Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene

Part 3

Chapter 33,585 wordsPublic domain

Vengano gli anni. Sola nel mio vecchio maniero Io li aspetto e non temo. Mi sdegna il lusinghiero Linguaggio delle Corti d'amore; in me si muove Un'anima selvaggia, ed anelo alle prove Che la fiacca natura femminile mi vieta.

Talor sogno e vagheggio, con voluttà secreta, I larghi cieli e l'armi degne ed i campi aperti, Le fatiche, le imprese gloriose, ed i serti Della vittoria.... e quando l'occhio stanco si posa Sui segni d'una vita imbelle e ingenerosa, Arrosso di vergogna. De'miei padri l'impresa Reca un mare in tempesta, e sulla fascia accesa Il motto dice: Torbido mi sublimo. Io son figlia Di una schiatta montana e so di mia famiglia.

GERBERTO.

E vuoi che in te si estingua così la lunga schiera Dei forti, onde sei nata?

DIANA.

Sorda alla tua preghiera Non fui, Gerberto; invise mi son le nozze: ebbene Le accetto; ma se è legge legarmi alle catene Di un tiranno, mi vinca e mi avrà.

GERBERTO.

Non fu degno Di corona il valore del conte Ugo?

DIANA.

L'ingegno Mostri pari alla forza.

GERBERTO.

Tre volte io l'ho veduto Bello in volto e in arnese, inchinarti il saluto Dell'armi, e nello sguardo in te fiso era tanto Desiderio d'amore che ne sciolsero in pianto Le tue donzelle. Vinse tre volte; il primo immane Cimento ha superato.

DIANA.

Ma il secondo rimane Di men facil vittoria. Mi affido alla tenzone Degli enigmi.

GERBERTO.

E se perde?

DIANA.

Chiaro è il bando: prigione; Mio prigione, e nessuna via di salvezza. Ah! sete Di mia gemma vi prende? Eccola. A voi. Vincete. Non più.

(_Gastone entra e s'inchina_).

DIANA (_a Gastone_).

Che cerchi?

GASTONE.

Implora il cavalier la vista Della mia graziosa signora.

DIANA.

Entri.

(_Gastone s'inchina ed esce_).

DIANA (_a Gerberto_).

Ti attrista La mia fermezza? Ho in odio i superbi, e mi sfida Colui.

GERBERTO.

T'ama.

DIANA.

Io non l'amo. Il suo saper decida Di entrambi.

SCENA II.

GASTONE, UGO _e detti_.

GASTONE _solleva la tenda inchinandosi ad_ UGO, _e rimane sull'uscio in attesa di comandi._

DIANA (_ad Ugo_).

Il mio messaggio ti giunse?

UGO.

E te ne reco Le mie grazie.

DIANA.

La legge che ogni colloquio meco Ti contende, conosci?

UGO.

La conosco, ma tale Cortesia mi tributa la tua casa ospitale Che l'animo commosso ne trabocca.

DIANA.

Il maniero È cortese al mendico non men che al cavaliero, Per legge di famiglia.

UGO.

Il tuo messo mi diede Di protrarre la prova degli enigmi.

DIANA.

E la fede Te ne confermo.

UGO.

È tuo desiderio che sia Rimessa ad altro giorno?

DIANA.

No, perchè?

UGO.

Della mia Stanchezza tanta cura ti prese! Il premio è tanto Che il mettere la vita per ottenerlo è un vanto. Ogni indugio mi pesa più assai della fatica.

DIANA.

Ricusi?

UGO.

Non ricuso. Prego.

DIANA.

E tal sia.

(_a Gastone_)

S'indica La tenzone e si aduni la mia Corte.

(_Gastone s'inchina ed esce_).

DIANA (_fra sè, guardando Ugo_).

Il superbo!

(_a Gerberto_)

E tu aspettami.

(_esce_).

SCENA III.

UGO _e_ GERBERTO.

UGO.

Vecchio, per vincer quell'acerbo Animo, per piegarlo all'amore, io darei Il mio nome, le mie balde speranze, i miei Venti anni, i miei castelli dalle torri merlate, I miei speroni d'oro e le armi immacolate, Il mio ricco forziere, le mie caccie, i miei balli, Le mie brune foreste, i miei cento vassalli, Il mio pennacchio azzurro più mobil di un paleo, Il dorato orifiamma che va primo al torneo; Darei per un suo sguardo la salvezza infinita, E per un suo sorriso, vecchio, darei la vita.

GERBERTO.

Tanto l'amate?

UGO.

Erravo in lontani paesi, In traccia di venture e d'amor, quando intesi, La prima volta, grido di una bella sdegnosa Che a quegli solo avrebbe data la man di sposa Il qual, contesa in armi la palma del valore E fatto vittorioso tre volte il suo colore, Tre enigmi da lei posti scioglierebbe. La nuova Proposta mi sorrise, e a tentarne la prova Cercai la tua signora. La fama la dicea Più nobile di un principe, più bella di una Dea. Ma nè del gentil sangue nè dell'alta bellezza Ebbi pensiero alcuno; sol mi prese vaghezza Di rintuzzar l'orgoglio della superba e farmi Chiaro nelle tenzoni dell'ingegno e dell'armi. Qui venni e nel cospetto di lei fui tratto. Oh quanto La veritiera immagine era maggior del vanto! Avevo corsa Europa; al suon del mio liuto Sovente era mercede di una bella il saluto; Mi eran noti i sorrisi della vecchia Castiglia E le beltà procaci di Granata e Siviglia; Le pallide fanciulle del Reno hanno tesoro Di grandi occhi celesti e di capelli d'oro; Nella terra di Francia pronto, ardente è il desire; Son languide le molli figlie del Devonsire: Ma più bella, più casta, più soave, più vera, Più celeste mi apparve questa bellezza altera.

GERBERTO.

Altera troppo e d'ogni freno umano sdegnosa, Con me, coi suoi famigli, con tutti, essa è pietosa E buona: al mendicante larga di ospizio, e mite Ai falli di chi in basso vive: ma che le ardite Speranze in lei raccolga un cavalier, sia pure Figlio di re, che amore le chiegga: e per oscure Tempeste il solitario cor si solleva. A voi, Signor, posso rivolgere un consiglio?

UGO.

Lo puoi, E te ne prego.

GERBERTO.

Facile e vivo arde il pensiero Allorchè sulla fronte il crine è folto e nero; Ma non lento riesce anche l'oblio.

UGO.

L'oblio? Perchè?

GERBERTO.

Non è fortuna sempre pari al desio.

UGO.

Che vuoi dirmi?

GERBERTO.

Difficile è la vittoria.

UGO.

E tale Cento volte più fosse, pur non sarebbe eguale All'altezza del premio.

GERBERTO.

Ma vinto alla tenzone Degli enigmi, vi è forza rimanerne prigione.

UGO.

Lo so.

GERBERTO.

Ma sarà lunga prigion senza riscatto.

UGO.

Lo so.

GERBERTO.

Ma egli è uno splendido avvenire... disfatto.

UGO.

Lo so, lo so.

GERBERTO.

Ma niuno di voi piange, o signore? Non avete, lontano da queste soglie, un cuore Che palpiti, ansioso della vostra fortuna? Non avete uno stemma, non un padre, non una Sorella che vi attenda nel deserto maniero? Non germoglia una rosa sopra il vostro sentiero? Appese alle pareti del castello nativo Non pendono delle armi gloriose? un giulivo Squillo di tromba il reduce cavalier non aspetta? Non vi tiene un ricordo, un giuro, una vendetta? Oh! esser nobile e ricco e bello e forte — avere Sol vincolo l'onore, sol compagno il piacere; Pensar che quanto è vasta la terra, a noi si schiude; Che dovunque c'è un campo per la nostra virtude; Che un re raccoglierebbe dal trono un nostro guanto; Che più di una donzella di noi ragiona in pianto; Che tutti i suoi tesori per noi la sorte aduna; E disprezzar i doni tutti della fortuna!

UGO.

L'amo tanto!

GERBERTO.

Ma invano.

UGO.

Oh! non dirlo: mi accora Troppo la tua sentenza.

GERBERTO.

Tornan.

VISCARDO (_entrando_).

La mia Signora.

SCENA IV.

_Entra_ DIANA _preceduta dal porta stendardo, da sei scudieri, fra i quali_ VISCARDO, _da quattro ufficiali di roba lunga, e seguita dalle dame che vestono coi suoi medesimi colori, dai paggi fra i quali_ GASTONE _recante su di un cuscino due pergamene rotolate, e da uomini d'arme, comandati da_ MARTINO. _Gli uomini d'arme, gli ufficiali, gli scudieri ed i paggi si dispongono in ordine ai due lati della sedia signorile. Il porta stendardo a diritta._

DIANA (_ad Ugo_).

Sempre nel tuo proposito perduri?

UGO.

Sì.

DIANA (_fa cenno a Viscardo di prendere una delle pergamene_).

Viscardo.

(_Viscardo obbedisce_).

UGO (_cercando intorno a sè_).

Il mio scudiero?

DIANA (_volta alle proprie genti_).

Alcuno qui lo conduca.

(_Un paggio esce_).

DIANA (_ad Ugo_).

Tardo, Se più indugi, sarebbe il ravvedersi.

UGO.

È scritto Sull'impresa dei forti: Mutar legge è delitto.

DIANA (_dal cuscino che Gastone ad un suo cenno le presenta, prende la pergamena che rimane, e la consegna a Gerberto_).

Qui stan chiusi gli enigmi.

(_Gerberto s'inchina, riceve la pergamena, e poi conduce Diana a sedere. Appena Diana è seduta, le dame seggono d'accanto a lei_).

(_Goffredo entra, e per recarsi presso Ugo, il quale si trova alla destra dello spettatore ed a sinistra del trono, passa davanti a Diana, a cui s'inchina profondamente. Egli tiene in mano l'elmo del proprio signore, sul quale è infitto un grande pennacchio azzurro_).

GOTTIFREDO (_ad Ugo_).

Signor.

UGO.

Rimani.

VISCARDO (_svolgendo la pergamena, dalla sinistra del trono dove stava, s'inoltra fin quasi al mezzo della scena_).

È questa La grida che il volere della mia dama attesta.

(_Legge_).

Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa Voglia Diana d'Alteno, Contessa di Perosa, Marchesana di Fronte, di Quarto e Borgo-Vico, Donna dei cento pari, con feudo franco e antico, Patronessa al secondo altare di Sant'Orso, Dovrà, vinte tre pugne e senza alcun soccorso Di amuleto, di filtro o d'infernal malìa, Sciogliere quei tre enigmi che a lei piaccia, e ove sia Vinto, darsi prigione senza mercede. Il pieno Nostro alto gradimento questo è — Diana d'Alteno —

GOTTIFREDO (_a un cenno di Ugo s'inoltra come Viscardo_).

Il mio nobil padrone Ugo di Monsoprano, Conte di Chiusi e d'Orcia, Senatore romano, Duca di Roccastrada e di Pennino, a voi, Regina di bellezza, umil s'inchina, e poi Che della prima prova uscì vincente, e questa Seconda a cui s'accinge della vittoria attesta, La prova degli enigmi domanda, e sè promette Prigione ove fallisca.

UGO (_a Diana_).

Così terrai le indette Promesse, come io quelle terrò del mio scudiero?

DIANA.

La mia fede di dama.

UGO.

La mia di cavaliero.

DIANA.

Ardito signore, sai dirmi qual sia Quel falco che corre veloce e non muove? Che ognora è presente ed è in ogni dove, Che nulla barriera trattiene per via? Che vede, non visto, sè stesso alimenta, E più di sè dona, più forte diventa? Ardito signore, sai dirmi qual sia?

UGO (_dopo una pausa_).

Mi sian facili al pari di questa le altre prove. Quel falco che sta immoto e corre, e in ogni dove È presente ad un tempo; che ostacol non paventa; Che non veduto vede; che se stesso alimenta; Che più di sè largheggia, più s'afforza: è il _Pensiero_.

GOTTIFREDO (_piano ad Ugo_).

Signor, l'altera donna impallidisce.

GERBERTO (_dopo aver aperta la pergamena_).

È vero: È il _Pensiero_.

GOTTIFREDO (_c. s._).

Coraggio, signore; io vi rispondo Che il Dio d'amor vi aiuta.

DIANA.

Cavaliere, il secondo: Signor di Pennino, sai dirmi qual sia Un'arma spregiata, ma nobile e tersa? Incide assai piaghe, ma sangue non versa: Niun dono ci toglie e doni c'invia. Di regni e d'imperi fu madre e nudrice; Se in lei si confida, è un popol felice: Signor di Pennino, sai dirmi qual sia?

UGO (_dopo una pausa_).

Io penso che si appunti della mente l'acume Dei tuoi begli occhi, o bella insensibile, al lume. Quell'arma dispregiata, ma nobile, che piaga E non ferisce, e doni non toglie e dona, e appaga Chi in lei confida, e d'onde nacque più d'un impero, È l'_Aratro_.

GOTTIFREDO (_piano ad Ugo_).

Signore, essa vacilla.

GERBERTO (_dopo aver cercato nella pergamena_).

È vero: È l'_Aratro_.

UGO.

Io prometto francar cento prigioni Di guerra, ne dovessero perir tutti i miei buoni Domini, se nel terzo non fallisco.

GERBERTO (_piano a Diana_).

Son vane Le tue speranze: cedi.

DIANA.

No — Un ultimo rimane.

(_sorge in piedi_).

Superbo campione, sai dirmi qual sia La perla che moto, splendore a sè dona? Sovente il suo raggio ne accende, ne sprona Assai più di quello che il cielo le invia. Sta chiusa in suo cerchio, ma in lei si rinserra L'ampiezza del cielo, del mar, della terra. Superbo campione, sai dirmi qual sia?

(_Ugo non risponde_).

GOTTIFREDO (_dopo una pausa_).

Per san Giorgio, egli tace.

(_piano ad Ugo_)

Oh! coraggio.

VISCARDO.

La sorte Lo tradisce.

GERBERTO (_a Diana_).

Sii buona, or che sei la più forte.

DIANA (_ad Ugo_).

Non rispondi? Ti dài per vinto?

UGO (_come per subita idea_).

Ah!

(_si ravvede_)

No.

DIANA.

Ti dài Per vinto? Io ti perdono la prigionia.

UGO.

No, mai.

DIANA.

A tua posta. E quante ore, dacchè stai così muto, Per maturar l'enigma chiedi?

UGO (_prontissimo_).

Non un minuto. La perla che a sè dona splendor; che l'uomo accende Sovente più del raggio che dal ciel le discende; Che, in suo cerchio racchiusa, racchiude il mondo intero È l'_Occhio_.

GOTTIFREDO (_verso Gerberto_).

Ha colto il segno, Gerberto, ha colto?

(_Tutti sono attentissimi ed aspettano colla massima ansietà la risposta di Gerberto_).

GERBERTO (_dopo aver cercato nella pergamena_).

È vero: È l'_Occhio_.

(_Ugo e Gottifredo danno segni di giubilo, Diana impallidisce; fra gli scudieri, i paggi, gli ufficiali, gli uomini d'arme, corre un mormorio che Diana fa cessare con uno sguardo severo_).

DIANA (_scende lentamente dal seggio e si avvicina a Ugo_).

Hai vinto. — Io sono la tua sommessa ancella, È tua la mia corona, son tue le mie castella, I miei vasti domini son tuoi; la mia milizia, Il mio alto diritto di moneta e giustizia, Il mio seggio al consiglio dei pari, i miei vassalli, I servi della gleba son tuoi. — Cento cavalli Partiranno domani con ricchi doni e molto Giubilo di concenti a bandir che sepolto È il nome degli Alteno, per sempre — Hai vinto — E voi. Imprese dei miei padri, poveri e muti eroi, Che tanti anni lottaste a edificar l'altera Casa e il nome e la gloria, che la vecchia bandiera Faceste in tanti campi di voi stessi vermiglia; Voi, stemmi glorïosi dell'estinta famiglia, Copritevi di lutto. Un solo rimanea Germoglio della quercia robusta e vi tenea, Venerate memorie, pure ed intatte. Or nuova Età succede. Vinta egli ha l'ultima prova. Nuovo stemma sul vostro s'imbranca e vi costringe A patirne il contatto; nuovo color vi tinge. Stringetevi, o leoni dalla fulva criniera, T'inchina, o vecchio cencio, alla nuova bandiera. Fate largo al novello signor. Son tua. Ma al solo Diritto di conquista piego la fronte; il suolo In te passa e son fatta cosa del suolo anch'io. Ma gli affetti dell'anima son franchi. Il core è mio.

UGO.

Io metto pegno e giuro per quel cor che non hai, Di propor tale enigma che sciogliere non sai. Sorridi, e a meraviglia beffarda atteggi il viso? Non hai disimparato dunque ancora il sorriso?

DIANA.

Son vinta, è tuo diritto l'oltraggio.

UGO.

Vinta? Invero Tale non ti direbbe nessuno. È mio pensiero Offrirti una suprema via di salvezza; e poi Che sei tanto maestra nel porre enigmi, vuoi Tentare il tuo riscatto?

DIANA.

Che!?

GOTTIFREDO.

Signor....

UGO.

Ti prometto Sciolta la tua parola, se tu me vinci.

DIANA.

Accetto.

UGO.

Sai tu dirmi qual sia di tutti i fiori Il fior più ricco di veleno e miel? Egli è, se chiuso ai mattutini albori, Vivo alla sete quando abbruna il ciel. Se man nol coglie, di rugiade invano Gli è il ciel benigno e di tepori il sol. Spesso, ingrato a chi il cura, ad un lontano Spregio, raccoglie degli olezzi il vol. Tu che tanto il conosci, in cortesia Dimmi il suo nome e recami ove sia.

(_Diana tace meditando intensamente_).

UGO (_dopo una lunga pausa_).

Taci? Hai pensoso il fronte tu pure e il capo chino? Non germoglia quel fiore finor nel tuo giardino.

DIANA.

No.... un istante.

UGO.

Ti rendo la tua fede, io non voglio Quanto dar non potresti, e mi basta l'orgoglio Di averti vinta.

DIANA.

Ah!

UGO.

È triste la tua vita, e pensoso Di tua sorte mi faccio. Hai negato il pietoso Ufficio che t'incombe, non sei donna; nessune Lusinghe ha l'avvenire per te; queste due brune Muraglie non allegra nessun raggio di sole. Qui la dolcezza è morta delle umane parole. Un giorno, e non lontano forse, per queste sale Andrai muta e solinga, ripensando il mortale Tuo cammino, e un sol fiore non troverai per via. Ti rendo la tua fede e ripiglio la mia. Va solitaria, vivi per te. Non hai sentito Il mio amore, potente, senza freno, infinito; Ai tuoi vani ricordi la fredda anima avvinta, La tua stella propizia ti venne e l'hai respinta. Hai respinta la vita, hai respinto il sorriso, Hai respinte le gioie tutte del paradiso; Rimani nel deserto arido dove sei. Le tue grazie ricuso. I tuoi castelli? Ho i miei. La tua corona? Ho quella de' miei padri. I domini? Delle mie vaste terre non conosco i confini. Il mio stemma è glorioso, s'anco il tuo non si svelle. L'Italia è ricca ancora di leggiadre donzelle, E il mio cammin conduce dove sfavilla il sole. Addio.

VISCARDO (_a quelli di sua parte_).

La nostra dama insulta.

(_Incitati da Viscardo gli scudieri e gli uomini d'arme, i quali durante tutta la parlata di Ugo mostrarono maraviglia da prima e poi ira, irrompono minacciosi contro di lui_).

UGO (_ritirandosi di un passo e piantandosi fermo innanzi a loro_).

Che! Chi vuole Misurar la mia spada, muova un passo. Per Dio! Vi sovvenga che ancora il signor qui son io. Che, vincitore, il premio ricuso — per scerete Mie voglie — ma che tutti servi miei qui voi siete. Che non patisco segni di violenza ed oltraggio.

DIANA (_con voce profondamente commossa_).

(_Nuovo cenno di minaccia fra le genti di Diana_).

Inchinatevi tutti sommessi al suo passaggio.

(_Scudieri ed armati fanno ala ad Ugo, il quale, dopo aver gittato a Diana uno sguardo pieno di alterigia, parte seguito da Gottifredo_).

FINE DEL PRIMO ATTO.

ATTO SECONDO.

_Sala nel castello di Diana. Le pareti dipinte a fresco, a soggetti variati e scompartiti da colonne dipinte che fingono cristallo, coi capitelli e la base dorati. La pittura del fondo è pallida ed il disegno ingenuo, e rappresenta castelli e paesaggio. Le figure hanno colori vivissimi senza mezze tinte ed atteggiamenti, alcuni grotteschi, ma sempre pieni di movimento. Fra l'impiantito e il dipinto, uno zoccolo, oscuro e piuttosto alto. Fra il dipinto ed il soffitto, una fascia a colori vivaci, rappresentante fiorami e foglie intrecciate con somma eleganza e varietà. Il soffitto, a palco, a travi, molto oscuro. A destra dello spettatore, una finestra coi vetrini a piombo filato: in faccia, il camino ampio e massiccio. Nella parete in fondo, una porta coll'usciale a bussola, di legno intagliato; nell'angolo, fra la parete dov'è il camino e quella del fondo, una porta coll'usciale a bussola, di legno intagliato: e nell'angolo, fra la parete dov'è il camino e quella del fondo, una porta binata. Vicino alla finestra, una tavola semplicissima, ed attorno alla tavola parecchi deschetti. Presso il camino, dove arde un gran fuoco, una gran sedia a bracciuoli, alta, colla spalliera intagliata ed ornata in cima di una frangia di legno e dello stemma di casa Alteno._

SCENA PRIMA.

_GERBERTO, VISCARDO e MARTINO giuocano ai dadi alla tavola presso la finestra. DIANA è seduta nella sedia a bracciuoli daccanto al fuoco, in atteggiamento così raccolto che i tre giuocatori non la possono vedere. Su di una sedia pieghevole, presso la bussola della porta in fondo, GASTONE dorme._

_Dalla finestra viene una luce fioca che appena arriva a mezza stanza, mentre DIANA è illuminata dai riflessi della fiammata. Durante la prima e la seconda scena, la luce svanisce a poco a poco, di modo che al fine della seconda scena la stanza non è più rischiarata che a sbalzi da qualche vampa del focolare._

MARTINO.

Metto. Sei.

VISCARDO.

Più sommesso. Non siamo nell'androne Della tua soldataglia.

MARTINO.

Non ci siamo, hai ragione, Non ci siamo. Là almeno si grida a squarciagola, E qui, per poco, un sibilo diventa la parola. Bell'onore mi fate!

VISCARDO (_accennando verso il camino_).

È là.

MARTINO.

Chi?

VISCARDO.

La signora.

MARTINO.

Sempre accigliata?

GERBERTO.

Sempre.

VISCARDO.

Più del solito ancora.

MARTINO.

Se ardesse la foresta intera in quel fornello, Quando c'è lei, si battono i denti!

GERBERTO.

Sul castello È disceso l'inverno come sulla campagna.

VISCARDO.

L'abbiam tutti nell'anima l'inverno, e ci guadagna Ogni giorno.

GERBERTO.

Una grave tristezza è dappertutto.

VISCARDO.

Già nel borgo si muore di freddo.

MARTINO.

E qui, di lutto. A te. Metti.

VISCARDO.

Tre. Vinco. Gerberto....

(_gli passa i dadi_).

MARTINO.

Ieri notte La montagna ha mandato il suo regalo, e rotte Ne furono due case di servi.

VISCARDO.

Una valanca?

MARTINO.

Terribile! terribile! E Lupo è morto.

GERBERTO.

È bianca Di neve, per l'altezza di una picca, la valle.

MARTINO.

La montagna ne porta un'altra sulle spalle.

VISCARDO.

Il letto della Dora si confonde col prato.

MARTINO.

Per la soverchia neve il tetto ha scricchiolato.

VISCARDO (_a Martino_).

Giuoca.

MARTINO.

Non ci si vede più a momenti.

GERBERTO.

Una volta, Che vita in queste sale, quando c'era raccolta La famiglia! Eravate in fasce. Era un conforto. Adesso il vecchio Sire è morto.... il figlio è morto. Era bello e valente il figlio! Sono tutti Morti. Povera casa! — La pianta è senza frutti, Il nido è senza rondini, il tetto è senza nidi — Tramonti e non aurore.

VISCARDO.

Che hai, Martino?

MARTINO.

Eh! ridi, Se ci riesci! Ho il fistolo. To! la bella domanda! — Di fuori, una nevata come il cielo la manda! Una nevata fitta, che fa le barbe ai rami; E dentro, delle muffe seducenti richiami: Un vecchio che al passato presta sempre l'orecchio, Ed una giovinetta che è più vecchia del vecchio.

VISCARDO.

Medita una vendetta contro il Conte.

MARTINO.

Sì. Aspetta. È un anno che la medita omai quella vendetta. Ma già non me lo levano di testa, io l'indovino; Il Moro ama le busse, il Tedesco ama il vino, E la femmina, o tosto o tardi, ama....

(_Diana si è levata da sedere_).

GERBERTO (_piano a Martino_).

Sta zitto Una volta. — S'è alzata, non vedi?

MARTINO.

Il gran delitto!

DIANA (_s'accosta lentamente ai tre, i quali subito smettono dal giuocare e s'alzano in piedi inchinandola_).

No.... sedete.... e giocate.

(_I tre rimangono in piedi_).

Suvvia, sedete, ho detto.

(_allontanandosi mentre i giuocatori si rimettono a sedere_)

Il rispetto! Il rispetto! Nulla, tranne il rispetto. — A me, Gastone.

(_lo vede dormire in fondo alla scena_).

Dorme.

(_Gerberto le si avvicina e s'inchina_).

DIANA (_bruscamente_).

Ho chiamato Gastone E non altri.

(_Martino va a svegliare Gastone_).

DIANA (_raddolcita e con tristezza a Gerberto_).

Perdonami, mio buon vecchio. Hai ragione. Mi ti faccio ogni giorno più ingiusta.

GASTONE (_a Diana_).

Mia signora.

DIANA.

Ti hanno svegliato, povero paggio? La tua dimora Forse era il Paradiso dei sogni, ed una bella Mano ti conduceva forse di stella in stella; E quando un importuno ti destò, chi sa quale Riga d'angioli al cielo volse le candid'ale. O forse era una fata che ti rapiva il cuore, O la figlia d'un principe ti ha fatto imperatore.... E a così liete immagini per cagion mia sei tolto.

GASTONE.

Il mio sogno continua, se vi parlo o vi ascolto.

DIANA.

E come?

GASTONE.

Il sonno un'unica visïone m'invia.

DIANA.

Quale?

GASTONE (_guardandola timidamente_).

La mia signora.

DIANA.

La Madonna?

GASTONE.

La mia Signora.

DIANA (_fra sè_).

Perchè arrosso così?

(_a Gastone_)