Part 7
Degli ululati feroci, che si ripercossero lugubremente sotto gli immensi vegetali, seguirono subito quell'aumento di velocità.
Cinque o sei dozzine di lupi, tutti di alta statura, quali grigi e quali nerastri, alti di gambe e coi musi affilati, si erano scagliati dietro al treno, ululando a squarciagola.
Erano dei magnifici corridori, specialmente i primi che sono appunto chiamati, per la loro straordinaria agilità, lupi cervieri.
— Walter, — disse il canadese, il quale si era pure armato d'un _mauser_. — Volete divertirvi? Aprite pure il fuoco.
Se montassimo una semplice slitta vi proibirei di sparare, per non renderli furiosi, ma noi non abbiamo gran che da temere poichè il carrozzone che ci segue è sempre pronto a riceverci. —
Lo studente si alzò, appoggiò bene il calcio del fucile alla spalla ed attese che l'automobile trovasse sotto le sue ruote un lembo di terreno abbastanza liscio per non subire dei soprassalti improvvisi.
Qualche minuto dopo un colpo di fuoco si mescolava agli ululati delle fameliche belve.
Un grosso lupo cerviero, che guidava la corsa, aveva spiccato un gran salto, stramazzando subito in mezzo alla neve.
L'orda che gli veniva dietro gli si era precipitata addosso con rabbia feroce, azzuffandosi.
Uno scricchiolìo d'ossa, pochi colpi di mascelle, e sul bianco tappeto non erano rimaste che delle macchie di sangue.
Il povero cerviero era scomparso pelle e peli nelle gole dei suoi compagni.
— Che denti!... — esclamò lo studente. — Povere le nostre gambe se dovessero attaccarsi alle nostre uose!
— E che valente tiratore, mio caro, — disse il signor di Montcalm, sorridendo. — Tutti gli studenti di Cambridge vi invidierebbero.
— No, signore, quelli di Oxford, — rispose l'allegro giovanotto, prorompendo in uno scroscio di risa. — Quelli di Cambridge sapevano già che ero il loro campione e che non potevano gareggiare con me.
— Ora riprendete la musica, amico.
Quando si cominciano a fucilare, i lupi attaccano con maggior slancio.
— E perchè?
— Perchè se non possono divorare gli uomini si divorano fra di loro. L'avete visto come è finito quel magnifico cerviero?
Sotto: ci sono addosso!... —
I feroci animali, niente spaventati da quel colpo maestro, avevano ripresa la corsa e con uno slancio così fulmineo, da raggiungere quasi l'automobile.
Si erano divisi in due colonne e galoppavano furiosamente, sempre ululando per chiamare i compagni dispersi per la foresta.
Quegli inviti di caccia non rimanevano inascoltati. Di quando in quando delle coppie d'altri lupi sbucavano fra i cespugli di rose canine che avvolgevano la base dei grandi pini e si univano al drappello ingrossandolo continuamente.
Quegli ululati che si ripercuotevano sotto l'infinita foresta, minacciavano di far accorrere legioni di affamati.
— Fulmini di Giove!... — esclamò Walter, il quale aveva già sparate sei cartuccie gettando a terra ben cinque assalitori. — Mi pare che la faccenda cominci a diventare seria.
Se lanciassimo il nostro treno a ottanta miglia si potrebbe lasciare a distanza queste bestie ostinate.
— No, — rispose il canadese, il quale vuotava il serbatoio del suo _mauser_ senza mai mancare il bersaglio. — Ci tengo troppo alla mia casa.
— Ci sono addosso, signore.
— Lasciateli fare.
— Ed aumentano spaventosamente.
— Me ne rido.
— E non potremo più rifugiarci nella carrozza-salon.
— Questo è vero, Walter. Avremmo dovuto farlo prima.
Ora, discendere per passare nella nostra fortezza sarebbe pericoloso per le nostre gambe.
— Ed anche per le nostre teste, credo.
— Non inquietatevi per così poco.
— Fulmini di Giove!... Guardate come diventano audaci. —
Un lupo enorme, un lupo nero dal pelo irsuto e fumante per la lunga corsa, si era slanciato sul predellino di sinistra tentando di azzannare le gambe dello studente.
Dik però l'aveva scorto a tempo, e senza abbandonare il volante, aveva afferrata rapidamente una Colt che si trovava sospesa allo scudo, fulminandolo con un paio di palle.
— Grazie, mio bravo _chaffeur_, — gridò lo studente, il quale si trovava in quel momento col fucile scarico. — Cercherò di rendervi, più tardi, questo favore. —
Un sorrisetto ironico fu la risposta dell'ex-baleniere.
— Signor di Montcalm, che cosa facciamo adunque? — riprese lo studente, dopo d'aver sparato l'una dietro l'altra, cinque o sei rivolverate. — Ci lasceremo rosicchiare i piedi?
— Dik, — disse il canadese, invece di rispondergli. — Arrestate la macchina.
— E poi? — chiese l'ex-baleniere, mentre lo studente spalancava gli occhi.
— Saliamo sulla _capote_ di cuoio e fuciliamo queste noiose canaglie. Lassù non ci prenderanno.
— Meravigliosa idea!... — esclamò Walter, afferrando innanzi tutto le due cassette contenenti le cartuccie dei _mauser_ e delle Colt. — Assedio in piena foresta!...
Ecco un bel titolo per un capitolo d'un romanzo straordinario.
— Lasciate stare i romanzi e salite presto!... — gridò il canadese prendendo le armi.
L'automobile si era fermata, affondando le sue ruote fra lo strato nevoso, ed i lupi avevano rallentata la loro corsa per scagliarsi, compatti, contro la macchina.
Come abbiamo detto, l'automobile aveva sopra di sè una grossa _capote_ di cuoio, situata a tre metri e mezzo dal livello delle ruote, per proteggere i viaggiatori dalle raffiche di neve e dai freddi intensi, senza obbligarli a cercare un rifugio nel carrozzone di rimorchio.
Una solida armatura in ferro, tutta rivestita di grosso feltro, la sorreggeva.
I tre uomini, vedendo i lupi scagliarsi, in un momento si misero in salvo lassù, scaricando le rivoltelle.
Sette od otto animali, che si erano già gettati dentro la _chassis_ sperando di trovare, se non gli uomini, almeno dei viveri, stramazzarono a destra ed a sinistra della macchina, ululando spaventosamente.
I loro compagni, niente spaventati dai colpi di fuoco che si succedevano con rapidità meravigliosa, poichè ora erano i _mauser_ che parlavano, in un baleno furono loro addosso divorandoli semi-vivi.
— Ah!... Diavolo!... — esclamò Walter, sospendendo per un istante il fuoco. — Io non ho mai veduto animali così ripugnanti!...
— Rimettete a domani le vostre riflessioni e consumate invece delle cartuccie, — disse il canadese. — Non vedete che l'orda, invece di diminuire, continua ad ingrossare, malgrado i grandi vuoti che abbiamo fatto?
— Che sia la foresta preferita dai lupi questa, signor Gastone?
— Parrebbe.
— Mi dispiace consumare tante munizioni. Dobbiamo serbarne anche per gli orsi bianchi.
— Non temete: ne abbiamo una grossa provvista.
— Ed allora avanti. Pum!... Patatum!... Come cadono bene!... Ottime armi questi _mauser_!... I boeri avevano ragione a provarli contro i miei compatriotti in cambio dei loro vecchissimi _röers_.
— Chiacchierate troppo, Walter, — disse il canadese. — Guardate invece Dik: non pronuncia una parola, ma ammazza invece continuamente.
— È vero, signor Gastone. Ah!... I signori dal pelame grigio o nero si sono finalmente accorti che fa un po' troppo caldo qui!... Ah!... Miei cari _gentlemen_ dei boschi nevosi, non conoscete ancora la portata delle nostre armi.
Più indietro, più indietro se volete salvare la pelle. —
I lupi, che erano spaventosamente aumentati, poichè ne giungevano sempre, attirati dagli spari e dagli appelli disperati dei loro compagni, dopo un furioso assalto spinto perfino dentro lo _chassis_ dell'automobile, avevano rotto le loro file e si erano dispersi, arrestandosi a cento o centocinquanta passi dal treno.
Si erano divisi in gruppetti di quattro o cinque, cercando di ripararsi dietro gli enormi tronchi dei pini bianchi e rossi, assolutamente impenetrabili anche alle palle dei _mauser_.
Avevano però formato una specie di cerchio irregolare intorno alle due vetture, in modo da impedire ogni fuga.
Alcuni, più furbi, si erano rifugiati sotto lo _chassis_ della macchina, pronti ad avventarsi contro i viaggiatori se avessero osato abbandonare la _capote_ di cuoio.
— Fulmini di Giove!... — esclamò l'eterno chiacchierone, tormentando il grilletto del fucile. — Che cosa dite voi, signor Gastone?
— Io dico che ci hanno bloccati, — rispose il canadese.
— Pare anche a me.
— Che possa durare molto questo assedio?
— Chi lo sa. Dipende dalla maggiore o minore pazienza dei signori lupi.
— Voi che siete pratico del paese e delle bestie che lo abitano, potreste spiegarvi un po' di più.
— Mio caro Walter, io non sono mai stato un lupo e perciò non posso indovinare le intenzioni di quelle bestiaccie.
— E se questo assedio dovesse prolungarsi?
— Ci armeremo di pazienza.
— Siamo senza viveri, signore, poichè le provviste si trovano nel carrozzone-salon.
— Stringeremo la cintola dei nostri calzoni per ora.
— Ah!... Diavolo!...
— Ohè, signor studente, credevate di andare al Polo placidamente sdraiato su un sedile o su un letto, col cuoco sempre ai vostri ordini e la stufa sempre russante?
— No, no, signor Gastone, tutt'altro.
— Allora non vi lamentate così presto, mio bravo campione di Cambridge, — disse il canadese, ridendo.
— Converrete però con me che la nostra situazione può diventare poco allegra. Guardate: comincia a nevicare per di più.
— Ah!... Questa sì che secca, se l'assedio dovrà prolungarsi.
— Se non ci fossero sotto le vetture quei cinque o sei lupi si potrebbe scendere sotto la _capote_ e metterci al coperto.
— Non vi consiglio di tentarlo, Walter. Queste bestie sono ancora troppo affamate. Suvvia, riprendete il fucile e cerchiamo di decimare quelle bestiaccie. —
L'ex-baleniere, durante quel dialogo, non aveva cessato di far fuoco. Disteso sulla _capote_ mirava con calma, da uomo che ci tiene a non sprecare le sue cartuccie, e ogni volta che un lupo commetteva l'imprudenza di mostrarsi lo fulminava con una precisione meravigliosa.
Se parlava poco agiva molto, destando un vero entusiasmo nel canadese.
Per una mezz'ora i tre viaggiatori continuarono a sparare, sbagliando ben pochi colpi, poi sostarono.
I lupi, diventati eccessivamente diffidenti, non ardivano più mostrarsi.
Avevano ormai compreso che avevano da fare con degli uomini ben risoluti a difendersi e che sapevano maneggiare terribilmente quei piccoli eppure tremendi arnesi di distruzione, e si tenevano in guardia per non farsi sterminare troppo presto.
Che cosa aspettavano? Che gli assediati si decidessero ad offrire loro le proprie gambe? Oppure aspettavano la notte, già non lontana, per ritentare un assalto disperato?
Ed intanto la neve continuava a cadere, lenta, silenziosa, cadendo fra albero ed albero, intorno all'automobile ormai arenata come un veliero che ha dato in secco su un bassofondo.
CAPITOLO IX.
La baia di Hudson.
La notte calava rapidissima essendo le giornate assai corte nell'Alto Canadà verso la fine dell'autunno, e la situazione non accennava a cambiare, anzi minacciava di diventare di momento in momento più grave, poichè la neve cadeva sempre, travolta da un freddissimo vento che soffiava dalle non lontane plaghe della baia d'Hudson.
I lupi, più affamati che mai ed ostinati ad avere per cena un abbondante pasto di carne umana, non si erano mossi, nè avevano rotte le loro file.
Si lasciavano coprire dalla neve e sfidavano filosoficamente il freddo che diventava sempre più intenso, raddoppiando le loro guardie per paura che i tre assediati tentassero di fuggire.
Dopo le terribili lezioni ricevute, non avevano più abbandonati i loro posti, con grande collera del campione di Cambridge, il quale aveva ormai cacciate mezza dozzina di palle nei tronchi, dei giganteschi alberi, sbagliando le punte dei musi dei prudentissimi animali.
E la neve intanto cadeva; cadeva senza posa, minacciando di immobilizzare l'intero treno e di seppellire i disgraziati assediati, sempre stesi sulla _capote_ di cuoio dell'automobile.
Ah!... Se avessero potuto raggiungere il carrozzone-salon, se ne sarebbero infischiati di quel blocco. Avrebbero accesa la loro stufa, si sarebbero preparati un buon pranzetto, avrebbero fatte delle buone pipate e quindi una buona dormita sui loro comodi lettucci con delle pesanti coperte indosso.
Disgraziatamente avevano indugiato troppo, credendo di poter respingere facilmente le fameliche bestie con un fuoco d'inferno, ed ora era troppo tardi per tentare la ritirata. Se l'avessero tentata, in un baleno tutti quei lupi, un centinaio per lo meno, si sarebbero scagliati loro addosso ed indubbiamente li avrebbero addentati prima che aprissero la porta del carrozzone.
— Ebbene, signor Gastone, — disse ad un certo momento il giovane studente, scuotendosi di dosso, per la ventesima volta, la neve che lo copriva e gettando via, col calcio del fucile, quella che lo circondava. — Sapreste dirmi come finirà questa avventura?
— Mah!... — si era limitato a rispondere il canadese, il quale, abituato ai freddi intensissimi ed alle copiose nevicate del Canadà, non sembrava preoccuparsi gran che del freddo.
— Noi corriamo il pericolo di gelare vivi, signore. Se questo assedio dovesse durare tutta la notte, noi domani saremo più stecchiti dei merluzzi di Terranuova.
— Guardate che cosa fa Dik.
— Sì, fuma placidamente la sua pipa monumentale e si lascia coprire dalla neve come se fosse un esquimese.
— Si prepara la sua tana da orso bianco, — rispose il canadese.
— Ma quello è un baleniere, signor Gastone.
— Forse che la sua carne è diversa della mia e della vostra? Imitatelo, mio caro Walter, e quando anche voi sarete ben coperto, non vi lamenterete troppo del freddo.
Accendete la vostra pipa e lasciate che nevichi.
— Preferirei trovarmi nel carrozzone dinanzi ad una zuppa fumante di fagiuoli.
— Veramente ci starei anch'io, mio bravo amico, ma i lupi non ci vogliono permettere questo lusso.
— Un'idea, signor Gastone!... — esclamò improvvisamente lo studente, picchiandosi la fronte.
— Dite pure.
— Voi avete portato con voi delle cartuccie di dinamite per far saltare, se fosse necessario, i blocchi di ghiaccio che ci impedissero di avanzare.
— Certo: ne ho un bel numero.
— Se le provassimo contro i lupi?
— Farebbero indubbiamente delle vere stragi.
— E perchè non le proviamo?
— Perchè si trovano nel carrozzone. —
Walter si era bruscamente alzato, levandosi dalla cintura un solido _bowie-knife_, e collo sguardo aveva misurata la distanza che separava la macchina dal carrozzone.
— Un paio di metri!... — esclamò. — Che miseria pel campione di Cambridge. Anche un novellino dell'Università d'Oxford non si guarderebbe indietro.
È vero che c'è il pericolo di scivolare e di cadere fra le bocche di quei cento affamati.
— Che cosa vorreste tentare, Walter? — chiese il canadese.
— Credete che con questa buona lama si possa forzare il tetto della nostra casa ambulante? Non sono troppo grasso, e levando qualche tavola potrei passare.
— Una riparazione facile a farsi, è vero Dik?
— Sì, padrone, — rispose il meccanico, che era ormai quasi interamente sepolto sotto la neve.
— Allora salto, — disse lo studente.
— Badate alle cadute.
— A me, Cambridge!... — gridò l'allegro giovanotto. — Proteggi il tuo campione!... —
Le sue lunghissime gambe si tesero ed il corpo intero si sollevò, attraversando facilmente la distanza che separava l'automobile dal carrozzone.
— Ecco un vero saltatore!... — esclamò il canadese. — È vero, Dik? —
L'ex-baleniere rispose con una specie di grugnito e non voltò nemmeno la testa. Abituato agli intensi freddi dei mari polari, si trovava benissimo sotto il lenzuolo nevoso, specialmente colla pipa fra le labbra.
Oh, ne aveva passate ben altre delle nottate terribili al nord dello stretto di Behring e sulle coste dell'Alaska!...
Lo studente era caduto quasi nel mezzo del tetto del carrozzone, tenendosi ancora in piedi per un prodigio di equilibrio e provocando, da parte dei lupi sempre vigilanti, degli ululati spaventevoli che non lo avevano però affatto commosso.
Essendo quel tetto ben più alto della _capote_ di cuoio della macchina, poteva ridersi delle minaccie dei cervieri ed anche dei neri, buoni corridori ma pessimi saltatori di fronte ad un campione di Cambridge.
— Dik, — disse il canadese, volgendosi verso il meccanico. — Vi sentireste in caso di tentare anche voi il salto?
— Preferisco starmene qui sotto la neve, signore. Non sono mai stato un saltatore io.
— Ed io preferirei trovarmi al coperto. Dopo tutto non mi sembra un gran che fare quella volata, ora che Walter si troverà pronto a sorreggerci.
Là, proviamo.
— Venite anche voi, signore? — chiese lo studente che stava sbarazzando il tetto del carrozzone.
— Vengo ad aiutarvi. Tenetevi pronto ad afferrarmi. —
Misurò collo sguardo per bene la distanza, si raccolse su sè stesso, poi si slanciò cadendo fra le braccia aperte dello studente.
— Signor di Montcalm, — disse l'allegro giovanotto, — voi meritereste di prendere parte alle gare del _Queen's Club_.
Io stesso avrei in voi un serio rivale nel salto.
— Io non appartengo nè all'Università di Cambridge, nè a quella di Oxford, — rispose il canadese. — E poi senza il vostro pronto aiuto sarei andato certamente colle gambe in aria ed avrei finito il mio salto fra le mascelle dei lupi.
Orsù, amico, cerchiamo di aprirci una via attraverso al tetto. In due lavoreremo più rapidamente. —
Sbarazzarono il coperto dalla neve, tagliarono coi loro robustissimi coltelli lo strato di zinco, poi quello di feltro, e misero allo scoperto le tavole.
Seguendo colle punte delle armi le connessure, dopo un quarto d'ora di lavoro accanito riuscivano finalmente a levare due tavoloni, ottenendo uno spazio sufficiente per far passare i loro corpi.
— Finalmente!... — esclamò lo studente che pel primo si era calato nel carrozzone, andando a cadere su una cassa. — Ora i signori lupi avranno da fare con noi.
— Accendete una lampada, — disse il canadese, il quale lo aveva subito seguito.
— E poi la stufa, signore. Io non posseggo la pelle di quell'orso di Dik. È vero che lui è stato baleniere. —
Come al solito, chiacchierava assai ma agiva anche molto. Il lume fu acceso, poi subito dopo la stufa, operazione facilissima che non richiedeva nemmeno mezzo minuto, non trattandosi che di dar fuoco all'essenza minerale, quindi fu sturata una bottiglia di vecchio _wisky_ che in quel momento era più necessaria della stufa, poichè i due viaggiatori erano intirizziti dal freddo.
Riscaldatisi con un paio di bicchierini e rimesse a posto le due tavole del tetto per impedire l'ingresso alla neve, che cadeva sempre abbondante, si misero a cercare la cassetta contenente le cartuccie di dinamite, impresa facile poichè tutte le casse erano state prima diligentemente numerate.
— Ecco qui tanta materia esplosiva da far saltare tutti i lupi della terra, — disse il canadese prendendone, con precauzione, cinque o sei. — Walter, aprite una finestra mentre io accendo una miccia.
— Non salteremo anche noi per caso? — chiese lo studente. — Io ho sempre avuto un gran terrore per questi terribili esplosivi.
— La cartuccia è pesante e andrà ben lontana.
— E la neve non spengerà la miccia?
— Non vi è pericolo. —
Il canadese si affacciò alla finestra, tenendo in mano una delle sei cartuccie il cui cordoncino già fumava.
Trenta o quaranta lupi si erano radunati ad una cinquantina di passi dall'automobile, come se si preparassero a tentare un nuovo assalto.
Era il buon momento per somministrare a quegli affamati una tremenda lezione.
— Walter, — disse il canadese. — Gettatevi a terra. —
Poi lanciò a tutta forza la cartuccia attraverso la finestra, facendola cadere in mezzo alla banda urlante.
Un momento dopo una detonazione formidabile si propagava sotto la foresta e così forte che il treno intero fu scosso e spostato.
Walter ed il canadese si erano precipitati verso la finestra, mentre si udiva Dik che imprecava.
Del gruppo dei lupi raccoltisi per ritentare l'attacco non ne esisteva più uno.
Il potente esplosivo li aveva, per modo di dire, polverizzati. Gli altri invece scappavano a tutte gambe, colle code basse, ululando spaventosamente.
— Credo che sia bastato, — disse il canadese.
— Che strage, signor Gastone! — esclamò lo studente.
Poi udendo ancora il meccanico brontolare, gridò:
— Ohè, mastro Dik, vi è caduto addosso qualche lupo?
— Ho perduto la mia coperta di neve che mi teneva così caldo, — rispose l'ex-baleniere. — Mi è stata portata via di colpo.
— Posso offrirvene una di buona lana accanto alla stufa, insieme a una mezza bottiglia di _wisky_ vecchio quanto Noè.
Lasciate il vostro covo di orsi bianchi, ora che i lupi si sono congedati. —
Se non vi fosse stata la promessa di un paio di bicchieri di quella fortissima bevanda della quale tutti gli americani fanno un uso smodato, probabilmente l'ex-baleniere, che se ne rideva delle nevi, non si sarebbe mosso, ed avrebbe attesa un'altra coperta candida. Bevitore emerito, come lo sono quasi tutti gli uomini di mare, non seppe resistere alla tentazione e saltò a terra sprofondando nella neve fino alle anche, e raggiunse la porta del carrozzone già aperta.
— Volevate proprio dormire lassù al fresco? — gli chiese Walter, chiudendo subito, affinchè il dolcissimo calore della stufa non sfuggisse. — Io mi trovo meglio qui, non essendo nato esquimese. —
Dik alzò le spalle e si attaccò alla bottiglia.
Il canadese rinchiuse accuratamente la cassetta delle pericolose cartuccie e si mise a preparare la cena, aiutato dallo studente.
Intanto fuori continuava a nevicare ed il vento sibilava o ruggiva attraverso la foresta, torcendo perfino i grossi rami dei pini bianchi e rossi.
I lupi in lontananza ululavano sempre, senza però osare accostarsi al treno.
Ne avevano avuto abbastanza di quella cartuccia, dopo le gravi perdite subìte prima.
— Aspettiamo domani, — disse il canadese, quando ebbero terminato di cenare. — Intanto il freddo rassoderà la neve.
— Purchè i lupi non attacchino le pneumatiche, — disse Walter.
— Sono così robuste da sfidare i loro denti. Orsù, cacciamoci sotto le coperte. —
Tutta la notte il vento soffiò con estrema violenza, facendo tremare perfino le grosse vetrate delle piccole finestre, e la neve non cessò dal turbinare.
All'indomani, quando Dik aprì la porta per recarsi all'automobile, trovò uno strato nevoso alto quanto i predellini delle due vetture, ma così solido da reggere benissimo anche una piccola nave.
Un freddo intensissimo ed improvviso, aveva gelato tutto.
— Si può andare? — chiese il canadese, affacciandosi alla porta.
— Rompiamo lo strato che rinserra le ruote e poi vedrete che bella corsa faremo. Io conto di farvi pranzare sulle rive della baia di Hudson.
— Allora non perdiamo tempo. —
Mandarono giù in fretta un paio di tazze di _thè_ ben bollente, si armarono di vanghe e di picconi ed attaccarono poderosamente lo strato gelato, per fare alla macchina un po' di largo e prendere lo slancio.
[Illustrazione: .... quelli del Canadà superano per statura e peso tutti gli altri, — disse il canadese. (Cap. IX).]
Un'ora dopo il treno già filava magnificamente attraverso la foresta gelata, con una velocità di quaranta chilometri all'ora.
Walter ed il canadese, ben avvolti in pesanti pelliccie, avevano ripreso il loro posto dietro il meccanico, tenendo i fucili fra le gambe, sempre in attesa di fare qualche buon colpo onde variare, con qualche buon pezzo di selvaggina, la minuta del pranzo.
L'automobile si comportava magnificamente anche perchè il terreno su cui s'alzava l'immensa foresta, si manteneva costantemente piano.
La neve, tramutata ormai quasi in un banco di ghiaccio, non cedeva sotto il peso del treno. Era bensì vero che qualche volta succedevano degli slittamenti, ma poi la macchina riprendeva il suo slancio con un _teuff-teuff_ sonoro.
Di quando in quando della piccola selvaggina s'alzava fra i cespugli di rose canine e di bacche, semi-sepolte nella neve, e scappava via con velocità fulminea.