Una giovinezza del secolo XIX

Part 4

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Graziosa corniola lucida rosata, trasparente di quell'anellino! Essa mi rappresenta il primo passo che feci fuori dell'infanzia. Il giovinetto morì consunto prima ch'io diventassi una signorina da marito e ancora non posso vedere una corniola senza provare una dolce commozione. Ma da quanto tempo questa pietra non si vede più? I giovanissimi non la conoscono neppure. Essa e le sue compagne, agate, turchesi, granatine, che le famiglie di quel tempo si trasmettevano di generazione in generazione, con quelle legature così originali, così veramente belle, dove trionfava la nobile arte degli orafi antichi nutriti ancora delle eleganze di Benvenuto Cellini, scomparvero colla diffusione del brillante.

Il _solitaire_ di dieci o quindici mila lire, che i nuovi arricchiti mettono in mostra sul petto delle loro donne come vi appunterebbero un pacchetto di banconote se appena appena brillassero un poco, risponde meglio alle esigenze del secolo materialista. Allora, negli strascichi del romanticismo, la corniola impiegata sovente per ciondolo assumeva le tre forme indivisibili di una croce, un'ancora e un cuore: fede, speranza, carità. Ora ai polsi e all'orologio si appende il maialetto d'oro.

La liberazione della scuola, dei compiti da fare, delle lezioni da studiare non era il minore dei vantaggi delle mie vacanze a Caravaggio. Continuavo ad essere nemica acerrima dell'insegnamento, pur crescendomi il gusto della lettura e un particolare piacere di certe parole, di certe frasi armoniose che mi davano una ebrezza musicale, mentre la musica mi lasciava fredda o, se mi commoveva, era solo come accompagnamento e complemento delle parole. L'intuizione, così superiore in me alla coscienza, mi faceva penetrare in alcuni stati d'animo, che non avrei diversamente compresi. La dolce malinconia, il _pathos_ dei seguenti versi dell'_Edmenegarda_ mi rapiva in una contemplazione che la zia Claudia, ammonendomi di non cogliere l'uva acerba, non sospettava neppure, quando io, indugiando silenziosa sullo scalone di pietra li affidai, in mancanza dei quaderni distrutti, alla solita parete che riceveva gli sfoghi grafici di noi fanciulli.

O giovinette, gioia vereconda della casa materna, a cui dovrebbe vergin campo d'amori esser la terra, quand'io vi veggo rotear ne' balli, di rose e gigli incoronate il crine, quand'io v'ascolto ne' giocondi crocchi le memori narrarvi ore del chiostro o le speranze del futuro amante, non vi sorrido, ma pietà mi stringe dolorosa di voi che imprenderete la dura via fra poco.

Improvvisamente, un giorno? una sera? Non so: un gran buio circonda quell'ora solenne del mio destino. Ero a Milano; la scuola, secondo l'orario di quegli anni, mi teneva prigioniera senza interruzione dal mattino fino alle quattro; alle quattro e mezza si pranzava; alle otto a letto. La mia vita in casa non era che un passaggio occupato dai compiti e dalle lezioni. Non so altro, non ricordo altro. Mi fanno chiudere i libri a un tratto e il papà mi conduce da una famiglia amica che abitava presso a noi e dove c'erano ragazze e ragazzi della mia età; vi passai tutta la notte in un lettino improvvisato e la novità, la compagnia, i giuochi di quei fanciulli, non mi lasciarono agio di pensare alla singolarità degli avvenimenti.

Il giorno appresso una persona, non rammento chi fosse, venne a prendermi per ricondurmi non dai miei genitori, ma a Caravaggio. Di sorpresa in sorpresa! Anche qui la gioia e la presa di possesso dei miei beni mi impedirono di approfondire ciò che si disse per spiegare la mia venuta fuori del tempo. Importava assai a me la ragione del perchè! Ero felice e credevo ancora che la felicità non dovesse finire mai. Mancava però la nonna e alla mia domanda dove fosse mi si rispose che era andata alla campagna per sorvegliare certe faccende, ma che sarebbe tornata subito. Pranzammo soli, il nonno, la zia Carolina ed io. Il nonno non pronunciò una sola parola, la zia Carolina sospirava spesso indugiando sui cibi come se le tornassero a gola. Avevo visto altre volte a quella tavola i volti rabbuiati per la tempesta che rovinava il raccolto e pensai che si trattasse di una disgrazia del genere e me ne stetti ben zitta e ben tranquilla per non turbare le loro preoccupazioni.

Dopo pranzo venne lo zio Germanico, ma non essendo domenica non veniva per la partita a tarocchi. La zia Carolina gli corse subito incontro nell'andito e poichè tardava a rientrare, il nonno la raggiunse e stettero fuori un po' di tempo. Poi sentii il nonno che saliva al suo studio e la porta di casa sbattere per il dottore che andava via. Quando la mia cara zietta tornò in sala, aveva gli occhi rossi. Io ero turbata per quell'ombra di mistero che mi circondava, ma non sapevo che cosa dire. Ella mi abbracciò strettamente, raccomandandomi di andare a letto subito, che la mattina seguente sarebbe venuta la balia a prendermi per condurmi un po' con lei.

Come fu l'ora giunse infatti la buona donna a prendermi. Ci avviammo verso la chiesa maggiore dedicata a S. Fermo intanto che suonava la messa. — Entriamo — disse la mia nutrice. Ed entrammo. Io non la guardavo, abbandonata oramai al mistero che mi trasportava, ma lei doveva essere molto commossa chinandosi su di me per dirmi — Prega, prega con fervore, la tua mamma è morta. —

Scoppiai in pianto.

PARTE SECONDA

[Illustrazione: Acquaforte di LUIGI CONCONI]

La profezia racchiusa nell'ultimo dei versi dell'_Edmenegarda_ da me scritti sul muro incominciava ad avverarsi. La morte di mia madre volta una pagina della mia vita. Chiude un periodo della mia umile storia e la figura più augusta di tutte doveva restare nel mio cervello immaturo come una forma evanescente, una pallida donna, della quale non ricordo ne' lo sguardo, ne' la voce.

Tutti la piansero: era così bella, giovane ancora! La settima gravidanza l'aveva recisa lasciando orfani io e i miei due fratelli. La contemplo ora nel ritratto che le fece Moriggia; i lineamenti regolari e fini, lo sguardo dolce, i capelli neri divisi nel mezzo della fronte e ricadenti in folte bande piatte a ricoprire tutto l'orecchio; di seta nera il vestito con un risvolto di delicato ricamo, una camelia in testa, una sciarpa rossa dietro le spalle e una manina nuda, degna di una duchessa.

Era il tredici luglio quando morì e mancando ancora un mese e mezzo a terminare la scuola, mio padre mi pose in collegio rimanendo lui solo col suo dolore nella casa deserta. Mio fratello minore si trovava già da alcuni mesi presso le zie paterne a Casalmaggiore; l'altro fu mandato a raggiungerlo.

Casalmaggiore è una piccola città sulla riva sinistra del Po, poco distante da Cremona e da Mantova su questa riva, da Parma sulla riva opposta. Al tempo dei ducati, come città di confine, ebbe vita lucrosa e relativamente brillante. In seguito decadde, al pari di tanti altri piccoli centri assorbiti dalla continua emigrazione verso i centri maggiori. Sui registri dello stato civile la nostra famiglia vi appare da non molte generazioni; lo stesso nome del nostro casato non è lombardo ne' di alcuna altra provincia dell'alta Italia; si ritrova invece scendendo verso Roma e verso l'Abruzzo. Comunque, ramo divelto dal tronco, non abbiamo nessun documento che affermi la nostra parentela con Taddeo Zuccari, sepolto nel Pantheon di Roma accanto alla Tomba di Raffaello Sanzio, ne' con Federico fondatore dell'Accademia di S. Luca e di quel suo _tugurio_ sul Pincio dichiarato monumento nazionale. Però sappiamo che i due pittori, nati sulla fine del cinquecento a S. Angelo in Vado, avevano cinque altri fratelli e sappiamo pure, per averlo scritto lui stesso, che Federico visse a Parma parecchi mesi. Non è dunque improbabile che, o dal medesimo Federico, o da qualche fratello chiamato lassù, sia rimasto tra Parma e Casalmaggiore, che ebbero per l'addietro continui rapporti, un seme della famiglia.

Mio padre nacque nè primo nè ultimo di sei fratelli, tre maschi e tre femmine. Due maschietti morirono adolescenti e morì più tardi una delle femmine, già preceduta dai genitori. Quando io venni al mondo, della famiglia di mio padre non rimanevano che due sorelle nubili residenti a Casalmaggiore. E, presso di loro, si trovava già il mio fratellino Stefano quando nostra madre perdette la vita sopraparto (e la creaturina la seguì). L'altro mio fratello Luigi fu mandato a raggiungerlo subito dopo. Essi erano abituati a passare le vacanze con quelle zie paterne, mentre io andavo a Caravaggio dai nonni materni. I miei fratelli, poi, stante la lunghezza del viaggio (Casalmaggiore era a novanta miglia da Milano e senza ferrovia) oltre alle vacanze passavano laggiù mesi e mesi. Vi ero stata anch'io per un certo tempo, ma una volta sola, e smorta me ne era rimasta la rimembranza. Trovo un accenno di questo mio soggiorno a Casalmaggiore in una lettera del papà alla mamma. Egli era venuto a prendermi evidentemente e le dava per iscritto le prime notizie. È fortuna che io abbia trovata questa lettera, nella quale rinasce un momento della mia vita che avevo quasi dimenticato; riudire dopo più di mezzo secolo la voce di mio padre, se non il suono, il sentimento di essa, e vedermi descritta colle sue parole, e sapere che cosa egli pensava di me, è tale commovente dolcezza che io non so dire. «Ho veduto gli studi fatti dalla nostra ragazzina e ho dovuto convincermi che ha fatto più progressi qui che a Milano. Quanto al morale conserva quella sua naturale vivacità, talvolta smoderata, e si abbandona facilmente ad atti di subitanea impazienza, di collera e di pianto, specialmente allorchè è ripresa o corretta con modi di disprezzo; all'incontro si fa dolce e mansueta ragionandole del mal fatto e ammonendola con parole temperate e di persuasione. Nell'insieme poi del suo esteriore è tutta quella di prima; figura slanciata, agile, di movimenti rapidi; è cresciuta in altezza tre dita».

Un malaugurato strappo nella lettera di mio padre l'ha privata della data, ma non v'ha dubbio che dovevo essere allora non oltre i sette anni. La collera e il pianto, di cui si fa menzione e che io non ricordo, vennero presto sostituite da un muto dolore in tutte quelle occasioni di rimprovero o di accusa nelle quali intravedevo una ingiustizia. Avevo anche abbastanza sviluppato il senso della realtà per adattarmi senza proteste all'inevitabile; così entrai rassegnata e calma nell'internato della mia scuola a terminare l'anno scolastico, finchè mio padre avesse sistemato l'ordine della famiglia sconvolto per l'improvvisa morte della diletta compagna. Il suo era stato un vero matrimonio d'amore e di stima che nessuna nube aveva alterato mai e la possibilità di una seconda moglie non deve nemmeno aver sfiorato il suo pensiero fermo e fedele. Non poteva tuttavia lasciar soli tre figli ancora adolescenti e fra questo grave dilemma miglior consiglio gli parve quello di persuadere le sue sorelle, a venire in casa nostra per tenerci luogo della mamma.

Era una giornata d'autunno avanzato quando rientrai nella casa paterna. Il mio fratellino Stefano giocava in anticamera col cerchio. Gli chiesi dove erano le zie ed egli mi rispose indicandomi una camera in fondo all'appartamento. Mi inoltrai col cuore che batteva verso il mio nuovo destino, cercando di ricordarmi la faccia di quelle zie, che trovai (fosse stato ieri non mi sarebbe possibile averne una visione più precisa) in una stanza di disimpegno brutta e disadorna. La zia Margherita stava seduta con un rocchetto sulle spalle i pochi capelli grigi sciolti sugli omeri, un libro di preghiere in mano; sopra una sedia collocata dinanzi a lei c'era una scatola oblunga di legno bizzarramente dipinta, nella quale si ammontichiavano spazzole, forcine, un altro libro di preghiere (che era quello della zia Nina) e un pezzo di candela di sego. In piedi dietro a lei la zia Nina la stava pettinando. Al mio apparire la zia Nina ristette qualche minuto col pettine in mano, la zia Margherita sollevò gli occhi dal libro. Dissero una o due parole e ripresero la loro occupazione. Involontariamente rividi come in un barbaglio di luce lontano il dolce sorriso della zia Carolina e l'onda nera de' suoi magnifici capelli.

Le sorelle di mio padre, pur differendo l'una dall'altra, avevano in comune un tipo di razza forte. Brune e secche le loro mani e le loro braccia attraversate da grosse vene a fior di pelle ricordavano un po' le radici di un albero. Avendo begli occhi e lineamenti regolari, nella loro gioventù non saranno state brutte; ma una certa mancanza di femminilità e di gusto, l'impronta della provincia, infine, come era a quei tempi, le aveva segnate di vecchiaia precoce: la zia Margherita in ispecie, che era la maggiore e la più assente dal convegno delle Grazie. Attaccatissime al loro fratello, si erano già piegate a molti sacrifici per lui quando, vivente ancora il padre, aveva dichiarato la sua vocazione e il proposito di andare a Roma a studiare architettura. Andare a Roma quasi un secolo fa e andarvi da un piccolo centro provinciale, da una modesta famiglia borghese già aggravata di sei figli, non dovette essere certo facile impresa e si indovina il sacrificio delle buone sorelle. Ma, non v'ha dubbio, che maggiore d'ogni altro fu quello di abbandonare, non più giovani, la loro casetta, le loro abitudini, le amicizie, i dolci ozii, la libertà, per recarsi in una città sconosciuta a prendersi la doppia responsabilità di reggere una famiglia, di allevare tre fanciulli. Grande, grande sacrificio.

Io avevo allora dai dodici ai tredici anni. Una delle prime cose che mi disse la zia Margherita fu questa: «È tempo di fare giudizio, non hai più nè otto nè dieci anni». La voce e e il volto ammonendo così erano di una tale severità che ne rimasi impressionata. Avevo dunque finito di essere una fanciulla? Non mi sarei data tanta pena se avessi potuto prevedere che due anni dopo avrebbe ripetuto: «... non hai più nè dodici nè tredici anni» e ancora sotto i venti agitava sul mio capo il rimpianto degli anni passati, lo spauracchio dei futuri. Era una donna austera la zia Margherita; era anche pochissimo donna. Non l'ho mai vista una volta guardarsi nello specchio; sdegnava tutto ciò che potesse sembrare eleganza e raffinatezza; dei profumi soleva dire con grande disprezzo che li portavano solamente le persone affette da cattivi odori. Nei servizi dei piatti a tavola prendeva sempre la parte più scadente. Non sdegnava prestarsi ai lavori più pesanti, al contrario si compiaceva di aiutare in quelli la persona di servizio; amava cercare i poveri; rappezzando con zelo le vesti della nostra domestica diceva: "Avrei dovuto nascere povera e sposare un povero; quante belle pezze avrei rimesse". Trovava piacere dove gli altri confessavano un fastidio. Colla sua entrata in famiglia, di poveri non si ebbe più penuria; scomparvero invece le signore eleganti che venivano a trovare la mia mamma. Non riconoscevo più la mia casa; vedevo tutte persone nuove; udivo nomi di sconosciuti; molte abitudini erano cambiate e cambiato il posto di certi mobili. Con una sorpresa, che non saprei ridire a parole, mi accorsi che qualche volta, quando la faccia angolosa della zia Margherita era più arcigna del solito e il puntino nero delle sue pupille mordeva proprio come un granello di pepe, mi interpellava col pronome di seconda persona: "Noi... vostro padre". Non diceva mai papà ed anche per lui aveva un tic particolare, lo chiamava a volte: il padrone.

L'amor del prossimo della zia Margherita non era precisamente quello predicato da Gesù, dolce e mansueto. Mente fervida, temperamento impulsivo, facile allo scatto ed alla violenza, se con una mano era sempre tesa a beneficare, coll'altra non era meno pronta a sciogliere o, quando mai, a minacciare uno schiaffo; lo si sapeva e si evitava, molto più che le sue collere come certi temporali di primavera si disperdevano senza tempesta. Essendo quasi sempre sproporzionati alla causa, quegli scatti mi facevano tuttavia molto male. Credetti una volta che crollasse la casa, perchè mi ero servita di refe invece che di cotone per cucire un non so che ed io, che udivo fare per la prima volta una differenza fra refe e cotone, mi sentii ferita in quel sentimento di verità e di giustizia, che era in me profondo e che doveva farmi tanto soffrire anche in seguito. Era il medesimo sentimento, osservato da mio padre quando scriveva alla mamma, che mi acquietavo nelle mie ire infantili solo se corretta con amorevolezza ragionandomi del mal fatto. L'amorevolezza, che non è possibile negare a una donna la quale negava tutto a se stessa per dare agli altri, la zia Margherita l'aveva in fondo al cuore; ma l'adolescente, che io ero ancora, non sapeva discernerla nell'ammasso di bruscherie e di violenza che la rendeva ingiusta, ponendola nella luce meno favorevole di tutte dinanzi alla mia sensibilità, alla mia timidezza, al mio ardente bisogno d'affetto. Se in certi momenti, nei quali la punta acuta delle sue pupille sembrava ammorbidirsi in un raggio di benevolenza, osavo gettarle le braccia al collo chiedendole un bacio, ella voltava subito la faccia dall'altra parte mormorando nel suo dialetto: "_Sciocchezze, sciocchezze_".

Dove avrei io trovato un bacio? "Aprile senza fiori, infanzia senza baci" dice una vecchia canzone malinconica. E come dice vero! Il bacio è ai fanciulli ciò che la rugiada è al fiore, il pigolio al nido. Non avevo più nè otto nè dieci anni, ripetendo la frase della zia, ma il bisogno di tenerezza cresceva insieme agli anni e, in senso inverso dal bisogno, la mia timidezza mi ricacciava tutta dentro di me. Amavo molto mio padre, ma era serio anche lui come tutta la nostra famiglia e di pochissime parole. Il gran lutto, che gravava sul suo cuore, lo ravvolgeva in una specie di nube attraverso la quale mi appariva come un essere superiore, tanto lontano da me, dai miei piccoli affanni. Una ritenutezza, una specie di pudore, quasi uno scrupolo di coscienza mi impedivano di aprirmi con lui. Mai avrei avuto il coraggio di confessargli il mio disagio in quel passaggio dall'una all'altra età, essendo cambiata ogni cosa intorno a me, colla sensazione oscura e profonda di trovarmi sperduta in una landa deserta, sola.

La zia Nina non sapeva nè leggere nè scrivere. Feci questa straordinaria scoperta osservandola quando sua sorella la pettinava. Anche lei stava seduta colla misteriosa cassettina davanti e il suo libro di preghiere sui ginocchi, ma le pagine non le voltava mai. Seria, dura, immobile come una statua, un lieve battito delle palpebre di minuto in minuto la diceva viva. Minore qualche anno della zia Margherita, conservava con lei un'aria di famiglia, più che una vera somiglianza. Anche moralmente partecipavano entrambe delle mancanze, che un secolo fa distinguevano le zitellone di provincia vissute lontane dal mondo; ma tanto la maggiore sorella era schietta, aggressiva, impetuosa, di questa non si udiva mai la voce. Parlava poco e piano, camminava con passo vellutato. Non era nemica dello specchio e quando si coricava alla sera, aveva un modo tutto suo di accomodare i capelli sotto la cuffia che, senza nessun altro artificio, le rimanevano ondulati sulle tempie. La zia Margherita era intelligente e tanto appassionata per la lettura da leggere persino i foglietti dispersi che ravvolgevano le droghe o i bottoni. A' suoi tempi Casalmaggiore non aveva scuole. Un maestro, dal nome melodrammatico di Zefirino, aveva insegnato in casa a leggere, scrivere e far dei conti. La zia Nina pur partecipando a questi studi limitati non aveva imparato nulla. Come però conosceva l'arte di aggiustarsi i capelli, era sua anche quella di saper tacere quando l'argomento si mostrava al di sopra della sua intelligenza. Prendeva allora quell'attitudine di statua che la faceva sembrare così attenta alla lettura del suo libro di preghiere, anche se talora fosse per avventura capovolto.

Le due sorelle andavano di perfetto accordo. Vissute sempre insieme avevano, se non proprio gli stessi gusti, le stesse abitudini; le relazioni di una erano le relazioni dell'altra. Le accomunava una vita intera di affetti, di impressioni, di ricordi, di gioie, di dolori ai quali io ero perfettamente estranea; allusioni a fatti che non conoscevo, ironie di cui mi sfuggiva il significato. Quest'arma terribile dell'ironia usata contro l'adolescenza esse la adoperavano nella loro ignoranza di principii educativi; ma è crudele e di una grande ingiustizia, presupponendo nella costruzione del fanciullo una mentalità rotta alle rudi prove dell'esperienza. L'ironia è l'albero amaro del bene e del male che dà frutti di cenere; scuoterlo sul capo innocente di chi muove i primi passi nella vita, intorbidare la fonte sacra, quella bella confidenza, quell'abbandono cieco del fanciullo alla parola dei genitori o di chi ne fa le veci, è quasi un delitto. A certe frasi pungenti scambiate fra le mie zie con sorrisi di scherno l'anima mia si raggrinziva tutta. Non reagivo, ma cresceva sempre più in me l'impressione di vuoto, di freddo, di straniero: e come il mio temperamento non mi portava alla ribellione, invece di uno sfogo esterno, scendevo dentro di me. Quante volte dinanzi alla forza collegata delle mie due zie desiderai una sorella!

Anche i miei fratelli erano in due. Due vicini di età, uniti dai medesimi studii, distratti nei medesimi giuochi, liberi per il loro sesso più di quello che io fossi e indipendenti dalle zie. La scuola d'altronde ci divideva. Nelle poche ore che stavano in casa si ritiravano a studiare nella loro camera. Io facevo intanto di malavoglia gli ultimi corsi, fisso lo sguardo in quello che sarebbe stato l'ultimo giorno di scuola. I miei fratelli erano molto più diligenti e riportavano trionfi che io ero ben lontana dall'ottenere; ma avevo la fortuna di scrivere con facilità e a poco a poco mi accorsi che da questa facilità me ne derivava anche un piacere, per cui presi l'abitudine di scrivere indipendentemente dai compiti, con meraviglia delle mie compagne, le quali tutte dal più al meno abborrivano dal comporre. Pare invece che alla mia scuola questo ramo dell'insegnamento fosse tenuto in gran conto, perchè si era rinunciato a farmi imparare l'aritmetica (vista la mia incapacità di giungere in fine ad una somma) e la calligrafia (verificato che i miei saggi non erano nè inglesi, nè corsivi, nè rotondi, nè gotici) per conseguenza esonerata da questi due esami e ad onta di ciò non mi venne meno la benevolenza dei professori, compreso quello d'aritmetica. Le maestre mi continuavano la loro antipatia, ma io contavo oramai i giorni che mi avrebbero portata alla liberazione.