Una giovinezza del secolo XIX

Part 13

Chapter 133,662 wordsPublic domain

Il peggio fu quando, discesa alla stazione di San Pier d'Arena, il controllore mi strappò di mano il biglietto spingendomi fuori con grande premura di serrare le vetrate, ed io, per prima cosa, mi trovai a non vederci più, perchè una folata di vento mi aveva rovesciato il cappello sugli occhi; nè fu breve impresa districare il cappello dalla veletta avendo le mani occupate da una valigia, un ombrello, uno scialle, e il vento che soffiando proprio verso di me, mi cacciava negli occhi turbini di nevischio e mi sbatteva le sottane contro le gambe, impedendomi di fare un passo. "Un facchino! almeno un facchino per portarmi la valigia!" Cacciavo questo grido di disperazione tra i ghiacciuoli del mio fiato, ma non c'era intorno anima viva. Le poche persone giunte insieme a me, si erano squagliate in un battibaleno; attraverso le vetrate chiuse della stazione non scorgevo altro che usci chiusi. Da quella parte non c'era speranza di aiuto. Mi ingegnai allora a discendere sola la scarpata che conduce al paese, trascinandomi dietro il mio bagaglio, aguzzando gli occhi verso lo stradale per il quale doveva passare il modesto tram che conduce a Rivarolo.

Ma non si vedeva che neve. San Pier d'Arena era trasformato; case, botteghe e finestre tutte sbarrate ne avevano trasformato l'aspetto; e la solitudine e il profondo silenzio di quei luoghi così pieni di vita e la necessità di combattere ad ogni passo col vento che mi spingeva indietro incominciavano a confondere la mia abilità topografica, che non è mai stata forte, finchè vidi un sacco che scivolava lungo il muro, e sotto il sacco due gambe d'uomo. "Per carità, mi dica dove posso trovare il tram di Rivarolo!" implorai con tanto impeto che per miracolo non caddi nella neve io, la valigia, lo scialle e l'ombrello. Il sacco non si fermò, non si volse neppure dalla mia parte, solo una voce sgarbata rispose: "Eh! sì, vada a pigliare il tram oggi!" Scomparso rapidamente l'uomo dal sacco, non si scorgeva alla lettera più nessuno, nè un cane, nè un gatto, nulla. L'effetto che mi fece allora la misera vetrina di un mercantuccio, priva di imposte, col vetro sconquassato, dalle cui fessure il vento penetrava furioso facendo roteare e ballonzolare tre cuffiette da bimbo appese ad una funicella! Ma che nascono ancora bimbi in questa fine del mondo?!

Intirizzita, abbattuta dalla cattiva piega degli avvenimenti, pensando che ogni minuto di ritardo poteva essere fatale per lo scopo del mio viaggio, mi trovai dinanzi a una porticina vetrata che una tendina rossa indicava essere una osteria. Non era il caso di starci a discutere sopra; picchiai risolutamente. Una donna grassa e lenta venne ad aprirmi, guardandomi con indifferenza, ma alla mia domanda dove avrei potuto trovare il tram di Rivarolo, disse subito che non c'era nemmeno da pensarci, con quel tempo, un tempo mai visto! Replicai se fosse possibile trovare una carrozza. "Ma chi vuol mai che metta fuori una carrozza con quest'ira di Dio?" soggiunse l'ostessa, e concluse suggerendomi di dormire la notte a S. Pier d'Arena, che l'indomani si sarebbe provveduto.

Ma la mia insistenza a voler partire dovette essere stata ben tenace, perchè mezz'ora dopo salivo in un trabiccolo che giaceva abbandonato nel cortile, uno di quegli antichi omnibus chiamati in paese scimmie, non so perchè; una vera carcassa spelacchiata che aveva perduto l'imbottitura, sulla quale dal soffitto sforacchiato nevicava come in piazza e vi nevicava certo da parecchie ore essendosi già formato una specie di rivoletto che dovetti saltare alla meno peggio per prender posto sullo stretto sedile dove rimasi appollaiata: rassegnata oramai alla mia sorte apersi l'ombrello. "Cara zia Margherita, in quale stato l'avrei trovata?" Questo era il pensiero dominante, il pensiero unico, mentre lo strano veicolo a trabalzi e a scossoni mi portava attraverso un deserto di neve verso la tristissima meta. Ma prima ancora di giungervi dovetti abbandonare la mia arca, per il fatto della sua mole antiquata, che non le permetteva di passare negli stretti vicoli che precedevano la casa di mio fratello, nella quale potei finalmente entrare solo dopo di avere sfangato un mezzo metro di neve per praticarmi un passaggio.

C'erano tutti e due i miei fratelli, e dall'espressione dei loro visi, compresi che tutto era finito. Mi confermarono che era morta nella notte e prima di entrare in altri particolari, vedendo che gocciolavo da ogni parte, mi trassero dinanzi al caminetto acceso e lì stettimo noi tre, soli superstiti della nostra famiglia, a ragionare di tante piccole cose lontane che in quel posto e in quell'ora acquistavamo una trasparenza di rivelazione. A un tratto Luigi mi disse: "Vuoi vederla?" "Certamente" risposi, ma le forze non erano con pari prontezza sicure e il cuore mi palpitava di pietà. Tuttavia volli rimanere sola colla mia cara morta.

Volli che ella mi vedesse in quell'attimo di suprema verità. Giaceva bianca e morbida nella cassa aperta. Un leggero gonfiore intorno alle guancie le aveva raddolcito i contorni, rischiarata la carnagione. Il suo volto asciutto, tormentato dall'ardore, si era composto nella divinità della morte. Nessuna traccia più delle sue collere violente, nè de' suoi sarcasmi. O mia Màrgula cara, Dio, che non ti aveva concesso le ali dell'angelo, in premio delle tue virtù ti aveva dato la spada del guerriero, e quella brandendo combattesti le tue battaglie per il bene. Come riposi ora tranquilla, Màrgula, Margulina mia! Le parlavo a voce alta, non so se colla speranza che avesse da intendermi, o per il semplice bisogno di intrattenermi ancora una volta con lei, sotto la protezione del mistero di cui sentivo l'augusta presenza; nè mi accorsi del tempo che fuggiva, nè mi fu breve l'indugio. La voce sommessa dei miei fratelli dalla saletta mi chiamò ripetutamente. Allora mi chinai per l'ultimo addio sul feretro che tra poco avrebbe risuonato dei colpi, sinistri del martello: Addio per sempre! Una lagrima cadde da' miei occhi su un ramicello di camelie regalatomi poc'anzi dalla moglie del dottore e che mi era rimasto fra le dita. Con movimento istintivo posai fiore e lagrima sul petto della cara estinta, mormorando: "Lo sai, ora, che ti voglio bene?..."

Uno dopo l'altro tutti i miei vecchi sparivano così, lasciandomi un gran vuoto nel cuore. La zia Carolina si era abbattuta sull'inginocchiatoio, un mattino, mentre recitava le orazioni, chiudendo senza malattia la serena vecchiaia trascorsa nella pace degli affetti domestici, nella casa avita eretta sulle rocce del castello che aveva appartenuto alla famiglia di suo marito, serbando fino all'ultimo il suo dolce e composto sorriso, la sua tenera affezione per me, tanto ricambiata, ricordata sempre.

Ultima rimaneva la zia Claudia, trascinando quella sopravvivenza a sè stessa che è la forma più malinconica dell'invecchiare. Il corpo che si trasfigura perdendo le linee e i colori, il brio di vita che si ottenebra a poco a poco, anticipando nella mente il buio dell'al di là, accompagnano la dipartita dell'essere caro di uno sconforto, quasi una umiliazione che nessuno se non l'ha provata può intendere. Oh! bello trasvolare, come la zia Carolina, dall'uno all'altro mondo prima che la malattia ci afferri, che la decadenza ci scomponga, trasvolare, puri d'anima e di corpo, in una elevazione dello spirito a Dio! Già da qualche anno la povera zia Claudia era entrata in quella trasformazione di tutta la persona che fa dire con una frase popolare, ma efficacissima: "Non è più lei!" E intorno a lei, nell'isolamento pieno di tristezza e di rimpianti in cui viveva, ogni cosa era cambiata, logora, sfasciata, morta innanzi ancora che lei morisse. Un peggioramento improvviso, del quale non fui avvertita, pose fine alle sue sofferenze.

Nel treno, che mi conduceva a Caravaggio il giorno del funerale, pensai che vedevo questo paese per l'ultima volta, e nel mettere piede sull'ampio viale del Santuario, mi sentii battere il cuore. Tutta la mia vita risorgeva da quell'oasi, dove avevo passato i più bei giorni della mia infanzia e dove sapevo di dover trovare solo una nuda bara. A passi lenti, con una esitazione sacra per tutte le memorie che si ridestavano in me, mi avviai verso il paese, fermando gli occhi su ognuna di quelle fronde, su ognuno di quei muricciuoli o di quelle panchine tra albero e albero come per fissarne il disegno nella mia mente. Entrai nella piccola chiesa di San Bernardino, alquanto profana nel suo barocco voluttuoso e nelle pieghe delle cortine che abbracciano gli altari con morbidezza di alcova, ma tanto cara alla mia visione fanciullesca per i bei colori dell'ornamentazione e per quell'aria vecchiotta che in ogni tempo mi tenne sotto il suo fascino. Dinanzi all'arco a tre porte che mette al paese, colla statua della Madonna campeggiante nel mezzo, fiancheggiata da due angeli che imboccano la tromba, una attrazione magnetica mi fece volgere gli sguardi sullo squallido fabbricato, a destra entrando, così squallido e repulsivo, ma che si illuminava a' miei occhi di ridenti e splendenti immagini perchè, appena voltato l'angolo, sapevo di trovare quella reggia di tutti i sogni, che era la casa dei miei nonni. "Dopo, dopo — dissi per calmare la mia impazienza — anzitutto il dovere"; e voltai a sinistra dove per viuzze secondarie delle quali improvvisavo il ricordo passo a passo, giunsi a quella che era stata la dimora della zia Claudia.

Nelle rare ed affrettate visite, che le facevo durante gli ultimi anni, per non perdere un solo istante della di lei compagnia, non uscivo nemmeno dal salottino angusto in cui si spegneva la sua attività, che era stata così grande, così prodiga di sè stessa. Questa volta invece, sapendo di non tornare più, volli compiere un giro pietoso nelle stanze deserte, sotto il portico, attraverso il giardino, un giorno così lieto di fiori, di frutta e di fanciulli. Ad ogni passo era una desolazione; del giardino non restava più nulla; alberi e fiori divelti, appena qualche erbaccia, pestata dai gatti, macchiava qua e là il terreno di chiazze giallastre fra le quali razzolavano tre o quattro galline, sollevando mucchietti di terriccio. Filosofo e prigioniero, solo l'alloro rimaneva appoggiato al muro, curve le rame sulla fossa dell'immondezzaio. Mi sovvenni allora che egli mi aveva ispirato una delle mie prime riflessioni sui rapporti fra la natura e l'uomo. Dovunque girassi lo sguardo i ricordi sorgevano. Riconobbi la sedia sulla quale la zia Claudia faceva sedere le povere donne che venivano a farsi strappare un dente o a prendere consiglio dal dottore; non serviva mai per nessun altro e giaceva ancora sotto il portico, quantunque il dottore fosse morto da molti anni; giaceva rudero abbandonato in mezzo alle altre rovine, ai muri che si scrostavano, ai parati stinti, ai mobili appannati, agli specchi opachi; vecchiaia e distruzione di tutte le cose intorno a una povera vecchia, che si era sentita morire ogni giorno un poco, insieme alla sua casa che moriva. Salii, da ultimo, la breve rampa dello scalone, dove volava un tempo il mio piede leggero per andare a beccuzzare i chicchi oblunghi d'uva galletta, che dal giardino saliva a vestire il terrazzo di grappoli biondi, dei quali rimaneva, unico ricordo, un macabro intreccio di ceppi arsicci e contorti. Posava sovr'essi in quel momento una cocciniglia rossa che mi parve l'anima sopravissuta della mia prima gioventù. E sulla parete dello scalone — oh! sorpresa dolcissima — ecco intatti i versi dell'_Edmenegarda_ quali io ve li scrissi:

«O giovinette, gioia vereconda....».

Ed ora l'ultimo pellegrinaggio, il più tenero, il più doloroso. Da molti anni non attraversavo il paese, dall'infanzia forse. Affacciandomi alla piazza mi parve di sognare. Fra me e le cose intorno si interponeva uno spazio confuso, come se il tempo trascorso vi avesse sospesi veli di nebbia a rendere i contorni meno materiali. Qualche indizio di tale stato d'animo dovette trapelare dalla mia persona, perchè dalla soglia delle botteguccie, dinanzi ai canestri delle ortolane, alcuni curiosi stavano a guardare questa incognita con una certa meraviglia per il fatto che se un forestiero va a Caravaggio, ci va per il Santuario e non per vedere il paese. Avevo una gran voglia di gridare: "Badate, non sono forestiera, ho conosciuto questo paese prima di voi, vi ho succhiato il primo latte...". Fantasticava: "se incontrassi la mia nutrice? o i suoi figli? o la mercantina che mi vendeva gli spilli dai variati colori? ma no, vaneggio, tutti sono morti!...". Improvvisamente mi trovai dinanzi ad un ammasso di calce mostruosamente tormentata e sforacchiata che mi diede l'esatta impressione di un pugno negli occhi. Oh! Dio, cos'è questo? Una casa in stil novo, in stile _liberty_? E ciò a Caravaggio!

Una malinconia sottile si impossessò del mio spirito; mi sentii straniera, atomo disperso di una generazione lontana. Il senso della morte non mi era mai apparso così generale e profondo negli uomini, nelle cose, nel pensiero, nel sentimento. Ma quando la vidi, essa, l'arca santa dei miei anni migliori, la casa benedetta dei miei nonni, non ebbi più alcun pensiero, nè di morte, nè di vita. Dovetti appoggiarmi alla casa di contro, perchè mi si piegavano i ginocchi, e di là guardai attraverso le palpebre umide, le sei finestre della bella facciata semplice e la finestretta dell'ammezzato dove la zia Carolina mi insegnava:

«Arlequin tient sa boutique».

Vedevo pure di scorcio la chiesetta di S. Giovanni dove mio padre e mia madre si erano sposati, e una grande tenerezza mi disfaceva il cuore. A passi guardinghi, come se stessi per commettere un delitto, traversai la strada e mi avvicinai alla porta. Era chiusa. Trattenendo il respiro mi posi in ascolto. Nessuna voce, nessun rumore. Tremavo in tutte le vene. Quel piccolo ordigno di ferro sul quale le mie pupille si fissavano ipnotizzate era il saliscendi che la mano piccoletta aveva premuto tante volte.... La mia commozione è al colmo, non posso resistere, il desiderio è più forte di me. Appoggio un dito e la porta si apre scampanellando. Che momento!

Al suono improvviso accorse una servetta chiedendomi chi cercavo. Non avendo alcun piano prestabilito, dissi a caso il primo nome che mi passò per la mente, intanto che i miei occhi frugavano ansiosi l'andito, delusa di trovarlo non più quale era rimasto nella mia memoria, ma scialbo, triste e muto, imbiancato da cima a fondo come un sanatorio, in luogo della calda tinta ambrata d'un tempo che sembrava trattenere sulle pareti il palpito della vita. Avrei voluto andare avanti, penetrare nelle stanze, nella cucina sonora di voci, splendente di terse stoviglie, vedere se qualche vestigio rimanesse ancora dei tempi felici; chiudere gli occhi e trovare al buio la bella sala colle paradisee e lo spicchio di cocomero dipinto sul soffitto, l'angoluccio dova la vecchia Teresa preparava il corredo della mia bambola, la camera ridente dei miei sonni infantili colle ampie tende azzurre a ghirlande di rose che palliavano sulle finestre i primi raggi del mattino; ma la servetta teneva aperta la porta con un tacito invito. Per guadagnar tempo le chiesi a chi apparteneva ora la casa; mi disse che vi abitava il direttore dell'ospedale, e questo fu l'ultimo colpo della realtà che disperse i dolci fantasmi del passato. Un istante ancora, un ultimo sguardo, ferma sulla soglia ad invocare l'impossibile miracolo, poi uno scroscio di pianto ricacciato in gola e la fuga.

EPILOGO

Eccomi alla fine di queste memorie scritte fra gli spasimi della carne e i tormenti dello spirito, costretta a tutte le rinuncie, inchiodata sulla mia croce, mentre intorno a me imperversa l'orribile guerra facendomi sentire crudelmente l'umiliazione della mia impotenza. Incominciate senza sapere neppure se il male che mi distrugge avrebbe consentito di condurle a termine, compie oramai l'anno da quando vergai le prime parole in una chiara alba di luglio; ed oggi, come allora, dal breve angolo del mio terrazzo, che mi è consentito vedere, il caprifoglio spande la sua fragranza, la glicine che non ha più fiore agita sullo sfondo del cielo le rame vaporose, maggiorana e menta esalano la canzone silvestre dei giardini primitivi.

Quando, acerba fanciulla, in certi mattini d'inverno indugiavo sola presso il focolare scrivendo con un fuscello un nome nella cenere, la vita mi stava davanti ed i miei sguardi vi si figgevano ansiosi, ma tutto era buio e mistero. Ora che mi sta alle spalle la contemplo nella sua interezza e mi chiedo se la vita, questa vita che edificai io stessa colle mie passioni e colle mie illusioni, mi ha dato tutto quello che io cercavo. Pensando alla infinità dei beni che mi furono negati, agli ingiusti apprezzamenti, all'infanzia compressa che mi lasciò per sempre l'incertezza, l'impaccio, la timidità sofferente di coloro che portarono a lungo una catena al piede, dovrei concludere che la vita mi fu matrigna e tiranna. Eppure trassi da essa le maggiori gioie che io abbia mai desiderate: amare e pensare e avere nelle mie mani un istrumento per esprimere tutto ciò. Poichè non mi prese mai desiderio di lusso e di ricchezze, e l'ambizione e la vanità mi furono del tutto ignote; abitai l'anima mia; come i califfi delle novelle orientali abitavano i loro palazzi, lungi dai rumori della folla, chiusi tra giardini meravigliosi dove saliva il canto delle fontane in zampilli d'argento e la sabbia dei viali era cosparsa di pietre preziose. O meglio, sì, meglio ancora, uno di quei conventi sospesi tra cielo e mare, sovra un picco inaccessibile, laggiù nell'Asia profonda, cinti dal misterioso silenzio delle solitudini.

Dovrei lagnarmi della vita se, ad onta dei limiti ristretti tracciatimi dal destino, ebbi tutto il possibile di ciò che mi piacque? Non ho io conosciuto gli slanci dell'anima verso la bellezza infinita e le divine estasi del pensiero, accostandomi riverente alla comunione dei grandi? Quale rovescio di fortuna, fra quelli che da un giorno all'altro distruggono la felicità di una famiglia, potrebbe togliermi la inenarrabile dolcezza delle ore trascorse nell'estasi di un sogno? Ed anche oggi, che tutto è finito, che i miei giorni si chiudono nel dolore e nello spasimo, ti benedico mille volte o vita, poi che tu mi donasti i due grandi beni spirituali di poter pensare e di saper amare. Nata idealista muoio nella fede ideale. Tutte le colpe del mondo non riescono a provare che la virtù non esiste; il solo desiderio che noi abbiamo di essa è un segno della sua presenza fra gli uomini.

Vedere solamente il male è una manchevolezza di chi guarda, non un errore della natura. Noi possiamo essere tanto sfortunati da non incontrare, nel corso della nostra esistenza, un solo campione che ci faccia credere nel bene; ma come avremmo noi coscienza di questo bene se non lo sentissimo nei più profondi abissi del nostro io? Dobbiamo credere più agli altri che a noi stessi? Sarebbe come disconoscere il più alto suggello della divinità posto sulla nostra fronte. Sono convinta che la forza, dalla quale trassi il modo di resistere alle scoraggianti esperienze della mia giovinezza, fosse appunto questa attitudine sicura della mia coscienza, la stessa per la quale ad onta della mia triste infanzia non mi sono mai sentita interamente infelice. Citare in proposito un verso di Dante può sembrare soverchia presunzione ma, è pur vero che l'uomo, pari alla «_fronda che flette la cima_» non resiste contro i disinganni se non opponendo la propria virtù.

Siate interni, dice l'Apostolo; queste due parole dischiudono un mondo. I beni esterni vengono e vanno; solo ciò che noi abbiamo nell'anima rimane. Rimane immortale quando il genio di Marco Aurelio, di Leonardo o di Dante ne imprima la vasta orma nei secoli; ma filtra pure modestamente di generazione in generazione, sorretto dalle piccole virtù quotidiane, che formano la dignità della famiglia e una non spregevole forza delle nazioni.

Più avanzavo negli anni e più sentivo svilupparsi in me la pensosa anima di mio padre. A mezzo secolo dalla sua morte io lo interrogo ancora e più che mai mi rammarico di non aver prese maggiori notizie su di lui da quel vivente archivio della famiglia che era stata la zia Margherita. Ebbi, però, recentemente la fortuna di trovare un grosso volume di lettere dove figurano quasi tutti i miei parenti e la gioia della scoperta fu tale che dura tutt'ora, mettendomi nella comunione così intima della corrispondenza epistolare, non solo con quelli fra essi che conobbi ed amai, ma anche con altri morti prima che io nascessi.

Che fascino sottile hanno le lettere dei morti? Si pensa al momento in cui le scrissero, lo si rivive insieme, si dice: "Mai più immaginava che io dovessi leggerla!" Ci prende uno scrupolo, un tremore riverente di fedele in presenza di una reliquia. Come si aprono adagio per timore di sciuparle! E si fanno delle scoperte, troviamo delle sorprese; un nome, una data, un accenno che ci rischiarano su tante cose passate; sorrisi e lagrime di vita vissuta, cuori dei nostri vecchi che si aprono a noi dai loro sepolcri.

Lettere intorno al 1830-40 della mia mamma in collegio alla mamma sua ed alle sorelline; foglietti rosei od azzurri e nelle grandi circostanze incorniciati di arabeschi d'oro; frasette scolastiche riboccanti di gentilezza e di tenerezza, pari al grazioso cinguettare di uccelletti da un albero all'altro. Di un interesse più serio, e per me quasi sacro, è la corrispondenza dei miei genitori prima del matrimonio. La loro unione ostacolata da gente invidiosa e maligna che tentava con basse calunnie di staccare i fidanzati è il motivo dominante di queste lettere, nelle quali l'amore sincero, appassionato e impaziente di mio padre non si disgiunge mai da una grande elevatezza di sentimento e di rispetto, a cui la fanciulla risponde con dolce ritegno, colla riservatezza del pudore femminile e di un affetto al quale non osa abbandonarsi, finchè non fosse caduta ogni vergognosa insinuazione e dileguati i sospetti che rendevano esitante il padre a dare il consenso per le nozze.

È in questa corrispondenza che rintracciai la frase di mio padre posta per epigrafe alle presenti memorie: «_Che gran dono è il sentire! È aver Dio in noi_». Si può trovare una definizione più bella, più vera, più profonda? Essa spiega e completa il motto dell'Apostolo citato più sopra. Io, quando la lessi la prima volta, ne ebbi un barbaglio come di rivelazione. Conobbi mio padre e mi riconobbi in lui.