre uomini può riscattare la vostra.
«Grazie, signori. Ma ascoltatemi: non solo io sono la più misera delle regine, sono anche la più sventurata fra le madri, la più disperata fra le mogli; i miei figli, due per lo meno, il duca d’York e la principessa Carlotta, sono da me lontani, esposti ai colpi degli ambiziosi e dei nemici; il re mio consorte conduce in Inghilterra una sì dolorosa esistenza che poco io vi dico asserendovi che cerca la morte come cosa per lui da bramarsi. Ecco la lettera che mi fece pervenire per mezzo di milord di Winter: leggete».
Athos ed Aramis si scusavano.
«Leggete, ripetè la regina».
Athos lesse ad alta voce la missiva a noi nota, nella quale il re Carlo domandava se in Francia gli sarebbe accordata l’ospitalità.