Una giovinezza del secolo XIX

Part 6

Chapter 63,425 wordsPublic domain

Venne finalmente l'ora di una grande rivelazione. Entravo nella mia camera, che era pure la camera delle zie, quando un alterno e concitato parlare, in cui era mischiato il mio nome, mi arrestò di botto sulla soglia. La voce della zia Nina per solito bassa e velata tradiva una grande irritazione e quella della zia Margherita si piegava a straordinari sforzi di dolcezza per calmarla, per persuaderla. "È inutile, io non la posso soffrire, mi è antipatica, la odio". Queste parole mi fischiarono nell'orecchio come una scudisciata, poi non udii altro. Ovvero, si, ella ne pronunciò ancora una così orribile che non ressi più e mi allontanai soffocando in un lungo singhiozzo un gruppo di lagrime troppo amare per sciogliersi in pianto. Ecco dunque la risposta ai miei angosciosi perchè, alle accuse, ai sospetti, alle ripulse: _perchè mi odiava_. Lo aveva detto lei stessa uscendo dal suo mutismo: non era possibile dubitarne. Ora, qualunque cosa facessi o dicessi, sapevo che mi odiava. Questa persona, che viveva presso a me, sangue del sangue di mio padre, chiamata a proteggermi, a guidarmi, a volermi bene, questa persona mi odiava.

Venuta in possesso di sì crudele verità sentivo però che non era tutto il vero. Un'altra domanda urgeva alle porte oramai violate della mia ingenua fede: "_Perchè mi odiava?_". Ma l'ingenuità mia era ancora troppo salda, troppo resistente, per potermi dare una risposta chiara e decisiva. Dovevo vivere tutta la mia vita, la vita di osservazione e di esperienza, di teneri sogni e di brutali risvegli, che ognuno di noi vive, prima di afferrare la verità tutta intera. Comprendere è perdonare, si dice, e quante cose, che ci fanno soffrire, ci lascerebbero indifferenti a poterle comprendere in tempo. Intanto, quasi a conforto della dolorosa scoperta fatta, mi riusciva a poco a poco di valutare meglio le intenzioni della zia Margherita, la quale mi voleva bene alla sua maniera e più me ne avrebbe voluto senza le continue istigazioni della sorella e i foschi colori sotto cui ella mi dipingeva, falsando ogni mia azione, facendomi segno alle calunnie le più assurde, le più lontane dal mio modo di pensare e di sentire. Il sistema adottato dalla zia Nina nella sua campagna contro di me era questo: in mia presenza musoneria e mutismo agghiacciante; dietro le spalle lagnanze, accuse, sfoghi di insopportabilità come di un gran peso che la opprimesse. Nè deve sembrare troppo singolare la fede prestata da una sorella alle parole dell'altra; trovo anzi naturalissimo che quella vivace e impetuosa donna che era la zia Margherita, usa da più di mezzo secolo a vivere lo stesso pensiero della zia Nina, ad amare e a disprezzare insieme, sempre unite, sempre concordi, dovesse scattare sotto il racconto delle pretese sofferenze da me inflitte alla sua anima gemella e torna a lode di una innata rettitudine il contrasto, che ella doveva provare, posta così ad arbitra di un conflitto del quale le mancavano da una parte i dati di fatto e sull'altra pesava una giustificata ripugnanza a dubitare. Di tale esitazione io coglievo a volo diverse prove, prima fra tutte la sua diversità di contegno; una specie di inquietudine e di malessere in presenza della zia Nina e quando eravamo sole, una subita espansività, un largo respiro di catena ritolta, specie di oasi nella quale fiorivano i bei racconti, le memorie antiche. Anche in queste ore buone non mi permetteva, è vero, di farle un bacio, ma essendomi sfuggita una volta la storpiatura del suo nome (vezzo mio per tutte le persone che amo) sopportò sorridendo che la chiamassi Màrgula e sempre poi nei rari momenti, che dalla mia gioventù compressa balzava irresistibile un impeto d'affetto e: Màrgula, Margulina! gridavo, tentando di abbracciarla, ella, pur respingendomi, aveva negli occhi quella luccioletta luminosa che era il solo indice della sua commozione. Poco mi importava allora se, quasi parlando sè stessa, tentasse di mitigarne l'effetto con una delle sue bizzarre frasi dialettali: "_La vola, la vola!..._".

Arduo mi sarebbe dire se nel lungo corso degli anni e precisamente quando, erba novella che preme di sotto la terra per venire incontro al sole, le quindici primavere pulsano tumultuosamente nelle vene, la zia Margherita abbia volato o no. Certo non le mancavano le ali. Amò una volta sola un piccolo possidente dei dintorni di Brescia, un uomo di salda tempra antica, onesto e leale, che avrebbe fatto con lei un bellissimo paio; ma viveva in famiglia con genitori, sorelle, fratelli, nuore, nipoti e la prospettiva di dovere andare d'accordo con tanta gente le parve così oscura, che temporeggiando e rimandando, dal mese della semina a quello dei raccolti, da Natale a Pasqua, trovaronsi entrambi coi capelli grigi e si accontentarono di restare buoni amici. Vi fu anche un tempo in cui ebbe la velleità di farsi monaca; effimera vocazione che scomparve pur essa riflettendo come, dato il suo temperamento vulcanico, non potesse prendere su di sè garanzia che un bel giorno non le venisse in mente di dar fuoco al monastero.

Per conoscere bene le due zie, che tanta influenza ebbero sulla mia vita, è utile sapere in qual modo si svolse la loro stessa vita, non essendo l'esistenza umana il fungo che spunta solitario e nel posto in cui nasce sta, ma piuttosto una densa ramificazione di foresta dove una fronda abbraccia l'altra, dove nel mistero della terra le radici si incontrano attraverso spazi infiniti e la furia del vento trasporta i pollini che vanno a fecondare altre zolle, a far sorgere nuove foreste. Sui dubbi che trattennero la zia Margherita dall'andar sposa in una troppo numerosa famiglia influì probabilmente il ricordo della sua. Mio nonno viveva con un fratello; avevano case e fondi proprî e commerciavano insieme. Mio nonno mise al mondo sei figliuoli, suo fratello ventidue. Quando tutti erano riuniti a tavola i due padri sedevano ai due capi opposti, avendo ognuno a portata di mano una lunga e flessuosa verga di salice colla quale, attraverso la lunghezza della mensa, toccava quelli de' suoi ragazzi che mostravansi più irrequieti intanto che le rispettive madri badavano a scodellare. Di colei, che sarebbe stata la mia nonna, e che morì ancor giovane dopo il sesto figlio (come mia madre), zia Margherita non serbava che un ricordo: ella rivedeva curva sul suo letto, nelle lontane sere infantili, una dolce e grave figura di donna; era molto bianca in volto, coi capelli neri e portava un abito di panno bleu; rimboccati i lettini, la dolce figura sedeva presso l'ultimo nato e al pallido lume di una fiammella ad olio leggeva nel suo libro di preghiere a fermagli di argento finchè i bimbi fossero tutti addormentati. Zia Margherita non sapeva altro; non potè dirmi altro. Era appena passata la soave visione in quella casa dove l'esistenza dovette essere aspra di quotidiane realtà, passata colla tenuità di un sogno.

Di una visita fatta all'avolo suo la zia Margherita trovò ancora memoria. Viveva egli in un paese poco lontano e vi fu una volta che la maggiore delle sue nipotine (la zia Margherita appunto) gli fu condotta per rimanere alcuni giorni presso a lui; ma non era trascorsa un'ora, che ell'aveva già trovato modo di arrampicarsi sopra una pianta di fico, che sorgeva nel cortile, spezzando il più bel ramo e stracciando da cima a fondo la vesticciuola, per andare a finire nella vetrata di una finestra che mandò in mille frantumi. "E che cosa ti disse il nonno?" — chiesi io alla zia Margherita con una certa inquietudine. "Nulla a me. Chiamò il domestico e disse a lui col massimo sussiego: — Attacca il cavallo e riconduci questa ragazza a casa sua".

Mi mancano i dati per precisare quando mio nonno si separò dal fratello; il fatto avvenne forse in seguito alla crescente figliuolanza, forse per gli affari che incominciavano ad andar male. Fra le disgrazie che la zia Margherita raccontava, c'era la perdita di un mulino sul Po verso la riva parmigiana, dove tratto tratto tutta la famiglia soleva recarsi in barca propria a festeggiare i gnocchi della mugnaia e bere il vino bianco. Dovevano essere state assai gioconde queste imbarcazioni di giovani sul bel fiume dai tramonti dorati, perchè vivo ancora palpitava il rimpianto nell'anima della zia e quasi rancore contro il fiume bello e infido, che nelle sue furie terribili, rosicchiando le rive, aveva a poco poco inghiottito terra e mulino. Ma prima che in seguito a questa ed altre disgrazie avvenisse la divisione dei due fratelli la vecchia casa patriarcale ospitava un'altra di quelle figure di antenati, che la zia Margherita sapeva evocare in poche parole con un tocco solo di pittura impressionista o con una breve punta d'acquaforte, come l'episodio della visita da lei fatta a suo nonno, sì che mentre lei parlava io lo vedevo il vecchio rigido e freddo dinnanzi al triplice disastro dell'albero, della vetrata e della vesticciuola; lo vedevo e lo udivo scandere le parole della sentenza: "Attacca il cavallo e riconduci questa ragazza a casa sua".

L'altro ritratto di famiglia, dirò così, era la madre di mio nonno; carica d'anni la vecchierella non usciva più dalla sua camera a secondo piano, dove se ne stava seduta quasi sempre accanto al fuoco aspettando che i ragazzi venissero a trovarla; ne erano nati ventotto di ragazzi in quella casa e una mezza dozzina di piccoli c'era in ogni tempo. Questi entravano coll'impeto di un turbine, gareggiando a chi arrivava primo e la bisavola, per non far torto a nessuno, si prendeva fra i ginocchi tutte le loro manine una sopra l'altra riscaldandole nell'ampio grembiule, quel grembiule che scottava sempre e il giuoco, che faceva ridere i piccini, dava a lei un risveglio di orgoglio materno, quasi un fiorire di rose intorno alle piccole rughe del suo volto. A una data dell'anno l'avola lasciava il suo cantuccio accanto al camino e, mostrando una certa inquietudine, percorreva la camera a passettini corti e ineguali, sorretta dal bastoncello, piantandosi poi risolutamente dinanzi alla finestra, che si apriva sul cortile interno, come a sorprendere il passaggio di qualcuno: quando vedeva apparire o l'uno o l'altro de' suoi figli, che appunto quelli aspettava, raschiandosi in gola, picchiando nei vetri col bastoncello, se persistevano a non intendere, li obbligava a salire chiamandoli per nome. La vecchierella divisa dal mondo non dimenticava che, venendo sposa in quella casa aveva portato in dono uno _spillatico_ sul quale i suoi figli erano obbligati a passarle una piccola rendita e tutti gli anni, alla scadenza, avveniva poco su poco giù il seguente dialogo.

— Che cosa volete mamma? — Ricordarvi i vostri obblighi. — Ma voi non avete bisogno di denaro. Che cosa vi manca qui? — Non state a cercare quello che mi manca, datemi quello che mi viene. — Voi mamma (tentavano di volgere la cosa in scherzo) spilli non ne portate più. — Ciò non vi riguarda, fate il vostro dovere. Narrandomi questi particolari la zia Margherita si inteneriva e nello stesso tempo era presa da una specie di orgoglio di famiglia, raddrizzandosi sulle spalle un po' curve, quasi per mostrare a sè stessa che nell'occasione saprebbe essere egualmente ferma e fiera.

In seguito a morti e divisioni mio nonno Stefano rimase solo coi suoi figli, dei quali Margherita era la maggiore, poi veniva mio padre, Giulia, Nina e credo ultimi i due maschietti morti presto. Mio padre si chiamava Fermo; non so quali studi avesse fatti nè dove, nè a quale età ottenne di poter andare a Roma per seguire i corsi di architettura alla Sapienza. Era ancora giovinetto quando, prendendo parte alle mascherate carnevalesche che allora usavansi molto a Casalmaggiore, non gli riusciva mai di conservare l'incognito in causa della sua alta statura. La scatola arabescata, dove le mie zie conservavano gli oggetti sommari della loro toeletta, rappresentavano il doloroso insuccesso che egli ebbe sotto le spoglie di un elegante figaro che tutte le Rosine della città riconobbero immediatamente, tanto che l'anno appresso volle escogitare un trucco di nuovo genere. Ripudiando i travestimenti di lusso, sotto le umili spoglie di un contadino, coperto il volto di una rozza maschera, spingendo una carrettella di mele, uscì fuori trionfante in piazza e forse il trionfo lo avrebbe accompagnato fino all'ultimo se i suoi fratellini correndogli dietro e gridando a squarciagola: "Fermo dammene una!" non lo avessero subito scoperto. Si vede che mio padre non era nato per portare maschera.

Mio nonno Stefano, dunque, essendo rimasto solo a governare negozi e figliuoli, pensò di riammogliarsi e il modo col quale vi si accinse è abbastanza bizzarro per essere ricordato. C'era nei dintorni una donna che viveva sola prestando qualche servizio qua e là. Non più giovane, di costumi austeri, senza pretese, gli parve la persona meglio adatta al suo scopo, poichè d'amore non era il caso di parlarne, e così aspettandola un mattino mentre usciva dalla messa la arrestò senz'altro sul sagrato e lasciando da parte inutili preamboli le disse "Teresa, volete venire in casa mia a far da madre ai miei figli?" Quella rispose: "Ci penserò signor Stefano, le darò la risposta domani". E fu tutto. La donna, che prese il posto della soave creatura vestita di panno bleu intenta a leggere nel suo libro di preghiere a fermagli d'argento, era una perfetta massaia, lavoratrice, economa, onesta fino allo scrupolo, tutta compresa de' suoi doveri, ma era ignorante, rozza, dura di modi, dalla virtù arcigna. Cambiando stato ella rimase un'ottima serva, ma le mancò totalmente la grazia della donna. Suo marito lo chiamava sempre "il padrone". Si comprende come nella mia famiglia, che già molto morbida non era, la ruvidezza della nuova venuta dovesse influire in senso peggiorativo. La zia Margherita col suo carattere ardente, colle sue simpatie democratiche, ammirava quella ruvidezza, che a lei sembrava forza e se, dopo tanti anni trascorsi, le accadeva qualche volta di chiamare suo fratello "il padrone" era ancora una prova dell'influenza esercitata dalla matrigna sul suo spirito così ben preparato a riceverla.

Una febbre di quelle che chiamavano perniciose condusse mio nonno al sepolcro in pochi giorni; la seconda moglie era morta anch'essa e morta la figliola che si chiamava Giulia. La famiglia così numerosa non esisteva più, si era sciolta; venduta anche la casa, le due superstiti, Margherita e Nina, si ritirarono in un'altra casa di loro proprietà dove si iniziò quella che fu, per una trentina d'anni, la loro rimpianta vita di pace assoluta e di semplice libertà. A questo punto i miei ricordi tornano ad essere personali. Io la conosco la via fatta ad arco, larga e deserta come quasi tutte le vie di Casalmaggiore, chiazzata qua e là da qualche filo d'erba, coi marciapiedi di mattonelle rosse; vedo il gruppo isolato di abitazioni intorno all'albergo della _Croce Verde_ che forma in certo qual modo la corda dell'arco, vedo le case allineate in giro a semicerchio: la seconda a destra venendo dalla piazza era quella delle mie zie. La zia Nina, che aveva la passione contemplativa dei fiori, era riuscita a trasformare il cortile in un vero giardino; i trecento e più vasi che formavano l'aiuola centrale, curati ad uno ad uno con tenerezze materne, offrivano un aspetto dei più variati; tutte le gradazioni dei garofani, dei gerani, delle verbene e le rose muschiate, e le ortiche americane dal profumo delicato, e quello acuto del geranio d'Africa, e quello misterioso e inebbriante del geranio notturno che odora solamente di notte, e la selva imbalsamata della cedrina, che a Casalmaggiore chiamano erba Luigia in memoria della Duchessa di Parma Maria Luigia, e tutta la innumerevole famiglia dei fiori che si coltivano in provincia, lungo gli anditi soleggiati dove all'ombra di una tenda le donne compiono i loro bei lavori di pazienza, intanto che il gatto sonnecchia sdraiato con pieno abbandono sul lembo della loro gonna e poco lungi nel piccolo chiuso cocoreggiano le galline.

Vita di libertà, vita di pace conducevano le due sorelle; la dimora era modesta, ma perfettamente intonata ai loro bisogni; un salottino a pian terreno, colle finestre basse verso strada così compiacenti al saluto, al breve colloquio: una cucina, sul cui muro esterno rameggiavano le fronde annose di un susino facendo ondeggiare nel vano della finestra come lampadine d'oro sospese i magnifici frutti gialli che si arrampicavano fino al terrazzo sovrastante. Le camere superiori non erano nè così numerose nè così ricche di guardarobe come quelle della mia nonna di Caravaggio, poichè in casa delle due zitelle nè alloggiavano vescovi, nè banchettavano canonici. Eranvi tuttavia bei cassettoni panciuti con riporti di metallo e qualcuna di quelle deliziose placche settecentesche dove, innanzi ad uno specchietto che forma il fondo si accendeva nelle occasioni solenni una candela che, riflettendosi moltiplicata nello specchio, doveva rappresentare il lusso di una luminaria. Regine nel loro piccolo regno esse avevano, come tutti i proprietari di quelle terre ubertose, la festa annuale della vendemmia alla quale non mancavano di assistere in mezzo ai loro contadini e la soddisfazione di riempire con vino proprio la cantina e di colmare la legnaia di ceppi tagliati dai propri alberi. Tutto in misura modesta, ma tutto così facile, così sicuro in un seguito armonico di tradizioni e di misure che, pur non essendo ricche fruivano del principale dono della ricchezza, che è l'indipendenza e di quell'altro pur dolce privilegio di potere, qualche volta, aiutare il nostro simile nella miseria.

Una specie di solaio coronava la casetta delle mie zie o, piuttosto che solaio, due piccole camere basse di soffitto che ne facevano le veci. Lassù, fra diversi oggetti fuori d'uso, la mia fantasia fu colpita da un busto femminile di grandezza naturale, non ricordo se di legno, come quelli che usavano un tempo le modiste per allestire le cuffie, o di terraglia, quali si trovano forse ancora in certi vecchi giardini, ma così ben dipinto, guancie rosee ed occhi lucenti, da giustificare l'ammirazione di una fanciulla un po' fantastica; quel busto aveva anche un nome, si chiamava la signora Tintimillia; non le mancavano altro che le gambe e la parola. Chi fosse, d'onde venisse, nessuno non ne sapeva nulla, ma per me fu oggetto di gran fantasticare, molto più che la signora Tintimillia non era sola lassù. Dal rettangolo di una cornice bucherellata dal tarlo, proprio dirimpetto a lei, sporgeva la testa di un frate. Le mie zie dicevano che era il ritratto di un nostro antenato; quanto al sapere per quale intreccio di eventi lui e la signora Tintimillia si trovassero riuniti nell'esilio, la mia curiosità rimase insoddisfatta, ma ai piaceri della fantasia non occorre la verità, basta il sogno. Io almeno me ne accontentai.

In fondo al semicerchio della via, sull'angolo di un viottolo che si perde fra giardini e verzieri, c'era la casa dove abitavano i migliori amici delle mie zie, una amicizia di tre generazioni, una di quelle rare amicizie su cui è dolce riposare il cuore. Non dimenticherò l'augusto Collella, altro abitante della contrada, oggetto di stupefazione per me quando lo vedevo alzare dai trucioli la sua testa da imperatore romano per rimaneggiare la politica del governo, che, secondo lui, andava male, ed appoggiandosi sulla pialla come avrebbe fatto sopra una clava, giudicare di Cavour, del ministero, dei trattati, quasi fossero legno di noce o di ciliegio. Trinciava giudizi anche sull'arte drammatica. Aveva conosciuto la Ristori: «Già, è stata qui colla compagnia de' suoi genitori, contava tre o quattro anni, l'ho presa in braccio tante volte, le ho date anche le _chisseüle_». In seguito a tali confidenze si gonfiava, faceva la ruota, convinto di avere stabilito il suo diritto a parlare d'arte. Questo curioso personaggio, in aggiunta a' suoi meriti, custodiva tre scorpioni in un'ampolla d'olio per medicare ogni genere di tagli e di ferite. La moglie di Collella, un bel donnone fresco e sorridente che metteva allegria solamente a vederla, era una delle persone che passando sotto le finestre basse del salottino delle mie zie non mancava, da buona vicina, di fermarsi ad augurar loro o il buon dì o la buona sera, e avvenne che una sera, per l'appunto passando in fretta, soggiungesse: «Non mi indugio perchè vedo forestieri in casa». Le zie che sapevano di non avere nessuno fecero le meraviglie; ma l'altra assicurò di aver visto stando sul marciapiedi un uomo nella loro camera la quale, pur essendo al piano superiore, era molto bassa sulla strada e soggiunse spaventata: «Allora è un ladro! — Un ladro! — esclamò la zia Margherita e, come le avessero detto che era fuggito il merlo, salì la scala a due gradini alla volta mormorando: — Vado io a prenderlo per lo stomaco». Il bellicoso ardore della zia Margherita non ebbe tempo di tradursi in atto, perchè il ladro, sentendosi scoperto, aveva spiccato un abile salto dalla finestra e già fuggiva lontano lasciando dinanzi alla porta il suo berretto.