Part 9
Un momento dopo, quando già gli esquimesi cominciavano a stringere le linee e ad impugnare le loro fiocine, alcune di buon acciaio ed altre di osso ben lavorato ed accuratamente affilato, parecchi colpi di fuoco rimbombavano sulla spiaggia.
I due viaggiatori vuotavano rapidamente il serbatoio dei loro _mauser_, tempestando l'enorme testa del cetaceo.
Gli esquimesi, udendo quegli spari, dapprima ristettero, poi avendo compreso che gli uomini bianchi non volevano altro che aiutarli nella difficile impresa, coprirono i fianchi del mostro di fiocine.
Quantunque i loro canotti danzassero come turaccioli sulle creste delle onde sollevate dai potenti colpi di coda, lanciavano i loro dardi con una precisione meravigliosa.
Ben presto i due fianchi del mostro apparvero irti di lancie infisse abbastanza profondamente nello strato oleoso.
Larghi getti di sangue colavano in mare arrossando le acque a parecchi metri di distanza.
Quello che sopratutto produceva una profonda impressione erano le urla spaventevoli che uscivano da quella gran bocca, le cui mascelle s'alzavano e si rinchiudevano convulsivamente.
Ad ogni clamore del povero animale rispondevano le urla selvagge dei vittoriosi pescatori e gli spari dei _mauser_. Anche Dik, non avendo potuto avere una fiocina, poichè i canotti non osavano accostarsi troppo alla riva battuta da ondate irte di spuma sanguigna, si era impadronito della grossa carabina a due colpi e bruciava, con una specie di gioia feroce, le sue cartucce, scegliendo i punti più sensibili del cetaceo.
Ben presto le note metalliche del mostro immane cominciarono ad affievolirsi. Le sue forze scemavano e la vita se ne andava rapidamente.
La coda si alzava ormai pesantemente, ad intervalli, e non più colla suprema energia di prima.
L'agonia cominciava e la morte si avanzava frettolosamente.
Nemmeno quell'enorme massa l'aveva vinta o fatta indietreggiare.
— Ecco la fine, — disse Dik, appoggiandosi alla carabina ancora fumante. — Guardate gli sfiatatoi. —
Due fitte colonne di vapore rossastro, cariche di sangue, si erano alzate sopra la testa del gigante dei mari.
Annunciavano la morte.
Gli esquimesi, sapendo ormai che la gigantesca preda non poteva più sopravvivere che pochi minuti a quella tempesta di fiocine e di palle, si erano allontanati di tre o quattrocento passi per trovare una zona di mare tranquillo; poi si erano diretti rapidamente verso la costa, sbarcando e portando a terra i loro leggierissimi canotti.
Parevano premurosi d'incontrarsi cogli uomini bianchi che li avevano così validamente aiutati in quella emozionante e non facile impresa.
— Andiamo loro incontro, — disse lo studente. — Sono curioso di vedere da vicino questi abitanti delle nevi e dei ghiacci eterni. —
Il canadese, con un certo sguardo imperioso, lo fermò.
— Rimaniamo presso il nostro treno, — disse poi, — e tenete il serbatoio del vostro _mauser_ pieno.
Non fidiamoci; questi non sono gli esquimesi del settentrione.
Che cosa dite voi, Dik? —
Il meccanico, invece di rispondere, si gettò ad armacollo la grossa carabina, esclamando:
— Karalit!... Che fortunato incontro!... Non mi sarei mai immaginato di trovarlo qui!... —
Gli esquimesi non erano che a pochi passi.
Il loro capo, un omiciattolo non più alto d'un metro e mezzo, tondo come una botte, tutto infagottato in una pelle d'orso bianco e le gambe cacciate dentro un paio di monumentali stivali di pelle di foca, guidava la colonna brandendo fieramente un vecchio fucile a cui mancava il cane e che doveva essere probabilmente un distintivo della sua alta carica.
Dik gli si era mosso sollecitamente incontro, dicendogli:
— Non mi si conosce più, dunque? Eppure un giorno io ho salvato te e anche il tuo _kayak_ alla foce del Wenisk. Te ne ricordi, Karalit? —
Il capo rimase qualche momento immobile guardando attentamente l'ex-baleniere, poi mandò un grido e gli si avventò quasi addosso strofinando energicamente il proprio naso contro quello dell'uomo bianco.
— Mio fratello il pescatore di balene, — disse poi, in un pessimo inglese. — Sì, lo riconosco e sono ben lieto di rivederlo, quantunque tre volte i ghiacci si siano sciolti.
Che cosa fa qui mio fratello il baleniere?
— Te lo dirò più tardi.
— Chi sono quelli? — chiese indicando il canadese e lo studente, i quali assistevano al colloquio frenando a gran stento le risa.
— Sono miei amici, grandi cacciatori di balene.
— E quella bestia che brontola come un orso bianco?
— Una slitta o qualche cosa di simile.
— Piena d'animali feroci?
— Ma no!...
— E perchè brontola così? Non conterrà qualche spirito malefico?
— Spiegarti il perchè sarebbe una faccenda troppo lunga. È una slitta che gli uomini bianchi hanno inventata e che corre meglio di tutti i cani della tua tribù. —
L'esquimese lo guardò con una certa diffidenza, poi disse:
— Vedremo. Se sarà vero, nessuno mi leverà dalla testa che dentro quella bestia vi siano degli spiriti maligni.
— Mio fratello Karalit avrebbe perduta la sua fiducia verso suo fratello bianco?
— No, perchè non mi sono mai scordato che ti devo la vita.
— Allora tutto andrà bene. Dove si trova il tuo villaggio?
— Laggiù, dietro quella collina.
— Vuoi condurci?
— La mia capanna è aperta a te ed ai tuoi amici, ma non a quelle bestie.
— Non hanno bisogno della tua ospitalità. Quando sezionerai la balena?
— Domani, quando le ondate si saranno calmate.
— Allora precedici. —
Il capo fece ai suoi uomini un segno e la colonna si mise in marcia verso il villaggio.
Dik, il canadese e lo studente erano risaliti sull'automobile la quale pareva impaziente di riprendere lo slancio.
— Devo farla correre? — chiese Dik, riprendendo il suo posto dietro il volante.
— No, no, — rispose il canadese. — Non spaventiamo questi uomini primitivi. —
L'automobile si mise subito in moto, procedendo al passo e lanciando un urlo poco dissimile da quello della balena.
Gli esquimesi si erano arrestati di colpo, presi da un improvviso terrore, poi si erano slanciati a corsa disperata attraverso la pianura nevosa, in direzione del loro villaggio.
Il capo, non importa dirlo, era stato il primo a far lavorare le sue gambe.
— Non vi avevo detto di far risuonare la sirena? — disse il canadese.
— La loro paura passerà presto, signore, — rispose l'ex-baleniere, con un sorriso strano. — Lasciate fare a me. —
E lanciò l'automobile dietro ai fuggiaschi, raggiungendoli dinanzi al loro villaggio.
CAPITOLO XI.
Il traditore all'opera.
Gli esquimesi, che gli antichi naviganti norvegesi, che furono i primi a vederli intorno al 1000, chiamarono Skrellinger, ma che si fanno chiamare nella loro lingua invece Innuit, che vuol dire «uomini», quantunque non siano molto numerosi, occupano tutte le coste dell'America settentrionale, le isole polari, la Groenlandia e perfino quelle dello stretto di Behering.
Anzi si trovano delle loro colonie perfino sulle coste asiatiche, verso l'oceano polare artico.
Formano delle piccole tribù, disperse per lo più a grandissime distanze le une dalle altre, eppure tutte parlanti, salvo poche varianti, la medesima lingua.
Da dove proviene questa razza vivente sotto un clima così infame che rende quelle regioni dei ghiacci eterni appena abitabili agli uomini più robusti?
Dapprima si credette di ritrovare in quei piccoli uomini tutti i caratteri della razza mongolica, poi quella degl'indiani dell'America settentrionale, ma fino ad oggi il difficile problema non è stato ancora risolto.
Il fatto sta che hanno degli uni e degli altri, e cosa ancor più straordinaria, hanno anche delle strane rassomiglianze coi baschi, che furono i primi pescatori di balene che si spinsero, in epoche lontane, verso i mari nordici, forse ancora prima dei norvegesi, dei danesi e degli islandesi.
Può darsi che siano usciti dalla fusione di tutte e tre.
La loro statura sorpassa di rado il metro e mezzo, nondimeno taluni individui superano questa misura.
Hanno la faccia larga, appiattita, con mascelle massiccie, zigomi sporgenti, occhi neri, naso stretto e corto, i capelli neri, grossolani e poco folti, e la pelle, sotto lo strato d'olio e di sporcizia, giallo-chiara con sfumature ramigne.
Sono robustissimi ed hanno invece mani e piedi piccolissimi.
Che un tempo la loro razza avesse abitato regioni più miti, non vi ha dubbio, perchè sono stati trovati dei crani esquimesi perfino nei pressi delle cascate del Niagara.
La ferocia delle pelli-rosse, specialmente delle bellicose tribù canadesi, deve averli a poco a poco scacciati verso quelle terre delle notti quasi eterne e dei grandi freddi, e là pare che si siano perfettamente adattati, poichè trasportati in climi più miti ed in paesi civili soffrono al punto di morire di nostalgia.
Tutti sono grandi cacciatori e grandi pescatori e vivono per lo più del mare e dei suoi animali.
Infatti la loro alimentazione si può dire che è affatto animale e divorano che è uno spavento a vederli. Come fare diversamente d'altronde per mantenere il calore organico in quei climi così terribilmente freddi?
Dotati d'un coraggio meraviglioso, osano affrontare i giganteschi orsi bianchi, assalendoli prima a colpi di freccia e poi colle loro lancie dalla punta d'avorio.
Sul mare poi sono veramente straordinari. Coi loro leggerissimi canotti resi insommergibili da vesciche e così ben chiusi che l'acqua non può entrare da nessuna parte, si allontanano dalla costa, per molte centinaia di chilometri talvolta, sfidando le tempeste, i ghiacci, i nebbioni intensi, e non ritornano senza qualche foca, qualche morsa, o alla peggio con qualche lontra, se non con un grosso narvalo.
È la fame, l'eterna fame che li perseguita senza posa e che di quando in quando distrugge delle intere tribù, quella che li ha resi così coraggiosi e così sprezzanti della vita.
Due sorta di abitazioni usano gli esquimesi, secondo che servono per l'estate o per l'inverno.
Durante la breve estate si accontentano di semplici tende; d'inverno invece si costruiscono delle capanne che sono una specie di tumuli molto bassi, a facce tronche, costruiti con zolle e pietre e coperte da un tetto piatto, sorretto da grandi ossa di balena.
L'ingresso, stretto assai, mette in un corridoio a declivio, che poi si rialza e che finisce in un'unica stanza la quale serve spesso d'asilo a parecchie famiglie.
Una lampada, che è una specie di scodella un po' ovale, di pietra, con un grosso lucignolo immerso nel puzzolente olio di foca, le illumina e le riscalda così bene che spesso gli abitanti della catapecchia si svestono mentre al di fuori il termometro segna 50° sotto zero.
Quelli che si trovano più al nord, usano invece la capanna fabbricata completamente di blocchi di ghiaccio.
Comunque sia, le loro abitazioni sono dei veri porcili, dove dormono alla rinfusa uomini, donne, fanciulli di varie famiglie insieme ai cani, ai pesci in putrefazione, agli avanzi di foca. L'odore che regna dentro quei covi è tale, che un europeo si sente asfissiare: gli esquimesi invece ci si trovano benissimo.
A quante migliaia ammontano quei piccoli uomini dell'estremo nord? È impossibile saperlo poichè si trovano delle tribù sperdute a tale distanza dalle terre note da non poter farsene un'idea. Ne furono scoperte talune perfino al di là dell'80º e può darsi che altre se ne trovino anche nelle vicinanze del Polo.
. . . . . . .
L'automobile, urlando come una belva in furore, in pochi istanti aveva sorpassati gli esquimesi che scappavano da tutte le parti mandando urla di terrore, e dopo d'aver girata la collina si era precipitata in mezzo ad una cinquantina di capanne allineate di fronte alla spiaggia, provocando fra gli abitanti uno scompiglio indescrivibile.
Udendo quelle urla e vedendo quel mostro sconosciuto rantolante e sbuffante, i vecchi che erano rimasti a casa, le donne, i fanciulli si erano slanciati fuori dalle catapecchie disperdendosi in tutte le direzioni.
Un uomo solo, che si avvolgeva in una gigantesca pelle d'orso bianco, la cui testa gli serviva da cappuccio nascondendogli quasi interamente il viso, era rimasto coraggiosamente fermo, minacciando l'automobile con una specie d'arpione a doppia punta e con un gruppo di code di lupo che agitava disperatamente colla sinistra.
Era l'_angekok_, ossia lo stregone della tribù.
— Ecco un personaggio importantissimo che noi dovremo trattare coi guanti, — disse il canadese. — Dik, andate a portare, come primo regalo, a quell'imbroglione, una bottiglia di _gin_.
Con un paio di sorsate si calmerà. —
Mentre lo _chaffeur_ si recava nel carrozzone, l'_angekok_, preso da un improvviso delirio danzante, si era messo a girare e rigirare intorno al treno, spiccando salti indiavolati e urlando a squarciagola.
Scagliava maledizioni contro il mostro rantolante, colla speranza di farlo scappare, oppure manifestava in quel modo la sua sorpresa e la sua gioia?
Sarebbe stato difficile saperlo.
Quella danza però ottenne un effetto straordinario, poichè gli abitanti delle capanne, che poco prima se l'erano data a gambe, non tardarono a ritornare insieme ai pescatori di balene ed al capo.
Il contegno eroico dello stregone doveva averli pienamente rassicurati, tanto più che il mostro misterioso non l'aveva affatto divorato, anzi non si era più mosso e continuava a russare tranquillamente dinanzi alle capanne.
Dik frattanto aveva portate due bottiglie invece d'una, e dopo d'averle decapitate con un colpo di coltello per fare più presto, le aveva offerte una al capo e l'altra allo stregone.
I due messeri dovevano aver assaggiato altre volte la fortissima bevanda, poichè a rischio di rovinarsi la lingua se le accostarono alla bocca e cominciarono a vuotarle avidamente con un _glou-glou_ rumoroso.
— Corpo di Giove e di tutti i suoi fulmini!... — esclamò lo studente, il quale era balzato a terra portando con sè il _mauser_ ed una Colt a sei colpi. — Che stomachi!... Si ubriacheranno, se continuano ad alzare il gomito a questo mondo!
— Lasciateli fare, — disse il canadese. — Sono imbottiti d'olio ed il _gin_ non avrà facile presa su di loro.
— Stregone e capo gareggiano che è una meraviglia. Giù, giù, ancora.... hanno già finito!... Corpo di Giove!... Si direbbe che hanno bevuto un litro di acqua fresca. —
I due esquimesi, dopo essersi ben assicurati che non era rimasta più una sola goccia, passarono le bottiglie ben asciutte ai loro sudditi, perchè potessero almeno fiutare l'odore, poi s'accostarono, non senza una certa esitanza, all'automobile.
— Mio fratello bianco, — disse Karalit, rivolgendosi a Dik, — mi ha grandemente spaventato colla sua brutta bestia. Questa bevuta mi era necessaria.
Dovrebbe farmene fare un'altra per rimettermi completamente.
— Più tardi, — rispose l'ex-baleniere. — Fa intanto gli onori di casa a me ed ai miei amici.
— La colazione deve essere pronta.
— Misericordia!... — esclamò Walter. — Che cosa ci offrirà questa botte d'olio? Accettate, signor Gastone?
— E perchè no? — rispose il canadese, ridendo.
— Che cosa potrà offrirci? Qualcuno dei suoi cani fritto nell'olio di foca?
— Si vedrà, Walter. Faremo però bene a portare con noi delle conserve alimentari e qualche bottiglia di Bordeaux.
— Me ne incarico io. —
Lo studente corse nel carrozzone, empì un canestro di scatole e di biscotti, tirò fuori dalla piccola cantina un paio di bottiglie polverose, richiuse accuratamente la porta colla spranga e colle chiavi, per paura che durante la loro assenza gli esquimesi tentassero un saccheggio in piena regola, e raggiunse il canadese e Dik i quali si erano fermati, insieme al capo ed allo stregone, dinanzi ad una catapecchia un po' più vasta delle altre, adorna, sulla cima, d'una mezza dozzina di cranî di renne e d'alci, infilati in corna di narvali.
Dinanzi all'abituro si stendeva, per una mezza dozzina di metri, una specie di galleria che doveva essere ben bassa, formata con pietre e coperta di torba e d'alghe marine.
— Dov'è la porta? — chiese lo studente, che aveva compiuto il giro dell'abitazione senza vederne alcuna.
— E quel buco che immette nella galleria, — disse il canadese.
— Corpo di Giove!... È vero che gli esquimesi sono poco alti, ma non so come facciano ad entrare.
— Strisciando come i serpenti.
— Dentro quel budello che sembra il tubo d'un pozzo nero?
— Non ci tengono gran che alla pulizia, mio caro.
— È tutta una fetente pozzanghera dove guazzano avanzi di pesci e d'intestini di foca e di morsa.
— Non ci fate caso.
— Povere le nostre vesti!
— Ci cambieremo più tardi. Orsù, coraggio e spingete prima innanzi il canestro. —
Il capo, l'_angekok_ e Dik si erano già cacciati dentro quel budello, aiutandosi colle mani e coi piedi ed inzaccherandosi fino al collo.
Lo studente sternutò una mezza dozzina di volte, poi si fece animo e si mise dietro ai talloni di Dik.
Appena dentro, credette di morire asfissiato, tanta era la puzza che usciva da quel corridoio; sentendosi spinto innanzi dal canadese che lo seguiva, sgattaiolò il più presto che gli fu possibile fra le strette pareti, colla speranza di poter giungere subito in un posto meglio arieggiato, e si trovò in una stanza circolare abbastanza vasta, illuminata da un foro aperto in alto e difeso da un pezzo di vescica di cavallo marino che bene o male serviva da vetro.
La speranza di poter trovare un'aria più respirabile, sfumò subito, poichè la puzza che regnava là dentro era ben più acuta di quella che aveva invasa la galleria.
Quello sopratutto che colpì e che prese alla gola il povero studente, fu un acre odore d'ammoniaca. La catapecchia ne era addirittura appestata in modo spaventevole.
— Per tutti i fulmini di Giove!... — esclamò, rialzandosi a fatica. — Ohè, Dik, c'è qualche fabbrica d'ammoniaca qui dentro? Come fate voi a resistere?
— Vi abituerete anche voi, — rispose l'ex-baleniere, il quale pareva che non si trovasse troppo a disagio entro quel letamaio.
— E da che cosa proviene.... questo profumo, chiamiamolo pure così, se è quello gradito dalle belle esquimese. —
Lo _chaffeur_ gl'indicò tre o quattro grossi vasi di pietra porosa, che occupavano un angolo della stanza.
— Da quelli, — disse poi. — Sono pieni d'orina.
— E che!... Questi porci la conservano per....
— Per conciare i loro stivaloni di mare.
— Ed anche le nostre pelli a quanto pare, — disse il canadese, sbucando dal corridoio. — Questo è un vero negozio di profumeria.
— Infernale, — aggiunse lo studente, il quale non cessava di sternutare e di fare delle smorfie ridicole.
Si erano guardati intorno.
Tutto il mobilio si riduceva a grossi rotoli di pelli che alla sera dovevano servire certamente da letti, ed a molti vasi dentro i quali gelavano, immersi nell'olio puzzolente degli anfibi marini, pezzi di foca, di morsa e di narvalo.
Tutto il soffitto era coperto di pesci appesi a delle corde fatte di nervetti intrecciati, pesci già corrotti che spandevano un odore più che nauseante, molto gradito però agli esquimesi i quali preferiscono la carne già molto, anzi troppo passata, a quella fresca. Questione di gusti.
— Se non crepiamo asfissiati è un vero miracolo, signor Gastone, — disse lo studente. — Dovevamo portarci qualche bottiglia di eliotropio o di ilang-ilang!... Per tutti i fulmini di Giove!... Che razza di polmoni posseggono dunque questi orsi umani?
— Si sono abituati, — rispose il canadese.
— Ma io non ci riuscirei mai e poi mai.
— Nemmeno io, credo.
— Eppure quel diavolo di Dik pare che non si trovi troppo male qui dentro.
— Era marinaio, mio caro.
— Già, me l'ero scordato. —
Mentre si scambiavano le loro impressioni, il capo e lo stregone non perdevano il loro tempo.
Avevano levate, di sotto un cumulo di pelli di foca, certe scodelle di forma ovale, di pietra oliare malamente scavata, e le avevano deposte nel centro della catapecchia, su una splendida pelliccia d'orso bianco, poi avevano portato quattro o cinque vasi di dimensioni piuttosto enormi, tirando fuori, colle mani, si capisce, poichè l'esquimese ha sempre ignorato l'uso della forchetta, delle teste di foca arrostite prima sulla lampada e poi conservate nell'olio di balena, bocconi degni solamente di essere assaggiati dai grandi personaggi
Poi da un altro vaso trassero un certo intruglio formato di sangue coagulato e di quei tali licheni chiamati zuppa di roccia, altro boccone scelto, quindi un paio d'oche marine conservate nel grasso di balena dopo essere state arrostite al fuoco della fumosa lampada, che per gli esquimesi serve da stufa e da fornello.
— Dio degli dei!... — esclamò lo studente, cacciandosi le mani nei capelli come un disperato. — Ed io dovrò mandare giù queste porcherie!... Fulmine di tutti i fulmini di Giove, del cielo e della terra!... Io scappo!... —
Se il canadese non fosse stato pronto ad afferrarlo per un lembo della sua villosa casacca, il campione del salto di Cambridge avrebbe certamente dato un saggio dell'agilità e della robustezza dei suoi garretti, filando come un'automobile attraverso la galleria.
— Avete dunque dimenticato che abbiamo portato un canestro contenente qualche cosa di meglio di queste porcherie, tollerabili solo, sono il primo a convenirne, dagli stomachi degli esquimesi?
Vi assicuro che nemmeno io assaggerò questi manicaretti polari, debbano o no offendersene i nostri cari orsi del nord.
— Corpo di Giove!... Mi ero scordata la nostra colazione.
— Mettetela fuori dunque, e vedremo se il capo ed il suo compare faranno più onore alle nostre conserve alimentari o alle loro teste di foca.
— Ma si soffoca qui dentro, signor di Montcalm. Io puzzo già come un pozzo nero.
— Ce ne andremo al più presto, Walter. Credo che anche Dik cominci ad averne abbastanza.
— È vero, signore, — rispose lo _chaffeur_. — Preferisco respirare della buona aria gelata a 50° sotto.
— Allora spicciamoci. —
Il canestro fu vuotato accanto alla zuppa di roccia ed alle teste di foca ed alle oche e tutti cominciarono un poderoso attacco, sopratutto i due esquimesi.
La zuppa ed i manicaretti polari fecero una gran magra figura, poichè anche il capo e lo stregone preferirono divorare le provviste degli esploratori e lasciare in pace le teste di foca ed anche le oche.
L'olio non fece la sua comparsa poichè le due bottiglie di buon vino lo surrogarono e che furono prestissimo asciugate dai due compari del nord.
— Andiamocene, — disse Walter, gettando in aria il canestro vuoto. — Aria!... Aria!...
— Sì, sì, lasciamo subito questa cloaca, — disse il canadese. — Al diavolo tutte le capanne di questi orsi polari. —
Ne avevano fino sopra i capelli, compreso Dik, il quale aveva finito per trovarsi a disagio là dentro, quantunque avesse soggiornato molte volte presso le tribù esquimesi.
Appena si trovarono all'aperto, la popolazione intera fu loro addosso urlando e gesticolando. Pareva in preda ad un pazzo terrore.
— Che cos'è accaduto? — chiese il canadese. — Sono diventati nuovamente matti questi cari amiconi? —
Una bestemmia era sfuggita a Dik.
— Hanno toccato la macchina e l'automobile si è spostata. Purchè non abbiano guastato il radiatore!... —
Infatti il treno, durante la loro assenza, si era avanzato per oltre centocinquanta metri e s'accaniva a salire una roccia incrostata di ghiaccio assolutamente insuperabile.
Qualche curioso aveva mossa la leva e la macchina si era messa in moto a rischio di frantumarsi contro quell'ostacolo.
Dik in pochi slanci la raggiunse ed arrestò il motore, mentre la piccola tribù si disperdeva nuovamente in tutte le direzioni malgrado le grida del capo e dell'_angekok_.
— Nulla di guasto? — chiese il signor di Montcalm, il quale, insieme allo studente, aveva raggiunto lo _chaffeur_.
— Qualche cosa deve essersi rotto, — disse Dik, la cui fronte appariva annuvolata.
— Il radiatore forse?
— Ah no, signore. Non sarà cosa grave. Prima di domani la nostra macchina sarà in ordine.
Ne rispondo io.
— Saremo così costretti a fermarci qui questa sera.
— E necessario, signore. Devo visitare il meccanismo.
— Abbiamo commessa una imprudenza ad abbandonare il nostro treno, — disse Walter.