Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene

Part 6

Chapter 63,556 wordsPublic domain

D'altronde, non vi pare che ormai troppo sovente Noi s'inneggi al passato a danno del presente? Questo povero onesto presente ha il grave torto Di non essere ancora sotterrato.... nè morto E noi ci adoperiamo coi piedi e colle mani A ucciderlo quest'oggi.... per cantarlo domani. È vecchia usanza: ai grandi che or vi ho nominati Si oppose un dì il fulgore degli ingegni passati E forse ai nostri figli un giorno si opporrà Il senno e la grandezza dell'odïerna età. La memoria è una fata che coi suoi filtri arcani Fa più belli gli oggetti quanto più son lontani. Chi non vide talvolta tornar non evocato Siccome un luminoso guizzo del suo passato? E da quella ideale vista chi non ha tratto Maggior compiacimento che non ebbe dal fatto? Chi non ricanta in mente qualche dolce canzone Udita in giovinezza e schiva l'occasione Di riudirla ancora, per non fugar la gaia Coorte dei ricordi che a quell'uno si appaia? Tolga il Cielo che io voglia sminuire il rispetto Dovuto a quei maestri che furono. Vi ho detto Queste cose, temendo, nella mia reverenza, Che i morti non ci facciano soverchia concorrenza. Il proverbio egoista patisce un'eccezione: Gli assenti, in fatto d'arte, hanno sempre ragione. E poi, dacchè ci sono, confesso ingenuamente Che alla stretta dei conti, voglio bene al presente. Il diavolo non parmi brutto come lo fanno. Non mi pare che il vizio sia peggiore tiranno Che non per lo passato, che madonna virtù Invecchi e si raggrinzi ogni giorno di più. L'arte nostra non parmi, come vogliono tanti, Che cammini alla cieca, con passi zoppicanti, In cerca di una forma idëal che non trova. Non credo all'arte vecchia e non credo alla nuova; Credo all'arte che il tempo senza danno accarezza E cui splende nel volto l'eterna giovinezza.

Mi han detto che se fosse mortal l'avrebbe uccisa Il soverchio discorrerne che fanno in varia guisa Tanti dotti filosofi in veste di censore, Che vorrebbero imporle idea, forma, colore E governarla a modo di un fantoccino in fasce. Ma si divien filosofo e poeta si nasce E la virtù nativa più che ogni altra conquide. Il filosofo brontola e il poeta sorride.

Mi han detto che la guardano con occhio di livore Tanti arguti filosofi in veste di censore, I quali per ridurla alla propria portata, Predicandola vera, la vorrebber sguaiata. Ma la spada che impugnano, essi soltanto uccide. Il filosofo brontola e il poeta sorride.

Mi han detto che ne provano salutare terrore Tanti puri filosofi in veste di censore, I quali le contendono il vïaggio infinito E la vorrebber sempre fanciulla da marito. Ma l'arte è donna saggia che molto visse e vide. Il filosofo brontola e il poeta sorride.

Mi han detto che le negano i voli e lo splendore Tanti freddi filosofi in veste di censore, Che abborrono del verso la serena armonia, Che le oscure tempeste del cor chiaman pazzia. Per costoro Desdemona è pazza da catena, Amleto un forsennato, Fausto un scemo in pena, E se ne avesse tanta virtù l'animo basso, Legherebber Prometeo un'altra volta al sasso. Ma Dio per farli fiacchi, saggiamente provvide. Il filosofo brontola e il poeta sorride.

Le idee sono di genere femminile. È destino Che quanto è bello e instabile quaggiù, sia femminino. Il pensiero, che è maschio, è frutto del volere, Lo correggo, lo suscito, lo volgo a mio piacere. È di una pasta docile, tagliato alla carlona, Che fa quello che gli ordina la mente sua padrona. L'idea, per sua natura vagabonda, non vuole Patir nessun inciampo di metri o di parole. È una donnina fragile, vispa, fresca, imperiosa, Che sorride, che stuzzica, che fa la permalosa, Che vi arriva in un attimo, che fugge in un momento, Che non si lascia cogliere due volte ad un cimento, Che l'amante più assiduo corbella, e a chi s'avvede Di sue grazie non curi, le sue grazie concede. Lasciamola padrona di far quello che vuole, Questa, che i nostri padri chiamâr: figlia del sole!

Signori, perdonatemi il lungo chiacchierio, Benchè non figlia al sole, sono donna ancor io. Quel che vi ho detto, forse non lo saprei ridire, Ma lasciatemi aggiungere un motto per finire. Sono molto contenta di trovarmi fra voi. Se voi di me lo siate, me lo direte poi. Per ora l'impazienza de' miei compagni attori Mi chiama alla commedia. Buona sera, signori.

PROLOGO

_ad una rappresentazione della SERVA AMOROSA fatta con le maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella._

PERSONAGGI.

PANTALONE ARLECCHINO BRIGHELLA.

PANTALONE

(_viene alla ribalta a sipario calato_).

Pubblico modernissimo. Son passati molt'anni Dacchè più non ti venni innanzi in questi panni, Dacchè insiem colla maschera, col pizzo e il zimarrone Anche il vecchio deposi nome di Pantalone. Il nome, la zimarra, la maschera ed il pelo, Non le virtù, nè i vizii, nè la persona. Al cielo Mi levasti più volte, o pubblico sagace, Scambiandomi con altri. Ieri ancor, con tua pace T'ebbi e t'avrò domani plaudente spettatore Di mie smanie barbogie, del mio avaro furore Paterno, di mia lunga tremula tabaccata. E già ti parvi, e certo ti parrò, di covata Recente, e avesti e avrai per novo il mio sembiante. Perchè, vedi, tu suoli, o pubblico costante, Mutar gusto ogni giorno, ma gli autor te la fanno E come avviene al povero che ha rivoltato il panno Del logoro pastrano e per nuovo lo spaccia, Essi mi mutan nome, mi imbellettan la faccia Con diversi colori, mi fan magro o paffuto, Mi vestono alla foggia del giorno, e chi n'ha avuto Ne ha avuto, io sembro un altro e son sempre lo stesso. Così un pollo coriaceo che resistette allesso Ai morsi laceranti d'affamato avventore, Venti volte ritorna al banco del trattore, Di venti spoglie nuove si veste e ne riparte Venti volte bugiardo. Vedi, il trattore è l'arte, Io sono il pollo e tu l'avventore affamato. Chi mi saprebbe dire quando e da chi son nato? È un'antica prosapia quella dei Bisognosi E andrà lungi. Io già vidi i teatri famosi Di Atene e Roma, e quivi fui sgomento di amori Giovanili e zimbello di furbi servitori. Già Plauto, già Terenzio mi chiamavano vecchio _Senex_ nel lor linguaggio, e mi facevan specchio Degli stessi difetti, delle stesse virtù Che mostro al giorno d'oggi. Ho due mill'anni e più Sul groppone, e li porto, parmi, con faccia lieta. Il mio scrigno conosce più conii di moneta Che non visi d'amanti la luna badïale. Io, dal sesterzio all'ultimo biglietto consorziale, Pesai con ogni peso, scrutai con ogni lente Ogni forma, ogni titolo di moneta corrente. Ne misurai del panno a diverse misure! Ne allevai di pupille destinate alle pure Gioie del maritale mio talamo, ed aimè Rapite dal galante! Ne fiutai del Rapè! E ne diedi a fiutare.... troppo. — Insomma, cortese Pubblico, d'ogni tempo son io, d'ogni paese. Perciò non ti dispiaccia se, per fare contento Il gran babbo Goldoni, indosso il vestimento Ch'egli mi diè in sua vita. Già, se lo vuoi sapere, Una maschera al viso ce l'ho tutte le sere; E stassera la parte che faccio è modernissima: Sono un babbo modello, e la tua felicissima Età, pubblico austero, non ha che babbi savi E più savi figliuoli. Tu sei miglior degli avi, Tu sei lo specchio d'ogni rara virtù, io trasecolo Pensando alla sublime civiltà del tuo secolo. — Pubblico intelligente — mi batterai le mani. Già se ti vuoi sfogare sfogati con quei cani Di Brighella e Arlecchino.

(_Arlecchino e Brighella sollevano il telone_ _uno da una parte della scena e l'altro_ _dall'altra, e mettono fuori la testa_).

ARLECCHINO (_fra sè_).

Oh!

BRIGHELLA (_fra sè_).

Cosa dice?

PANTALONE (_seguitando senza avvedersi di loro_).

Quelli Non son tipi moderni; di simili flagelli È perduta la stampa. Mostreranno la nera Maschera, o il bianco saio o l'abito a scacchiera, Ma l'aspra, irriverente, cinica gherminella Di che si compiacevano Arlecchino e Brighella Nessun più la conosce per fortuna. (_prende una presa di tabacco_).

(_Arlecchino e Brighella vengono pian piano_ _alla ribalta, e si accostano a Pantalone,_ _non avvertiti. Tutti e due vestono il costume_ _tradizionale, ma lo coprono con un soprabito_ _moderno. Arlecchino non ha maschera. Il pubblico_ _capisce che non rappresentano il tipo della_ _maschera antica, ma bensì dei personaggi moderni_ _travestiti. Perciò non parlano in dialetto_).

(_Brighella, mentre Pantalone prende la presa, gli_ _dà un colpo sotto la tabacchiera che gli manda il_ _tabacco negli occhi_).

PANTALONE (_cogli occhi pieni di tabacco_).

Che è ciò? E pciù. E pciù. Che è stato? (_vedendo i due_) Voi birbi!

ARLECCHINO.

Io no.

BRIGHELLA.

Io no.

PANTALONE.

Chi mi ha buttato in viso quel tabacco?

BRIGHELLA.

Mah!

PANTALONE.

Mostri!

BRIGHELLA.

È andato da per sè.

ARLECCHINO.

Le par che ai tempi nostri Si tendan tali trappole?

BRIGHELLA.

Mancar di educazione Con un vecchio balordo?

ARLECCHINO.

Un vecchio bietolone, Mancargli di rispetto! Una volta magari. Ma oggi si riveriscono i taccagni suoi pari. (_gli prende di saccoccia senza ch'egli se ne avveda il fazzoletto e lo passa a Brighella_).

PANTALONE.

Oh basta! Ho gli occhi pieni di Rapè. Il fazzoletto (_cerca il fazzoletto e non lo trova_). L'avevo: son sicuro che l'avevo. Oh cospetto! (_ad Arlecchino_).

L'hai tu!

ARLECCHINO.

Non l'ho.

PANTALONE (_a Brighella_).

Tu dunque, brigante?

BRIGHELLA.

Io non l'ho tolto.

ARLECCHINO.

Le pare? A questi chiari di luna! Ci vuol molto Coraggio a dir che al secolo del progresso ci sia Dei ladri o borsaiuoli.

PANTALONE.

Tu menti.

BRIGHELLA.

Una bugia! Brighella ed Arlecchino ne tessevan l'ordito.

ARLECCHINO (_imitando l'accento di Pantalone_).

Ma di quelli è perduta la mostra.

PANTALONE.

Già; ho capito, Voi state ad origliare dalle tende.

ARLECCHINO.

Oh padrone! Origliar!

BRIGHELLA.

Noi!

PANTALONE (_prendendoli a braccetto_).

Compari belli, avete ragione, Quel che dissi, l'ho detto.... zitti!... per far piacere Al pubblico;... ma io, se il volete sapere, Credo che di Brighella e d'Arlecchin ce n'è Più che di Pantaloni, assai di più, perchè Questo gli è sempre vecchio, mentre di questi qua Se ne trova a bizzeffe e di tutte le età.

(_Cala la tela_).

IL TRIBUNALE DI PROUDHON[5].

PROUDHON _siede in cattedra giudice_.

(_Agli uscieri_).

Entrino gli accusati.

(_Entra un paladino armato di tutto punto_).

PROUDHON.

Come ti chiami?

IL PALADINO.

Orlando.

PROUDHON.

Il padre?

ORLANDO.

Per qual vita, signore?

PROUDHON.

Ti domando Da chi nascesti.

ORLANDO.

Nacqui due volte; la men bella Vita mortal mi diede Berta che fu sorella Di Carlo Magno. Vissi fra l'armi e fui tradito E ucciso a Roncisvalle.

PROUDHON.

Codesto scimunito Mi beffeggia. Per morto ha un aspetto gioviale.

ORLANDO.

Vivo or la mia seconda vita lieta immortale.

PROUDHON.

Onde l'avesti? Sei tu sangue di potenti Un'altra volta?

ORLANDO.

Assai più nobile. Le genti Chiamarono mia madre: poesia.

PROUDHON.

Tristo nome Di vagabonda. E il padre?

ORLANDO.

Furono molti.

PROUDHON.

Come?

ORLANDO.

Nè so nomarvi i primi; solo in mente mi reco Luigi Pulci, e il conte Matteo Boiardo, e il Cieco Di Ferrara e il canonico Francesco Berni e il frate Folengo mantovano e messere....

PROUDHON.

Segnate Quella donna per mali costumi.

ORLANDO.

Ma di questi Uno mi fece ornato di sì splendide vesti E di sì chiara fama che a me si volse amico Il mondo intero.

PROUDHON.

E il nome?

ORLANDO.

Messere Ludovico Ariosto.

PROUDHON.

Ora che oprasti in tua vita? Rispondi.

ORLANDO.

Feci trillare intorno i sonagli giocondi Del riso. Alla più armonica delle umane favelle Diedi nuove armonie, nuovi ritmi; le belle Favole che dormivano sorsero al nostro invito. Tessei con filo d'oro il trasparente ordito Dell'ottava e le posi come vivagno in cima Il frastaglio festevole della facile rima. Chiusi l'idea nel vetro chiaro della parola. Suonò d'armi e di baci per me il vento che vola, Cercai le vive immagini al vivo mondo e quelle Mi scherzarono intorno come vispe gazzelle.

PROUDHON.

Costui parla un linguaggio ch'io non intendo. E quale Bene recasti agli uomini?

ORLANDO.

Ho allegrato il Ducale....

PROUDHON.

Non parlar dei gaudenti. E agli umili hai giovato?

ORLANDO.

Chiedetene i viali suburbani. Tornato Appena il dolce tempo primaverile, intorno Van le coppie amorose cercando ove del giorno Fia men chiara la luce e la gente più rada. La giovinetta forse gualcisce ora per strada L'opera della notte che reca alla sartora, Ed egli inganna in ozio delizïoso l'ora Dovuta alla scïenza. Parlan piano, egli umile Chiedendo, ella negando fiera. Giunti al sedile Sostano e nel mio libro cercan l'animo loro. Egli vi legge i lagni degli amanti, il tesoro Sempre mal vigilato di virtù femminine. Sul suo labbro il mio canto trova armonie divine. Ella s'accosta trepida, insciente, rapita Duplicando per tutti quanti i sensi la vita. Finchè come d'entrambi il vivo amor collima Un desïato bacio mette al verso la rima.

PROUDHON.

Ah! mezzano d'amori, così giovi alle genti?

ORLANDO.

O badate, messere, malgrado i suoi tormenti L'amore è ancor per gli uomini la più saggia follia.

PROUDHON.

Al rogo, al rogo.

ORLANDO.

E quando mi avrete arso e ne sia Tutta ridotta in cenere la mia veste, badate Al pulvischio che vola in groppa alle folate Del vento. Andrò pel mondo o memoria o rimpianto. L'aria che tante volte risonò del mio canto Ne riterrà le dolci cadenze, e quando i nuovi Amanti torneranno agli usati ritrovi Vi sentiranno olezzi di fiori acri e procaci, Parrà loro di udirvi un cinguettar di baci. Opra della mia cenere saran cresciuti i fiori. Opra del mio ricordo della mente gli errori. Ed io sarò nell'animo loro vivo e giocondo.

PROUDHON.

Al rogo il primo pazzo e chiamate il secondo.

(_Entra una donna vestita a bruno in_ _aspetto addolorato_).

Il tuo nome?

LA DONNA.

Desdemona.

PROUDHON.

E la tua vita?... Ah! Senti: Avrai come quell'altro un mucchio di parenti. Lasciamoli da parte. Che hai fatto?

DESDEMONA.

Ho amato.

PROUDHON.

Belle Prodezze! E poi?

DESDEMONA.

Null'altro.

PROUDHON.

Ti portano alle stelle Per questo?

DESDEMONA.

O no, signore. La mia povera gloria Mi viene dalla morte.

PROUDHON.

Su, racconta la storia E spicciati.

DESDEMONA.

Son nata in Venezia.

PROUDHON.

Non preme.

DESDEMONA.

Andai sposa ad Otello il moro e vissi insieme Con lui la dolce vita, finchè un dì per fatale Inganno egli mi uccise.

PROUDHON.

Apposta? Meno male. Qui c'è forse un esempio. Tu l'avevi tradito?...

DESDEMONA.

Oh signore; io l'amavo....

PROUDHON.

Come s'ama un marito!

DESDEMONA.

No, vi giuro pel cielo....

PROUDHON.

Dunque non servi a niente? Colpevole ti assolvo, ti condanno innocente. Ah se tu lo tradivi, la tua morte era scola Alle mogli infedeli. Ti bastava una sola Colpa a farti morale pei secoli! Che errore Fu il tuo! Donna impudica, insegnavi il pudore, Donna casta e infelice, il folle amor tu insegni. Vanne al rogo coll'altro pazzo, non siete degni Dell'ordine civile ch'io vagheggio. Chi resta? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E passa nel cospetto del giudice la mesta Fila dei pensierosi che han scrutato il secreto Della vita mortale; passa il giovine Amleto, Passa Adelchi e Consalvo e Aroldo e don Giovanni. Vi passano le belle dolorose negli anni Giovanili rapite dall'amore alla vita: Dona Sol, e Giulietta e Clara e Margherita. Van lente e riluttanti, come giovenche al giogo, E la voce del giudice ripete: al rogo, al rogo. Passano i pazzi savi dall'ingegno bislacco, Passano Calandrino e Bruno e Buffalmacco. E Gargantua porgendo mano a Pantagruello. Jourdain rifa gl'inchini e i ghigni Sganarello. Ecco sir Gianni Fàlstaff, dai poderosi lombi, E la paffuta faccia del marchese Colombi. E seguita la voce nasal del pedagogo, La tedïosa nenia che grida: al rogo, al rogo.

I GIUDIZI DEL PUBBLICO[6].

PERSONAGGI.

GIORGIO DANDIN Il signor TRAVETTI OTELLO, moro UN PITTORE, amante corrisposto della Donna Romantica LA DONNA ROMANTICA VENERANDA FIAMMETTA MARGHERITA.

(_La scena segue in un caffè. Tutti i personaggi tornano dalla rappresentazione del dramma DIANA DI LYS di _Alessandro Dumas_ figlio_).

TRAVETTI.

L'ha inteso, signor Giorgio, il dramma di stassera?

GIORGIO.

Sì.

TRAVETTI.

Che ne dice?

GIORGIO.

Bello. Che la storia sia vera?

TRAVETTI.

Oibò, pretta invenzione, tutto quanto....

GIORGIO.

Peccato! Credevo un fatto storico. Io l'avrei raccontato In paese.

TRAVETTI.

Le pare che si ammazzi la gente Così in un batter d'occhio?

GIORGIO.

Sa, non ci ho posto mente. Credevo un fatto storico, le ripeto, e lei sa, La storia è sempre stata piena di atrocità Senza nome, ma è scritto e non ci si ragiona.

TRAVETTI.

Vede, io per giudicare se una commedia è buona O cattiva, mi metto ne' panni dell'attore E domando a me stesso: Che avrei fatto?

GIORGIO.

E già!

TRAVETTI.

Il cuore Mi dà il meglio giudizio, perchè, dice il giornale Che il teatro ci deve far l'uomo al naturale, Io sono un uomo, penso, m'investo, vaglio il sì Ed il no, poi conchiudo: Ecco, l'uom fa così.

GIORGIO.

È chiara.

TRAVETTI.

Ora vediamo, un uom che avrebbe fatto Nei panni di quel conte.

GIORGIO.

Mah!

TRAVETTI.

Intanto nel primo atto Sarebbe stato un bravo e solerte marito E non un bighellone, non uno scimunito Come quello. La caccia certo è uno sfogo onesto Benchè abbia i suoi pericoli anch'essa, ma per questo Un uom non lascia in casa la moglie abbandonata. Caccia nei suoi poderi a caccia riservata. Le pare?

GIORGIO.

Certo.

TRAVETTI.

Allora non sarebbe seguìto Nulla affatto ed il dramma era bello e finito Prima di cominciare. Ma veniamo al finale. La moglie ama il pittore.

GIORGIO.

Bel giovane.

TRAVETTI.

Fa male, S'intende; il conte arriva e li coglie in flagrante. Che avrebbe fatto lei?

GIORGIO.

Io?

TRAVETTI.

Supponga un istante Non è un uomo anche lei?

GIORGIO.

Mi meraviglio!

TRAVETTI.

Ebbene, Che fa un uomo in tal caso?

GIORGIO.

Le dirò: Queste scene Le conosco; mia moglie, ormai tutti lo sanno, Fa uno strappo al contratto trecento volte l'anno.

TRAVETTI.

Bravo, dunque lei parla per esperienza; approva La condotta del conte?

GIORGIO.

Oibò.

TRAVETTI.

Vede? La trova Naturale?

GIORGIO.

Ma che! Il conte, in tal frangente, Aspettava che il caso fosse chiaro e patente, Perchè in scena quei due non facevan del male Poi chiamava qualcuno: prova testimoniale! E una volta convinti la moglie ed il pittore Di aver fallito a tutte le leggi dell'onore. Di chi restava il torto? Del marito? Mai più. Egli dei tre era il solo fedele alla virtù.

TRAVETTI.

Ah no, scusi, lei va troppo blando.

GIORGIO.

Ma ho sempre Fatto così.

TRAVETTI.

Non basta. Ci sono delle tempre D'uomo che non sopportano una simile offesa. Perchè il talamo è luogo sacro, come la chiesa. Il reo che lo contamina dev'essere punito. L'onore è il sommo bene e l'onor d'un marito È in poter della moglie — Ma ci son tribunali, C'è la legge e davanti la legge siamo eguali Tutti: non v'ha contessa che tenga, lo statuto È lì che parla. Or bene un uomo pervenuto A quelle strette, vince il brutale furore E a costo di morirne doman di crepacuore....

OTELLO (_che si è a gran stento contenuto fin'ora, non ne potendo più, scatta, urlando_).

Li ammazza tutti e due, sull'attimo.

GIORGIO (_spaventato_).

Chi è quello Scomunicato?

TRAVETTI.

Piano. È il generale Otello.

OTELLO.

Non è la legge offesa, non è il patto giurato Che gridano vendetta. È il cuore insanguinato Che vuol disseminare la morte in sulla terra. Chi mi ha tolto il mio bene? Tutti e due. Nella guerra Dei neri affetti, l'uomo non pondera, non vaglia. Ma si gitta perduto per dentro nella battaglia. Un uomo il vostro conte? Un fantoccio! L'uom vero Uccide l'uno e l'altra e l'universo intero E quanti sospettarono l'oltraggio e (_guardando i due con aria di collera sprezzante_) i goffi musi Che ne fanno discorso.

GIORGIO.

Misericordia!

TRAVETTI.

Scusi, Generale, ad uccidere si fa presto, ma fanno Presto a metterlo in gabbia pure. Lo assolveranno, Ma e l'impiego?

OTELLO.

Quel conte non era un impiegato.

TRAVETTI.

Lo crede un disonore lei servire lo Stato?!

PITTORE.

Io poi quel che non posso mandar giù è quell'idea Di pigliarsela contro l'amante. Ero in platea E a quella vista il cuore mi si è rivoltato. Passi, ammazzar la moglie. È sua. Ma gli ho giurato Fede io mai? L'ho tradito? Ho detto la bugia? O se una donna mi ama e viene in casa mia A dirmelo, ci ho colpa forse?

LA DONNA ROMANTICA.

Lasci. La vita Non va come il teatro; nè v'ha più scimunita Catastrofe di quella. L'uom corregge il destino. La legge è un fatto umano e l'amore divino. Sa nel mondo reale che sarebbe seguìto? I due si combinavano per freddare il marito. E sulla tomba ultrice, sotto il cielo stellato, Sfidando gli elementi e gli uomini ed il fato.... (_piano al pittore_). Domani sera all'otto.

PITTORE.

Non mancherò.

VENERANDA (_giunge ansimando e va a sprofondarsi sul divano più largo e morbido della sala_).

Garzone, Una marena subito. Oh Dio che agitazione Mi ha dato quella loro commedia!

TRAVETTI.

Donde viene, Signora Veneranda?

VENERANDA.

Di teatro. Che scene! Ha inteso?

TRAVETTI.

Ma è finito da un'ora.

VENERANDA.

Già! Dovrei Scalmanarmi per correre!

TRAVETTI.

Non c'è Taddeo con lei?

VENERANDA.

È rimasto un momento di fuori. Il poveretto È ancora sbigottito. Camminando mi ha detto Che se il mondo reale fosse come lo fanno I commedianti, egli morirebbe entro l'anno. Quei comici han l'argento vivo dentro le vene. Di su, di giù, si sbracciano, si fingon delle pene Immaginarie, piangono, si danno un movimento Di scoiattolo in gabbia. A vederli è un tormento. E il colpo di pistola in fine, le par bello? Dovrebbero annunziarlo almeno sul cartello, Che si sappia. Ho creduto morirne di paura. Insomma quella gente in scena hanno figura Di scimmie ammaestrate che fan le capriole A suon di frusta. A un tratto quando il padrone vuole Quetarle, dà un gran colpo di tamburo e interrotte Le gambate, ogni scimmia rincasa e buona notte.

FIAMMETTA.

Io non curo degli uomini, ma se cerco in me stessa Non ravviso per donna quella vostra contessa. Non ha che la miseria di un solo unico amante, E lascia che lo sposo te lo colga in flagrante! Eh! Baie!

TRAVETTI.

Che ne dice, signora Margherita?

MARGHERITA.

Che dire? Ho riso e ho pianto. Riconobbi la vita.

IL FINALE DI UN DRAMMA.