Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene
Part 4
Meglio che desto Tu gli ordini ne attenda, anzichè manifesto Farle il tuo puerile sogno.
GASTONE.
Alla mia padrona Son dispiaciuto?
DIANA.
Lasciami.
GASTONE.
Oh, non mi siete buona Come sempre!
DIANA.
Il mio libro dell'Ore.
GASTONE.
Eccolo.
DIANA.
Tanto La man ti trema e gli occhi hai lucenti di pianto? Fanciullo! E presto.... presto ti faremo scudiero; Vestirai l'arme, e allora, addio vecchio maniero, Addio, la tua signora. Andrai cercando intorno Gloria e fortuna, e il cielo ti secondi.... e al ritorno Mi troverai qui, curva dagli anni e dalle cure. Mi dirai le tue gesta, le tue belle venture; Oppur, se avrò raggiunto i miei padri, verrai Sopra l'inglorïosa mia lapide e dirai: Fu superba ai superbi, ma fu con noi pietosa. Piangi, fanciullo? Piangi tu.... che l'avventurosa Libertà di te stesso sull'ampia terra aspetta? Tu, cui non è conteso l'amor.... nè la vendetta? Quanta invidia ti porto!
GASTONE.
La mia bella signora Ignoto duolo affligge. Quando un pensier vi accora, A serenarvi l'animo ch'io vi legga è costume Le dolci Litanie della Vergine.
DIANA.
Il lume Del giorno è spento.
GERBERTO.
Mando pei servi?
DIANA.
No. Rimani. Attraverso le tenebre, volano più lontani I pensieri. Lasciatemi sola.
(_Viscardo, Martino e Gastone le si inchinano profondamente ed escono per la porta di mezzo. Gerberto li accompagna fino sulla soglia_).
SCENA II.
DIANA _e_ GERBERTO.
(_DIANA è rimasta assorta in pensieri, GERBERTO, il quale già stava per uscire cogli altri, si volta, la guarda, e le si avvicina lentamente_).
GERBERTO (_giuntole dappresso_).
Che hai?
DIANA (_si scuote per la paura, lo guarda, e gli dice con tristezza dolce_)
Sei tu?
GERBERTO.
Che hai?
DIANA.
La tua canizie e la mia gioventù Si accordano. Tu sei rimasto. Al mio comando Obbedirono subito gli altri, ed è giusto: quando Il dover non li astringe, a che indurar di questa Solitaria fanciulla la tristezza molesta? Sono altrui fastidiosa e a me stessa. La bella Vita!
GERBERTO.
Perchè ti affliggi così? Non sei tu quella Di prima? I tuoi vassalli non t'inchinano tutti, O ti niegan tributi? Non stanno i ben costrutti Castelli testimonio del tuo nome? Tu imperi. Che più brami?
DIANA.
Gerberto!
GERBERTO.
Te dei miti pensieri La blandizie non tocca; altri cerchi le care Dolcezze onde si allegra di bimbi il focolare, Di tal gioie l'austera tua maestà rifugge. Tu sei forte e selvaggia, come il vento che rugge Nella tua valle. Tutto hai quanto brami.
DIANA (_in tuono di amarezza sprezzante_).
E deggio Sopportar de' miei servi anche il vile dileggio?
GERBERTO (_si risente come per grave offesa, poi subito si ricompone_).
Son tuo servo, puoi dirlo. Te non nata, lo fui Di tuo padre, Valfrido il pio; prima di lui, Ebalo Magno, l'avo centenne, aveami, e seco Delle silvestri gole di Chiusella, già speco Di predatori, il tuo retaggio accrebbi. Ancora N'odo la voce quando, venuto all'ultim'ora, Al piangente figliuolo disse: Il dominio mio Pria dal mio saldo braccio, poi lo tengo da Dio, Poi da Gerberto. Sono tuo servo. Alla battaglia Di Castiglione m'ebbi traforata la maglia Per sei lanciate, e quattro non cercavano il petto Di me scudier, ma quello del Sire; onde, al cospetto Di tutta la milizia, dei Conti e dei Baroni, Valfrido, e n'ebbe fama di Pio, scese d'arcioni E m'abbracciò. Ma il tempo in suo saper concilia Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia.
DIANA.
Ma non lo sai che un anno oggi compie, e mi pesa Sull'anima e l'opprime l'invendicata offesa? Fui reietta! Una figlia d'Alteno! e tacqui.
GERBERTO.
Il saggio Che ne soffre è guardingo nel provocar l'oltraggio.
DIANA.
Anche tu mi rampogni?
GERBERTO.
Non richiesto, un intero Anno tacqui. Ma a Diana d'Alteno io debbo il vero, Qual sia.
DIANA.
Del mio diritto usai.
GERBERTO.
Dritto si noma Sminuir la parola?
DIANA.
Ero vinta e non doma.
GERBERTO.
Oh! la dura sconfitta che ti offerìa d'un prode L'amor!
DIANA.
Tanto mi amava.... che mi respinse.
GERBERTO.
E lode Per me n'ebbe.
DIANA.
Geloso più dell'altrui ti mostri Che della mia ragione.
GERBERTO.
Vuoi ch'io raccolga i nostri Vessilli e l'armi, e dove sia lo giunga? Ti giuro Che ancor mi basta l'animo di farlo, e che sicuro Ho il braccio. — Ma le genti diran: Dai lor castelli Uscivan gli avi in guerra o per domar ribelli O francar terre o ligi all'impero o i ladroni A stanar dal lor covo; uscian, forti dei buoni Usberghi, delle buone spade.... e del buon diritto; N'escono i figli per punir, quasi un delitto, L'amor di chi sè stesso pose in cimento e vinse, Nè la vinta donzella a invise nozze astrinse.
DIANA.
Avvilisci, avvilisci tu pur questa reietta!
GERBERTO.
E se anch'ei maturasse pensieri di vendetta, Non potrebbe, e più giusto sarìa, della tua stella Spegner la luce e tutte spianar le tue castella?
DIANA.
E ben venga. Men dura mi sarebbe l'aperta Guerra che il noncurante disprezzo. Oh che! Non merta Dunque la man di Diana l'onor dell'armi? Oscura Non mi starei, nè imbelle, e salirei le mura Come un arciero, il braccio saldo, sicuro il viso: E forse...
GERBERTO.
Ma del colpo onde cadrebbe ucciso Tu morresti.
DIANA.
Io!?
GERBERTO.
Cerca nel tuo cor, nelle notti Insonni, nei tuoi lunghi silenzi, nei rimbrotti Immeritati a noi volti; cerca nel lento Corso di tue giornate, nell'interno scontento Di te, nella tua sete di vendetta indefessa: Troverai tal pensiero che, arrossendo, in te stessa Riconosci; che orgoglio non è, che non è offesa Dignità di signora, che ti affligge, ti pesa. Ti tortura, e pur tanta parte di ciel ti addita. Non sei crudele, hai l'anima bella, e aneli alla vita E all'amor. Quando al vento svettano i pini, e annera La stanza, e le tristezze piombano colla sera, Allora a bieche immagini la tua mente non vola, Allor ti senti trista, allor ti senti sola, Allor senti che mancano al tuo tetto le bionde Teste dei figli e l'ansie della culla profonde. Taci? Piangi? Ti ho letto nel cor? Non ho te stessa A te svelato? Diana non mente. Or via, confessa....
DIANA.
No, non è ver, non l'amo.
(_S'ode uno squillo di corno lontano_)
Che sia?
(_un altro squillo più vicino_)
Mi ha impaurita Quel suon.
GERBERTO.
Qualche mendico che la strada ha smarrita.
DIANA.
Scendi ad udirne.
(_Gerberto s'avvia_).
DIANA (_inquieta_).
No. — Manda qualcun.
GERBERTO (_chiamando dal fondo_).
Martino.
DIANA.
Mi hai parlato severo.
SCENA III.
GASTONE, VISCARDO, MARTINO _e detti_.
DIANA.
Ebbene?
VISCARDO.
Un pellegrino Che chiede ospizio la notte.
DIANA (_rassicurata_).
Ah!
VISCARDO.
Già provvidi io stesso Perchè degno ristoro a lui venga concesso Di letto e mensa.
DIANA.
Dove?
VISCARDO.
Coi servi.
DIANA.
I servi? A tale Sei tu dunque discesa, o mia casa ospitale, Che al pellegrino, al messo che il Signore t'invia, All'ospite che invoca la vecchia cortesia, Offri de' tuoi valletti la servile dimora, E tanto più l'oltraggi quanto meglio ti onora?
VISCARDO.
Ma....
DIANA.
Taci. Ti concedo di fare umile ammenda Del tuo fallo. Conducilo a noi, teco discenda Gastone ed in mio nome lo inchini. Egli è mio pari Dacchè varcò la soglia del mio castello, e impari Ognun che sacro è l'ospite come un re.
(_a Martino_)
Tu provvedi Perchè rechin le faci, e poi qui tutti in piedi Daccanto a me.
(_Viscardo, Gastone e Martino escono_).
GERBERTO.
Sei bella e generosa.
DIANA.
Almeno, Dacchè spento per sempre è l'onor degli Alteno, L'usata cortesia ne risplenda.
GERBERTO.
L'onore È spento?!
DIANA.
Non cercarmi, Gerberto, oltre nel cuore.
SCENA IV.
_Entrano quattro valletti recanti ciascheduno una torcia accesa, poi VISCARDO, GASTONE, MARTINO, ed ultimo UGO, vestito da pellegrino, con sotto il cappello un cappuccio che gli nasconde parte del viso. Egli rimane ritto in fondo, sulla soglia, colle genti di Diana._
DIANA (_appoggiata a Gerberto — ad Ugo_).
O qual tu sia, di nobile lignaggio o di plebeo, Tu che vesti il pietoso mantello del romeo, Donde tu venga, il monte a noi ti mandi o il piano, Dove il passo tu muova, o al vicino o al lontano Romitaggio, comunque si nomi il tuo signore, Checchè tu volga in mente o racchiuda nel core, Entra e riposa. È questa la tua casa e il saluto Festoso essa ti porge — Fratello, il benvenuto. —
UGO.
Nobil donzella, e voi che le fate corona: Per tutte le dolcezze che la terra ci dona, Per tutte le speranze onde il morir s'allieta, Per tutte le promesse di più vasto pianeta, Io vi dico che l'angiol del Signor stende l'ale Della vostra magione sulla soglia ospitale; Che sovente il mendico non reietto tributa Tai doni onde il bagliore di ricche gemme ammuta; E così possa, meco al vostro desco assiso Se il fronte vi s'imbruni, serenarlo il sorriso.
(_discende la scena_).
DIANA.
Il mio nome ti è noto?
UGO.
Tutta lo benedice La valle, per te fatta più ricca e più felice.
DIANA.
È lungo il tuo cammino?
UGO.
Non so.
DIANA.
Pietà t'incuora Di nostra alta Signora?
UGO.
Sì, della mia Signora.
DIANA.
Dura stagion scegliesti per tentare il viaggio.
UGO.
Maggior premio ne attendo al mio pellegrinaggio.
DIANA.
Le strade saran tutte deserte e sconsolate.
UGO.
L'inverno è in ogni dove. — Eppure, a due giornate Dal tuo castello, vidi un superbo corteo Ricco di vaio e piume, qual per nozze o torneo.
DIANA.
Un corteo?
UGO.
Lo guidava, in armi, un cavaliero Recante: Drago unghiato sul petto, e sul cimiero Pennacchio azzurro.
DIANA (_sorpresa_)
Oh!
UGO.
Azzurri i valletti e, nel segno, Cinto in fiamme, il cortese motto: Servendo regno.
DIANA (_esitando_)
E il suo nome conosci?
UGO.
Nol rammento.... ed ho appresa Fin la cagion del viaggio. Dei conti di Valesa Alla maggior figliuola egli porge la mano.
(_quasi cercando nella memoria_).
Ugo di Mon....
DIANA (_prontissima_).
.... soprano.
UGO.
Ugo di Monsoprano. E udii che raro incontri nodo più avventuroso, Nè la sposa più bella, nè più amante lo sposo.
DIANA.
Meglio assai che al devoto abito non consuona, Sei dotto.
UGO.
Udii.... passando.
DIANA (_per interrogarlo_).
E....
(_si ravvede_)
No.
UGO.
Che vuoi?
DIANA.
Perdona Se, a tue novelle intenta, quasi pongo in oblio Che tu sei l'ospitato, che l'ospite son io.
(_a Gerberto_)
Gerberto, a lui la stanza darai dei fiordiligi.
(_ad Ugo_)
Vi dormì quando fece passaggio il re Luigi, Onde il giglio a nostre armi sposato.
UGO.
Al pellegrino Tant'agio non s'addice. Se il concedi, vicino Al fuoco io mi raccolgo a meditar.
DIANA.
La casa È tua. Io, poichè l'ombra della notte l'ha invasa, Mi ritraggo. A tuoi cenni sono i famigli — Addio.
(_Ai servi_)
Lasciatelo a sè stesso.
(_I valletti assicurano due torcie a due anelli infitti nelle pareti laterali, poi escono con Martino e Viscardo_).
DIANA (_s'avvia; giunta a mezza scena si arresta e torna verso Ugo, vorrebbe interrogarlo — e poi con uno sforzo violento_).
No. — Gastone.
(_Gastone la precede con una torcia ed escono per la più alta delle due porte che s'aprono daccanto al camino_).
SCENA V.
GERBERTO _ed_ UGO.
UGO (_appena si vede solo con Gerberto_).
Son io.
GERBERTO.
Tu! chi?
UGO.
Guardami.
GERBERTO.
Il conte di Monsoprano. Voi!
UGO.
Taci.
GERBERTO.
Voi qui, signore?
UGO.
Ascoltami. Tu puoi Giovarmi.
GERBERTO.
Quelle nozze?
UGO.
Bugia con studio ordita.
GERBERTO.
Tornaste...?
UGO.
Per vederla, mi costasse la vita.
GERBERTO.
Ma....
UGO.
So quanto vuoi dirmi: ch'essa m'odia, ch'io sono Temerario, che invano spero nel suo perdono, Che l'offesi, che ha muto il cor tranne al pensiero Della vendetta, e che ora sono in sua mano.... È vero? È vero.... e minacciarmi e consigliarmi, e appena Ritorno e la rivedo più bella e più serena Di prima, dirmi: parti, rinunzia alla sua vista, Ripiglia la tua strada, lunga, deserta, trista, Rifatti pellegrino. Questo vuoi dirmi? — Senti: Per tutte le minaccie e per tutti i tormenti, Per tutte le congiure della terra e del cielo, Non mi parto se prima non le parlo e mi svelo.
GERBERTO (_il quale fin qui contenne a stento la propria gioia_).
Iddio vi manda.
UGO.
Che! Gerberto, hai detto...?
GERBERTO.
Iddio Vi manda.
UGO.
Non mi scacci?
GERBERTO.
Io discacciarvi! Il mio Sogno per voi s'avvera; ben tornaste, l'atteso Voi siete.
UGO.
Come? parla.
GERBERTO.
Udite: io vi paleso Quanto di certa scienza non so, quanto essa stessa O ignora o nel secreto solo del cor confessa; Straniero o nemico più non le siete; a voi Pensa; di voi ragiona, voi rivede nei suoi Tormentosi colloquii seco stessa, le meste Ore sue son vostre; finor combatte e veste Di crudeli propositi l'assidua cura. — Appena Vi riconosca, salda sentirà la catena. Ma guai se impreveduto non le giunge il periglio.
UGO.
Sono in tue mani.
GERBERTO.
Ditemi tutto il vostro consiglio.
UGO.
Attenderla.
GERBERTO.
Stassera?
UGO.
Essa verrà.
GERBERTO.
Qui?
UGO.
Al mio Racconto l'ho veduta impallidir: desìo La prenderà di udirne più a lungo; curïosa Del mio stato mi apparve ed era, e peritosa Per voi soli si è fatta. Essa verrà; lo sento; E ne ho il cor traboccante di gioia.
GERBERTO.
In voi l'accento Dell'amore favella, e raro inganna.
UGO.
Speri Tu pur? dimmi.
GERBERTO.
Dell'anima son profondi i misteri. Se mai venisse.... insieme qui non ci vegga. Intanto Io la Corte ne aduno.... e....
(_porge l'orecchio come se gli paresse di sentire rumore, — poi_)
No, m'inganno. Oh quanto Il cor mi batte!
UGO (_che s'era appressato alla porta bianca, ridiscende in fretta_).
È qui. Va.
(_Gerberto esce frettoloso dal mezzo. Ugo si rimette il cappuccio e siede coi gomiti sul tavolo e la testa nelle mani_).
SCENA VI.
DIANA _ed_ UGO.
DIANA (_entra dalla porta per la quale era uscita e rimane un momento esitante_).
Solo?
UGO (_si riscuote e si leva da sedere_).
Il tuo scudiero Uscì pur ora. Vuoi ch'io lo chiami?
DIANA.
No. Un fiero Turbine si scatena per la valle e non ponno Le ciglia affaticate riposarsi nel sonno.
UGO.
Io l'ho da lungo tempo disappreso.
DIANA.
Tu pure?
(_pausa_)
Sei giovane, per l'abito che indossi.
UGO.
Le sventure Raddoppian gli anni.
DIANA.
Tante ne provasti?
UGO.
Una sola: La maggiore di tutte.
DIANA.
Quale?
UGO.
Non è parola Che le convenga.
DIANA.
Vuoi raccontarmela, il lento Giro a ingannar dell'ore?
UGO.
Hai tu pel mio tormento Un balsamo?
DIANA.
L'ignoro. Strana inchiesta mi fai.
UGO.
Lasciami il mio secreto allora, se non hai Potenza di sanarmi.
DIANA.
Amaro parli.
UGO.
Quale Mi si conviene, parlo.
DIANA.
Sentila, come sale Per gli archi e come acuta sibila la bufera. È la voce del monte; io ne ascolto ogni sera I gemiti sinistri e le nenie interrotte. Senti?... riddano tutti gli spirti della notte.
UGO.
Mai non scendesti al piano?
DIANA.
Come l'abete, ho stese Radici al suolo.
UGO.
Oh triste!
DIANA.
Tu che tanto paese Vedesti e genti varie, tu dèi saper di belle Fole. — La notte è lunga ed il sonno ribelle. Narrami.
(_siede nella gran sedia, ma voltandola in modo da mostrare la fronte al pubblico_).
UGO.
Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino? Ad Isabella insidia invano un Biscaglino: Zerbin, che la perdette, pur la raggiunge e muore.
DIANA.
No, quella non la voglio: è una storia d'amore.
UGO.
O vuoi d'Arïodante la pietosa novella? Per dubbio che lo assale di sua Ginevra bella, Si gitta in mar; ma, salvo, riconosce l'errore.
DIANA.
No, quella non la voglio: è una storia d'amore.
UGO.
Dirò di Brandimarte e di sua Fiordiligi. Perduto, essa lo cerca invan fuor di Parigi; Morto alfin lo ritrova e l'uccide il dolore.
DIANA.
No, quella non la voglio; è una storia d'amore.
UGO.
Tanto ne temi?
DIANA.
Abborro le molli cantilene.
UGO.
Più benigno consiglio al tuo sesso conviene.
DIANA.
Nacqui di forti.
UGO.
Ai forti è la pietà retaggio.
DIANA.
Chi sei tu che mi parli così ardito linguaggio?
UGO.
Tal che il posso.
DIANA.
Mi sdegnano le tue parole impronte.
UGO.
E tu chi sei che al cielo levi il gelido fronte Ed all'amor non credi?
DIANA.
L'uomo è oblioso.
UGO.
E sia: La suprema dolcezza dell'amor non s'oblìa.
DIANA.
Tu mi cerchi nell'animo il mio secreto.
UGO.
Ascolta. È una storia terribile.
DIANA.
Narra.
UGO.
Fu già una volta Sulle rive del Reno vaga e nobil donzella, Ma d'animo feroce tanto quanto era bella. Una torre in rovina al suo maniero allato Sorgea, sopra un macigno selvaggio e dirupato Così che a grave stento l'uom ne attingea la vetta. Questa — il Kinast — nomavasi, e la bella era detta Da ognun — la Fidanzata del Kinast. Chi la mano Ne agognasse, contenderla in arcioni allo strano Rivale e guadagnarne la cima avea mestieri.
(_Diana che stava raccolta ad ascoltare leva la lesta meravigliata e sospettosa_).
UGO.
Che hai?
DIANA.
Nulla. Prosegui.
UGO.
Un dì, due cavalieri Si offersero alla prova, giovani e belli. Il primo, Di poco tratto asceso, cadde e morì nell'imo. Vide il sommo il secondo e lo giungea d'un passo; Quando sotto l'unghiata zampa si smuove un sasso E il cavallo barcolla sul mal fermo terreno. Bel cavalier si aggrappa alla briglia, e col freno E collo spron lo regge; ma il cavallo atterrito Sbuffa, freme, vacilla. Un attimo.... un ruggito D'angoscia.... e nel profondo fossato del maniero Piombano sfracellati, cavallo e cavaliero.
DIANA.
Triste novella!
UGO.
Ascolta. Passan più lune, e vana Ogni attesa riesce alla bella inumana. Ma un dì novo campione si offerisce. La cima È annebbiata; e frattanto che ritorni la prima Luce, il manier lo accoglie. Vago e forte in aspetto, Di ricche armi vestito e di linguaggio eletto, Peritoso alla bella egli si mostra, ond'ella, Agli sguardi sedotta e alla mite favella. La terribile prova perdonargli vorrìa. Bel cavalier ricusa perdono e cortesia, E appena in ciel più terso il novo sol risplende, Va, supera la vetta, e vincitor discende. — Tua la mia mano, grida la bella, e la mia fede. Ed egli: la tua mano? e chi te ne richiede, Crudel? Nè la tua mano nè l'amor tuo m'alletta. De' miei morti fratelli qui venni a far vendetta: Tu m'ami, e per me il fiore di tua vita è reciso. Tal favellò e sdegnoso partissi.
DIANA (_con un grido_).
Ah! ti ravviso: Ugo di Monsoprano tu sei. — Svelati.
UGO (_getta il mantello ed appare vestito di un ricco costume di cavaliero_).
È vero: Son io.
DIANA.
Tu? Sei tornato? Nè ti prese pensiero Del mio sdegno?
UGO.
Puniscimi, tanto il viver mi pesa.
DIANA.
Sei tu! Tu che ritorni a ribadir l'offesa! Il ciel m'è testimonio, va, che t'avrei cercato Più lontano. Lo stolto! È tornato. È tornato! Dove sono le spade dei tuoi cento scudieri? Quante milizie hai teco? Se mai ti fu mestieri Spessa cerchia di lance, oggi egli è: nè la bella Corona de' tuoi padri, nè le ricche castella, Nè le tue sconfinate terre qui sono. È mia La casa e in salde mura si cinge e in mia balìa Tu sei.... No, no, mentisco invano, invano il fiero Animo si ribella. Non è ver, non è vero Son codarda: va.... t'amo.
UGO (_le si appressa rapidissimo_).
Ah!
DIANA.
Lasciami. — Avvilita Assai mi vedi, e ignota m'era la mia ferita. Or del mio vituperio trionfa e alla tua sposa Reca, trofeo di nozze, quest'anima angosciosa, E la deridi.
UGO.
Fola son le mie nozze.
DIANA.
Ah!
UGO.
Amore Mi radduce.
DIANA.
Tu m'ami?
UGO.
Quando le tue dimore Mi apparver di lontano, oh tu non sai l'ambascia Che mi assalì!
DIANA.
Tu m'ami! tu m'ami!
UGO.
Lascia, lascia Ch'io ti baci la mano, la bianca man; che intera Ti racconti la storia del mio dolor, la nera Mia vita. Tutte l'arti onde il cor si disvia, Tutti gli ammalianti inganni onde s'oblìa. Li ho tentati, ma invano; non fu al mondo un aroma Al mio mal. — Genuflesso al pontefice in Roma, Supplicai mi sanasse l'alta virtù dei cieli: Invano. — Invano in armi affrontai gl'infedeli: Non ebbero potenza d'uccidermi, i codardi! N'ebbi vanto e non pace. Tentai.... perchè mi guardi Così? Gli occhi hai lucenti di pianto. Or la tua mano È mia, sei la mia donna, ti porterò lontano Lontano, sotto un cielo più azzurro, alla fiorita Terra d'Italia, Diana! Com'è bella la vita!
DIANA.
È vero? non m'inganni, m'ami, non hai mentito? Sei tu veracemente che parli? Assai punito Fu l'orgoglio. Saresti ingeneroso. È vero, Signor? per me tornasti, sei il mio cavaliero; È finito l'esiglio, la tristezza è finita; Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita. Anche per me, sai, furono tristi l'ore; il secreto Del mio cor mi stringeva d'angoscia e a me divieto Era d'amarti. È tanto vasta la casa! Ho tanto Atteso. Ignoto mi era, e lo conobbi, il pianto. Senti, è il vento. Or che monta? sei meco e la bufera Non ha terrori. È lungo, sai, l'anno in questa nera Valle; ti dirò un giorno i miei pensier; perdona, Credetti odiarti! Quanto è facile esser buona! Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole Eran lame di fiamma, eran vampe di sole, E mi entraron nell'anima roventi. Vilipesa, Al cospetto di tutti....
(_Ugo s'avvia verso il fondo_).
DIANA.
Che fai?
UGO.
Pari all'offesa Sia l'ammenda.
(_chiama dalla porta del fondo_).
Gerberto.
DIANA.
E vuoi?
UGO.
La mia signora Voglio onorar, siccome figlia di Re si onora.
SCENA ULTIMA.
GERBERTO _e detti, poi tutta la Corte_.
UGO (_appena Gerberto entra, gli va incontro festosamente_).
Gerberto.
DIANA (_a Gerberto, indicando Ugo_).
Ha vinto.
GERBERTO.
Ha vinto? Ben tel predissi; immite Non sei.
UGO.
Qui la sua Corte.
GERBERTO.
Ringiovanisco.
(_Ad un cenno di Gerberto entra tutta la Corte di Diana come nel primo Atto, più i valletti colle torcie; e tutti si dispongono in fondo_).
UGO.
Udite, Voi, quanti siete. Io, conte, duca e signor di assai Terre e castella, un anno compie, ed acerba osai Volger parola a Diana d'Alteno, grazïosa Vostra signora; impresa scortese e ingenerosa Così che un anno intero me ne rimorse. Or, prono Il fronte, a lei ne venni ad implorar perdono E l'ottenni. — Voi tutti, che il foste all'ardimento, Testimoni all'ammenda siatene.
(_Si inginocchia davanti a Diana_).
DIANA (_porgendogli una mano, perchè sorga e volgendosi alla Corte_).
Io vi presento Il mio sposo e signore.
GERBERTO.
O mia nobil padrona, Or posso, dacchè cingi la nuziale corona, Col sorriso negli occhi e colla gioia in core, Raggiunger nella fossa l'antico mio signore.
DIANA (_ad Ugo_).
Or, mio bel cavaliero, voglio mi sia concessa Cortese occasïon di riscattar me stessa.
UGO.
Qual riscatto?
DIANA.
L'enigma che mi ponesti. — Gloria Comune omai, s'io vinco, sarà la mia vittoria.
UGO.
Sai tu dirmi qual sia, di tutti i fiori, Il fior più ricco di veleno e miel? Egli è, se chiuso ai mattutini albori, Vivo alla sete quando abbruna il ciel.
DIANA.