Part 29
Nè fu lunga la sua aspettativa, mentre Enrichetta erasi trattenuta da Mazzarino appena un quarto d’ora; ma il quarto d’ora parve un secolo a lui che aspettava. Finalmente la grave macchina che in allora chiamavasi carrozza venne fuori con gran rumore, e di Winter sempre a cavallo si chinò di nuovo allo sportello per discorrere con Sua Maestà.
I cavalli si mossero di trotto, s’incamminarono al Louvre, ed ivi entrarono. Innanzi di partirsi dal convento dei Carmelitani, Enrichetta aveva detto alla sua figlia che venisse ad attenderla al palazzo, dove aveva dimorato per molto tempo, e indi da lei abbandonato perchè la lor miseria pareva ad esse più grave ancora nelle sue sale dorate.
Mordaunt seguitò il cocchio, e quando lo ebbe veduto entrare sotto l’arcata oscura, andò col suo corsiero ad accostarsi ad un muro su cui stendevasi l’ombra, e restò immobile in mezzo alle modanature di Giovanni Goujon, non dissimili da un bassorilievo che rappresenti una statua equestre.
Aspettava, conforme avea già fatto al palazzo reale.
XLII.
_Come gl’infelici confondono talvolta il caso con la Provvidenza._
«Ebbene, signora? domandò di Winter allorchè la regina ebbe licenziati i servitori.
«Ebbene, milord, accadde quel che avevo preveduto.
«Ricusa?
«Non ve lo avevo detto prima?
«Il ministro ricusa di ricevere il re, la Francia ricusa ospitalità ad un principe infelice? è questa la prima volta!
«Non dissi la Francia, milord, dissi il ministro, ed il ministro non è tampoco francese.
«Ma la regina l’avete vista?
«È inutile, rispose Enrichetta scuotendo mestamente la testa, non dirà di sì la regina quando Mazzarino ha detto di no. Non sapete che quell’italiano guida tutto, e nell’interno e fuori? V’è di più, ed io ritorno a quel che vi ho avvertito: non mi sorprenderebbe che fossimo stati prevenuti da Cromvello. Nel parlarmi egli era in sommo imbarazzo, e nulladimeno saldo nella volontà di negar tutto. E poi, avete osservato la grande agitazione al palazzo reale, l’andare e venire di tanta gente affaccendata? Che avessero ricevuta qualche notizia, milord?
«Non certo d’Inghilterra, o signora; io ho operato con tal sollecitudine da starmi sicuro di non essere stato prevenuto; sono partito tre giorni fa, sono passato per miracolo in mezzo all’armata puritana, ho presa la posta con Tony, mio lacchè, ed i cavalli che abbiamo furono da noi comprati a Parigi. D’altronde son sicuro che il re, avanti di arrischiar niente, attenderà la risposta di Vostra Maestà.
«Milord, replicò disperata la regina, voi gli riferirete che nulla io posso fare, che ho sofferto al pari di lui e più; costretta qual sono a mangiare il pane dell’esigilo e chiedere l’ospitalità a falsi amici che si ridono delle mie lacrime, e che in quanto alla sua regia persona, sarà d’uopo che si sacrifichi generosamente e muoja da re. Ed io ne andrò a morire al di lui fianco.
«Signora, signora! esclamò di Winter, Vostra Maestà si abbandona allo scoraggiamento, e forse ancor ci rimane qualche lusinga.
«Non più amici, milord! non più amici nel mondo intero, fuori che voi.... Mio Dio, mio Dio! gridò Enrichetta alzando le braccia verso il cielo, ritraeste a voi tutti i cuori generosi ch’esistevano sulla terra!
«Io spero di no...., seguitò di Winter pensoso, vi ho parlato di quattro uomini.
«Che volete fare con quattro uomini?
«Quattro pieni di zelo, quattro pronti a morire, possono molto, signora, e quelli di che io vi discorro fecero molto in un certo tempo.
«E dove son essi?
«Ah! questo è quello che non so. Da quasi venti anni gli ho perduti di vista; eppure in tutte le occasioni in cui ho veduto il re in pericolo ho ripensato a loro.
«Ed erano vostri amici?
«Uno di essi ebbe tra le sue mani la mia vita, e me la rese; ignoro se sia rimasto mio amico, ma io almeno da quell’epoca sono restato amico suo.
«E sono in Francia coloro?
«Così credo.
«Ditene i nomi! forse gli avrò intesi menzionare, e potrò ajutarvi nelle vostre ricerche.
«Uno chiamavasi cavaliere d’Artagnan.
«Oh milord! se non m’inganno, quel cavaliere d’Artagnan è tenente delle guardie.... ho udito, sì, nominarlo.... ma badate.... quegli mi fa paura, è tutto del ministro.
«Allora poi, fece di Winter, sarebbe l’ultima sciagura, e comincierei a credere che avessimo davvero la maledizione addosso.
«Ma gli altri, gli altri! continuò la regina che si afferrava a quest’ultima speme come un naufrago ai rottami della nave, gli altri, gli altri!
«Il secondo.... lo seppi per caso, giacchè innanzi di battersi contro a noi i gentiluomini ci avevano dato i loro nomi, il secondo era il conte di la Fère... Per i due rimanenti, l’abitudine che avevo a chiamarli con nomi posticci mi fece dimenticare quelli veri.
«Ohimè! e sarebbe però urgente di ritrovarli, soggiunse la regina, poichè stimate che quei degni gentiluomini possano essere tanto utili al re!
«Oh sì, signora! perchè sono quegli stessi, ascoltatemi bene e riproducetevi tutte le vostre rimembranze. Non vi fu narrato come la regina Anna fosse in addietro salvata dal maggior periglio a cui mai si esponesse una sovrana?
«Sì, a tempo de’ suoi amori con Buckingham, e non so per quale scrignetto di gioje.
«Appunto, appunto.... coloro sono quegli stessi che la salvarono, ed in me muove un sorriso di pietà il pensare che se i lor nomi noti non sono a voi, o signora, egli è perchè Anna li dimenticò, mentre avrebbe dovuto farli primi signori del suo reame.
«Or dunque, milord, è d’uopo rintracciarli; ma che potranno fare quattro uomini, o piuttosto tre, poichè ve lo dico, non dobbiamo contare sopra d’Artagnan.
«Sarebbe una buona spada di meno, non lo nego, ma ne resterebbero sempre tre altre, senza far caso della mia; e quattro zelanti attorno al re a guardarlo da’ suoi nemici, ad assisterlo in battaglia, ad ajutarlo in consiglio, a scortarlo nella fuga, sarebbero bastanti, non per rendere vincitore il re, ma per salvarlo se fosse vinto, per dargli mano a tragittare il mare; e, per quanto ne dica Mazzarino, il vostro regio sposo, giunto una volta sulle coste di Francia, vi troverebbe asili e ricoveri quanti ne trova l’augello marino in tempo di procella.
«Milord, cercate, cercate quei gentiluomini, e se li rinvenite, e se aderiscono a recarsi con voi in Inghilterra, io darò a ciascuno di essi un Ducato nel giorno in cui ascenderemo nuovamente sul trono, ed inoltre tant’oro quanto ne occorrerebbe a rifare il pavimento del castello di White-Hall. Oh, cercate, milord! cercate! ve ne scongiuro.
«E lo farei, signora, e di sicuro li rinverrei, ma mi manca il tempo. Si è forse scordata Vostra Maestà che il re attende, e nella massima angoscia, la sua risposta?
«Allora siamo perduti! esclamò la regina in tutto lo sfogo di un cuore squarciato».
Nel momento fu aperto l’uscio; comparve la giovane Enrichetta, e la regina, con quella forza sublime che è tutto l’eroismo delle madri si rimandò in fondo al petto le lacrime facendo cenno a di Winter di cambiar discorso.
Quella variazione però, comunque fatta abilmente, non isfuggì alla principessina; essa si fermò sulla soglia, e dando un sospiro, domandò:
«Madre mia, e perchè sempre piangete senza di me?»
La genitrice sorrise, e invece di risponderle disse:
«A voi, di Winter, almeno ad esser regina soltanto per metà ha guadagnato qualche cosa, cioè che i miei figli mi chiamino _madre mia_ anzi che dirmi _signora_».
E voltasi alla fanciulla:
«Che volete, Enrichetta?
«Entra ora appunto al Louvre un cavaliero, e chiede di presentare i suoi ossequj a Vostra Maestà; viene dall’armata, e dice avere una lettera da consegnarvi, se non isbaglio, per parte del maresciallo di Grammont.
«Ah! fece la regina indirizzandosi a di Winter, è uno dei miei fidi.... Ma non osservate, caro lord, che stiamo tanto meschinamente riguardo a servitù, che la mia figliuola adempie le funzioni d’introduttrice?
«Signora! disse di Winter, abbiate pietà di me, voi mi straziate l’anima!
«E chi è quel cavaliero, Enrichetta?
«L’ho veduto dal balcone; è un giovane che mostra avere appena sedici anni, chiamato visconte di Bragelonne».
La regina fe’ un cenno col capo, la principessa riaprì la porta, e presentossi Raolo.
Il quale mossi tre passi verso la sovrana, s’inginocchiò dicendo:
«Io reco a Vostra Maestà una lettera del mio amico signor conte di Guiche, che mi ha detto aver l’onore di essere fra i vostri servi; questa contiene una importante notizia e le proteste del suo rispetto».
Al nome del conte di Guiche si copersero di rossore le guancie della giovinetta; la genitrice la guardò in atto alquanto severo.
«Ma Enrichetta, ella le disse, mi avete riferito essere la lettera del maresciallo di Grammont.
«Così credevo, signora, quella balbettò.
«È mia la colpa, replicò Raolo, difatti io mi annunziai come venuto per incarico del maresciallo; ma egli ferito nel braccio diritto, non fu in grado di scrivere, ed il conte di Guiche gli fece da segretario.
«Vi è stata dunque battaglia? chiese la regina indicando a Bragelonne con un gesto di alzarsi.
«Sì signora», costui rispose.
E diè il foglio a di Winter, che già avanzatosi a riceverlo lo trasmetteva alla sovrana.
Alla nuova di un combattimento la giovane principessa schiuse il labbro per fare una domanda che senza dubbio la interessava, ma non proferì un accento, e le belle rose venutele dapprima sul volto a grado a grado si dileguarono.
La regina osservò tutti quei moti, e convien dire che il materno suo cuore li traducesse in parole, poichè interrogò così Raolo:
«E non è accaduto alcun danno al contino di Guiche? chè non solo è fra’ nostri servi, conforme vi disse, ma è ancora nostro amico.
«No signora, al contrario, si è acquistata in questa giornata grandissima gloria, ed ha avuto l’onore di ricevere un solenne abbraccio dal signor Principe sul campo di battaglia».
La principessina battè palma a palma, ma indi vergognandosi di essersi portata a tale dimostrazione di allegrezza si girò verso un vaso di fiori, e si chinò come a respirarne la fragranza.
«Si veda cosa ci partecipa il conte, disse la regina.
«Ho prevenuta Vostra Maestà ch’egli scriveva in nome di suo padre, fece Raolo.
«È vero, ella replicò».
E disigillò il piego.
«Mia signora e regina.
«Non potendo aver l’onore di scrivervi da per me, per ragione di una ferita statami fatta al braccio destro, vi supplisco per mano di mio figlio, conte di Guiche, che voi conoscete esser vostro servo pari di me, onde annunziarvi che abbiamo vinta la battaglia di Lens, e che questa vittoria non potrà a meno di dar molto potere al ministro Mazzarino ed alla regina sugli affari dell’Europa. Vostra Maestà, adunque, ove le piaccia attenersi al mio consiglio, approfitti del momento per insistere in favore del suo augusto sposo presso al governo del re. Il signor di Bragelonne, che avrà l’onore di consegnarvi il presente dispaccio, è amico di mio figlio, a cui secondo ogni probabilità ha egli salvata la vita; è un gentiluomo, al quale la Maestà Vostra può totalmente fidarsi in caso che avesse da farmi pervenire qualche ordine verbale o in iscritto.
«Mi rassegno rispettosamente, ec.
«Maresciallo di Grammont».
Nel punto in cui si trattava del servigio renduto al conte, Raolo non aveva potuto astenersi dal volgere la testa verso la giovane principessa, e per sè stesso avea visto passare nei di lei occhi un’espressione d’immensa gratitudine. Non v’era dunque più dubbio, la figlia del re Carlo I amava l’amico di lui.
«Vinta la battaglia di Lens! disse la regina, son fortunati, qui; vincono delle battaglie!... Sì, il maresciallo di Grammont ha ragione, con ciò cangieranno aspetto i loro affari; ma io temo che non faccia niente ai nostri, se pure non nuoce. Questa nuova è recente, vi sono grata, signore, di avermela recata con tal sollecitudine; senza di voi, senza la lettera, non l’avrei saputa che domani, domani l’altro, forse l’ultima in tutta Parigi.
«Signora, rispose Raolo, il Louvre è il secondo palazzo ove sia giunta la notizia; nessuno la conosce ancora, ed io aveva giurato al signor conte di Guiche di consegnare il plico a Vostra Maestà anche innanzi di avere abbracciato il mio tutore.
«Il vostro tutore è come voi un Bragelonne? domandò lord di Winter; io conobbi in passato un Bragelonne: vive egli sempre?
«No signore, è morto, e da lui il mio tutore di cui era prossimo parente, a quanto io creda, ha ereditata quella tenuta della quale porto il nome.
«E il vostro tutore, interrogò la regina, non potendo a meno di interessarsi a quel bel giovane, come si chiama?
«Conte di la Fère, replicò questi».
Di Winter fece un atto di sorpresa; la sovrana lo guardò, lieta oltre ogni segno.
«Il conte di la Fère! essa esclamò, non diceste così?»
Di Winter non poteva dar fede a ciò che aveva udito.
«Il conte di la Fère! ripetè egli pure, ve ne prego, ditemi, il conte di la Fère non è un signore ch’io conobbi bello e prode, che fu moschettiere di Luigi XIII, e può avere adesso quarantasette o quarantotto anni?
«Sì signore, precisamente.
«E che serviva sotto un nome da lui assunto....
«Sotto nome di Athos. Anche ultimamente intesi il suo amico signor d’Artagnan a chiamarlo in tal guisa.
«Appunto, signora, appunto! seguitò il conte. Ah sia lodato Iddio!... Ed è in Parigi? (richiese a Raolo).... Sperate, sperate ancora! (disse ad Enrichetta) la Provvidenza si manifesta a favor nostro, poichè fa ch’io ritrovi questo prode gentiluomo in modo tanto miracoloso. E dove abita, signore? dove abita, di grazia?
«Il signor conte di la Fère è alloggiato in via Guénégaud, all’albergo del gran re Carlomagno.
«Grazie.... Prevenite il mio degno amico acciò rimanga nelle sue stanze.... tra poco andrò ad abbracciarlo.
«Obbedisco con sommo piacere, se Sua Maestà si degna licenziarmi.
«Andate, signor visconte di Bragelonne, disse la regina, e siate certo di tutto il nostro affetto».
Raolo, riverite ossequiosamente le due principesse, salutò di Winter e partì.
Questo e la regina continuarono a discorrere qualche tempo sotto voce acciò la principessa non li udisse; ma la precauzione era superflua, dacchè essa era tutta occupata dei propri pensieri.
Indi, mentre di Winter si accingeva a tor commiato, la regina gli disse:
«Milord, ascoltate: io aveva conservato questa croce di diamanti venutami da mia madre, e questa placca di S. Michele avuta dal mio sposo; valgono circa cinquanta mila lire. Avevo giurato di morir di fame con questi preziosi ricordi prima che disfarmene; ma oggi che possono esser utili a lui od a’ suoi difensori, tutto devesi sacrificare a tale speranza. Prendeteli, e se bisogna danaro per la vostra impresa, vendeteli liberamente; bensì, se trovate mezzo di serbarli, pensate, milord, ch’io lo terrò come il servigio più grande che render possa un gentiluomo ad una regina, e nei giorni di mia prosperità quegli che mi riporti e la placca e la croce sarà benedetto da me e da’ miei figli.
«Signora, soggiunse di Winter, Vostra Maestà sarà servita da un uomo a lei devoto. Io corro a depositare in luogo sicuro questi due oggetti, i quali non accetterei se ci restassero risorse delle antiche nostre fortune; ma i nostri beni sono confiscati, esausto il contante, e siamo arrivati noi pure a trar costrutto da tutto ciò che possediamo. Fra un’ora vo dal conte di la Fère, e domani Vostra Maestà avrà una risposta definitiva».
La regina porse la mano a di Winter, che la baciò rispettosamente, ed accennando la figliuola, seguitò:
«Milord, eravate incaricato di consegnare a questa fanciulla qualche cosa da parte di suo padre».
Di Winter rimase attonito: non sapeva che si volesse dirgli.
Allora la giovane Enrichetta si avanzò sorridendo, eppure arrossendo, e porse la fronte al gentiluomo.
«Dite a mio padre che re o fuggiasco, vincitore o vinto, possente o misero, proferì la principessina, ha in me la figlia più sommessa ed amorosa.
«Lo so, lo so», rispose di Winter toccando con le labbra la fronte ad Enrichetta.
Poi se ne andò senza che alcuno lo accompagnasse, traversando i vasti appartamenti bui e deserti, ed asciugandosi le lacrime, che sebbene divenuto indifferente mediante i cinquanta anni vissuti in corte, non poteva a meno di spargere al mirare quel regio infortunio a un tempo stesso sì profondo e dignitoso.
XLIII.
_Zio e nepote._
Lord di Winter era aspettato al portone dal lacchè e dal cavallo. S’incamminò alla propria dimora, pensoso e guardandosi dietro tratto tratto a contemplare la nera e silenziosa facciata del Louvre. Allora fu che vide un cavaliere distaccarsi, per così dire, dal muro, e seguitar lui a qualche distanza, e si rammentò di aver osservato nell’uscir dal palazzo reale un’ombra a un dipresso consimile.
Il servo di lord Winter, ch’era a tergo a questo di pochi passi, esaminava esso pure inquietissimo il cavaliero.
«Tony! chiamò il gentiluomo accennando al domestico di avvicinarsi.
«Eccomi, monsignore».
E il domestico si pose accanto al padrone.
«Avete badato a colui che ci seguita?
«Sì, milord.
«E chi è?
«Non lo so; ma viene appresso a Vostra Grazia sino dal Palazzo Reale, si è fermato al Louvre per attendere ch’ella uscisse, ed al Louvre si è mosso nuovamente con lei.
«Qualche spione del ministro! fece tra sè di Winter, fingiamo non accorgerci della sua sorveglianza».
E dato di sprone s’inoltrò nel laberinto di strade che conducevano al suo palazzo situato dalla parte del Marais; avendo abitato lungo tempo sulla piazza Reale, era tornato naturalmente ad alloggiarsi in prossimità dell’antica sua dimora.
L’incognito spinse al galoppo il suo cavallo.
Di Winter smontò all’albergo, e salì al suo quartiere, proponendosi di far osservare quella spia con ogni premura. Ma intanto che posava i guanti e il cappello sul tavolino, vide ad uno specchio che aveva dinanzi una figura che compariva sulla soglia della camera.
Si volse: gli stava davanti Mordaunt.
Di Winter impallidì e restò immobile.
Mordaunt rimaneva sull’uscio, freddo, minaccioso, e simile alla statua del Commendatore.
Fuvvi un momento di silenzio fra i due individui.
«Signore, disse poscia di Winter, credevo avervi digià fatto intendere ch’ero stanco di codesta persecuzione. Ritiratevi, o chiamerò gente per farvi cacciar via come a Londra. Non sono vostro zio, non vi conosco!
«Zio mio, rispose Mordaunt con la sua voce solita rauca e dileggiatrice, v’ingannate; questa volta non mi farete scacciare come a Londra; no, non vi ci ardirete. In quanto al negare ch’io sia vostro nepote, ci penserete ben bene, or che ho sapute molte cose che ignoravo un anno addietro.
«E che mi cale di ciò che avete saputo?
«Vi cale, vi cale assai, zio mio, ne son certo; e ora sarete del mio parere (aggiunse il giovane con un sorriso che fece passare il brivido nelle vene di quello a cui era diretto). Quando mi presentai da voi in Londra la prima volta, era per domandarvi che fosse avvenuto de’ miei beni; quando mi presentai la seconda, era per domandarvi da chi mai fosse stato denigrato, avvilito il mio nome. Oggi vengo per farvi una richiesta molto più terribile di tutte quelle, per dirvi, siccome disse Iddio al primo omicida: — Caino, che facesti del fratel tuo Abele? — Milord, che faceste di vostra sorella, di vostra sorella ch’era mia madre?»
Di Winter retrocedè atterrito dal fuoco che brillava negli occhi del giovane.
«Di vostra madre!
«Sì, di mia madre, milord.....»
E Mordaunt così rispondendo scuoteva la testa.
L’altro fece uno sforzo, e immergendosi nelle sue rimembranze come per attingere in esse un odio nuovo esclamò:
«Cercate che fu di lei, e domandatene all’inferno; l’inferno forse vi risponderà».
Mordaunt si avanzò nella stanza sino a trovarsi faccia a faccia con lord di Winter, ed incrociate le braccia, in tuono truce, livido il volto per ira ed affanno, gli disse:
«Io ne ho chiesto al boja di Bethune, e il boja mi ha risposto».
Di Winter cadde sopra una sedia come colpito da un fulmine, ed invano tentò di parlare.
«Sì! non è vero? proseguì il giovane, con queste parole tutto si spiega, con questa chiave si apre l’abisso. La mia genitrice aveva ereditato dal suo consorte, e voi, la mia genitrice, assassinaste! Il mio nome mi assicurava il patrimonio paterno, e voi del nome mio mi degradaste. E poi mi spogliaste de’ miei beni. Ora non più stupisco che non mi riconosciate, non più stupisco che ricusiate riconoscermi! Mal si addice chiamar nepote, quando uno è ladro infame, l’uomo che si rese povero, quando uno è omicida, l’uomo che si rese orfano!»
Questi detti produssero l’effetto contrario a quello atteso da Mordaunt. Di Winter si ricordò qual mostro fosse milady. Surse quieto e grave frenando quasi col suo sguardo severo lo sguardo infiammato del figlio di milady.
«Volete, ei disse, penetrare questo orribile arcano? Or bene! sia pure. Sappiate adunque qual’era la donna di cui oggi venite a chiedermi ragione: essa, secondo ogni probabilità, aveva avvelenato mio fratello, e per aversi la mia eredità si accingeva ad assassinar me. Io ne ho la prova. A ciò che direte?
«Dirò ch’era mia madre!
«Ella fece trafiggere da un uomo, stato in prima giusto, buono, puro, l’infelice duca di Buckingham. Che direte di questo delitto? io ne ho la prova!
«Era mia madre!
«Reduce in Francia, avvelenò nel convento degli Agostiniani di Bethune una giovane donna amata da un di lei nemico. Questo delitto vi persuaderà che giusto fosse il gastigo? e di questo io ho la prova!
«Era mia madre! ripetè Mordaunt, che alle sue tre esclamazioni aveva data una forza sempre progressiva.
«Finalmente sozza di uccisioni, di crapula, a tutti odiosa, minacciante tuttavia come una pantera sitibonda di sangue, soccombè sotto i colpi di uomini che avea ridotti alla disperazione e che mai non le avevano recato il menomo danno; trovò dei giudici, che contro lei richiamarono gli esecrandi suoi attentati; e quel carnefice che voi vedeste, quel carnefice che tutto vi narrò, deve avervi pur detto ch’egli stesso balzava di gioja nel vendicare su di lei il vituperio ed il suicidio di suo fratello. Zitella corrotta, moglie adultera, sorella snaturata, omicida, avvelenatrice, orribile a tutti quanti conosciuta l’avevano, a tutte le nazioni che l’avevano accolta nel lor seno, morì maledetta dal cielo e dalla terra.... Ecco, ecco qual’era quella donna!»
Un violento singulto più forte che la volontà di Mordaunt straziò a questo la gola e gli rimandò il sangue sul pallido volto; strinse egli le pugna, e con la guancia molle di sudore, e i capelli irti sulla fronte come quelli di Amleto, ei gridò furibondo:
«Tacete! era mia madre! i suoi disordini non mi son noti; i suoi vizj non mi son noti; i suoi delitti non mi son noti! Ma quel ch’io so, è che avevo una madre, è che uomini uniti in lega contro una donna la uccisero clandestinamente, crudelmente, da vili, da vili! quel ch’io so, è che fra costoro eravate ancor voi, signore! voi, mio zio, e che diceste al pari degli altri, e più forte degli altri: — È d’uopo ch’ella muoja! — E quindi ve ne avverto, e date ascolto a queste parole, e vi si scolpiscano nella memoria in guisa che giammai non le obbliate: l’assassinio che tutto mi tolse, l’assassinio che mi privò del mio nome, l’assassinio che m’impoverì, l’assassinio che mi rese depravato, malvagio, implacabile, di questo assassinio vi chiederò ragione, prima a voi, e poi a quelli che furon vostri complici, quando io venga a conoscerli».
Con l’odio nelle pupille, la spuma sulla bocca, il pugno teso, Mordaunt aveva mosso un passo di più, passo terribile, passo minaccioso incontro a di Winter.
Questi diè mano alla spada, e disse col sogghigno proprio di un uomo che da trent’anni già scherzi con la morte:
«Signore, volete assassinarmi? allora vi riconoscerò per mio nepote, perocchè siete veramente figlio di vostra madre.