Una sfida al Polo

Part 8

Chapter 83,630 wordsPublic domain

Erano per lo più lupatti, volpi e martore. Di tratto in tratto però qualche schiera di grossi cigni, emigranti verso il sud, passavano fischiando, producendo un rumore strano colle loro ali piuttosto deboli per sorreggere dei corpacci pesanti una trentina ed anche più di libbre.

Verso il mezzodì il treno lasciava finalmente la grande foresta e si slanciava attraverso ad una sconfinata pianura tutta bianca e gelata la quale proiettava, verso le nubi gravide di neve, una luce intensissima, acciecante: era l'_ice-blink_.

Il canadese stava per dar ordine a Dik di arrestare l'automobile per preparare il pranzo, quando degli ululati si fecero udire verso il margine della foresta che avevano appena lasciata.

— Toh!... — esclamò lo studente. — Ancora i lupi!...

— In caccia, — rispose il canadese, il quale tendeva gli orecchi.

— Di chi?

— Ma!... Forse di qualche _caribou_ o di qualche altro grosso animale. Se si trattasse d'un piccolo capo di selvaggina non urlerebbero tanto.

Dik, fermate!... —

L'automobile slittò per una ventina di metri, poi si arrestò.

Gli ululati dei lupi continuavano verso la foresta. A giudicarlo dalle urla non doveva trattarsi d'un grosso branco.

Il signor di Montcalm, ritto sul sedile, col mauser in mano, osservava attentamente, pronto a far fuoco.

Ad un tratto un grosso animale che rassomigliava ad un grande cervo, assai più alto di quelli comuni, fornito di lunghe corna ramose e colla pelliccia bruno-rossastra, si slanciò fuori dalla foresta, filando velocemente verso la vasta pianura.

Sette od otto grossi lupi grigi gli stavano alle calcagna, stringendolo da presso.

Un colpo di fuoco risuonò.

L'animale fece un gran salto, rizzandosi poscia sulle zampe deretane e scuotendo disperatamente la testa, poi si abbattè.

I lupi, sorpresi da quella detonazione e da quella inaspettata caduta, si erano fermati bruscamente, non osando scagliarsi su quel corpo che si dibatteva ancora fra le ultime convulsioni dell'agonia.

D'altronde il treno aveva ripresa la corsa e si dirigeva verso il margine della foresta.

— A voi ora, Walter, — aveva detto il canadese, la cui arma fumava ancora. — Sbarazzatemi da quei pochi predoni. —

Sei colpi rimbombarono uno dietro l'altro e cinque lupi caddero in mezzo alla neve per non più rialzarsi. Solamente l'ultimo, sfuggito miracolosamente alla sesta fucilata, potè rifugiarsi nella vicina foresta.

— Diavolo d'uomo!... — esclamò il canadese, guardando con ammirazione lo studente. — La Compagnia delle pelliccie della baia d'Hudson avrebbe fatto con voi un buon acquisto.

Voi sparate meglio dei più vecchi _trappeurs_ dell'alto Canadà, mio caro.

— Lo credete? — chiese Walter, ridendo.

— Rimpiango fin d'ora gli orsi bianchi che incontreremo sul nostro cammino.

— Mi pare però, signor di Montcalm, che anche voi non scherziate quando vi appoggiate il fucile alla spalla.

Avete fulminata quella povera bestia con una precisione matematica, come avrebbe detto il mio vecchio maestro di tiro a segno, quell'ottimo John Cardik.

— Ah!... Perchè s'insegna anche a sparare all'Università di Cambridge? Poveri studi!...

— Ma si diventa uomini.

— Eh, lo vedo, — disse il canadese. — Poco pane della scienza ed invece molto _sport_. —

L'automobile era giunto presso il _wapiti_. La povera bestia era stata colpita presso l'occhio sinistro e la palla umanitaria — come viene chiamata la pallottola del _mauser_ — gli aveva attraversato il cervello.

— Che cosa ne faremo di tanta carne? — chiese lo studente. — È un cervo splendido. Mai ne ho veduto uno di così grosso.

— Quelli del Canadà superano per statura e peso tutti gli altri, — disse il canadese. — Carichiamolo sulla vettura di rimorchio e poi penseremo a farlo a pezzi e gelarlo. I viveri non sono mai troppi per la gente che va al Polo.

— Infatti mi hanno detto che la maggior parte degli esploratori polari sono morti di fame.

— Purtroppo, — rispose il canadese.

Issarono, non senza grandi sforzi, il _wapiti_ sul carrozzone, poi l'automobile riprese la corsa attraverso la sconfinata pianura bianca.

Il freddo era sempre intensissimo, malgrado che il sole, molto pallido a dire il vero, si fosse aperto un varco fra le nuvole sempre gravide di neve.

Sopra l'automobile sfilavano, di quando in quando, lunghissime file di volatili diretti verso il sud, in cerca d'un clima più mite.

Erano corvi di mare, oche selvatiche, anitre e stormi immensi di gru. Doveva fare un bel freddo sulla baia di Hudson.

— Essi scappano e noi invece saliamo verso il nord, — disse lo studente, il quale si era provato a sparare qualche colpo senza buon successo però, data la grande altezza. — Se incontrate quel caro _yankee_ ditegli che siamo già vicini al Polo.

A proposito, che sia già partito o che stia ancora sospirando sotto le finestre di _miss_ Ellen?

— Suppongo che sia già in viaggio, — rispose il canadese.

— Che lo incontriamo in qualche luogo?

— Forse nelle vicinanze del Polo, se entrambi riusciremo a giungervi. Come vi ho detto mi si disse che invece di seguire le coste occidentali della grande baia si sarebbe tenuto verso quelle orientali per raggiungere al più presto la Groenlandia, terra che io invece non conto affatto di toccare.

Noi saliremo direttamente fino alla terra di Grant, passando sempre attraverso le isole.

— Vi spiacerebbe incontrarlo al Polo?

— Preferirei non vederlo, mio caro Walter. Già io non gli presterei nessuna assistenza e lui farebbe certamente altrettanto, anche se ci trovasse morenti di fame.

— Eh, da quei _yankee_ tutto si può attendere.

— Signore, — disse in quel momento lo _chaffeur_. — Siamo già in vista della baia.

— Così presto!... Sento come il freddo aumenta rapidamente.

Gli _ice-bergs_ fanno sentire la loro influenza. —

Si era alzato e proteggendosi gli occhi con ambe le mani, per vincere i bagliori acciecanti del sole riflettentisi sulla bianca pianura, aveva spinti gli sguardi verso il settentrione.

Una linea azzurro-cupa spiccava vivamente sul luminoso orizzonte, cosparso di grossi punti bianchi.

— È la baia coi suoi quasi eterni ghiacci galleggianti, — disse. — Se qualche accidente non interrompe la nostra corsa, faremo presto a raggiungere il Polo.

Speriamo che i canali delle terre boreali siano tutti gelati e tutto andrà allora bene.

— Una grande bella baia, è vero signor di Montcalm? — chiese Walter.

— Sarebbe anzi stato meglio chiamarla mare di Hudson, poichè è un vero mare.

È vero che il suo scopritore non aveva avuto il tempo di constatarne la vastità.

— Perchè naufragò forse?

— Peggio che peggio, amico. La sua fine fu tragica e forse terribilmente tragica.

Era un gran bravo navigatore quel vostro compatriotta che si era già distinto in altre navigazioni polari nei pressi dello Spitzberg e che era salito in grande fama per le sue osservazioni idrografiche e magnetiche, fra le altre quella sull'inclinazione dell'ago magnetico.

Nel 1610, aiutato da negozianti, armata una nave, salpava per queste regioni, animato dalla speranza di poter trovare il famoso passaggio del nord-ovest, scoperto invece più di due secoli e mezzo dopo da Mac-Clure.

— Che navi avevano allora quegli audaci naviganti?

— Dei miserabili navigli di cento o centocinquanta tonnellate e niente di più.

— Continuate, signor Gastone. Le scoperte polari mi hanno sempre interessato.

— Più fortunato di tanti altri, Hudson raggiunge felicemente l'America, tocca l'estremità nord-ovest del Labrador, scopre il gran fiume che oggidì porta il suo nome, ed avanzando nel canale intravvisto cento dieci anni prima da Corte-real, scopre la grande baia che ci sta dinnanzi.

Ma lì, su quelle acque, sventure inaudite piombano sulla spedizione.

I ghiacci imprigionano la sua nave nella baia di S. Michele, impedendo il ritorno.

La fame non tarda a farsi sentire tremenda, poichè le provviste portate erano state tutt'altro che abbondanti.

Per qualche mese si nutrono di pernici bianche, di oche, di anitre e di cigni, poi, emigrati quei volatili, si vedono costretti a nutrirsi di licheni.

Sul principio del Giugno dell'anno seguente lo sgelo permette finalmente ai naviganti di rimettersi alla vela.

Avevano preso molto pesce durante la primavera, ma ben poco ne era rimasto.

Hudson divide fra l'equipaggio diventatogli ostilissimo mercè le arti infami del segretario Green, che pure aveva ricevuto tanti benefici dallo sfortunato esploratore, e tenta di riguadagnare l'Inghilterra.

I suoi sforzi non sono condivisi dai suoi marinai, e la cospirazione, da lunga mano preparata dal Green, il 21 Giugno scoppia.

Il disgraziato Hudson viene calato in una scialuppa insieme a tutti gli ammalati che si trovavano a bordo, con viveri per qualche giorno, un fucile e poche munizioni, ed abbandonato fra i ghiacci galleggianti.

— Ah!... Canaglie!... — esclamò lo studente. — E che cosa accadde di quei disgraziati?

— Quello che doveva fatalmente accadere: morirono tutti di fame e di freddo, almeno così si suppone, poichè nè di Hudson nè dei compagni che aveva nella scialuppa più mai si ebbero notizie.

— E quel furfante di Green?

— Non godette a lungo il frutto della sua vigliacca azione, che privava la marina inglese d'uno dei suoi più grandi esploratori.

Venuto a questione con una tribù di esquimesi del Labrador, fu massacrato e probabilmente anche mangiato.

La nave, dopo una infinità di disgrazie ed i suoi ultimi marinai, costretti a cibarsi di candele, di pezzi di pelle bollita e di ossa d'animali triturate per formare una specie di pane, giungevano finalmente alla baia di Galway, nell'Irlanda.

— Avrebbero dovuto appiccarli tutti!...

— Mentre pare che così non sia avvenuto, — rispose il canadese. — Ecco la baia: vediamo se possiamo fucilare delle foche o qualche morsa. —

CAPITOLO X.

Una caccia emozionante.

La baia di Hudson è una delle più vaste che si trovano nell'America settentrionale e non ha che una sola rivale: la baia di Baffin che le è però inferiore per vastità.

Sia l'una che l'altra potrebbero chiamarsi mari, poichè prima di attraversarle occorrono parecchi giorni di navigazione, anche pei grandi pericoli che presentano, essendo sempre ingombre di grandi banchi di ghiaccio e di montagne galleggianti che le correnti polari trascinano verso il sud.

Quella d'Hudson si trova al di qua del circolo polare artico, poichè comincia all'isola di Southampton e finisce colla baia di James la quale si caccia, come un gigantesco cuneo, entro l'alto Canadà, eppure il suo clima è rigidissimo quasi quanto quello della baia di Baffin che si sviluppa invece al di là del circolo polare e sulle sue coste non possono sorgere città. Non vi sono che qua e là dei piccoli forti appartenenti alla Compagnia delle pelliccie e che per sei od anche otto mesi dell'anno si trovano quasi sepolti fra la neve.

Vi s'incontrano invece numerose tribù di esquimesi, specialmente lungo le coste del Labrador, tribù che non hanno sedi fisse, quantunque invece di vivere entro capanne di ghiaccio come i loro confratelli del settentrione, si fabbrichino delle casupole di pietre ammonticchiate e rinsaldate con ammassi di torba.

Non sono però nè leali, nè ospitali come i loro compatrioti dei ghiacci eterni. La vicinanza della civiltà li ha corrotti e sono diventati dei ladri temibili, ed hanno perduto completamente quel po' di buono che avevano prima.

Nel punto ove l'automobile era giunto, la costa si profilava frastagliata capricciosamente ed assolutamente deserta.

Qualche tribù di esquimesi doveva però aver trascorso l'estate in quei luoghi, poichè esistevano ancora degli avanzi di casupole, circondati da ammassi di ossami appartenenti a foche ed a morse.

La immensa baia non era ancora interamente gelata, quantunque lungo le sue coste si fossero ormai fissati i primi banchi di ghiaccio. Al largo fluttuavano pesantemente, dondolandosi, molti _ice-bergs_, alcuni dei quali di proporzioni gigantesche, seguiti da un numero infinito di _palks_ e di _streams_, ossia piccoli banchi circolari od allungati staccatisi certamente dai grandi _palks_ delle baie e dei golfi situati al di là del circolo artico.

— Si direbbe che siamo già giunti al Polo, — disse Walter, il quale seguiva cogli sguardi gli immensi stormi di uccelli marini volteggianti sopra quei ghiacci.

— Mentre non siamo che al principio del viaggio, — rispose il canadese, il quale invece esaminava la costa occidentale, per rendersi conto dello stato della via che dovevano percorrere.

— E non si possono vedere quei brutti musi di esquimesi?

— Oh, ne incontreremo certamente. A voi, guardate laggiù: non vi pare di scorgere delle sottili colonne di fumo?

— Che vi sia qualche accampamento?

— Può darsi.

— Se andassimo a visitare quei bevitori d'olio?

— Si può salire quella costa, Dik? — chiese il signor di Montcalm.

Il meccanico che era già balzato a terra, non aveva risposto. Curvo innanzi, colle mani tese dinanzi agli occhi, pareva che osservasse attentamente qualche cosa navigante al largo.

— Mi avete capito, Dik? — chiese il canadese.

Ancora nessuna risposta.

— Fulmini di Giove!... Che sia diventato improvvisamente sordo!... — esclamò lo studente. — Ohè, _chaffeur_, si può salire quella costa colla nostra macchina? —

Questa volta il baleniere si scosse e dalle sue labbra contratte uscì un grido:

— Scandaglia la _boete_!... —

Lo studente l'aveva guardato, domandandosi se per caso il meccanico fosse improvvisamente impazzito.

Il canadese invece aveva fatto un salto innanzi, esclamando:

— Il grido della vedetta dei balenieri!... Dov'è, Dik!...

— Guardatela.... laggiù.... fra quei due _ice-bergs_!... Ah!... Se avessi una scialuppa ed il mio rampone!...

— Signor Gastone, — disse lo studente. — Volete dirmi se sta per sprofondarsi la baia d'Hudson?

— Non sprofonda affatto, anzi spinge a galla uno dei suoi più giganteschi abitatori.

— Eccola la briccona!... Che colossale balena!... Deve essere una _franca_, è vero, Dik?

— Sì, signore, — rispose l'ex-pescatore di cetacei, agitando in alto il braccio destro e stringendo le dita come se cercasse di afferrare qualche rampone.

— Fulmini di Giove!... — esclamò lo studente. — Ero dunque io cieco poco fa per non vedere un simile mostro? —

A soli cinquecento metri dalla riva, fra due gigantesche montagne di ghiaccio, era bruscamente comparsa a galla una enorme massa nera che aveva l'aspetto d'un fuso di metallo, poichè percossa dal sole luccicava come se fosse d'acciaio.

All'estremità d'uno dei due capi, delle nuvole di vapore sfuggivano ad intervalli, producendo un rumore strano, allargandosi in forma d'un V.

Era una magnifica balena franca, una delle pochissime sfuggite alla ferocia dei balenieri americani ed inglesi, i quali ormai le hanno quasi completamente distrutte.

Quel gigante dei mari, il più grosso della specie, doveva misurare per lo meno una ventina di metri in lunghezza e pesare intorno alle settanta tonnellate, il peso di trecento grossi buoi legati insieme.

— Come mai si trova così presso la costa? — chiese il canadese al marinaio.

— Cercherà forse qualche posto adatto per deporre il balenottero, poichè quella è una femmina e non un maschio.

— Il suo piccino? — chiese lo studente. — Dico piccino per modo di dire poichè suppongo che i neonati di questi bestioni debbono nascere ben grossi.

— Come un vitello, — rispose Dik, — ed ingrossa così rapidamente che dopo poche settimane misura già, quel piccino, sette ed anche otto metri di lunghezza.

— Che ottime balie devono essere le balene.

— E che madri affettuose, — aggiunse il canadese. — Per difendere il loro piccino non esitano a sacrificarsi, è vero, Dik?

— Sì, signore. Difendono la loro prole con un accanimento feroce, e per salvarlo si espongono ai colpi dei fiocinieri, lasciandovi quasi sempre la pelle.

— Ma che cosa fa quella bestiona? — chiese Walter. — Si tuffa e risale subito spalancando le mascelle. Che abbia sete?

— Si guadagna la sua zuppa, — rispose Dik. — Deve aver incontrato un banco di quei granchiolini minuscoli che noi chiamiamo _bolte_....

— E gli zoologi: _clios borealis_, — aggiunse il canadese.

— E sta inghiottendoli in grandi masse, — continuò l'ex-baleniere.

— E come fa?

— Spalanca le mascelle, empisce la bocca enorme d'acqua, serra i fanoni che funzionano come una rete, si sbarazza del liquido per mezzo degli sfiatatoi e manda giù il pasto, attraverso una gola non più larga del mio pugno.

— È allora tutt'altro che una terribile gastronoma come i capidogli e come i pesci-cani, — disse il canadese.

— Adagio, signore, — rispose il baleniere. — A questi enormi mammiferi sono necessari, in un solo giorno, non meno di dieci o dodicimila chilogrammi di piccoli crostacei e d'altre materie quasi gelatinose chiamate cibo della balena.

— Che zuppa!... — esclamò lo studente.

— Dik, — disse in quel momento il canadese. — Guardate un po'!... Non vi sembra molto inquieta quella balena?

— Era appunto quello che stavo osservando ora, — rispose lo _chaffeur_.

Infatti l'enorme cetaceo, dopo essersi immerso tre o quattro volte, a non molta profondità di certo, poichè si trovava troppo vicino alla sponda, si era messa a spiccare dei veri salti, slanciandosi quasi a metà fuori dall'acqua e mandando nel medesimo tempo delle formidabili note che avevano qualche cosa di metallico, poichè pareva che ripercuotessero entro un enorme tubo di bronzo.

La sua possente coda sferzava rabbiosamente l'acqua, sollevando delle gigantesche ondate le quali si rovesciavano verso la costa con grande fragore, balzando e rimbalzando.

— Che sia stata ferita da qualche colpo di rampone? — chiese il canadese.

L'ex-baleniere scosse la testa, poi disse:

— Fra le onde che solleva si vedrebbe qualche grossa macchia di sangue. Che i delfini gladiatori le abbiano invece divorata la lingua? Oh!... Ve ne sono molti di quei ferocissimi pesci nei mari artici.

— Come, dei delfini oserebbero assalire un tale colosso!... — esclamò lo studente, con stupore.

— Sono bestioni lunghi sette ed anche otto metri e con certi denti che non vorrei provare.

Nutrono un vero odio contro le balene, e quando si trovano in buon numero non esitano ad assalirle e con una ferocia inaudita.

Aspettano che uno di quei disgraziati cetacei spalanchi l'enorme bocca e subito vi si precipitano dentro, mentre uno di loro si getta attraverso i fanoni per impedire che le mascelle si rinchiudano completamente.

Divorata la lingua, se ne vanno tranquilli e ben pasciuti.

— Ah!... Birbanti!... E la povera mutilata poi muore?

— Si, e fra dolori spaventevoli, — rispose lo _chaffeur_. — Questo cetaceo potrebbe invece essere tormentato da qualche _cyamo_.

— Che cos'è? — domandò il canadese.

— Un crostaceo carnivoro che gli rode la cotenna e gli entra nel corpo intaccando la carne viva.

Si dice che quel piccolo mostro cagioni a quei disgraziati giganti tali dolori da farli impazzire.

— Povere balene!... — esclamò lo studente. — E dopo hanno gli uomini che le perseguitano senza posa, è vero, Dik? —

L'ex-baleniere invece di rispondere tese un braccio verso la costa di ponente, dicendo:

— Li vedete?

— Chi? — domandarono ad una voce il canadese e lo studente.

— Tutti quei punti neri che si dirigono verso la balena.

— È vero, — disse Gastone. — Che cosa possono essere?

— Potrei ingannarmi, tuttavia scommetterei il mio vecchio rampone contro una carica di tabacco che quelli sono _kayak_ esquimesi.

Guardate, escono appunto dalla piccola cala dove poco fa voi avete osservate delle colonne di fumo.

— Che corrano all'attacco del gigante dei mari? — chiese lo studente.

— Certo, signore. Sono fortune che toccano di rado a quei poveri diavoli sempre in lotta colla fame.

Che scorpacciate di lardo che faranno se riusciranno a catturarla!... E che bevute d'olio!...

— Con quei piccoli canotti di pelle di foca o di morsa oserebbero tanto? — domandò il canadese.

— Vedrete all'opera quegli audacissimi pescatori. Sono in buon numero: una cinquantina per lo meno.

Ah!... Godiamo una caccia emozionantissima. Che peccato non aver qui il mio rampone e.... —

Dik si era bruscamente interrotto, mentre un urlo spaventevole aveva lacerata l'aria: l'urlo della balena.

— Si è arenata!... — esclamò quasi subito lo _chaffeur_. — Che festa per gli esquimesi!... —

La sua voce si perdette fra i clamori assordanti che uscivano dalla gola del gigante dei mari.

— Sì, sì, si è arenata!... — gridarono a loro volta il canadese e lo studente.

Era vero!... Il colosso, reso certamente pazzo da atroci dolori causatigli o dalla perdita della lingua o dai morsi del vorace crostaceo, era andata a cadere, dopo un ultimo e più disperato slancio, su un banco subacqueo che non aveva potuto scorgere, ed era rimasta come ancorata, con tre quarti del corpo allo scoperto.

Solamente la possente coda era rimasta immersa, ma non poteva esserle ormai di nessuna utilità, anzi le era di danno, perchè ad ogni colpo delle due gigantesche pinne il corpaccio si insabbiava sempre più.

Quel banco non distava che duecento cinquanta o trecento metri dal luogo ove si era fermata l'automobile, quindi nulla poteva sfuggire, della lotta che stava per cominciare, ai tre viaggiatori.

Gli esquimesi, accortisi che la colossale preda non poteva ormai più evitare il loro attacco, affrettavano la corsa, mandando clamori assordanti.

Le loro leggierissime scialuppe, lunghe dai sei agli otto metri, coll'ossatura di fanoni di balena solidamente legati fra di loro con nervi di renna e di volpi ed il resto di pelli ben cucite e rese impermeabili, scivolavano sulle acque con fantastica rapidità sotto i colpi dei remi a doppia pala.

I piccoli uomini delle terre gelate erano coperti in modo da sembrare tanti orsi bianchi, avendo perfino le teste riparate da ampi cappucci villosi e pur continuando ad imprimere ai loro _kayaks_ dei grandi slanci, non cessavano di urlare.

Una cosa aveva subito colpito il canadese: cioè che ogni canotto portava a poppa, a fior d'acqua, un paio di grosse vesciche ben gonfie d'aria.

— Che cosa ne faranno, Dik, di quei palloni?: — chiese allo _chaffeur_.

— Quelle vesciche sono legate alle fiocine e servono ad impedire alla balena di affondare. In questo caso gli esquimesi non ne avranno bisogno, poichè questo disgraziato cetaceo non lascerà più il suo banco se non a pezzi.

Ecco che l'attacco comincia.

— E noi assisteremo a questa caccia senza fare nulla? — chiese lo studente. — Cerchiamo di affrettare, a colpi di _mauser_, l'agonia della balena.

Le risparmieremo altri dolori.

— Così avremo anche noi il diritto di reclamare qualche pezzo di quel colosso, — disse il canadese.

— Osereste mangiare di quel lardo, signor di Montcalm?

— Oh no, quello lo lasceremo agli esquimesi e faremo loro un gran piacere, essendo ritenuto un pezzo scelto. Domanderemo invece un po' di lingua per trarne dell'olio che si dice sia ottimo per friggere il pesce, quando però è fresco, è vero, Dik?

— Buonissimo, signore. Attenzione: ecco l'attacco!... —

I cinquanta _kayaks_ si erano rapidamente divisi in due ranghi, per assalire il gigante a tribordo ed a babordo, presso la testa, ed evitare i terribili colpi di coda che si succedevano senza interruzione, sconvolgendo l'acqua della baia per una distanza notevolissima.

La balena si era già accorta della presenza dei nemici e mandava dei clamori sempre più formidabili.

Nel medesimo tempo faceva degli sforzi disperati per sottrarsi dal mal passo ove si trovava, imprimendo al suo corpaccio dei sussulti formidabili che facevano vibrare la sua grassa cotenna come se fosse una massa gelatinosa.

— Mirate presso gli occhi!... — disse il canadese allo studente. — Sprechereste inutilmente le palle se vi provaste a tirare contro quella botte di grasso.

— Va bene, — rispose Walter.

[Illustrazione: — E perchè brontola così? Non conterrà qualche spirito malefico? — (Cap. X).]