Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene

Part 5

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Più non prosegui, è vano; già lo conobbi: un anno Inter m'ebbe sommessa, invisibil tiranno. Nacque nel mio giardino e germogliò quel fiore. Ma non lo può comprendere che intelletto d'Amore.

(_Cala la tela._)

Torino, aprile 1875.

_NOTE_

AL TRIONFO D'AMORE

Atto I, Scena III, pag. 72.

“_Il dorato orifiamma che va primo al torneo_.

“Els escudiers seran egal “E de vestir e de joven, “De bos aips e d'esenhamen, “Armatz de fer e entreseinz. “Sellas et escutz de nou teinz “D'un semblan e d'una color “Portarem tuit, e l'auriflor„ Zo era sa captal senhera Qu'als torneis anava premiera[2],

*

Scena IV, pag. 80.

“_Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa_„ ecc.

Tutti i titoli di Diana d'Alteno furono ricavati dall'opera _L'Economia Politica del Medio-Evo_, di Luigi Cibrario.

*

Scena IV, pag. 82.

“_Ardito signore, sai dirmi qual sia_„ ecc.

Un cronista di un giornale commerciale di Milano, scrivendo del _Trionfo d'Amore_, diceva che il porre le sciarade in scena era stato finora privilegio dei signori Meilhac e Halévy, e che Giacosa aveva loro rubato il mestiere.

Non tutti quelli che scrivono su per i giornali la critica teatrale sono obbligati a conoscere la storia letteraria del nostro e degli altri paesi, nè a sapere che visse in Italia un Carlo Gozzi ed in Germania un Federico Schiller.

Per poco che il cronista suddetto lo avesse saputo, non avrebbe ignorato che Carlo Gozzi scrisse una fiaba intitolata _Turandot_; che Schiller ridusse questa fiaba per il teatro tedesco; che Andrea Maffei tradusse in italiano la riduzione dello Schiller; e che Antonio Gazzoletti ne trasse argomento per un melodramma musicato dal Bazzini.

Nella _Turandot_ del Gozzi una fiera principessa chinese propone tre enigmi al principe Calaf. I tre enigmi si avvolgono intorno alle parole _Sole — Anno — Leone d'Adria_. Di questi tre enigmi lo Schiller non ne conservò che uno: l'_Anno_, ed agli altri sostituì del proprio l'_Occhio_ e l'_Aratro_. Il Maffei, traducendo lo Schiller, mutò la tessitura ma non il soggetto dei tre indovinelli, due dei quali l'_Occhio_ e l'_Aratro_, sono gli stessi che, in veste diversa, Diana d'Alteno propone ad Ugo di Monsoprano. — All'enigma dell'_Anno_ l'autore del _Trionfo d'Amore_, per maggior chiarezza, sostituì quello del _Pensiero_.

Le sciarade, come li chiama il cronista, e delle quali lo stesso cronista vorrebbe attribuire il privilegio esclusivo ai signori Meilhac e Halévy, avevano dunque ricevuto il battesimo scenico e letterario sotto il patronato di nomi abbastanza illustri, quali sono quelli del Gozzi, dello Schiller, del Maffei e del Gazzoletti.

*

Scena IV, pag. 87.

“_Cento cavalli_ “_Partiranno domani, con ricchi doni e molto_ “_Giubilo di concenti_....„

Archambaud, signor di Bourbon, si dispose a far visita al conte di Nemours e dà gli ordini opportuni:

“Cent cavalier serem, ses plus, “Quatr'escudiers aura chascuns; “Nos tuit portarem un seinal„[3].

*

Atto II, Scena II, pag. 108.

.... “_Ma il tempo in suo saper concilia_ “_Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia_„.

Nello stampare questi versi, l'autore si attenne all'uso ortografico, parendogli permessa, purchè usata con somma parsimonia, la rima fonica, la quale esiste nella prosodia spagnuola, tanto affine alla nostra. A quelli poi che non volessero acconsentirgli una simile licenza, l'autore osserva come, derivando le parole _figlio_ e _figlia_ dal _filius_ e _filia_ latini, non ripugni all'indole della nostra che se ne mantenga la latina ortografia, tanto più che esistono nel vocabolario italiano le parole: _filiale, filialmente, filiazione_. — D'altra parte, il vocabolario del Fanfani registra la parola _Conciglio_, dicendola: _voce usata soltanto dai poeti per la rima_. Se si potè scrivere _Conciglio_ per _Concilio_, pare debba essere ugualmente lecito scrivere: _conciglia_ per _concilia_ o _filia_ per _figlia_.

*

Scena VI, pag. 131.

“_Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?_„ ecc.

Gli argomenti dei tre racconti proposti da Ugo di Monsoprano sono tolti dall'_Orlando Furioso_, tranne qualche leggierissima variante riguardo al primo. E qui sia permesso all'autore di scagionarsi dall'accusa di anacronismo mossagli da uno dei più dotti, coscienziosi ed eleganti critici italiani, il professore Giuseppe Cesare Molineri.

Il Molineri, in una appendice della _Gazzetta piemontese_ di Torino, osserva come Ugo di Monsoprano narri nel XIV secolo tre istorie che l'Ariosto raccontò nel XVI, vale a dire due secoli dopo.

A primo aspetto l'errore pare evidente. Ma quando si rifletta che l'Ariosto racconta fatti appartenenti alla tradizione cavalleresca, che cita ad ogni momento Turpino, che questi fatti istessi avevano dato argomento a cento altri poemi cavallereschi anteriori all'_Orlando Furioso_, si vedrà come l'accusa cada di per sè.

A questa stregua sarebbe un anacronismo tutto il soggetto del dramma, dove nel 1875 parlano e vivono personaggi del 1300; sarebbe un anacronismo il poema dell'Ariosto, che nel 1506 raccontava storie dell'800.

Il Molineri dice che si scopersero le fonti di molti dei racconti dell'Ariosto, e che i citati non appartengono a quel numero. Ma dal fatto che si sappia donde l'Ariosto abbia tratte molte delle proprie novelle non consegue che tutte quelle delle quali non si rinvennero vestigia anteriori siano state inventate da lui. E fossero anche? Non hanno esse i medesimi caratteri delle genuine? Stonano forse nel poema? I nomi, le passioni, le gesta di quei personaggi non sanno forse di Medio-Evo e di cavalleria, come quelli degli autentici?

E se l'autore le avesse inventate lui le tre storie che racconta Ugo, ci sarebbe anacronismo? L'autore non doveva già mettere in bocca dei suoi personaggi storie che realmente fossero state narrate all'epoca assegnata al dramma, ma solamente storie che potessero in quell'epoca essere raccontate. In una parola non era questione di fatto, ma di intonazione e di colorito.

*

Scena VI, pag. 133.

“_Fu già una volta_„ ecc.

La storia della Fidanzata del Kinast è raccontata dal Saintine nel suo libro _La Mythologie du Rhin_.

_AVVERTENZE_

sulla Recitazione e sul Vestiario della _Partita a Scacchi_ e del _Trionfo d'Amore_.

Così la PARTITA A SCACCHI come IL TRIONFO D'AMORE furono stampati per intero senza virgolare i brani da ommettersi nella recitazione. Ecco ora le varianti che le esigenze sceniche hanno suggerite.

PARTITA A SCACCHI.

Scena II, pag. 32. — Nella parlata di Fernando, dopo il verso:

_M'era fonte d'orgoglio la solitudin mia_,

gli attori passano subito a quello che dice:

_Son forte, la tua spada nessuna al mondo agguaglia_,

e così seguitano la parlata, sino all'ultimo verso della stampa, dopo il quale risalgono a questo:

_Ed or che, me volente, s'appiana il mio sentiero_, ecc., ecc.

per serbarsi, come chiusa della parlata, il verso:

_No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto._

*

Nella stessa Scena, pag. 33. Variante:

RENATO

Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova. Bada non mi sovvenga di metterti alla prova, Che, se falli!...

FERNANDO.

Signore, io non temo gli attacchi Tanto di mille spade

(_vede la scacchiera preparata sul tavolo, ed indicandola_)

Che di un giuoco di scacchi.

RENATO.

A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria.... ecc., ecc.

TRIONFO D'AMORE.

Atto II, Scena I, pag. 101. Ordinariamente si omette il dialogo fra Diana e Gastone. Variante:

(DIANA _raddolcita e con tristezza, a Gerberto_)

Perdonami, mio buon vecchio, hai ragione. Teco ogni dì più ingiusta mi faccio e più severa Con tutti. Come imbruna! La notte non ha sera E il giorno è triste.

GERBERTO.

Mando pei servi?

DIANA.

No, rimani. Attraverso le tenebre volano più lontani I pensieri. — Lasciatemi sola.

(_Viscardo e Martino si avviano. Giunti alla_ _porta in fondo, svegliano Gastone, il quale_ _esce con loro_).

*

Atto II, Scena VI, pag. 159. — Nella parlata di Diana, dal verso:

_Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita,_

si passa subito a quello:

_Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole_, ecc., ecc.

AVVERTENZE SUL VESTIARIO.

Un'ultima avvertenza che riguarda il vestiario. I teatri di musica, e più i teatri drammatici, hanno fatto tanto spreco di costumi medievali falsi, che non c'è oramai nulla di più facile che il vestire di quell'epoca, con un poco di eleganza e di novità. Abbiamo in Italia una miniera inesauribile di modelli, e l'attore in qualunque città, solo che voglia darsi la pena di visitare un'Accademia od una Pinacoteca, troverà figurini ai quali potrà attenersi dalla piuma del berretto fino alla punta degli stivaletti, sicuro di riuscire giustissimo e come disegno e come colore. Non temano, specialmente trattandosi del XIV e XV secolo, che la scrupolosa esattezza del vestire possa, al lume della ribalta, diventare o esagerata o grottesca. La signora Virginia Marini, nel _Trionfo d'Amore_, ebbe al secondo atto il coraggio di mettersi in capo un certo berretto a forma conica, alto, dalla cui punta cadeva un velo lunghissimo, che essa raccoglieva sul braccio. Questa certamente è una delle acconciature più arrischiate, e piacque, perchè a noi lontani, che abbiamo in testa una folla di foggie diverse di vestire, occorre, per affermare una data epoca, che essa ci si affacci co' suoi caratteri più evidenti.

Non c'è bisogno di tanto oro nè di tanto velluto. Il paggio della _Partita a Scacchi_ non deve essere ricco; deve essere elegante, e l'eleganza non appartiene alla stoffa, ma al disegno ed ai colori. Non si ricorra ai berrettini di _fantasia_, perchè le fantasie di questo secolo in fatto d'arte non valgono quelle di quattro secoli indietro. La prima cura di un attore dovrebbe essere questa; di riprodurre mediante tutti i soccorsi dell'arte, la espressione generale delle fisionomie dell'epoca che egli è chiamato a rappresentare. Quindi nel trecento e nel quattrocento, ad esempio, non baffi. Cerchino i quadri, le miniature, i tappeti, i disegni, le statue di quel tempo: non ci troveranno un solo paio di baffi. Non corazze lucide, nè altri interi pezzi di armature; non corazze di cuoio, non stivali col trombino, ecc.

In lavori, come la _Partita a Scacchi_ ed il _Trionfo d'Amore_, la parte _decorativa_ ha una importanza immensa. Presso un pubblico non disposto all'indulgenza, un vestito stuonato può nuocere all'effetto di una scena. E quanto è detto del vestire si intenda del mobiglio. Le nostre compagnie, anche le primarie, fanno delle produzioni drammatiche due campi distinti. Quelle alla moderna e quelle che non lo sono. Alle prime, nell'arredo della scena, tutto quanto occorre. Alle seconde, da Alcibiade fino a Napoleone, un paio di scanni dorati, coperti di una stoffa di cotone rossa o verde, un tavolo _rococò_, dorato esso pure, e seggioloni di nessun'epoca, ma colla sua brava doratura. Io ho assistito ad una rappresentazione del _Trionfo d'Amore_; ed al secondo atto c'erano in scena certe scranne, quali si trovano sovente in campagna nelle anticamere; stile Impero, colla spalliera dipinta a paesaggi.

Ci vorrebbe tanto poco a far bene!

INTERMEZZI E SCENE

INTERMEZZO.

_Recitato da GIUSEPPE PIETRIBONI, la sera del 23 marzo 1875 a Torino (teatro Gerbino) in occasione della rappresentazione datavi dalla Compagnia Pietriboni, in favore della sottoscrizione per un monumento a Carlo Goldoni._

Signori — Io vorrei chiedere al pubblico indulgente Di trattenermi alquanto seco direttamente. Forse l'occasione mi dà soverchio ardire, Ma dacchè tante volte voi mi state a sentire Allor che in me favellano or questi or quei poeti, Mi pare che nessuna convenienza mi vieti Di parlarvi una volta in mio nome e che sia Il dirvi grazie, un debito per me di cortesia. Per me che dall'omaggio al sommo Veneziano Quasi ricavo un bricciolo d'orgoglio paesano E figlio di quell'arte che fu per noi sua figlia Sento all'interna gioia che la festa è in famiglia.

Vi dirò di Goldoni, Signori. Tuttavia Non ne farò l'elogio nè la biografia; L'elogio, il vostro accorrere lo fa meglio di me E la biografia se l'è scritta da sè. Più modesto proposito ho nella mente accolto. Cercherò la sua vita dal dì che fu sepolto. Anzi, a scansar le piccole bugie cui s'abbandona Chi racconta di tempi che non vide in persona E a far che non si svegli qualche critico arguto, Comincierò dai giorni in cui l'ho conosciuto.

Ero un bambino, quando venni la prima volta A teatro e rammento che ci vidi raccolta Un'intiera bottega di rigattier. Codini. Nêi, guardinfanti e fibbie e parrucche e spadini E con essi il moderno abito a coda e seco La toga dei Quiriti ed il coturno Greco. Era una lunga scuola a quei tempi la scena E una scuola difficile. Daccanto alla serena Commedia dei maestri del riso, allor s'udìa Sonar del verso classico la solenne armonia. Solean Goldoni e Alfieri, di poi quasi sepolti, Darsi la mano e insieme destar su tutti i volti O l'allegria festosa che vien dritta dal cuore, O i pallor subitanei dell'ansia e del terrore. La Pamela dell'oggi, era doman Medea. Così, dai multiformi aspetti dell'idea Sgorgava per novello vigor ringiovanita, Un'arte viva, ricca, varia come la vita. S'era ingenui, convengo, e sentivate dire Che il teatro ad esempio dovesse divertire. Non erano risolti i problemi sociali, Non erano i teatri mutati in ospedali Di malattie dell'anima. Pare esagerazione, C'eran persino, in scena, delle oneste persone. Ma in cambio, superata la ribalta, correa In giro, per i palchi, per tutta la platea Qualche risata schietta, qualche lacrima vera, E il pubblico batteva le mani e buona sera. Allora di Florindo e Rosaura il festivo Amor blandiva gli animi.... e Goldoni era vivo.

Ma un giorno giù dall'Alpi precipitò su noi Una lunga falange di non più visti eroi. Eran pallidi e belli, avean le furie in seno, Parlavan sorridendo di pugnal, di veleno, Sorridendo morivano fra un bacio ed un singhiotto E la luna faceva loro da Galeotto.

Uditi i re discorrere come gli altri mortali, Il verso di Agamennone tace e ripiega l'ali; Affogato dall'impeto della nuova invasione Florindo si rannicchia tremando in un cantone, Rosaura agli spasmodici deliri s'impaura E domanda rifugio a qualche cella oscura, Il vecchio Ottavio parte, grattandosi l'orecchia, Lisetta abbrividisce.... e Goldoni sonnecchia. E parrucche e spadini e ricami e gorgiere, E tutta la bottega del vecchio rigattiere, In un guasto cassone pigiata alla rinfusa, Borbotta il miserere della gioconda musa.

Balda ai fresco venuti sorrideva la vita. Erano figli anch'essi della varia, infinita Arte che dagli affetti dell'uom ritragge e crea. Anch'essi eran rampolli dell'universa Idea. Ma nati di artifizio e lontani dal vero, Ratto com'era sorto, ne dileguò l'impero. E un nuovo mutamento di scena s'apparecchia, E nuovi eroi s'affacciano.... e Goldoni sonnecchia. Solamente, una sera, stanco del lungo sonno, Guidato da un nipote.... degno figlio del nonno, L'occhio di nuovo pieno di vita e la fronte alta, Fu veduto in persona tornare alla ribalta. La schiera dei suoi comici era con lui rinata, Rifece il capitombolo l'_Erede fortunata_, Ed ei, di una sconfitta fra l'ire e il tramestìo Tocco novellamente dal carbone di Dio, Ripromise le sedici commedie nuove e poi Lasciò libero il campo ai sopraggiunti eroi.

L'arte novella sale in cattedra e pretende Governare il cammino delle umane vicende. La commedia ha deposto il suo gaio berretto E sdegna il facil riso ed il semplice affetto; Fatta seria e matrona, le snelle membra affoga Dentro le magistrali ampiezze di una toga. Sermoneggia coll'aria di una nonna pentita.... Il diavolo era vecchio e s'è fatto eremita. Ha per ragion suprema la pubblica morale.... La tesi è molto bella.... e molto originale.

Qui ci sta una parentesi. Può darsi che taluno Vanti famosi intingoli.... e ne parli a digiuno. Può darsi che taluno lanci la pietra e a lui Il rimprovero tocchi ch'egli rivolge altrui. Egli è che un buon rimedio i mali umor disvia E chi di fresco n'esce odia la malattia. Voi, se qualcun vi secca, gli insegnate il latino E i cronisti gli danno il resto del carlino, Ma ai buoni insegnamenti chi ha cervello s'inchina; Can che scottò la cenere non tocca più farina[4].

La parentesi è chiusa. Il proscenio ribocca Di moralisti in coda e lì.... bazza a chi tocca. La donna è fatta il grande problema d'occasione. S'inventa una parola: Riabilitazione. Gli anatomisti accorrono a farne l'autopsia: Questi cerca il rimedio, quegli la malattia. Uno accusa la moglie di un Sì male assortito, Un altro più galante dà la colpa al marito, E come sempre avviene in mezzo al pandemonio, Arriva un terzo il quale condanna il matrimonio. Gli affetti casalinghi non son degni di nota, Passa sul palco scenico l'almanacco di Gotha. Si canta in cento mila toni che il mondo invecchia, E invecchiando peggiora.... e Goldoni sonnecchia. Ma il guaio è che, malgrado tante scoperte rare, Il pubblico ancor esso comincia a sonnecchiare.

Un giorno, un capocomico che se ne avvede, va Ruminando ove possa trovar la novità. E mentre seco stesso propone e dispropone, Capita senza addarsene in faccia ad un cassone. È un cassone a cui scappano cento anni da ogni lato, Logoro, mal connesso, sferrato, impolverato. Ci soffia su, e attraverso la polvere che il cela Uno scritto sbiadito debolmente trapela. Son due nomi — Florindo e Rosaura. Egli pensa: Chissà, poveri amanti, quanta muffa s'addensa Su voi! Come sarete ridotti al lumicino! Florindo avrà disfatto il nodo del codino, Rosaura avrà di funghi piena la collaretta. Apre il cassone.... e un grato profumo di violetta Si spande intorno e tosto Florindo arzillo e sano N'esce e porge a Rosaura sorridendo la mano. Rosaura gli sciorina l'inchino di prammatica. Ha l'alito che aulisce di fragola selvatica, Ha le guancie di rosa e la voce d'argento. Il nostro capocomico ci si rimette a stento; Ma alla fine, sedotto da una subita idea, Li porta sul proscenio.... e i palchi e la platea A: bravo, a battimani, ad accoglienze oneste E Goldoni si sveglia.... e con esso rideste Tornano le gaiezze onde i nonni fur lieti, Tornan dei sani amori i colloquii discreti, Tornan le maldicenze, bevendo il cioccolatto, E tornano gli applausi dieci volte per atto.

*

La mia storia è finita, Signori. Il tempo vola. Al _Cavalier di Spirito_ ritorno la parola.

PROLOGO.

_Recitato dalla signora ANNETTA CAMPI-PIATTI, la sera del 17 febbraio 1877, nel teatro Carignano di Torino, in occasione della prima recita della Compagnia Drammatica della Città di Torino, diretta da Cesare Rossi._

Signori amabilissimi! Se il nostro direttore Si tolse il privilegio della parte migliore Per dirvi quanto ognuno di noi, nel cor, vi dice, Lasciate che del massimo grado di prima attrice Io mi valga a mia volta per ridir quel che sento Nel pormi a questo nobile e terribil cimento. E poi, se il tentativo attecchirà per bene E se invece del solito rimutare di scene Su queste antiche tavole farem stabil dimora, È giusto ed opportuno il cominciar fin d'ora A conoscerci alquanto, poichè le buone intese Fanno l'attor voglioso e il pubblico cortese. La troppa timidezza non è di mia natura, Tuttavia, lo confesso, questa sera ho paura. Nè siete voi, signori, che paura mi fate. Anzi, da quelle seggiole così ben popolate, Da quei palchi ridenti per così vaghi fiori, Dalla platea, speranza e terror degli autori, Se non mi fa cadere in inganno la mia, Parmi qui salga un alito di vera simpatia, Che m'incuora, mi affascina e mi fa più gradita L'arte cui consacrammo, voi l'affetto, io la vita.

M'impaurisce il cumulo delle grandi memorie Che in questa sala tornano così vive. Le glorie Del passato son stimolo ed inciampo ai presenti. I nomi che ci fanno pensosi e riverenti. Vanto dell'arte e lume di sogni orgoglïosi, Qui nacquero, qui crebbero, qui diventâr famosi. Giovinetta ed inconscia dei futuri splendori, Qui dei suoi primi applausi palpitò la Ristori. Qui passò la Marchionni, qui rise e pianse Vestri, Qui, studïoso insieme degli antichi maestri E dell'aperta vita, Rossi, nel suo secreto, Maturava le collere del pensieroso Amleto. Che splendida corona di glorie han queste scene! Alberto Nota in tele scorrevoli e serene, Pellico nella mite effusione del cuore, Brofferio nella satira, Marenco nel dolore, Giacometti nel fascino di favole involute, Stampavano il pensiero di queste genti argute E oneste, e sopra tutti, irti il verso e i pensieri, Sfolgoreggiava il genio solitario d'Alfieri.

Buon per noi che ci corsero degli anni e fur parecchi, Che gli uomini maturi d'allora ora son vecchi, Che i giovani d'allora son uomini maturi: Se no quel troppo grido ci farebbe più oscuri Che non siamo, e la luce di quel sole crudele Offuscherebbe il raggio delle nostre candele.

Chi succede ad un grande ingegno, in faccia ai mille Dev'esser grande, a costo di parer imbecille. E quanto più l'altezza necessaria si vede, Tanto è il salir più arduo, tanto più lento è il piede. Io, per quanto mi tocca, vi domando licenza Di non essere un genio in spirito e presenza. Sarò docile, assidua, piena di buon volere, Tenterò che sull'arte non soverchi il mestiere, E se dai vostri applausi avrò lena e coraggio, Se non le penne al dorso ed alla fronte il raggio, Me ne verrà maggiore fiducia di me stessa E di future glorie la feconda promessa.