Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene
Part 2
Vecchio, sei grande e nobile, come nessun fu mai. Dirò superbo un giorno: lo vidi e gli parlai. La tua grave parola fu quella di un veggente. Sì, le tue sagge norme le terrò fisse in mente. Però la mia fortuna alla tua non somiglia: Tu avesti in sorte un nome, un tetto, una famiglia. Fu la scuola di un padre che t'educò alla vita, E sprone alle grandi opere fu la grandezza avita. L'armi, pria che un cimento, ti furono un trastullo. Io crebbi solo — un orfano, no, non è mai fanciullo Nell'età dei sorrisi, dei baci, degl'incanti. Non conobbi che l'ire, non conobbi che i pianti. Io non avevo un nome che, per sacro legato, Dovessi far più illustre o serbare onorato; Io non aveva un padre che, premio al mio valore, Baciasse in sulla fronte il giovin vincitore. Di ritorno dal campo, triste conforto m'era La venale larghezza d'una soglia straniera. Quanto le glorie illustri di tanti avi ti fenno, Guadagnarlo dovetti coll'opera e col senno; Nessun l'onor m'apprese, nessun m'apprese Iddio, L'onor, l'armi, la fede, sono retaggio mio. Lasciai lembi di carne in più d'una tenzone, Lasciai lembi di cuore al piè d'ogni blasone. Fidente nel mio fato, invido mai non fui Sotto l'acerbo insulto della grandezza altrui. Superando gli ostacoli che incontravo per via, M'era fonte d'orgoglio lo solitudin mia. Ed or che, me volente, s'appiana il mio sentiero, Or che son fatto paggio e diverrò scudiero, Or che, mercè maggiore d'ogni maggior tesoro, Sono presso al battesimo degli speroni d'oro, Vuoi ch'io sappia frenarmi e rimanermi muto? No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto! Son forte, la mia spada nessuna al mondo agguaglia, E non è lieve impresa lo sfidarmi a battaglia. Freccia non esce invano mai dalla mia faretra, E nella più minuta delle mire penètra. S'io gl'imposi il cappello, il falco mai non erra, E torna colla preda vittorïoso a terra. Nè dell'arti gentili la scïenza obbliai, E so dal mio lïuto trarre sirvente e lai; Di sonanti ballate so far velo al pensiero, So raccontar d'amore al par d'ogni troviero, Spezzai più d'una lancia correndo la gualdana. Più d'uno sguardo ottenni di bella castellana....
RENATO.
Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova. Bada non mi sovvenga di metterti alla prova: Chè, se falli!...
FERNANDO.
Signore, fate a vostro talento; Accetterò con gioia qualunque esperimento. Ma lasciate ch'io noveri tutte le mie virtù, E poi venga la prova: non vi chieggo di più. Per studiare a tentarli ed a schermir gli attacchi, Appresi le difficili movenze degli scacchi, E nessuno mi supera....
RENATO.
Dacchè ne porgi il destro, Noi ti vedremo all'opera, o d'ogni arte maestro. A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria, Come si faccia a vincere senza gridar vittoria.
(_a Fernando_)
Qui si parrà all'aperto la tua scienza nascosta. Perderai, tel predíco.
FERNANDO.
Lo vedremo.... E la posta?
RENATO.
La posta? Se tu vinci, io ti do per consorte La mia figlia Iolanda.
FERNANDO.
E se perdo?
RENATO (_traendolo in disparte, sommesso_).
La morte.
FERNANDO.
L'offerta è troppo bella per opporvi un rifiuto.
RENATO.
Accetti?
FERNANDO.
Accetto, conte.
RENATO.
Se perdi....
FERNANDO.
Avrò perduto: E non mi sentirete lagnarmi o maledire. Se non appresi a vivere, ho imparato a morire.
RENATO.
A te, figlia.
(_I due si apprestano a giocare_).
FERNANDO (_a Renato_).
Scusate il soverchio ardimento, Ma un gioco tal richiede un giocatore attento. Il conte di Fombrone presso il fuoco vi aspetta: Direte insiem le gioie dell'età prediletta. Qui si vuol esser soli.
(_Il tavolino a cui stanno seduti i due che giocano è vicino al proscenio, mentre invece il camino è in fondo alla scena. Oliviero è presso il camino_).
OLIVIERO.
Il mio paggio ha ragione.
RENATO.
Ed eccomi ai suoi cenni. Mesci ancora, Fombrone.
OLIVIERO.
Fosti con lui severo.
RENATO.
Troppo?
OLIVIERO.
No. Anch'io soventi Ebbi a fargli rimbrotto, e con acerbi accenti. Ma è così bello il roseo confidar nel futuro! Chi ignora i disinganni, Renato, è così puro! La gioia è così piena dentro quell'occhio nero! Così lucente, sotto quel crin folto, il pensiero! Ed io lo vidi all'opera, e lo so forte e audace. Quel suo animo baldo e leale mi piace, E mi ricorda i giorni della mia giovinezza.
RENATO (_fra sé_).
Come sfida la morte con eroica fermezza!
OLIVIERO.
Tu pensi?
RENATO.
Nulla.
OLIVIERO.
Eppure ti leggo nelle ciglia....
RENATO.
Vorrei che avesse a vincere.
OLIVIERO.
Per sposare tua figlia?
RENATO (_colpito e crucciato_).
È vero!
OLIVIERO.
Convien dire ch'ella giuochi a pennello, Se offristi al vincitore un premio come quello! E tu che avrai, se perde, in cambio alla fanciulla?
RENATO (_esitando_).
Nulla.
OLIVIERO.
Nulla? Davvero?
RENATO (_quasi parlando a sè stesso_).
No, non voglio aver nulla. Un tal patto non regge.
OLIVIERO.
E Renato pretende Riprender la sua fede?
RENATO.
E se egli me la rende?
(_I due continuano a parlar sommesso_).
IOLANDA.
Che hai, paggio Fernando? Non giuochi e non favelli.
FERNANDO.
Io?... Ti guardo negli occhi che sono tanto belli.
IOLANDA.
Ed io senza periglio decimo le tue schiere. Già perdesti una Rocca, e dò scacco all'Alfiere Se non provvedi tosto a metterlo da banda. Attento ai mali passi.
FERNANDO.
Grazie, bella Iolanda. Pensavo a mille cose lontane, e stavo muto Per la triste certezza che tanto avrei perduto. Eccomi a tal ridotto che un sol passo non feci.
IOLANDA.
Vuoi tu, paggio Fernando, che mutiamo le veci?
FERNANDO.
No, tienti la tua sorte e lasciami la mia.
IOLANDA.
A te — Non trovi nulla che t'ingombri la via? Oh la sventata! Vedi che ho messo il piede in fallo. Ti dò scacco all'Alfiere e disarmo il Cavallo.
FERNANDO (_prende il cavallo_).
Non ardirei di prenderlo: l'accetto come un dono.
IOLANDA.
Vedi l'avventurata giuocatrice ch'io sono! Neppur credi all'errore.
RENATO (_avvicinandosi_).
Come sta la partita?
FERNANDO.
Io perdo.
RENATO (_contento_).
Sì? Fanciullo, facciamola finita. Smetti il giuoco, fu scherzo la scommessa.
FERNANDO.
Vi pare? Con voi, nobil signore, non ardirei scherzare. Nè con veruno al mondo, intorno a un argomento...
RENATO.
Tu perdi; me l'hai detto tu stesso.
FERNANDO.
E non consento, Perdente, a grazia alcuna; chè, vincitore, avrei Altamente vantati tutti i diritti miei.
RENATO.
Bada a tentar la sorte, paggio, bada!
FERNANDO.
La tento E, data una parola, signor, non mi ripento.
RENATO.
E tal sia.
(_S'allontana e poi ritorna_)
No, sei giovane, fanciullo, e ardimentoso E d'una tua disgrazia non mi darei riposo. Smetti quella fierezza, renditi al buon consiglio, Io te ne prego come si pregherebbe un figlio. Sei in tempo, ritraggiti; tu sai quanto t'aspetta.... A te, Iolanda, aiutami; digli che mi dia retta.
IOLANDA.
Perchè mi dovrò esporre io pure ad un rifiuto? Un istante può rendergli il terreno perduto.
RENATO.
La vanità di vincere ti fa di questo avviso.
IOLANDA.
O padre!
RENATO.
Ma tu ignori che, s'ei perde, è deciso....
FERNANDO (_interrompendolo_).
Conte.... fate opra inutile; nessuno mi cancella Dal cuore una promessa.
RENATO.
Ti lascio alla tua stella.
(_Renato va di nuovo presso Fombrone, con cui conversa a bassa voce. Iolanda e Fernando giuocano per alcuni istanti senza far motto_).
IOLANDA.
Che volle dir mio padre con quelle sue parole: Se egli perde, è deciso?...
FERNANDO.
Nulla, ch'io sappia — fole.
IOLANDA.
Eppure mi pareva che parlasse assennato, E tu l'interrompesti tutto quanto turbato. Che perdi tu, se perdi?
FERNANDO.
Nulla che mi stia a cuore.
IOLANDA.
Mio padre più ti teme vinto che vincitore. Non so perchè, Fernando, son pensosa ed afflitta.
FERNANDO.
Bella Iolanda, allegrati: sarà mia la sconfitta.
IOLANDA.
Oh! perchè con sì tristi presagi ti martelli?
FERNANDO.
Io? Ti guardo negli occhi che sono tanto belli!
IOLANDA.
Sei mesto nel sembiante: perchè? La tua ferita Ti duole forse?
FERNANDO.
Punto.... Com'è bella la vita!
(_Pausa_).
IOLANDA.
Paggio Fernando, è molto lontano il tuo paese?
FERNANDO.
Io nacqui dove l'aria è tepida e cortese, Dove la terra è piena di cantici e di fiori, Dove in grembo alle Muse sorridono gli amori; Dove nel mar si specchiano i pallidi oliveti, Dove i colli son ricchi d'aranci e di palmeti, Dove tutto è profumo, dove tutto è sorriso. Dove non si vagheggia più bello il Paradiso, Dove spiran le brezze del sonante Oceàno.... E quel vago paese è lontano, lontano.
IOLANDA.
Le donne vi saranno leggiadre ed amorose.
FERNANDO.
Sì, facili all'amore, ma folli ed obliose; Sì, il mio sole di fuoco nutre beltà procaci, Sì, quelle labbra ardenti sono fatte pei baci. Ma noi, cresciuti ai torridi meriggi e in mezzo ai fiori Inebrianti e pinti dei più vivi colori, Amiamo i molli petali, flessuosi e pallenti, Amiamo le corolle bianche dei cieli algenti; Ed una treccia bionda, e un occhio azzurro, e un bianco Viso, ed un abbandono soavemente stanco, Ci suscitan le accese fantasie del pensiero Più che una chioma bruna e più che un occhio nero. Il mio mare lontano è azzurro, azzurri i monti Che si veggon da lungi, e son d'oro i tramonti.
(_Pausa_).
Tu sei bella, Iolanda.
IOLANDA.
Com'è dolce il tuo dire!
FERNANDO.
Senti — Hai tu mai pensato che si possa morire Prima d'aver provato che cosa sia l'amore? Prima che un sol fiorisca dei germogli del cuore? Prima di bisbigliarsi le più ardenti parole? Prima d'aver goduta la tua parte di sole?
IOLANDA.
Oh no!
FERNANDO.
No, non è vero? Se non fosse che un'ora, Un'ora dell'ebbrezza che ogni ebbrezza scolora; Le mie pupille un'ora fissate nelle tue, E poi venga il destino.
IOLANDA.
Si morirebbe in due.
FERNANDO.
Che morbidi capelli!
IOLANDA.
Perchè parli di morte, Quasi che ti volessi doler della tua sorte?
FERNANDO.
Come hai dolce il sorriso!
IOLANDA.
Perchè, paggio Fernando, Mi guardi così mesto?
FERNANDO (_ricomponendosi_).
Nulla — Andavo pensando A speranze impossibili, a confusi desiri — Giuochiamo; ho fatto un sogno d'oro....
IOLANDA.
Perchè sospiri?
FERNANDO.
Sospiro la mia pace, le mie terre lontane.
IOLANDA.
E gli sguardi ottenuti di belle castellane.
FERNANDO.
Bada, or sei tu che perdi.
(_Indicandole il giuoco_).
IOLANDA.
Me ne dài con premura L'avviso; la vittoria par ti metta paura.
FERNANDO.
Oh! ma non sai, Iolanda, che ho giocata la vita? Non lo sai che, se perdo, questa volta è finita? Non lo sai che sei bella come nessuna al mondo; Che amo il tuo fronte bianco ed il tuo crine biondo; Che di mio non ho nulla che il sangue nelle vene; Che sono solo al mondo se tu non mi vuoi bene?
IOLANDA.
E tu, cieco, non vedi che m'affanno da un'ora Per goder quest'ebbrezza che ogni ebbrezza scolora?
OLIVIERO (_a Renato_).
Guarda com'è pensoso, là, colla testa china....
RENATO.
Come va la partita?
FERNANDO (_sorridendo_).
Do scacco alla Regina.
IOLANDA.
Ascoltami, Fernando. Questa è la prima volta Che mi giunge una voce d'amore a me rivolta. Se tu sapessi come li ho sognati soventi, La tua maschia sembianza, i tuoi nobili accenti! Quante volte, seduta sul verone, la sera, Invece del monotono ritmo della preghiera, Mormoravo parole febbrili ed interrotte, Chiedendo al ciel benigno un raggio alla mia notte! Se tu sapessi come dietro le vetrïate Passavan lunghe e fredde le vedove giornate! Se vedevo una donna con in braccio un bambino, Se mi giungean le note di un nuzïal festino, Guardavo alle mie vesti, ai monili, alle anella, E mi sentivo povera, più che un'umile ancella. Sentivo qui nel core uno sgomento arcano, E nel paterno affetto mi rifugiavo invano. Venner marchesi e conti a cercarmi in isposa, Ma tutti li respinsi per ripugnanza ascosa. Tu giungesti, Fernando, tu che sei forte e bello, E una voce nell'anima mi gridò tosto: è quello.
FERNANDO.
La tua mano, Iolanda. Mano bianca e sottile, Non avrai tu la sorte di un umil paggio a vile?
IOLANDA.
È il destin che ci unisce nella sapienza sua; Guarda, due mosse ancora, e la vittoria è tua.
RENATO (_avvicinandosi_).
A che ne siamo?
IOLANDA (_sorridendo_).
Padre, la vostra figlia invitta Medita il disonore di una prima sconfitta.
RENATO.
Perdesti?
IOLANDA.
Non ancora.... ma perderò.
RENATO.
Fernando, Ascoltami, sospendi; io vaneggiava quando T'offersi quella sfida. Scegli fra i miei castelli Il più forte, il più ricco; è tuo, ma si cancelli Questo patto impossibile; rendimi la mia fede: Ti farò ricco e nobile.... è un padre che tel chiede.
FERNANDO.
Signore, a tanta offerta una risposta sola: Amo la figlia vostra — Conte, ho la tua parola.
RENATO.
La terrò, se lo imponi; ma se onor ti consiglia, Se in cuore un po' d'affetto tu nutri per mia figlia, Pensa, e s'io ti rammento tristi cose, perdona, Pensa che già respinse una ducal corona; Ch'essa è quanto rimane di un antico lignaggio; Pensa che più d'un principe invidia il suo retaggio.
(_Fernando esita; Iolanda se n'avvede e lo spinge con gesti a giuocare_).
IOLANDA (_a bassa voce_).
Giuoca, Fernando.
RENATO.
Un giorno, paggio, tu pure, è vero, Sarai forse possente e ricco cavaliero; Ma finor....
IOLANDA (_a bassa voce_).
Giuoca, giuoca, un passo sol....
RENATO.
Finora Di tua vita, Fernando, tu non sei che all'aurora; Iolanda è bella, è ricca, e.... suo padre tel dice, A lungo non potrebbe esser con te felice.
(_Mentre Fernando esita, Iolanda di soppiatto lo piglia dolcemente per la mano, e fa lei una mossa per lui_).
IOLANDA.
Padre, è tardo il consiglio: quello che è fatto è fatto. L'onor vostro è impegnato.
RENATO.
Che dici?
IOLANDA (_alzandosi, e con lei tutti_).
Scacco matto.
OLIVIERO.
Fernando ebbe il demonio o l'amor dalle sue.
IOLANDA (_a Renato_).
M'offrivate uno sposo e lo scegliemmo in due.
RENATO (_rabbonendosi_).
E così mi ti mostri vergognosa ed afflitta?
IOLANDA (_abbracciando suo padre e porgendo una mano a Fernando_).
Chi vince è di famiglia, quindi non c'è sconfitta.
RENATO (_a Fernando_).
Dacchè il fasto di un nome non ti concesse Iddio, Ti sembra a sufficienza degno ed illustre il mio?
FERNANDO.
Signor....
RENATO.
Sei prode all'opera e assennato al consiglio Ed io ringrazio il cielo che m'ha donato un figlio.
FERNANDO (_dopo di essersi inginocchiato ai piedi di Renato il quale gli impose le mani sul capo, s'alza e si volge a Iolanda senza dire parola_).
IOLANDA.
E ancor, paggio Fernando, mi affissi e non favelli?
FERNANDO.
Io ti guardo negli occhi, che sono tanto belli.
(_Cala la tela_)
Torino, 1871.
_NOTA_
ALLA PARTITA A SCACCHI
Chi volesse conoscere l'originale della leggenda da cui fu tolto il soggetto della _Partita a Scacchi_, eccolo quale si trova nel _Dictionnaire raisonné du Mobilier Français de l'Époque carlovingienne à la Renaissance_, par VIOLLET-LE-DUC. Paris, 1871. Tome deuxième, pages 464-466.
Huon de Bordeaux se déguise en valet de ménestrel pour s'introduire dans le château de l'amiral Yvarins. Celui-ci, voyant un si beau page au service d'un coureur de châteaux, se doute de quelque tour: “— Eh!„, lui dit-il en l'examinant. “c'est grand “dommage que tu serves un ménestrel, il te con viendrait mieux, ce me semble, de garder un château: tu as quelque projet caché! D'où viens-tu, et quel métier sais-tu faire? — Sire, répond Huon, je sais beaucoup de métiers, et je vous les dirai s'il vous plaît. — Soit, répond l'amiral, je suis prêt à t'écouter; mais garde-toi de te vanter de choses que tu ne saurais faire, car je te mettrai à l'épreuve. — Sire, je sais muer un épervier; je sais chasser le cerf ou le sanglier; quand je l'ai pris, je sais corner la prise; et mettre les chiens sur la voie. Je sais servir à table; je sais jouer aux tables et aux échecs de façon à battre qui que ce soit. — Bon, réplique l'amiral, là je t'arrête, et au jeu d'échecs je vais t'éprouver. — Laissez-moi achever, sire, puis vous me mettrez à l'épreuve sur tel point qui vous conviendra. — Continue donc, tu parles bien. — Sire, je sais encore endosser un haubert, porter l'écu au cou et la lance, diriger un cheval, et vaincre à la joute qui voudra se présenter. Je sais encore entrer dans les chambres des dames et m'en faire aimer. — Voilà bien des métiers; je m'en tiens aux échecs. J'ai une fille, la plus belle qu'on puisse voir, et qui sait fort bien jouer aux échecs, car je n'ai jamais vu un gentilhomme la mater. A toi revient, par Mahomet, de jouer avec elle; si elle te fait mat, tu auras le cou coupé. Mais, écoute:
“_Que se tu pues me fille au ju mater_ “_Dedens ma cambre ferai .i. lit parer_ “_Aveuc ma fille tote nuit vous girés,_ “_De li ferés toutes vos volentés,_ “_Et le matin, quant il ert ajornés,_ “_De mon avoir .c. libres averés,_ “_Dont porés faire totes vos volentés_„.
“— Il en sera, répond Huon, comme vous voudrez„.
L'amiral s'en va raconter cela à sa fille.
“— Mon père est fol, assurément, se dit la damoiselle; par le respect que je lui dois, plutôt que de voir périr un si beau garçon, par lui je me laisserai mater„.
On apporte un riche tapis au milieu de la salle. “— Vous m'avez bien compris? dit l'amiral. Il convient che vous jouiiez avec ce varlet: si vous le battez au jeu, il aura la tête tranchée aussitôt; si c'est vous qui êtes matée,
“_De vous doit faire tote sa volenté_„.
“— Puisque vous le voulez ainsi, réplique la damoiselle, je le dois vouloir, que cela me convienne ou non„.
“_Puis dist en bas, coiement, à celé:_ “— _Par Mahommet, il le fait boin amer_ “_Por son gent cors et sa grande beauté;_ “_Vauroie ja ke li gus fust finé._ “ . . . . . . . . . . . . .
L'amiral recommande à tous ses barons de ne souffler mot.
“— _Li jus est grans, nus ne s'en doit meller._ “ . . . . . . . . . . . . . “_Adont ont fait l'eskerier aporter,_ “_Qui estoit d'or et d'argent painturé:_ “_Li esckiec furent de fin or esmeré._ “— _Dame, dist Huez, quel ju volés juer?_ “_Volés as trais, u vous volés as dés?_ “— _Or soit as trais, dist la dame al vis cler_„.
La partie s'engage, et le bachelier est bien près de la perdre, car il regarde plus souvent la damoiselle que l'échiquier, et celle-ci s'en aperçoit:
“— _Vasal, dist ele, dites, à coi pensés?_ “_Près ne s'en faut que vous n'estes matés._ “_Ja maintenant arés le cief coé!_„.
— “Attendez un peu, dit Huon, le jeu n'est pas fini. Ne sera-ce-pas
“.... _grans hontes et moult très grans vieutés_ “_quant en mes bras toute nue gerrés,_ “_Qui sui sergans du povre menestrel._„
Las barons de rire, et la damoiselle à son tour de regarder Huon et de ne plus faire attention à son jeu; si bien
“_Qu'ele perdi son ju à mesgarder_„.
“— Maintenant, dit Huon à l'amiral, vous voyez si je sais jouer; encore un peu, et votre fille est sûrement matée. — Maudite soit l'heure où je vous ai engendrée, ma fille! dit le père furieux. Vous avez battu à ce jeu tant de hauts barons, et vous vous laissez mater par ce garçon! — Calmez-vous, répond Huon, les choses pourront en rester là, et votre fille se retirer en sa chambre; pour moi, j'irai servir mon ménestrel. — Si vous agissez ainsi, je vous donnerai cent marcs d'argent. — Soit!„, répond le bachelier. Mais la damoiselle s'en retourne le coeur plein de dépit: “— Si jeusse su cela, se dit-elle, je t'aurais bien maté„.
Le conte est un peu leste; mais il s'agit de paiens, et l'on voit que Huon se comporte en gentilhomme. Tout est bien qui finit bien„[1].
IL TRIONFO D'AMORE.
LEGGENDA DRAMMATICA IN DUE ATTI IN VERSI.
_Rappresentata per la prima volta in Torino al Teatro Gerbino dalla drammatica Compagnia BELLOTTI-BON N. 2 la sera del 30 Aprile 1875._
A MIO FRATELLO PIERO.
INTERLOCUTORI.
DIANA D'ALTENO UGO DI MONSOPRANO GERBERTO, vecchio scudiero di Diana VISCARDO, scudiero di Diana GASTONE, paggio MARTINO, soldato GOTTIFREDO, scudiero d'Ugo Dame, paggi, segniferi, uomini d'arme.
_La scena succede in un castello degli Alteno in valle d'Aosta, (Epoca: Secolo XIV)._
ATTO PRIMO.
_Sala baronale. Alla Sinistra dello spettatore, una porta coll'usciale a bussola: alla diritta, una finestra binata con vetri connessi a piombo filato. Le pareti, per due terzi, cominciando dall'alto, sono coperte di arazzi. La parte inferiore è rivestita di panche corali in legno scolpito, in modo che ne derivino altrettante spalliere, come per sedie distinte. In cima agli arazzi corre una fascia dipinta a grotteschi, sulla quale posa il massiccio soffitto a palco, scompartito in rilievo ed in cavo. Nei cavi è il leone d'oro in campo rosso; nei rilievi, un fiorame sporgente e dorato. Nella parete in fondo, nel mezzo, sta la gran sedia signorile, la cui spalliera in alto si ricurva a baldacchino. Dappertutto, in giro, sui mobili, scolpito, intagliato, dipinto, lo stemma di casa Alteno, che dame, scudieri, paggi, valletti, soldati, recano in petto, in modo che vi campeggi._
SCENA PRIMA.
DIANA, GERBERTO e GASTONE.
DIANA (_a Gastone_).
Date largo ristoro al cavalier; gli sia Prodigo il mio castello di aiuti e cortesia, E riposi, ove il brami, le stanche membra.
(_a Gerberto_)
Io voglio Domar di quell'audace l'irriverente orgoglio, Non la spossata lena.
(_a Gastone_)
E se istanza ne muova, Consento a che protratta gli sia l'ultima prova Fino a domani.
(_Gastone s'inchina ed esce_).
GERBERTO.
È mite il tuo consiglio; eppure Potrebbe esser più mite.
DIANA.
Come?
GERBERTO.
Le sue venture, li suo nome, la balda sicurezza, l'amore Che per gli occhi trapela, testimonio del cuore. Le prove superate, assai lo fanno degno Che il rigore tu allenti per lui del tuo disegno. La fortuna sorrise al suo valore, e invano Speri che lo abbandoni.
DIANA.
Che mi chiedi?
GERBERTO.
La mano Che gli darai costretta, se vince, a lui pietosa Porgi, non vinta, e fatti, te volente, sua sposa.
DIANA.
Mai.
GERBERTO.
Giovinetta! È bello l'amor, la vita è bella: Non uccider la vita.
DIANA.
Bertrada, mia sorella, Amò quanto a cortese anima si concede; E n'ebbe, immeritata e terribil mercede, L'abbandono, — Io, vegliando al suo letto daccanto, Ne ascoltavo i lamenti, ne raccoglievo il pianto, Ne confortavo i giorni estremi. Era la mia Sola e buona compagna, e con lenta agonia, Giovin tanto, l'uccise l'amorosa ferita. O vecchio, ad essa pure era bella la vita.
GERBERTO.
Fu sventura.
DIANA.
Quel giorno che sorressi la stanca Testa l'ultima volta; che la vidi più bianca Della neve del monte; che l'ultimo sommesso Lamento ne raccolsi ed il supremo amplesso; Quel giorno a me promisi per le mie vesti brune Che, per vario mutare di tempi e di fortune, Non avrei schiuso l'animo, in suo rigor sereno, Ai vani allettamenti di un amore terreno.
GERBERTO.
Oh! la dura promessa!
DIANA.
Da quel giorno, Gerberto, Salda nel mio proposto, io respiro più aperto Il vigor della vita. Il mio voler m'incuora, E, donna, mi son fatta di me stessa signora. Chiusa nel mio corruccio e nell'orgoglio mio, O fidato compagno, amo te solo.... e Dio.
GERBERTO.
Breve tratto vecchiezza e gioventù divide, E triste è quella casa dove l'amor non ride.
DIANA.