Part 5
C'era l'abitudine nella mia scuola per le allieve più zelanti che terminavano gli studi, di preparare in segreto un patetico componimento che veniva poi declamato il giorno degli esami con accompagnamento di lagrime e di singhiozzi a edificazione delle maestre e dei genitori presenti. Lo si chiamava l'_Addio_ e incominciava generalmente così: "Addio, scuola tanto amata dove ebbi i migliori esempi, ecc. Addio maestre che ci foste nel medesimo tempo educatrici e madri, addio compagne, ecc., ecc.". Per nulla al mondo io mi sarei sobbarcata a recitare una simile commedia; essa era tanto lontana da me, che nell'ora della ricreazione mentre le altre ragazze riunite in crocchi discutevano sugli esami del domani e qualcuna ripassava febbrilmente le lezioni, io senza abbandonare il mio posto, totalmente lontana dalle preoccupazioni generali, trassi dalla cartella i miei scartafacci privati e mi posi a continuare un raccontino, che avevo dovuto lasciar sospeso nel punto culminante di dimostrare il vizio punito e la virtù ricompensata. Navigavo in quell'oceano beato della concezione spirituale, dando ascolto al canto che mi inviavano le sirene dell'immaginazione, quando udii pronunciare il mio nome dalla voce ben nota della direttrice e questa domanda attraversarmi le orecchie come un dardo, che entrando dall'una fosse uscito dall'altra sibilando: Che cosa scrivi? La mia timidezza non seppe suggerirmi altro che un silenzio assoluto e non so in qual modo la faccenda sarebbe andata a finire se, pari ad un fluido elettrico, improvvisamente dischiuso un sorrisetto di intesa non fosse passato tra le mie compagne e qualcuna mormorò: È l'_Addio_, è l'_Addio_. La direttrice comprese e si degnò di sorridere anch'essa con sussiego e approvazione, ma la risata più schietta fu la mia, quantunque interna e mascherata dalla fronte china sulla penna a terminare le avventure di Osvaldo e Berenice. "Domani a quest'ora, pensavo, non ci sono più e allora addio scuola per davvero".
Fra le mie condiscepole c'era una trentina, emula mia nei successi letterari e questo fatto, lungi dal creare fra noi una incresciosa rivalità a base di invidia, ci unì in una buona e sincera amicizia, continuata anche dopo scuola per molti anni in regolare corrispondenza. Poi senza alcun motivo, come accade spesso, la corrispondenza cessò. Io pensavo molte volte a lei, certo anche ella mi avrà pensata; ma travolte entrambe nell'onda della vita che ci sospingeva a opposte rive, complice un po' di pigrizia, il silenzio si stese fra noi come un velo d'ombra. Non pensavo neanche più alla possibilità di rivederci. Nella mia singolare ignoranza il Trentino mi appariva fantasticamente lontano. La Val di Sole, la Valle di Non erano a' miei occhi terre favolose, irragiungibili e, per dire tutta intera la verità, non mi avvenne mai di udir pronunciare la parola Trentino fino al giorno che mandata a Roncegno per salute non scopersi a me stessa la bellezza e le sventure di quella terra disgraziata. Ma questo è un salto avanti nella mia vita. Lo accenno ora perchè completa colle parole di chi fu testimonio quel che io ero al tempo della scuola. Ripiglierò in seguito le mie memorie al punto dove le ho lasciate.
Non sono molti anni, dunque, che dovendo recarmi nel Trentino pensai subito alla mia antica amica e le scrissi a caso per sapere se vi fosse modo di poterci incontrare. Mi rispose subito che sarebbe venuta lei stessa a Roncegno. Venne infatti con una sua leggiadra figliuola e appena ella discese dalla vettura dell'albergo ci gettammo nelle braccia l'una dell'altra prima ancora di guardarci in viso... Il piacere di tale visita si duplicò quando poche settimane dopo andai a renderle la visita; un viaggio di sei ore durante il quale ebbi campo di ammirare la ridente bellezza delle valli trentine, la severa maestà delle sue montagne. Due giorni passai in quel piccolo paese sperduto in fondo a una valle, per sei mesi dell'anno sepolto sotto le nevi; ma allora era di primavera, la casa graziosa e confortevole, l'ospitalità perfetta, il giardino pieno di fiori con un salice piangente che si chinava sovr'essi, forse per consolarli di crescere in un suolo calpestato dallo straniero. Poche sere prima a Trento, in una famiglia di fervidi patrioti, circondata dai cuori più ardenti, mentre nel silenzio della via un soldato austriaco passava sotto le finestre, avevo letto il capitolo VI del _Rogo d'amore_ (ancora inedito) dove Ariele esala il suo spasimo e i suoi sogni di irredento; alla mensa dei miei amici, recitai i versi della canzone di d'Annunzio sequestrati dalla censura e i volti erano pallidi e mute le labbra. Si, io ebbi questa gioia di far ascoltare la voce della Patria sulla terra ancora schiava, alle anime che non speravano più. Prima di partire la mia amica mi disse: Sai? Io scrissi una volta un articolo per te. — Davvero? — esclamai — Quanto mi piacerebbe conoscerlo! Gentilissima, l'amica cercò fra le sue vecchie carte e mi diede un numero del giornale _L'Alto Adige_, 29-30 marzo 1900 (dodici anni prima di quel nostro incontro vale a dire nel tempo che la nostra relazione era stata interrotta). L'articolo intitolato _Neera_ portava un lusinghiero giudizio sull'opera mia che non è il caso di riferire, ma credo interessante far conoscere un lungo brano, dove sono descritta io stessa fanciulla nell'obbiettivo di una spettatrice, la quale non poteva supporre allora che io avrei letto un giorno l'articolo.
"... Nata a Milano, ed ivi sempre domiciliata, sentì fino da fanciulla potente l'attrattiva dello scrivere, e la foga dell'immaginazione attirarla nelle regioni gloriose del campo letterario. Adolescente, scriveva raccontini, che nelle ore della ricreazione scolastica leggeva alle compagne, in crocchio intorno a lei radunate e pendenti dalle sue labbra. Inutile dire quanto fosse benevisa dal professore d'italiano, il quale compiacevasi alla lettura dei suoi componimenti, che palesavano il non comune ingegno e la rara facilità del concetto. Ricordo pure come una volta la di lui severità nel frenarle gli ardimentosi voli della fantasia, i quali rivelavano nella inesperta scolara la nascente scrittrice ardita e spigliata, attirasse un velo di lagrime sulle sue pupille di fuoco; ma fu una volta sola: il buon professore l'amava e si rallegrava al fiorire del bell'ingegno con un represso sorriso di compiacenza ammorzato fra i baffi e barba allorchè stava intento alla lettura dei di lei componimenti. E tutte allora, ella per la prima, comprendevamo la tacita approvazione del professore, tradita dall'atteggiamento del volto, quand'anche la parola suonasse contraria.
"Verso i tredici anni perdette la madre, non aveva sorelle e suo padre la collocò per qualche tempo interna nel collegio, del quale come alunna esterna frequentava la scuola. Vi fece la sua entrata una sera ad ora tarda; eravamo tutte coricate quando ella in punta di piedi, titubante nelle mosse, seguendo la vecchia governante, penetrò nei dormitori; al passaggio della bruna figura, fatta più oscura dalle nere gramaglie, più d'un saluto le pervenne sottovoce all'orecchio a sussurrarle un'espressione di amicizia affettuosa in quella prima ora di separazione dal tetto paterno.
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"L'avvenimento che scosse maggiormente le sue fibre e schiantò il suo cuore portato ad amare con tutta la forza degli affetti, fu la morte dell'ottimo suo genitore, che le spirò quasi improvvisamente nelle braccia, quando a lei, giovane, avvenente, ammirata arrideva in tutto lo splendore la primavera della vita. Fu così intenso il doloroso sentimento della perdita fatta, che promise a sè stessa di perpetuargli un culto di venerazione e d'amore, di trovare nella memoria dell'uomo integerrimo esempio, sprone e conforto all'aspra via del dolore.... Giurai a me stessa, così ella scriveva nell'intimità epistolare, di onorare la sua memoria, di amarlo morto, come non mostrai mai di amarlo in vita, di perpetuare riproducendole le sue virtù, di farlo rivivere nell'intatta fama, nella coscienza pura e intemerata ch'egli mi lasciò, e che io voglio trasmettere ai miei figli".
Dall'apprezzamento della mia amica, pur volendolo accettare intero nel suo ottimismo, mi è duopo cancellare almeno la parola — ammirata —. Che lei, vivendo così lontana, potesse suppormi degli ammiratori e credere, lei esiliata fra i monti, che basta essere giovani e un po' intelligenti perchè vivendo in una grande città come Milano arrida in tutto il suo splendore la primavera della vita, si può anche comprendere. Quando andai a trovarla nell'alpestre romitaggio, non mi nascose la tristezza del suo destino in opposizione ai sogni di un'esistenza più ampia, più ricca di bellezza, forse di gloria, rappresentata a' suoi occhi dal contatto di una grande città. La verità è che io vivevo a Milano nello stesso modo di tanti canarini in gabbia e di tanti cani colla museruola.
Le mie zie erano con noi da pochi mesi e gravava ancora sulla casa il lutto di colei che ne era partita per sempre, quando un avvenimento che nessuno aveva previsto venne a peggiorare la nostra condizione in un modo che io allora non potevo valutare ma le di cui conseguenze provai dolorosamente in seguito. A me direttamente non fu comunicato nulla, ma nelle poche ore che la scuola mi lasciava passare in famiglia notavo un silenzio più profondo, una preoccupazione generale, rotta dagli scatti della zia Margherita più vibranti del solito e quella sua terribile ironia rivolta con allusioni, che mi trapassavano il cuore, sulle persone, che dopo mio padre, amavo più di tutte al mondo, i miei cari parenti di Caravaggio. Un giorno, per un nonnulla, colla solita sproporzione fra la sua collera e la causa che l'aveva prodotta, volle umiliarmi pronunciando contro mio nonno una parola ingiuriosa, che nella sua intenzione doveva coinvolgere anche me in un medesimo disprezzo. Una cosa sola capivo ed era l'ingiustizia di un colpo, che feriva nella mia anima vergine una ancora confusa, ma già potente aspirazione alla rettitudine, alla verità come un'impronta di sanità morale trasmessami nel sangue e che era tutta la mia forza in quelle dolorose occasioni. Forza di resistenza, ma forza passiva, perchè la mia invincibile timidezza mi impediva di reagire e lo stesso mio carattere meditativo e concentrato, che tendeva alle solitarie speculazioni del pensiero piuttosto che ai movimenti disordinati della volontà, mi allontanava con un vero istinto di antipatia da tutto ciò che fosse rivolta. Offesa, tacevo. Il dolore della ferita attingeva immediato acchetamento dal sentirmi ingiuriata a torto. Aver ragione, equivalente a trovarmi nel vero, bastava alla mia intima fierezza. Quando le mie zie, che non mi hanno mai conosciuta, per ignoranza educativa, per ristrettezza provinciale, per abitudine del sospetto, per altre recondite cause, infierivano contro di me, io più che ogni altra sensazione avevo quella della sorpresa e invece di difendermi chiedevo mortificata a me stessa: Perchè?
La disgrazia della mia famiglia era stata questa. Mio nonno aveva in affitto un lotto considerevole di terreni, che nei tempi buoni gli concedevano una larga agiatezza; ma un seguito di annate disastrose per i raccolti avendo provocata la crisi agraria, mio nonno non seppe provvedervi almeno con accorte diminuzioni alle spese, così che, da un giorno all'altro, si trovò a non possedere più nulla di fronte a un cumulo di debiti e in questo disastro naufragò la dote di mia madre, che era stata assegnata in quarantamila lire. Ciò è quanto la zia Margherita non poteva perdonare a mio nonno e nella sua logica particolare se la prendeva con me, con una fanciulla di tredici anni! Dico la zia Margherita perchè era lei che parlava; quanto alla zia Nina non usciva dalla sua immobilità e dal suo mutismo, tanto che per molto tempo non mi riuscì di comprendere che cosa si nascondesse dietro quel contegno impassibile di bonzo indiano. È certo che entrambe nella caduta di mio nonno dovettero rintuzzare le antiche rivalità e i sarcasmi della zia Margherita trovare buon gioco contro le abitudini signorili, che forse qualche volta l'avevano involontariamente umiliata nella famiglia di mia madre.
Dai miei ricordi della casa del nonno risulta infatti l'impressione di una comoda agiatezza. L'avere provvisto ai sei figliuoli, tutti in primarie case di educazione, avviati i maschi alla carriera giudiziaria e dotate le femmine coll'assegnazione di una somma che per i tempi era abbastanza vistosa, faceva credere ad una ricchezza molto maggiore di quello che realmente fosse e certo non fu causa ultima della disgrazia. Nella rimessa del nonno c'erano tre carrozze, una delle quali, un vero carrozzone da parata, serviva per andare a prendere il vescovo di Cremona, quando veniva a Caravaggio per la Cresima, nella quale occasione l'alto ecclesiastico pranzava e dormiva anche in casa del nonno. Di altre abitudini ospitali trovo cenno in una lettera che la mia mamma ancora fanciulla scriveva, non senza una punta di malizia, alle sue sorelle in collegio. Scusandosi di un ritardo nella corrispondenza soggiunge: "Ora che grazie al cielo la filanda è terminata incomincia il passaggio dei militari e voi sapete che la nostra casa è sempre distinta con un bel numero; di più, avvicinandosi la nostra festa della Madonna di settembre il signor Canonico ci favorisce annualmente avendo anche l'avvertenza di condurre con sè parenti e conoscenti".
Mi trovo ora al punto più difficile di queste confessioni. Avrei voluto non uscire mai dai dolci ricordi della mia infanzia di Caravaggio. Tutto era così semplice! Mi parevano tutti così buoni! Ma i ricordi stessi si allontanavano da me ed io, che ero pure semplice e buona, fui gettata improvvisamente dal destino a combattere senz'armi e senza corazza contro la diffidenza ed il sospetto. Per comprendere bene ciò che ho detto, ciò che dovrò dire ancora sul cambiamento della mia vita, è necessario separare le impressioni della fanciulla ignara dagli apprezzamenti che sola l'esperienza può dettare con serietà di giudizio. Se dunque qualcuno dei mie lettori crede di poter già formarsi una sua opinione sulle persone che gli vo' presentando lo prego di sospenderlo, accontentandosi di seguire le fasi della mia vita nello stesso ordine cronologico che si presentarono a me.
A quattordici anni avendo terminati i corsi lasciai la scuola con quella specie di freccia del Parto burlesca che fu l'_Addio_ non dato. Incominciò allora la mia esistenza casalinga, metodica come una regola di convento; alzata alle otto, rifatta la camera e la sala di ricevimento (dove non entrava mai nessuno) preso posto verso le dieci al tavolino da lavoro, dal quale non mi movevo più sino alle quattro, con una zia da una parte e una zia dall'altra; alle quattro preparavo la tavola, alle quattro e mezzo si pranzava; alla sera lavoro di nuovo, generalmente calze, una zia da una parte una zia dall'altra, sino all'ora di andare a letto. Alla domenica c'era la messa e la passeggiata: quasi mai uscivo nel corso della settimana e solamente per uno scopo ben determinato, una compera o una visita a qualche conoscente: ma questo accadeva di rado. Con tale nuova sistemazione delle mie giornate me ne venni a passare tutto il tempo in compagnia delle zie. Neppure la notte ero libera, perchè dal loro arrivo avevo dovuto abbandonare la mia cameretta che mi piaceva tanto, per dormire insieme a loro in un vasto stanzone occupato prima dallo studio di mio padre.
La zia Margherita era una grande lavoratrice, la zia Nina no. Al lavoro d'ago attendevo anch'io volontieri; cuciture, rappezzature, ricamo, calze; ero attivissima e la zia Margherita non mancava di riconoscerlo. Le preparavo qualche volta la sorpresa di terminarle un lavoro che le dava noia e allora ne' suoi occhi neri e vivaci la pupilla si ammorbidiva come per improvvisa tenerezza; nulla mi era più gradito di quel raggio, dolce come una luccioletta che trema nella sera sulla cima di un ramo. Gli occhi della zia Nina erano neri anch'essi, ma opachi e immobili sotto il battito regolare delle palpebre, quel battito che era tutto suo. Lavorava a cose leggere e brevi, attendendo piuttosto a sorvegliare la domestica in cucina e trovava modo di uscire tutti i giorni per incombenze o spese inerenti alla famiglia. Quando non c'era lei intorno al tavolino io mi sentivo sollevata da un gran peso; anche la zia Margherita doveva provare qualche cosa di simile, perchè la conversazione da languida che era in presenza della zia Nina si animava con un sembiante di intimità. Tendevo allora avidamente l'orecchio a ciò che ella mi andava narrando di storie vecchie, di aneddoti famigliari. Ella era una specie di archivio conservatore di memorie e di tradizioni; tutto ciò che ebbi a conoscere sulla nostra famiglia mi venne da lei. Dotata di parola facile, colorita, franca, intercalava al suo dire motti e citazioni di una origine così oscura, che non sapeva lei stessa d'onde le fossero venuti. Quando, per esempio, volendo avvalorare una dimostrazione qualunque, noi avremmo detto: "in nome di Dio!" lei esclamava: "dalla parte di quel buon Giocondo!" e sfido a indovinare a che alludesse. Se avessi potuto presentire in quei giorni le pagine che scrivo oggi, di quante note potrebbero arricchirsi i miei ricordi!
Con l'altra zia l'approccio era impossibile. Non mi guardava, non mi parlava; sembrava ignorare persino la mia esistenza. In qual modo avrei potuto affrontarla, con quella mia ingenita timidezza, che avrebbe avuto bisogno di un gran fuoco, di un gran fuoco d'amore per fondersi e che si trovava innanzi a una sfinge di granito? Mi facevo piccina piccina, per non urtarla, per diminuirle la noia della mia presenza, ma a nulla serviva. Nella distribuzione delle domestiche faccende, che nei primi giorni si erano assegnate tra loro, era rimasto alla zia Nina come la più esperta del genere l'incarico di pettinarmi; improvvisamente, senza alcuna spiegazione, dichiarò di non volerlo più fare e passai dal tocco morbido delle sue mani alle energiche strigliature della zia Margherita finchè imparai a pettinarmi da me. Poco tempo dopo, altra esclusione. Era lei che, più giovane della sorella, più amante del vestirsi e dell'uscire di casa e del veder gente, mi accompagnava tutte le domeniche alla messa ultima nella chiesa di S. Carlo e consecutiva passeggiata; e anche questo da un giorno all'altro cessò, senza ragione, senza spiegazione, come la prima volta. Sotto l'apparenza di non occuparsi di me, spiava ogni mio gesto, atto o parola per trovare pretesto di un rimprovero. Mi accusava di colpe assurde, per esempio di averle servito il caffè in una tazza sbrecciata, non per distrazione come sarà stato benissimo, ma di proposito per farle dispetto. In tali circostanze io negavo appena, perchè sentivo vivamente la dignità di me stessa e quanto sarebbe stato inutile combattere contro un nemico ignoto, che aveva per se il vantaggio di essere mio superiore, che poteva sgridarmi e castigarmi, che io dovevo rispettare e ubbidire.
Ho detto nemico ignoto, perchè in realtà non conoscevo la causa che mi rendeva così ostile una persona verso la quale sentivo di non avere alcuna colpa e strano, ma vero, neppure risentimento. Le sue accuse, le sue ingiustizie erano come frecce che mi fischiavano intorno senza portare il colpo mortale al cuore. Io compresi fin da allora che nessuno al mondo ha il potere di offenderci se la nostra coscienza non ha nulla da rimproverarci e mi sono sempre stupita che vi sia tanta suscettibilità di vanità offesa, mentre è così valido schermo alle piccole ferite dell'amor proprio un alto sentimento di ciò che noi siamo, non di ciò che vuol farci parere l'invidia e la malignità altrui. Allora a quattordici anni non facevo questi bei ragionamenti, perchè il ragionamento nasce dalla riflessione e prima ancora abbiamo la sensazione che ci avverte; ma appunto in quei primi tasteggiamenti della coscienza, che cerca la sua strada, io mi sentivo sicura, come in una proprietà tutta mia, una specie di torre inaccessibile. Tale resistenza passiva inaspriva forse l'avversione di quella donna, ma non potevo far altro. Ho già esternato la mia ripugnanza per le attitudini ribelli; le mortificazioni, colle quali sperava di umiliarmi, si spuntavano contro la muta remissione, che ella chiamava indifferenza. Oh! come avrei potuto rimanere indifferente? Io soffrivo sin nel profondo dell'essere di una sofferenza sottile senza lagrime, una sofferenza che era piuttosto una mite tristezza e questa tristezza si appendeva da sè a guisa di un velo fra me e il mondo. Suonava la diana della vita sulla mia primavera al sole, ma gli stessi raggi del sole si impigliavano nelle maglie di quel velo. Dicono tutti che la gioventù è un tesoro; la mia, quando mai, fu tesoro sepolto.
Quella cara anima onesta, che fu Edoardo Rod a proposito delle tristezze della sua infanzia, diceva: "_Oh! ces premières impressions nous façonnent à jamais! Ce sont elles qui donnent le ton à toute notre existence, elles peuvent nous rendre à jamais incapables de bonheur, elles creusent en nous des vides qui ne se comblent pas_". Sopratutto questo: vuoti che non si colmano più. Come potremo noi ridere in seguito, se non abbiamo riso nell'età dell'espansione e della gioia? Se la risata larga, spensierata, trillante e leggera qual volo d'allodola, la volubile risata che si accende e si spegne senza causa sulle labbra dell'infanzia felice, fu isterilita dal sospetto, contaminata dall'ingiustizia? Se nell'età della fiducia completa e del completo abbandono abbiamo dovuto dubitare? Se quando i nostri cuori si aprivano all'amore con tutte le boccucce del desiderio, come fanno nel nido i piccoli nati, un soffio di scetticismo ci raggrinzì nella nostra nudità, nella nostra povertà, si che un po' di freddo rimase nelle intime pieghe dell'anima nostra? Il fanciullo, che non si sente padrone del mondo, non è un fanciullo felice e quando pure la vita gli prepari altre gioie ed altri sorrisi sempre gli resterà quella piega dolorosa dei primi anni mancati, cicatrice indelebile di un'anima ferita.
Tutte le simpatie della zia Nina erano riserbate a mio fratello Stefano. Egli godeva di un'assoluta impunità. Un giorno a proposito di un bicchiere rotto o altro consimile misfatto mi disse: "Sai? Ho pensato di confessare alla zia che sono stato io, tanto non mi sgrida certo". Ma nemmeno la bontà del mio caro fratellino riusciva a difendermi dalle insinuazioni malevoli. Per avere smarrito un fazzoletto, che mi era stato regalato dalla zia Margherita, non dovetti subire l'accusa di averlo distrutto io, di mia mano, per dispregio del dono e della donatrice? Nulla mi faceva tanto male quanto la supposizione di simili bassezze, che non riuscivo nemmeno a comprendere. In quali mondi, in quali cuori potevano nascere? E perchè supporle in me, nella mia anima così sincera, così innamorata dell'alto? Mi pareva che tutti dovessero leggermi dentro come attraverso un cristallo e perchè queste due zie mi leggevano così diversa da ciò che ero? Perchè? Sempre l'assillante perchè!