Part 6
— Sapete per quale motivo il signor di Montcalm tenta di recarsi al Polo?
— Eh!... — fece il baleniere. — Chi non lo sa? I giornali hanno parlato abbastanza.
È una sfida che finirà dentro gli occhi azzurri d'una ricca ereditiera _yankee_: _miss_ Ellen Perkins, se non m'inganno.
— Benissimo, giovanotto.
— E che _mister_ Torpon vorrebbe portare via al signor di Montcalm, è vero? — chiese lo _chaffeur_, sorridendo.
— Meglio che meglio. Ciò mi eviterà di darvi soverchie e poco interessanti spiegazioni.
— E _mister_ Torpon ha mandato voi ad offrirmi una somma, per impedire che questo signor canadese vinca la sfida.
— Avete una intelligenza straordinaria, giovanotto. Al di là del S. Lorenzo fareste maggior fortuna che al Canadà.
— Pare che si possa farla anche sulla riva sinistra del fiume, mio _gentleman_, poichè centomila lire non si guadagnano facilmente in un giorno quando non si portano i nomi d'un Carnegie o di un Pierpont Morgan.
— Avete ragione.
— Ora spiegatevi meglio.
— Sareste deciso ad accettare la proposta che vi ho fatta?
— Sarà un tradimento assai nero, tuttavia pur di guadagnare una così bella giornata, che mi permetterà un giorno d'armare anch'io una goletta baleniera e di comandarla non più come marinaio, bensì come padrone, sono pronto a tutto.
— Galeotto, — brontolò il maestro di _boxe_, facendo un gesto di disgusto che sfuggì allo _chaffeur_, occupato in quel momento a mandar giù un altro bicchiere. — Giacchè sono venuto qui, cerchiamo di fare gl'interessi del mio allievo. —
Aspirò altre tre o quattro boccate di fumo, poi disse:
— A noi basta che il signor di Montcalm non superi il 90º. Conducetelo pure molto al nord, a noi non importa. Quello che ci preme è che lo immobilizziate prima di giungere al Polo.
Dove? Come? Quando? Questo riguarda voi.
— Diavolo!... — esclamò l'ex-baleniere, percuotendo il tavolo con un pugno formidabile. — E non avete pensato alla mia pelle? Che cosa ne farei dei vostri denari se io non potessi più ritornare?
— Passeranno ai vostri eredi, poichè io ho l'ordine di depositare, a quella banca che voi mi indicherete, i diecimila dollari intestati al vostro nome e non ritirabili prima di tre mesi. —
L'ex-baleniere fece una smorfia.
— Alla malora i miei eredi!... — esclamò. — Preferisco divorarmeli io quei dollari.
— Ritornate e li ritroverete.
— E se, come voi desiderate, o meglio m'imponete, immobilizzo il treno in mezzo ai ghiacci all'80º od all'85º od 88º parallelo, come farò poi io a tornarmene indietro? Io non mi occuperò della pelle degli altri se vorrete ma, _by-god!_... Ci tengo un po' alla mia!...
— Vorreste guadagnare una somma così rispettabile senza correre nessun rischio? E poi, non vi sarà lassù _mister_ Torpon coi suoi compagni e la sua automobile?
— Purchè riesca a spingersi tanto innanzi, — osservò lo _chaffeur_. — Bisogna conoscerle quelle regioni per farsi un'idea delle difficoltà che si possono incontrare.
— Esitate?
— Ah no!... Non voglio perdere un'altra fortuna.
— Accettate?
— Sì, mio _gentleman_.
— Quando parte il signor di Montcalm? — chiese il maestro di _boxe_.
— Domani a mezzanotte. Vuole andarsene senza fracasso e senza _hurràh_.
— Allora domani mattina, alle nove, vi aspetto qui coi diecimila dollari che andremo a depositare insieme, a nome vostro, alla banca che mi indicherete.
— Patto concluso: qua la mano, _gentleman_. —
Una stretta formidabile, una vera stretta all'americana, che fece fare al briccone una brutta smorfia, chiuse il dialogo.
Dik Mac Leod si alzò, un po' traballando sulle gambe piuttosto malferme e se ne andò colle mani sprofondate nelle ampie tasche, borbottando:
— Ecco una bella giornata!... Lo sapevo io che cambiando mestiere avrei finito per fare una bella fortuna. Le foche, le morse e le balene che da tre anni lascio in pace, devono aver pregato per me.
. . . . . . .
La mezzanotte suonava all'orologio del palazzo del governo, tosto ripetuta su diversi toni da tutti gli orologi dei campanili delle chiese cristiane e protestanti di Montreal, quando il cancello del giardino in mezzo a cui s'alzava il _garage_ di Montcalm s'aprì per lasciar passare il treno destinato a conquistare il Polo artico.
Nevicava fortemente ed un vento freddissimo, che giungeva a grandi raffiche dalle immense pianure dell'Ontario, spazzava, sibilando sinistramente, le vie della città ormai già deserte.
Dik Mac Leod sedeva al volante; dietro di lui, ben avvolti in ampi gabbani di grosso feltro, stavano il signor di Montcalm e Walter, l'allegro studente bocciato.
Nella vettura a rimorchio, ben chiusa e tutta oscura, non vi era nessuno.
— Buon viaggio, padrone!... — disse il gigantesco portiere, alzando la lanterna e spalancando i cancelli. — Che Dio vi assista in così grande e così pericolosa impresa.
— Addio, mio buon Perrot, — rispose, con voce un po' commossa, il signor di Montcalm. — Se gli orsi bianchi non ci divoreranno, prima di due mesi noi saremo di ritorno.
Ti manderò notizie dal forte Severn e da quello di Churchill, se non avrai premura. —
Poi alzando un po' la voce disse allo _chaffeur_, che si era ben accomodato dietro allo scudo d'acciaio tutto ricoperto di _hickory_, perchè le sue gambe non avessero nessun contatto col metallo:
— All'ufficio telegrafico, prima di tutto.
— Bene, signore, — rispose l'ex-baleniere.
L'automobile infilò la larga via, rumoreggiando e brontolando, e spazzando dinanzi a sè la neve che si era già accumulata in alti strati.
Attraversò alcuni corsi a velocità moderata, qualche piazza, poi si fermò dinanzi all'imponente ufficio telegrafico, illuminato come in pieno giorno da una moltitudine di lampade elettriche.
Il canadese balzò a terra scuotendosi di dosso la neve, fece segno a Walter di seguirlo ed entrò dirigendosi verso uno sportello dietro cui sonnecchiava un impiegato.
— Speditemi subito questo ad Albany, — disse il signor di Montcalm, presentando un modulo già scritto.
L'impiegato sbadigliò un paio di volte, si accomodò sul naso gli occhiali e lesse:
«Albany — _Miss_ Ellen Perkins.
Sono partito.
«G. di Montcalm».
— Null'altro? — chiese l'impiegato.
— Niente da aggiungere, — rispose il canadese.
Attese la ricevuta e tornò nell'automobile.
— Un po' secco quel telegramma, — disse Walter, riprendendo il suo posto.
— Quella orgogliosa americana che per smania di farsi della réclame manda gli uomini che la corteggiano a rompersi il collo perfino al Polo, non merita di più, amico, — rispose il canadese.
— Ecco un amore poco saldo in gambe.
— Può darsi. Dik, avanti, e appena fuori della città non fate risparmio di benzina. Prima di giungere ai grandi banchi del Polo, ne troveremo dell'altra.
— Chi ce la provvederà, signor di Montcalm? — chiese lo studente. — Gli orsi bianchi non ne hanno mai tenuta di certo in serbo per comodità dei signori automobilisti.
— Ho prese le mie precauzioni, giovanotto mio. A quest'ora i due forti della Compagnia delle pelliccie della Baia di Hudson, che si trovano sui confini della regione abitabile, devono essere già stati avvertiti, per cura del rappresentante della Compagnia di Montreal, del mio passaggio.
Là non ci mancherà la benzina, ma dopo non dovremo contare che sulla nostra riserva.
Sarà dopo il forte Churchill che le grandi difficoltà ed i grandi pericoli cominceranno per noi.
— E per toccare quegli stabilimenti perduti fra le nevi polari voi avete prescelto la via più lunga?
— Precisamente, Walter. Se noi seguissimo invece la rotta a levante della baia d'Hudson, abbrevieremmo di molte centinaia di leghe il tragitto, ma là i forti mancano.
— E voi credete che Torpon seguirà invece quella?
— Così mi hanno riferito.
— Speriamo che vada ad affogarsi nello stretto d'Hudson, che troverà sulla sua rotta.
— E forse non ancora così solidamente gelato da poterlo attraversare, poichè lo raggiungerà troppo presto.
— Mentre noi?
— Mentre noi troveremo sempre terra fino alla Terra di Boothia, che si stende al di là del 70º parallelo e dalla quale potremo passare, senza alcuna difficoltà, sulla Terra di Somerset che spinge le sue punte settentrionali a pochi minuti dal 75º.
— A 15 soli gradi di distanza dal Polo.
— Sì, Walter.
— Ossia a sole novecento miglia.
— Precisamente.
— Distanza che noi potremo forse superare in ventiquattro ore.
— Oh, non correte tanto, amico, — disse il signor di Montcalm, sorridendo. — Su quei ghiacci non potremo spingere il nostro treno nè alla velocità di ottanta, nè di cinquanta e forse nemmeno di dieci miglia all'ora
Chissà quali brutte sorprese ci offriranno quegli sterminati campi di ghiaccio.
Io non mi illudo di trovare dei paks abbastanza lisci per far correre le nostre ruote.
— Eppure io sono convinto, signor di Montcalm, — disse lo studente con grande entusiasmo, — che noi riusciremo a sollevare il velo misterioso che copre quel dannato Polo nord.
— Si vedrà. —
Intanto l'automobile continuava a correre in mezzo alla neve che copriva le vie, mantenendo una velocità moderatissima di non più di trenta miglia all'ora, per non imprimere troppe scosse alla vettura di rimorchio.
Nevicava sempre a grandi fiocchi che il ventaccio faceva volteggiare in tutte le direzioni, ma nessuno se ne inquietava, poichè la capote di cuoio riparava magnificamente tanto lo _chaffeur_, quanto i suoi due compagni.
Alle dodici e mezza il treno, quasi da nessuno notato, volgeva le spalle ai vecchi bastioni di Montreal e correva attraverso alla bianca campagna per raggiungere l'Ottawa, nel suo corso superiore.
Quantunque la neve fosse già alta più d'un metro, la macchina funzionava magnificamente, aprendosi, senza fatica, un largo solco entro cui s'incanalavano le ruote, turbinando e sobbalzando.
Il canadese e lo studente, stanchissimi pei lavori compiti durante la giornata, a poco a poco avevano chiusi gli occhi, invitati al sonno dal sonoro russare della macchina, e godendosi il dolce tiepore che sfuggiva dai due tubi, volti uno verso la ridotta del guidatore e l'altro verso l'interno della vettura, ed ottenuto coi semplici residui dello scappamento.
Dik Mac Leod, rannicchiato dietro lo scudo protettore, colle mani coperte da grossi guanti di pelle di foca, aggrappato al volante, spalancava invece sempre più gli occhi. Temeva di incontrare qualche improvviso ostacolo, non essendo le strade canadesi così ben tenute, nè così sicure come quelle europee, quantunque le due grosse lampade a carburo, fissate sul davanti, spandessero due intensi fasci di luce che si prolungavano oltre i venti metri.
Alle cinque del mattino, il treno che aveva viaggiato tutta la notte, attraversava l'Ottawa sul ponte metallico della linea ferroviaria e si slanciava verso le grandi pianure dell'Alto Canadà, coperte d'immense boscaglie di pini bianchi, di aceri, di betulle, di quercie nere, rifugi quasi sicuri dei bufali, degli orsi, delle gigantesche alci e sopratutto dei lupi, specialmente grigi e neri.
Al fracasso prodotto dal treno passando sulle lastre d'acciaio del ponte, il canadese e Walter avevano aperti gli occhi.
— Come va, Dik? — chiese subito il signor di Montcalm.
— Benissimo, padrone, — rispose l'ex-baleniere. — La bufera di neve è terminata ed il freddo rassoderà presto quella che è caduta.
— E la macchina?
— Funziona meglio d'un orologio.
— Allora possiamo bere il _the_.
— Approvato, — disse l'ex-studente. — M'incarico io di andarlo a preparare. Non faccio per dire, ma gl'inglesi lo sanno fare meglio di tutti gli altri popoli. —
L'automobile fu fermata ed i tre uomini passarono nella vettura-salon, anche per vedere se tutto era rimasto in ordine durante quella prima corsa.
Bevuta la profumata bevanda, accompagnata da un paio di bicchierini di _wisky_ e fatta una fumata, i viaggiatori tornarono al loro posto sull'automobile, riprendendo subito la corsa.
La strada ormai non esisteva più, poichè l'Alto Canadà è poco abitato e poco frequentato. Essendo però formato da pianure o boscose o coperte di laghetti e di vastissimi stagni, almeno nella sua parte meridionale, che gelano subito ai primi freddi, il viaggio non poteva presentare alcuna difficoltà.
Di quando in quando, attraverso gli squarci della nebbia, alzatasi coi primi raggi del sole, apparivano delle vaste fattorie, costruite per lo più in legname, con immensi recinti che si prolungavano per miglia e miglia, gremiti di grassi bufali durante la buona stagione, ma ora deserti.
Dei cavalieri, di tratto in tratto, si mostravano e si mettevano a galoppare dietro all'automobile, lanciando grida selvagge.
Erano per lo più irochesi, gli ultimi discendenti di quelle formidabili tribù che un tempo costituivano sei nazioni, ora ridotte solamente a cinque: gli Oneida, i Seneca, i Tusiarora, gli Onondaga ed i Cayuga.
L'ultima è ormai scomparsa per le guerre sanguinose e non ne esiste ormai più nessun rappresentante, nemmeno fra gli Assiboini e gli Algonchini.
Non vi è più nessun Mandano nel Canadà.
Quegli indiani vestiti ormai quasi all'europea, con un cilindro in testa spelato ed ammaccato, adorno di qualche etichetta di sardine di Nantes, con dei lunghi calzoni neri sbrindellati, che altro non conservavano dell'antico costume che una pelle di bisonte malamente conciata o qualche coperta variopinta e tutta rattoppata, facevano una ben meschina figura, quantunque non avessero ancora perduta la tinta più o meno bruno-rossastra e le capigliature lunghe.
Fenimore Cooper non avrebbe potuto più riconoscere in quei guerrieri degenerati nessuno dei suoi eroi.
— Peccato! — mormorava lo studente, il quale non si stancava di osservarli, quantunque non vedesse più, sopra i lunghi capelli svolazzanti, i diademi di piume multicolori, o sui loro dorsi le artistiche acconciature di tacchino selvatico. — La civiltà ha distrutto la poesia delle pelli-rosse perfino in mezzo alle regioni nevose. —
A mezzodì l'automobile, sempre rimorchiando splendidamente la carrozza-salon, dopo una corsa di oltre trecentocinquanta chilometri, si cacciava sotto le immense foreste che coprono ancora buona parte dell'Alto Canadà e che si spingono, quasi ininterrottamente, fino sulle sponde meridionali della vastissima baia di Hudson.
— Walter, — disse il canadese, — ecco il momento di provare la vostra abilità nel maneggio delle armi da fuoco. Entriamo nel regno della grossa selvaggina. Spero che non vi rincrescerà assaggiare un buon filetto di bisonte o d'alce o di mooses.
Io cercherò di aiutarvi, non essendo un pessimo tiratore.
— Non sareste nemmeno Canadese, — rispose lo studente bocciato. — Si dice che i vostri compatriotti siano i migliori cacciatori del mondo.
— Ed infatti la Compagnia delle pelliccie della baia d'Hudson preferisce arruolare i nostri piuttosto che gli altri.
Facciamo una fermata sul margine di questa gigantesca foresta per prepararci il pranzo. Chissà che intanto non ci passi a tiro di fucile qualche bel capo di selvaggina.
Dik, abbandonate il posto e lasciate che l'automobile russi. Un po' di riposo non le farà nemmeno male. —
CAPITOLO VIII.
La caccia all'automobile.
Quantunque il freddo fosse abbastanza intenso, segnando già il termometro 5° sotto zero, i tre esploratori si prepararono il pranzo all'aria aperta, proprio sul margine della grande foresta e precisamente sotto un gigantesco pino bianco che coi suoi folti e ben disposti rami aveva lasciato intorno a sè un bel circolo di terra sgombra di neve.
Contando, durante quella fermata, di provare le loro armi, avevano tolte dalle casse delle rivoltelle Colt e tre _mauser_, nonchè una grossa carabina a due canne, carica con proiettili a punta d'acciaio, destinati a bucare la pelle dei grandi ruminanti, i quali sono ancora abbastanza numerosi nelle selve del Canadà settentrionale, malgrado l'attiva caccia che danno loro gli scorridori della Compagnia delle pelliccie.
Pel momento però non si mostravano che degli uccelli, come falchi pescatori ed aquile pescatrici, gru con becchi lunghi più di venti centimetri e degli ortolani, chiamati anche uccelli delle nevi, perchè di solito non si incontrano che là dove il candido lenzuolo copre la terra.
In lontananza però, ben dentro la maestosa foresta, di quando in quando si udiva risuonare lugubremente qualche urlo dei lupi cervieri, animali pericolosissimi se si trovano in buon numero e che si frammischiano anche coi grandi e grossi lupi neri, quando si tratta di dare la caccia a qualche slitta od a qualche grosso capo di selvaggina.
— Proverei volentieri le vostre armi contro quegli urlatori, — disse lo studente, dopo terminato il pasto, mentre stava accendendo la pipa. — È vero quello che si dice, signor Gastone?
— Che ve ne sono ancora molti dei lupi nelle foreste canadesi?
— Precisamente, signore.
— Io sono certo che non ci mancherà qualche furioso inseguimento da parte di quelle brutte bestie.
Quando l'inverno comincia, la loro fame aumenta anche pel fatto che gran parte della selvaggina emigra in cerca d'un clima più dolce.
— Sicchè ne incontreremo di certo.
— Non avrete che da scegliere fra lupi cervieri, grigi e neri, — rispose il canadese. — Così ci provvederemo di pelliccie che nelle regioni più settentrionali ci faranno molto comodo.
— Per farci dei giustacuori, — disse l'ex-baleniere, il quale fumava come una vaporiera con una vecchia pipa tedesca che doveva contare un bel numero di anni.
— Siete anche voi cacciatore, Dik? — chiese Montcalm.
— Sì, padrone.
— Allora gli orsi avranno a che fare con noi. Volete che partiamo?
— Stavo per domandarvelo, signor di Montcalm, — disse lo studente. — Non udite come i lupi si chiamano? Che ci abbiano fiutati?
— È probabile.
— Che ci mangino le gambe?
— Ci rifugieremo nella vettura-salon e vedremo se saranno capaci di entrare. Sarà una vera fortezza imprendibile pei nemici a quattro gambe. —
Sgombrarono il posto togliendo la piccola stufa portatile e risalirono sull'avantreno portando con loro le armi e le cartucciere ben fornite.
La grande foresta lasciava dei varchi considerevoli, tali da permettere al treno di avanzarsi comodamente, tanto più che il terreno era abbastanza bene livellato.
Si sa già che i pini crescono ad una certa distanza l'uno dall'altro ed in regioni dove i cespugli scarseggiano affatto e mancano assolutamente le liane, i rotangi, i calamus e tutti gli altri arrampicanti che rendono invece quasi impenetrabili le foreste equatoriali e tropicali.
E poi pareva che la grande boscaglia fosse stata già vigorosamente attaccata dalla mano dell'uomo, poichè di quando in quando i viaggiatori incontravano delle vaste radure, dove giacevano ancora moltissimi tronchi già abbattuti e che davano non poca noia a Dik.
— Anche questa immensa riserva di legname, fra un paio d'anni, se non prima, subirà la medesima sorte toccata a quelle che un giorno coprivano le rive dell'Ottawa e del S. Lorenzo, — disse il canadese a Walter, il quale si occupava più delle urla dei lupi che degli alberi.
— Si brucia dunque spaventosamente nel Canadà? — chiese lo studente. — Eppure ci sono delle miniere di carbone anche qui.
— Ma con quello non si fabbrica la carta.
— La carta!... — esclamò Walter, guardandolo con stupore.
— Ma sì: è la peggiore nemica delle foreste e finirà, in un tempo più o meno lungo, per distruggerle completamente.
— Oh diavolo!... Io non lo avrei mai supposto.
— Potrei invece dire che è il giornalismo, specialmente quello americano, che finirà per farle scomparire.
— Non si adoperano più i cenci per fabbricare la carta, ora?
— Certo, anche quelli, ma a che cosa basterebbero? Tutti gli stracci raccolti nel mondo non potrebbero bastare nemmeno alla decima parte del consumo attuale della carta.
Sono i nostri vicini degli Stati dell'Unione che hanno decretata la distruzione dell'abete bianco, dell'abete rosso e del pioppo, i quali sono i più indicati per ottenere una buona carta adatta alla stampa a buon prezzo.
In questi ultimi venticinque anni le dimensioni dei giornali americani si sono raddoppiate ed il solo aumento nel numero di pagine rappresenta la distruzione annua di una foresta lunga venti chilometri e larga dieci.
— Fulmini di Giove!... — esclamò Walter.
— Questo immenso sviluppo del giornalismo americano va attribuito al basso prezzo della carta, all'introduzione delle macchine ed allo sviluppo enorme della _réclame_ per mezzo dei giornali.
Oggidì funzionano, nelle sole tipografie dei giornali dell'Unione, oltre seimila macchine per comporre ed ognuna di esse fa in media il lavoro di tre operai.
I più importanti periodici domenicali della sola città di New-York hanno quasi tutti sessanta pagine ciascuno e ogni copia rappresenta la quantità di carta necessaria per un libro in ottavo di 480 pagine, e tuttociò per soli venticinque centesimi.
Se fate il calcolo vedrete che ogni domenica negli Stati dell'Unione escono 456 edizioni su tanta carta quanta ne basterebbe per sei milioni di volumi in ottavo di 500 pagine ciascuno.
— Quei giornali divorano una foresta alla settimana dunque!...
— Poco meno, Walter, — rispose il canadese. — E questo enorme consumo comincia ad impensierire non poco i _yankees_, i quali vedono scomparire le loro antichissime e meravigliose foreste con una rapidità spaventevole.
— E quali parti impiegano delle piante?
— La corteccia, la quale viene lavorata con una rapidità incredibile.
Poco tempo fa si è anzi tentato un _record_ da una grande cartiera di Eisenthal.
Alle sette e trentacinque del mattino tre alberi venivano tagliati in una vicina foresta e subito portati alla fabbrica dove vennero immediatamente scorticati e macinati. Il legname fu ridotto, passando per diversi bagni, in una specie di pasta che fu affidata alle macchine da carta che la distesero in fogli sottili ed alle nove e mezza il primo foglio usciva già pronto per la stampa.
La tipografia di un giornale quotidiano sorgeva a quattro chilometri dalla fabbrica.
I primi fogli furono caricati su un'automobile e portati alla tipografia. Alle dieci le prime edizioni del giornale uscivano belle e stampate cogli alberi abbattuti due ore e mezza prima.
— È meraviglioso!... — esclamò lo studente, — Ma se si va di questo passo non vi saranno più foreste sulla superficie del globo.
— No, anche la distruzione delle boscaglie presto si arresterà, poichè i chimici hanno già trovato di che surrogare le corteccie dei pini.
Oggi si comincia a ottenere della buona carta colla torba ed a un prezzo quasi derisorio.
[Illustrazione: .... gli si era precipitata addosso con rabbia feroce, azzuffandosi. (Cap. VIII).]
Un altro ritrovato molto recente, che dà già buoni frutti, si ha dai detriti delle piantagioni di cotone.
Fino ad oggi i produttori di cotone lasciavano inutilizzati gli arbusti spogliati dell'elemento tessile. Ora si è scoperto il procedimento per mezzo del quale quelle canne triturate, macinate e ridotte in polpa si possono convertire....
— In carta, — disse lo studente, vedendo che il canadese si era bruscamente arrestato.
— In lupi....
— In lupi!... Che cosa dite signor di Montcalm?
— Eccoli!
— Chi? I piantatori di cotone od i fogli di carta?
— No, no, i lupi: guardateli come corrono!... Sono cervieri e neri!... Me l'aspettavo questo attacco.
Ecco il momento, Walter, di dare una prova della vostra maestrìa nel tiro a segno.
— Fulmini di Giove!... Altro che carta e giornali!... — gridò l'ex-studente, afferrando lestamente uno dei tre _mauser_ che stavano appoggiati ai sedili. — Qui si tratta di denti.
— E che denti anche, — aggiunse lo _chaffeur_. — Che cosa devo fare, padrone? Lanciare la macchina a cinquanta o sessanta miglia all'ora?
— A cento!... — gridò lo studente.
— Vi dimenticate che abbiamo da rimorchiare la nostra casa che può diventare, da un momento all'altro, una fortezza necessaria per salvare le nostre gambe? A cinquanta miglia, Dik.
— Va bene, padrone, — rispose l'ex-baleniere.
L'automobile accelerò subito la marcia, filando sotto i pini giganti i quali, fortunatamente, lasciavano dei vasti e numerosi passaggi.