Una giovinezza del secolo XIX

Part 3

Chapter 33,776 wordsPublic domain

Poi mi fermavo dinanzi al paracamino dove era dipinta una montagna con un ciuffetto di fumo sulla cima e scritto sotto: _Etna o Mongibello_. Dall'Etna o Mongibello passavo alla rivista dei ninnoli rinchiusi dietro i vetri di uno di quei mobili che si chiamano _étagéres_, con un vocabolo francese che non saprei in qual modo sostituire, e finalmente prendevo fiato accanto ad un grazioso Arlecchino alto come me — ma io ero in ginocchio — ricamato a punto croce con una mascherina nera attraverso i cui fori brillavano gli occhietti di vetro. Vestito di verde di rosso e di giallo, con una stecca nel dorso che lo teneva ritto, brandendo la minacciosa spatola di legno, egli faceva la guardia all'uscio vegliando quando era chiuso e tenendolo aperto quando occorreva, contro la forza del vento.

Sollevandomi dal mio viaggio terra a terra, contemplavo il più bell'ornamento di quella sala, i ritratti a olio del nonno e della nonna, opera del pittore Moriggia che della nostra famiglia era amicissimo. Giovanni Moriggia, gloria di Caravaggio, che fu già culla di altri pittori celebri, ebbe l'onore di affrescare la cupola del grande Santuario coi relativi pennacchi rappresentanti le quattro virtù cardinali: Giustizia, Fortezza, Prudenza, Temperanza. Nel pennacchio della temperanza, che ha per soggetto l'incontro del ricco Booz colla dolce Ruth, la figura della spigolatrice è stata presa da mia madre, che ne aveva veramente nel volto la dolce bellezza. Un grande quadro del Moriggia, ideato durante il suo esilio di patriota in Svizzera, è quello del Guglielmo Tell che riconosce Alberto d'Austria sotto le spoglie di un frate francescano. Io lo vidi durante tutti gli anni che andai a Caravaggio appeso nella camera della zia Carolina e mi rimase negli occhi fra le impressioni più vive della mia infanzia. Conobbi anche Moriggia negli ultimi anni della sua vita. Era un vecchio alto e magro cogli occhi scintillanti. Mi colpì una volta che parlava concitatamente con una mia zia, questa frase «Lo dicevo sempre a Luigi Napoleone, ma egli ci ha traditi». Chiesi poi alla zia chi fosse quel Luigi Napoleone che ci aveva traditi e la zia mi fece rimanere di sasso rispondendo con tutta semplicità: «È l'imperatore dei Francesi». Mazziniano, affigliato alla _Giovane Italia_, Moriggia conosceva tutte le persecuzioni del governo austriaco, compresa la prigione, ed esiliato più di una volta, nell'esilio appunto si era incontrato col giovane principe cospiratore anch'egli e, come è noto e come provò in seguito favorevole al movimento liberale italiano. Oltre ai ritratti del nonno e della nonna, Moriggia ritrasse quasi tutti della famiglia, ma quei due mi sembrano i più efficaci per finezza di lavoro e somiglianza perfetta della quale rimango testimonio io sola essendo tutti gli altri morti. A quei due ritratti di persone, che tanto sorriso sparsero sulla mia infanzia e che il succedersi delle vicende condusse nella casa di parenti che non li conobbero, invio da queste pagine un saluto pieno di commozione.

Sola superstite di un piccolo mondo scomparso! Ripensandoci mi sembra di aver vissuto due vite. La storia dell'universo è scolpita nella memoria di ciascuno; ogni generazione la trasmette ad un'altra per mezzo di piccole evoluzioni quasi invisibili. Sono io la stessa di ieri?

Oh! l'imprudente fanciulla che avendo abusato dei semi di popone ed anche dei poponi e delle belle pesche vermiglie che il nonno portava a casa nel suo calessino, doveva rimanere a letto un giorno o due invariabilmente tutti gli anni a purgare il suo peccato di gola! Ma anche quei giorni nella casa benedetta non mancavano di letizia. Dormivo in una bella camera, detta la camera dei forestieri, attigua a quella della mia cara zia, e, manco dirlo, fiancheggiata da due grandi guardarobe. Non mi sono mai annoiata in vita mia se non in compagnia d'altre persone.

Come si può essere così nemici di se stessi da non saper reggere a rimanere da soli?

Quando non avevo accanto la zia o la nonna, mi divertivo a contare i travicelli e i rosoni del soffitto spostandoli a mio talento formando nella mia mente altre combinazioni; oppure l'occhio, innamorato sin da allora della bellezza, si sprofondava con intenso diletto sulle ampie tende che, dall'alto delle finestre, scendevano a toccare il suolo ed avevano il fondo del colore del cielo cosparso di ghirlande di rose. Il momento difficile era quello di prendere la medicina. Mio zio Germanico, il dottore, buon uomo se mai ve ne fu, ma di una semplicità ruvida di cardo, invece di una graziosa pillola inargentata o di una bevanda al sciroppo d'arancio, si ostinava ad infliggermi un bottiglione pieno di un intruglio nerastro al quale dovevo i soli istanti amari del mio soggiorno a Caravaggio. Ma anche su questi vegliava l'affetto inesauribile della zia Carolina con dolci ragionamenti, con promesse, con carezze. Un giorno che doveva recarsi a Milano mi chiese che cosa mi avesse a portare se prendevo docilmente la medicina. Espressi il mio desiderio per un nastrino di velluto _à la reine_ rosa e la vedo ancora partire col suo _cabas_ in mano, la vedo ritornare traendo da esso il vellutino _à la reine_ che mi aveva resa felice tutto il giorno nella aspettativa. Il _cabas_ della zia Carolina, al pari della sua cuffietta da notte, sono nel mio pensiero indivisibili da lei stessa. Non usavano allora le borse di pelle. Quando a Milano, rientrando dalla scuola, vedevo sopra una sedia una specie di sacca ricamata, che presentava da una parte un cagnolino nero accovacciato sopra uno sgabello rosso e dall'altra su un trapunto di perline di vetro due grandi cifre C. M. con un contorno di fiori, spiccavo un salto per la gran gioia. Era il _cabas_ della zia Carolina!

_La liberté, ce seul besoin du sage!_ Non mi era noto allora questo verso, ma la verità che esso contiene fluttuava inconsciamente nel mio istinto di bimba solitaria e nel desiderio occulto di uscire di casa sola. Il mio soggiorno a Caravaggio soddisfaceva anche questo desiderio; lo consentiva l'uso del paese e la vicinanza delle mete che mi era permesso di raggiungere. Una fra queste era la mia nutrice alla quale volevo molto bene. Venivo accolta come una regina; si alzava subito, deponendo fuso e rocca, se stava filando; mi sorrideva, chiamava le sue cognate perchè mi venissero a vedermi, per tal modo erano in tre a farmi festa, tre paia d'occhi benevoli che mi scrutavano da cima a fondo, approvando con un luccicore umido nelle pupille che era tutto una tenerezza. Poi la mia balia apriva la sua rozza credenza, mostrandomi in fondo a una scodella alcuni gamberi in salamoia, che aveva serbato a bella posta per me; da parte mia, quando l'avevo, le davo una mezza muta d'argento, che la faceva contenta ed io più di lei.

Qualche volta, di rado, la nonna mi incaricava di portare un cestello di frutta alle sorelle del nonno, due vecchie zitelle che vivevano sole; una minutina, magra, svelta, la zia Caterina, si incaricava di tutte le loro faccenduole in casa e fuori; l'altra, la zia Lucia, un donnone, corpulenta e grassa, passava le giornate in un salottino semibuio, sdraiata sopra un piccolo divano giallo, che scompariva sotto la grossa persona. Si diceva che da giovane fosse stata molto bella e consapevole di questo suo pregio rifiutasse tutti i pretendenti, commentando che non si sarebbe mai sposata se lo sposo non veniva a prenderla con un tiro a quattro. Forse questa frase era una malignità dei respinti; comunque il tiro a quattro non giunse mai alla sua porta ed ella certo non lo aspettava più. La cuccuma del caffè, l'antica cuccuma di rame, stava tutto il giorno sul focolare delle due vecchie. La zia Caterina magra e svelta la portava a tutte l'ore alla zia Lucia immobile sul sofà e tutte e due sorbendolo pensavano forse che vi è ancora qualche dolcezza nel mondo.

Nel breve tratto di strada, che percorrevo per fare le mie visite, c'era una botteguccia dove una donna vendeva filo, aghi, bottoni d'osso esposti confusamente in una vetrina polverosa ed appannata, con mezza dozzina di fazzoletti intorno sempre gli stessi, e due o tre foglietti di carta da lettera picchiettati dalle mosche. Fra queste povere cose c'era tuttavia un cartoncino che attirava la mia attenzione per tutti gli spilli che vi erano infilati dentro l'uno dietro l'altro come soldatini in parata, colle loro capocchie di vetro assortite nei più bei colori, verde, rosso, aranciato, viola; nè io badavo che fossero di vetro, perchè la mia immaginazione le aveva già poste nella gerarchia delle pietre preziose distinguendole in smeraldi, in rubini, in topazi, in ametiste: elenco di tesori che la lettura delle _Mille ed una notte_ mi aveva reso famigliari.

Questa agilità della fantasia a muoversi nei campi dell'irreale doveva procurarmi i momenti forse più belli della mia vita. L'uomo che nel _Morgante maggiore_ del Pulci, si burla del vicino, che, avendo sognato i suoi buoi ne pretendeva il possesso e mostrandoglieli riflessi nel fiume gli dice ironicamente: «Or va laggiù a pigliarli, son tuoi» afferrando la verità immediata del possesso, trascura il valore della conquista spirituale. Bisogna lasciare al sogno il largo posto che esso occupa nella nostra esistenza. Togliendolo all'uomo lo si priva di uno degli attributi che lo distingue dalla bestia. Coltiviamo il sogno: esso è l'isola incantata dove il navigante tra l'una e l'altra tempesta riposa. Il solo ammonimento che ci dà la ragione è quello di contenerlo entro i limiti di piacere superiore. Dagli spilli che io ammiravo non potevo ritrarre nessun utile personale, ma il diletto, che provava la pupilla posandosi sui variopinti colori, metteva in moto le cellule del mio pensiero e tanto me ne compiacevo da reputarmi ricca quando riuscivo a comperarne una cartina. Mi divertivo allora a contarli, a suddividerli col mio criterio fanciullesco secondo l'età e la condizione del destinatario, come faceva la nonna coi piatti del desinare, e poi correvo a portarli alla mia balia, alle sue cognate, alla vecchia Teresa, alla lunga Francesca. Se fossero stati veramente smeraldi e rubini non avrei potuto sentirmi più fiera del mio dono. E quanto felice!

Un'altra casa sulla quale si raccolgono i buoni ricordi delle mie vacanze a Caravaggio, un po' succursale di quella dei nonni, era la casa della zia Claudia, moglie al dottore. Meno comoda meno ordinata, meno signorile, questa seconda dimora non mi era perciò meno gradita. Alla mia fantasia vagabonda una porta un po' sgangherata, un sottoportico irto di ciottoli come un sentiero di montagna, una catasta di legna in un canto, non presentavano nulla di sgradevole; nemmeno la fossa delle immondizie aperta a ciel sereno stonava troppo, poichè un albero di alloro vi sorgeva dapresso ombreggiandola colle sue lucide foglie e un bel giorno mi sorpresi a comporre questa osservazione «Anche nella vita troppe volte l'alloro cresce sulle immondizie».

Il cortile della zia Claudia non presentava esso pure la costruzione lineare del cortile del nonno, ma aveva, impareggiabile vantaggio, una spalliera di albicocche dorate, così luminose nel sole che tutta la casa ne riceveva una specie di sorriso e un tralcio di vite, che saliva ad abbracciare i pilastri di un loggiato superiore, al quale dava libero accesso uno scalone di pietra, ben noto ai miei piccoli passi leggeri. Nel mezzo del cortile poi molte pianticelle di fiori, senza esclusione del domestico prezzemolo e della salvia aromatica costituivano uno di quei giardinetti provinciali che, forse in memoria dei beati tempi, ho sempre preferito alle aiuole lisciate e pettinate dei giardinieri di professione. C'erano anche intorno al cortile ripostigli e stambugi adattatissimi per il giuoco di nascondersi che si faceva insieme ai nipoti dello zio Germanico, ospiti quotidiani al pari di me.

Lo zio Germanico era l'uomo di compagine più semplice che io abbia mai conosciuto. Flemmatico oltre ogni dire, quando aveva compiuto il giro de' suoi ammalati, ospedale e comune, e fatto il debito sonno del pomeriggio, si metteva a cavalcioni di una delle molte sedie che popolavano il sottoportico a fumare la sua pipa. Se capitava allora un cliente, generalmente un contadino o una povera donna, egli nè mutava posizione, nè si toglieva la pipa di bocca; nemmeno voltava la testa. «Cosa avete? — Signor dottore mi duole lo stomaco — Che stomaco? dove? — Signor dottore....». Balzava fuori allora come un diavolino da una scatola, la zia Claudia e si poneva fra i due «Guardalo dunque, se non lo guardi come puoi capire? E voi, dite su, dove vi duole? Qui? qui?...» Usciva un brontolio dalla bocca chiusa del dottore e la zia Claudia incalzava «Levati la pipa di bocca, come vuoi che capisca?» «Gru, gru» e la zia a spiegare «Ha detto di mostrare la lingua» Così fino alla fine della visita. Era la cosa più buffa che si potesse immaginare: la flemma del marito, il fuoco della moglie.

La zia Claudia aveva veramente l'argento vivo addosso. Seconda delle tre sorelle, non assomigliava nè a mia madre nè alla zia Carolina. Faccendiera per temperamento era in piedi tutto il giorno; una sua particolare fobia di pulitezza gliene dava buon giuoco trovando necessario di sorvegliare la domestica ad ogni passo, sostituendosele anche in certe delicate preparazioni del cibo. Era così schifa su questo capitolo del mangiare che, invitata a pranzo da un'amica, portò con sè il proprio pane non stimando il fornaio dell'amica sufficentemente pulito. Di ciò se ne rideva insieme; ma a me faceva pena quando, non so per quale pio voto, essendosi imposta la mortificazione di baciare la terra, dopo aver recitate le sue preghiere, cercava affannosamente presso ai mobili l'angolo che presumeva più al sicuro delle eventuali sporcizie.

E anche la zia Claudia, quando non fosse occupata a rincorrere la servetta, (occorrevano sempre a lei serve giovani da poter far piroettare) eleggeva a suo domicilio il sottoportico, vi riceveva, vi lavorava, ammesso che lavorasse, perchè io in verità non l'ho mai vista seduta tranne che nel caso di dover discorrere con qualcuno; esso era il centro di riunione come l'_hall_ per le case inglesi; è per questo che tutte le sedie disponibili vi erano raccolte in democratica fratellanza colla catasta di legna e nessuno vi faceva caso. La vecchia dimora, dimora avita dello zio, era sempre stata così. Dovevano, però, i visitatori premunirsi contro le correnti d'aria, perchè l'_hall_ della zia Claudia, posto tra il cortile e la strada colla porta sempre aperta, faceva una terribile concorrenza alla rosa dei venti. Non che mancassero i locali; la casa era ampia, ampia ma scomoda: tutti quegli stambugi, solai, scale e scalette, che formavano la delizia di noi ragazzi, erano un inutile ingombro al disimpegno delle domestiche faccende; moltiplicavano le lontananze, interrompevano le unità, obbligando venti, trenta volte al giorno, ad affrontare l'alpinìsmo dei sassi sotto il portico per recarsi da una camera all'altra che guai ad avere calli (ma noi ragazzi non ne avevamo). Si spiega come, muovendosi sopra un'area abbastanza vasta, lo zio e la zia non disponessero di un salotto conveniente. C'era bensì un salottino dietro la cucina, ma così stretto e buio (somigliava a quello della zia Lucia) che non invitava a rimanervi.

Ma dove lascio la sala d'onore? Perchè esisteva veramente una sala d'onore e bella. Solo che per accedervi bisognava o attraversare il famoso acciottolato del portico, una loggetta, il cortile, (bagnandosi se pioveva); oppure la cucina, il salottino buio, una ripida scaletta di mattoni, un solaio, lo scalone di pietra e la loggetta come sopra. Comodo nevvero? Naturalmente era sempre chiusa e invece delle visite ospitava accanto ai mobili deserti, qualche sacco vuoto, qualche paniere fuori d'uso, qualche dozzina di pere distese a maturare per l'inverno. Un particolare curiosissimo di quella sala era la tapezzeria, rappresentante a larghe linee un paesaggio inverosimile dove un cacciatore puntava il fucile contro un uccellacelo sospeso a pochi palmi sopra il suo naso; ma il bello veniva dopo, quando allo svoltare della tappezzeria nell'angolo l'uccello veniva a trovarsi dall'altra parte del cacciatore.

Qui dovrei forse fare punto fermo, cestinando un altro particolare che ai miei giovani anni mi scandalizzava assai. Ma penso che quei giovani anni, tanto io quanto i miei lettori, li abbiamo sorpassati e siamo ora d'opinione che qualsiasi documento, anche il più puerile e apparentemente insignificante, trova il suo posto negli usi e costumi di un secolo e in questa nostra vita dove tutto si concatena. Dirò dunque che, mentre il cacciatore se ne stava fisso al suo punto di mira, anche se il punto sfuggiva al tiro, un altro misterioso individuo soddisfaceva indisturbato sotto un albero i suoi più intimi bisogni. Sono scherzi che ai nostri giorni, col nostro gusto raffinato, non si potrebbero tollerare. Gli avi e bisavi invece ne ridevano, con quello spirito semplice e primitivo che i nati dopo la rivoluzione francese relegarono in fondo alla provincia. La burla che tenne tanto posto nelle cronache dei Comuni e delle piccole Corti italiane, la burla boccaccesca e rabelasiana, cadde a poco a poco dinanzi a una coltura più diffusa e ad una maggiore sensibilità di nervi ma un lungo strascico, spoglio della crudezza di quei tempi, rimase negli usi del Settecento fino agli albori del secolo decimonono accontentandosi del sottinteso scurrile.

Ho visto io sotto il Coperto dei Figini esposto in una di quelle botteguccie, che i vecchi come me ricorderanno, un fermacarte rappresentante col più crudo verismo una porcheria, che a trovarla per la strada ci fa scansare rapidamente, e qualche anno dopo mi rallegravo del progresso civile che aveva fatto scomparire simili pervertimenti del gusto. Andai poi a Parigi e là, in pieno centro elegante, sull'angolo della via Coumartin, in un negozio all'insegna — _Au bon rire gaulois_ — vidi ancora il medesimo scherzo (chiamiamolo così) che a Milano era scomparso da mezzo secolo.

Per chi ama riflettere sugli atteggiamenti spontanei del popolo è interessante questo sopravvivere di una tendenza, che sembrava sorpassata per sempre e sopravvivere nella città che fu detta il cervello del mondo. Il _bon rire gauloi_s si vede che è rimasto vitalità tenace della razza, proprio a Parigi dove si trovano ancora la bettole _Aux armes de Chartre_ come ai tempi del Re Sole. Di un altro re più moderno, un re di quel secolo decimottavo durante il quale la burla poco pulita dilagò dovunque, si ha questo aneddotto che prova la diffusione di un uso al quale non sfuggirono fino all'ultimo le più alte classi sociali. Beniamino Franklin trionfava nella capitale della Francia e le sue idee utilitarie formavano il soggetto di tutte le conversazioni; la contessa di Polignac, grande amica della disgraziata Maria Antonietta, se ne mostrava entusiasta al punto che Luigi XVIº, _le roi débonaire_, per prenderla in giro le mandò un magnifico vaso da notte, espressamente ordinato alle officine di Sèvres, con suvvi impresso il ritratto dell'uomo alla moda e il motto: _art e utilité_.

In quella casa bizzarra, tra la zia Claudia sempre in moto e lo zio Germanico taciturno, io m'aggiravo in piena libertà. Trascorsi i primi anni dell'infanzia mi disinteressai dei giuochi rumorosi dei miei compagni. Preferivo sedermi sopra un rialzo della loggetta, che fiancheggiava il giardino e, pur non sdegnando i bei grappoli d'uva pendenti sul mio capo con certi chicchi lunghi come bozzoli, mi sorprendevo ad errare collo sguardo sulle aiuole scompigliate dal gatto, così senza un pensiero fisso, ma col germogliare di tante sensazioni sposate alla bellezza dei fiori che incominciavo a conoscere per nome; la diversa colorazione dei gerani, il profumo della vaniglia, lo strano volto delle viole del pensiero e una pianticella di fiori chiamati le meraviglie che odoravano solamente al tramontare del sole, e un'altra che si ingemmava di piccole bacche bianche lucenti rotonde come perle; e le erbe, le care erbe dai molteplici odori che coglievo per mettere nel mio fazzoletto. Non conoscevo ancora il delizioso verso della Cantica «Sia il tuo amore simile a un mazzetto d'erbe odorose appeso alla tua cintura» e non conoscevo l'amore. In nulla fui precoce, nemmeno in questo. Ebbi però prestissimo sviluppata l'attitudine all'osservazione e una intuizione, che contrastava singolarmente con una ingenuità assoluta, da sembrare qualche volta deficienza. Ero anche seria più che non comportasse l'età, con una inclinazione a problemi che raramente interessano le bimbe di nove o dieci anni. Mentre i nipoti dello zio si erano divertiti a disegnare omini e cavallucci sulla parete dello scalone, io vi scrissi questa quartina letta chi sa dove:

Giovin, che tanto altero vai della tua beltade, nel fior che presto cade contempla il tuo avvenir.

A chi la dirigevo? A nessuno in particolare: al mondo, alla vita, forse a me stessa.

Staccandomi dai miei coetanei mi accadeva di rimanere più a lungo in compagnia della zia Claudia e delle persone che venivano a visitarla. Era difficile che qualcuno passasse dinanzi alla porta aperta, alle sedie allineate ed alla vigilanza della zia, senza entrare per poco o per molto a scambiar le reciproche idee sugli ultimi avvenimenti del paese. La zia Claudia mi voleva anche lei molto bene, mi chiamava la sua nipote prediletta e mi parlava come ad una persona grande, privilegio lusinghiero per i miei gusti di fanciulla assennata.

Frequentava la casa anche uno dei nipoti maggiori (ve n'erano di tutte le età). Questo di cui voglio parlare, un giovinetto, sui sedici anni, pallido, delicato, di temperamento dolcissimo, mi si era affezionato in un modo che, data la differenza dell'età, appariva singolare. Diceva che quando fossi più grande mi avrebbe sposata; lo diceva alla zia, lo diceva, a me; la zia abbozzava un sorriso, io non rispondevo nulla perchè era come se mi avesse detto: Fra qualche anno parleremo arabo insieme. Durante una delle ultime vacanze che passai a Caravaggio venne fuori una milanese, una ragazza che fece subito impressione per la disinvoltura piuttosto sguaiata colla quale si accaparrava i giovinotti. Si osservavano i suoi abiti, i suoi gesti. Aveva trovato modo di avvicinare i nipoti dello zio Germanico e per questa via la zia ed io eravamo al corrente dei suoi successi. Un giorno il mio promesso sposo mi comparve d'innanzi con un anellino di corniola al dito; siccome non l'avevo mai visto gli chiesi semplicemente da qual parte gli venisse ed egli con pari semplicità mi rispose: «Me lo ha dato l'E....» «Come! esclamai, dici che vuoi sposarmi e porti l'anello di un'altra. Allora è segno che vuoi bene a lei; sposa quella». Il buon ragazzo si affannò a spiegarmi come glielo avesse posto in dito di viva forza, ma che era pronto, se questo mi faceva dispiacere a levarselo. Aveva già compiuto l'atto ma sembrandogli di non avermi persuasa abbastanza soggiunse: «Vuoi che lo spezzi, che lo schiacci sotto ai piedi, per mostrarti qual conto faccio dell'E..?». «Ah? no, dissi sarebbe peccato». Egli ebbe una rapida ispirazione «Lo vuoi tu? Prendilo, è tuo». Tutto giulivo me lo porse e io fiera del mio trionfo, non potendo tenerlo su nessuna delle mie dita perchè troppo largo, lo ravvolsi nella cuffietta della bambola e lo riposi gelosamente in tasca.