Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene
Part 7
Una volta che stavo da un mese in val d'Aosta Per finirvi un mio dramma, giunto all'ultima scena Mi trovai colla mente così gaia e disposta Al comico, che nulla potea mettermi in vena Di tristezza. L'eroe, inghiottito il veleno, Non voleva saperne di morire o moriva Come fanno i brillanti da farsa, e nondimeno Bisognava ammazzarlo. Bellotti m'inseguiva Con lettere, e il cartello tenea le cantonate. Disperavo d'uscirne allorchè mi sovvenne Di un luogo triste ed arido chiuso fra desolate Pareti di macigno, deserto, da perenne Ombra oscurato, e solo di cinque ore discosto. Risolvetti d'andarci; era il tocco e fui tosto In cammino. In quel luogo sorge un vecchio castello Di tristissimo nome; io che vesto l'orpello Romantico, e che metto in scena il Medio Evo, Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevo Certo trovare il bandolo della tragica azione. La strada che vi mette segue un buio vallone, Traversa due villaggi, si biforca, a diritta Sale al castello, e a manca giunge per una fitta Abetaia al maggiore borgo della vallata Dov'è un ottimo albergo dovuto alla passata Di un gran valico alpino. Era il fine d'aprile; Sui castani brillava la gialliccia e sottile Verdura delle foglie nuove, correan sui prati Dei brividi cangianti, i noci eran gemmati Di cartocci rigonfi, lucentissimi e neri. I monti per le forre, pei seni, pei sentieri Eran tutti rigagnoli, le erbe del pendìo Sudavan luccicando e un vivo chiacchierìo D'acque empiva la valle d'indistinte parole. In alto le ghiacciaie crogiolavano al sole Molli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma. Immaginate voi se pensavo al mio dramma Più che alla quadratura del circolo, se avevo Mente al vecchio ciarpame del vecchio Medio Evo In tanta giovinezza di cose! Appena appena Mi tornasse un lontano ricordo della scena Lo discacciavo tosto, infastidito, armato Dei codardi sofismi dell'uom pigro e beato. Al secondo villaggio la via corre da canto Il basso muricciolo che cinge il camposanto. Un uom stava scavandovi la breve fosserella Capace appena appena d'un bimbo alla mammella. Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlare Da filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare, Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che male È morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale; Se n'andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Ma perchè tanta fretta? — Domani c'è mercato Al borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell'ore. — Buona sera, compare. — Buona sera, signore. Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente. Oh poveri parenti e povero innocente Bambino, eccolo aperto il letto che non muta, Io l'ho vista la terra ferace ed imbevuta Dei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami. Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi grami Resti. La cuna è ancora calda, il dolce malato Volge ancor gli occhi in giro..., ma domani è mercato: La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca. Bastaron quelle poche parole e quella poca Terra smossa per mettermi in più gravi pensieri. E poi su dalle cime spuntavano dei neri Nuvoli. Per la valle corse il vento gelato E fu un ciel di burrasca. La via traversa un prato Torboso, indi s'inerpica per un colle cosparso Di gran massi grigiastri dove, pigri, sull'arso Terreno crescon rovi e ginepri e s'affila Qualche gracile abete. — Sulla vetta, una fila Di catapecchie logore sonnecchia intirizzita, Le finestre sbarrate non dan segno di vita. Non v'han donne sugli usci, e non bimbi fra l'erba; Intorno la montagna leva, ostilmente acerba, Lisci scoscendimenti del colore del rame, E sui dirupi, e dentro le gole e sulle grame Piante passava il vento sibilando. La sera Cala presto fra i monti; quel giorno la bufera L'anticipava. Il vecchio castello era vicino, Ma non mi dava l'animo d'andarci; quel bambino Malato mi teneva la mente; ne vedevo Le labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievo Ossuto delle guancie scarne, e il fronte sudato. Pensavo le accoglienze festose al neonato E le prime poppate colla famiglia in giro Estatica al miracolo. Che tristezza il respiro Faticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasce L'uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasce In poche ore. Solo quella fossa mi dava Paura. — Se tornassi, se spianassi la cava Terra? — Me ne pigliavano dei desiderii acuti Che poi volgevo in ridere. Intanto eran caduti I rabbuffi del vento ed una calma greve Stagnava nella valle; poi cominciò la neve A barellare intorno lenta e fine. In Gennaio La neve è allegra, cova le semenze, dà il saio Alla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva, Mette i fiocchi maligni sopra la piaga viva D'onde le viti piangono ed il pesco s'ingomma, Copre le nuove gemme colla gelida gromma Che le brucia, assalisce gl'insetti a tradimento, Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormento Inatteso le gracili erbe piegan la testa. La strada ora correva per entro la foresta D'abeti. I rami scuri si schiarivano in cima Per le messe di un verde tenero; come prima Il fiocco le toccava, si spegneva squagliato Dall'umido calore, ma il ramo contristato Non durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciutti Vi facevan cuscino. M'eran passati tutti I grilli di poeta drammatico e perfino Il pensier della fossa aperta e del bambino. M'ero lasciato dietro il castello, e per vero Nell'umor nero c'ero, v'assicuro che c'ero. Non sentivo altra voce che di freddo e di fame. Come piacque al Signore, la puzza di letame Che annunzia i borghi alpini mi avvertì ch'ero giunto. L'albergo biancheggiava luminoso nel punto Più elevato del borgo, e fui tosto in cortile. Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottile Fil di fumo un odore d'incenso e il mormorio Di sommesse preghiere. Strano! Dove son io Capitato? Son questi gl'inni dei bevitori? Che mai cuoce al fornello che ne esalano odori Di Chiesa? Dov'è l'oste? E la serva? — Un vicino Grugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino! Immaginate un mostro alto tre palmi, chiuso Il collo dentro un sacco di lanaccia, ed un muso Anzi un grifo, anzi un grugno orribile, la bocca Vi s'allaccia alle orecchie, dissotto il labbro tocca Il mento imberbe, e sopra va rimondando un naso Piatto e largo. Quel poco di mento che è rimaso Visibile è sorretto da tre gozzi imperiosi E potenti, tre gozzi da gigante, tre cosi Autonomi e fioriti, con il cuoio rigato Di venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiato Ribolle e raspa. Il mostro mi guardava contento Dimenando la testa ed il busto con lento Moto uguale e gracchiando una grassa risata. Fissava scioccamente la porta spalancata Onde usciva l'incenso, poi giungeva le mani In grave atto compunto. Il viso e gli atti strani, L'ora, la solitudine, il tempo, la stanchezza Combinavano a mettermi in una svogliatezza Dolorosa. Infilai l'uscio e entrai nella stalla. Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce gialla Di una lucerna oravano; in mezzo allo strame Giacea morta una vecchia, magra come la fame. Uscii correndo, in corte il cretino seguiva A dondolarsi, presi per la scala; una viva Paura mi serrava la gola; oh finalmente! Ecco l'oste, un ometto panciuto e sorridente. E che liete accoglienze, che saluto festoso! — Benvenuto, signore, salga presto al riposo Alla vampa del fuoco, è freddo intorno, date Un bricco di vin caldo. Desina? Due patate Fritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. — S'inchinava e rideva con una parlantina Sciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signore Ha visto? — Nei suoi occhi guizzò come un bagliore Di dispetto, e la faccia si fe' scura e l'accento Lamentoso. — È mia madre; è morta in un momento, Senza male. Che angoscia, signore! Le daremo La stanza più lontana, là nell'angolo estremo Della casa; la povera mia madre! Aspetto il prete Che la venga a pigliare. — Portate vino, ho sete E spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaro E freddo. Quella morta gli rubava il danaro Dell'alloggio e del pranzo. Bevuto appena il vino, Così solo com'ero mi riposi in cammino Pel ritorno. La notte era scesa; le forme E i colori sparivano e la montagna enorme Mettea nel cielo nero una riga più nera. La neve di poc'anzi s'era fatta bufera. Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia. Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia. Nei ristagni del vento sentivo a quando a quando Come il cader d'un peso molle che rendea un blando Suono, ed era la neve ammontata sui pini Che piombava per terra. Dai cespugli vicini Uscivano fruscii sùbiti come scatto. Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto, Ed alternavo in mente le maledizïoni Del Re Lear là nel bosco e le dolci canzoni Della cuna. Passai senza avvertirlo a canto Il basso muricciuolo che cinge il camposanto, Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito. E l'indomani sera il dramma era finito.
FINE.
INDICE.
UNA PARTITA A SCACCHI (pag. 1 a 52). Note alla “Partita a scacchi 53
IL TRIONFO D'AMORE (pag. 57 a 144). Note al “Trionfo d'amore„ 145 Avvertenza sulla Recitazione e sul Vestiario della “Partita a scacchi„ e del “Trionfo d'amore„ 151
INTERMEZZI E SCENE _in versi martelliani_. Intermezzo per il monumento a Carlo Goldoni 161 Prologo 171 Prologo ad una rappresentazione della “Serva Amorosa„ fatta colle maschere di Pantalone, Arlecchino e Brighella 181 Il tribunale di Proudhon 191 Dalla conferenza “Della morale nell'arte„ I giudizi del pubblico 203 Dalla conferenza “Del vero in teatro„ Il finale di un dramma 217
OPERE DI GIUSEPPE GIACOSA
_Edizioni Treves_
_Una partita a scacchi._ — _Il Trionfo d'amore._ — _Intermezzi e Scene_ (in versi). 16.ª ediz. L. 3 — _La signora di Challant_, dramma in 4 atti. Terza edizione „ 4 — _Diritti dell'Anima._ — _Tristi Amori_, commedie. Quinta edizione „ 3 50 _Come le foglie_, commedia in 4 atti. 16.ª ediz. „ 4 — _Il Conte Rosso_, dramma in versi. 3.ª ediz. „ 3 — _Il Marito amante della Moglie._ — _Il Fratello d'Armi_ (in versi). 2.ª edizione „ 3 50 _Il più forte_, commedia in 3 atti. 3.º migliaio „ 4 —
NOTE:
[1] _Huon de Bordeaux, Chanson de Geste_, publiée par MM. F. GUESSARD et C. GRAND-MAISON (Paris 1860, in-12), vers 7386 et suiv. Fa parte della Collezione _Les anciens Poëtes de la France_, publiés sous la direction de M. F. GUESSARD.
[2] _Le Roman de Flamenca_, publié d'après le Manuscrit unique de Carcassonne, traduit et accompagné d'un Glossaire par PAUL METER (Paris 1865, in-8º gr., pag. 4, vers 85-95).
[3] _Le Roman de Flamenca_, vers 82-84.
[4] L'autore aveva pochi giorni prima rappresentato una commedia a tesi, irremissibilmente caduta.
[5] Questa scenetta fu intercalata da una conferenza intitolata: _Della morale nell'arte_. L'autore ingrossò e volse in ridere le teorie utilitarie in fatto d'arte, svolte dal Proudhon nel suo libro: _Du principe de l'art et de sa destination sociale_.
[6] Da una conferenza intitolata: _Del vero nel teatro_.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.