Una giovinezza del secolo XIX

Part 12

Chapter 123,857 wordsPublic domain

Avevo, ed ho ancora, l'abitudine di disinteressarmi de' miei scritti appena vi abbia posta la parola fine; la sola differenza sta nel fatto che ora li pubblico e allora li distruggevo. Non essendo per temperamento collettrice, tutta quella carta scritta mi dava noia. Sono d'altronde convinta di non aver disperso nessun capolavoro; vorrei anche poter distruggere, e sarebbe meglio buona parte delle mie prime pubblicazioni, ma spero che il tempo lo avrà già fatto. Al modo col quale mi sono formata, studiando a vanvera, leggendo a sorte, priva di consigli e di direttiva, dovevo necessariamente procedere a tentoni, a urti, a sbalzi, a cantonate, arrivando tardi a quella meta dove altri giungono di primo acchito. È bensì vero che alcuni critici troppo indulgenti credettero di scorgere una buona promessa in quei primi lavori abboracciati, superficiali, intinti nella pece delle cattive letture, e il pubblico, sorpreso forse di trovare nelle mie novelle la nota di un umorismo assolutamente raro nelle donne che scrivono, se ne divertì senza badare alla scorrettezza della forma e mi accolse con grande simpatia; ma io ebbi la fortuna di non inebbriarmi alle prime lodi. Riconosco in ciò una vera fortuna che auguro e raccomando vivamente a tutti i principianti. Non la quantità della lode soddisfa un solido criterio, ma la qualità. Senza fissare propriamente una meta, c'era latente in me il desiderio della qualità; sentivo di meritarmi una stima superiore a quella di semplice novellatrice, e se tanta sicurezza bastava per sorreggermi nella prova, devo confessare che solamente in seguito alla pubblicazione di _Teresa_ si incominciò a prendermi sul serio. Ero già maritata e mamma quando scrissi quel romanzo, raccogliendo elementi psicologici che giacevano da molto tempo nel mio pensiero; da molto tempo conoscevo la vita di provincia e il mio spirito di osservazione si era lungamente indugiato sul problema della donna che rimane nubile.

Tante fanciulle posarono inconsapevoli per la mia _Teresa_, ed una che si chiamava veramente Teresa mi bastò vederla una volta sola. Pallida e mesta, seduta in disparte dalle sue sorelle, che giovani ed allegre scherzavano tra loro, cuciva una camicia per il fidanzato lontano, fidanzato già da dieci anni, il quale non veniva mai, ed al quale ella pensava sempre. Queste due antitesi, l'indifferenza di lui, la costanza di lei: ecco il romanzo sorto in un attimo intero e vitale. Gli altri personaggi, l'ambiente, l'intreccio, si formarono da sè; ma il rapido sbocciare di esso, fu come il fiore del pesco che sforza in un mattino d'aprile la corteccia del ramo nudo, coronando nell'improvviso sbocciare dei petali il paziente lavoro delle linfe. Non altrimenti la patetica storia della donna a cui manca l'amore germinava da lunghi anni nel segreto delle mie sofferenze, nelle ingiustizie di cui ero stata vittima, nella persecuzione che aveva attossicato fin dalle sorgenti la mia ingenua giovinezza. Era il dramma di tante anime femminili che si era ripercosso attraverso la deviazione di un'anima sulla speciale sensibilità dell'anima mia; e che avessi colpito nel segno me lo dissero innumerevoli lettere di ignote, e la loro commozione e le loro lagrime e il melanconico e pur dolce conforto di sentirsi comprese.

Non mi dilungherò a parlare dei libri che io scrissi, rammentando opportunamente il consiglio di Jacopo Todi: _Dove è chiara la lettera non fare oscura glosa_. Inoltre preparando queste _Memorie_ la mia intenzione era solamente quella di far conoscere le circostanze un po' eccezionali in cui si svolsero i primi anni della mia vita, quegli anni che sono per lo sviluppo dell'uomo ciò che il sole e la rugiada sono per la pianta. Poche volte nella storia si avvertirono cambiamenti così radicali come dalla metà del secolo scorso ai nostri giorni, e se considero ciò che erano di arretrato, fin da allora, gli usi e le abitudini delle zie venute dalla provincia a dirigere la mia educazione, posso credere di non essermi ingannata troppo a giudicare che un parallelo sarebbe interessante a farsi fra quel che ero io e quel che sono le fanciulle moderne. Ma non è di ciò che devo occuparmi, giunta oramai alla fine de' miei ricordi, oltre i quali la mia personalità scompare entrando in una vita nuova, con un altro nome, in un'altra famiglia. Questa seconda vita non ho il diritto di rivelarla al pubblico; essa d'altronde aggiungerebbe ben poco alla veridica esposizione, che già feci, del come si andò raffinando fra elementi contrari quella sensibilità che non esito porre alla base del mio ingegno, qualunque esso sia. È certo che, meno sensibile, non avrei avvertito le offese fatte alla mia coscienza e ai miei sentimenti, non mi sarei rinchiusa in me a meditare, forse non avrei scritto o avrei scritto in modo diverso. Ora è proprio a questo _modo_ che tengo più che ai maggiori elogi. Non so quanti punti mi darà in definitiva la critica; ma so che i miei lettori mi amano, so che ho fatto del bene a molti cuori titubanti, a molte anime in pena, ed è una così grande dolcezza quando la penso! Dovrei forse giustificare qualcuno de' mie primi lavori impulsivi, superficiali, sciatti nella forma e acerbi nel pensiero, ma dopo di avere qui descritta la lunga Via Crucis, che dovetti percorrere senza aiuto di Cirenei nè pietà di Marie, che cosa potrei aggiungere che non sia oscura glosa di chiara lettera? La mia opera parla per me; disuguale, come forse nessun'altra, è nelle sue stesse imperfezioni la prova migliore dello sforzo continuo verso un'ideale più alto, e in questo sforzo sta la mia giustificazione. _De claritate in claritatem_ è la gloria dei grandi; sia il dovere dei piccoli: _A tenebris in lucem_.

Io fo ora come uno che, avendo colto tutti i fiori della propria aiuola, fruga ancora le zolle cogli occhi e colle dita per vedere se ne sia rimasto indietro qualcuno. Eccomi alla fine della mia vita di fanciulla, Neera non è ancor nata, quantunque il bellissimo nome scorto in un libro scolastico delle Odi di Orazio mi avesse già colpita in modo straordinario e così tenace che allorquando, più tardi, volli scegliere uno pseudonimo non tentai neppure di cercarne un altro; per il momento solo l'armonico congiungimento delle sillabe mi attrasse, stringendomi nel fascino di una nota musicale, ben lungi dal sospettare che una nota personalità fosse già sorta in me. Gli anni erano passati senza portare nessun cambiamento nella mia esistenza. Mi vedo sempre nel melanconico salottino dalla tappezzeria cupa, china sul lavoro, le membra intorpidite, tesa la mente nel vacuo e penoso sforzo dell'aspettativa che logora l'ingegno e rammollisce la fibra; etisia morale di tutte le giovinezze rinchiuse. E mi vedo alla sera a leggere a voce alta il giornale che in quei primi anni di libertà stava prendendo un grande sviluppo. Dapprima fu il _Pungolo_; naturalmente gli articoli di politica non mi interessavano, ma fioriva allora una volta alla settimana l'appendice letteraria e questa me la sorbivo con compunzione. Vi si parlava di Iginio Tarchetti, di Barrili, di De Amicis. Scriveva un certo Giulio Pinchetti, giovane di promettente ingegno che morì suicida e io piansi come se lo avessi conosciuto. Uscì in quei giorni _Una capinera_ di Giovanni Verga. Chi era Giovanni Verga? Uno nuovo, un siciliano, non si sapeva altro. Ebbi occasione di leggere il piccolo volume e ne provai una intima schietta gioia. Ecco, dissi fra me, uno che si farà strada! Ed era contenta del piacere che mi immaginavo avrebbe avuto lui. Gli è che sentivo un alito di vita venirmi incontro, quella che doveva essere la mia vera vita. Perchè invece erano tutti così lontani coloro che avrebbero calmata la sete ardente dell'anima mia? Leone Fortis teneva lancia in resta nelle cronache mondane. Indimenticabile quella che scrisse a proposito di una magnifica festa da ballo in costume offerta alla cittadinanza milanese dal Prefetto conte Pasolini. C'era la _Quadriglia delle carte da giuoco_ colle dame nei quattro diversi costumi di regina di cuori, regina di quadri, regina di fiori, regina di picche, e i quattro re in costumi analoghi. C'era una _Notte_ impressionante di brividi e di mistero; un _Fuoco_ da far desiderar il supplizio di Savonarola ecc. ecc. Il colmo del successo fu l'entrata nella gran sala del ballo di due elegantissime slitte russe nelle quali stavano adagiate, in nivee vesti e pelliccie d'ermellino, due delle più belle signore della nostra aristocrazia. Il mattino appresso, rimestando sul fuoco il latte della mia colazione, ripensavo a tutti quegli splendori sembrandomi che il mondo fosse più bello quando le vecchie fatine regalavano alle piccole Cenerentole la nocciuola coll'abito di stelle per assistere alla festa del Principe. Tutto quel fermento di vita, che aveva portato seco la liberazione del giogo austriaco, pulsava intorno a me. Era il risveglio di una città che, oppressa da secoli, si riscuote con un prepotente bisogno di gioia, e i rapporti della vita cittadina, allora più intimi e più ristretti, me ne lasciavano giungere l'eco tentatrice. Erano le feste, erano i corsi sul bastione di porta orientale animati dalla presenza dell'aristocrazia che vi concorreva con bellissimi equipaggi; i ricchi borghesi facevano altrettanto, e chi non poteva andare in carrozza, seguiva egualmente a piedi il giro del Corso. La ristrettezza relativa della città e il buon accordo delle classi, non ancora corrose dal veleno dell'odio, metteva il piacere alla portata di tutti e facilitava le relazioni.

Non dico questo per me, immobilizzata nel mio angolo d'ombra e nella mia parte di spettatrice, specola modesta dalla quale mi fu dato seguire il sorgere e l'ingrandire di una figura femminile, che la fortuna del nostro paese ha chiamato alla missione storica di prima regina d'Italia. Nessun titolo più glorioso cinse nei secoli una fronte di donna, nessuna donna accorse all'appello del destino, che le conferiva l'altissimo compito, con mani più colme di grazie. Ella apparve, nell'ora che l'Italia per opera de' suoi uomini migliori assurgeva alla dignità di nazione, figlia del nostro sangue, fiore della nostra stirpe, Margherita di Savoia, l'unica, la predestinata. Quando entrò diciassettenne in Milano, sposa da pochi giorni, sembrava una bambina. Seduta per la prima volta al posto d'onore nella carrozza, coi lunghi capelli biondi fluenti sull'abito di mussolina rosa, terminando di calzare sulla mano il piccolo guanto, sorrideva al pubblico con amabile candore. Piacque subito, quantunque per l'età immatura non si potesse chiamare bella, piacque e si attese; nè l'attesa fu delusione. Di volta in volta che veniva a Milano, e veniva spesso, il pubblico si mostrava sempre più conquistato; la gentilezza, il tatto, l'intelligenza colla quale rappresentava la sua parte di futura regina erano davvero sorprendenti. La maternità le portò anche il dono della bellezza, una bellezza tutta sua che sfuggiva all'analisi, bellezza di luce e di colori come una fiamma accesa improvvisamente dietro la trasparenza di una immagine. Mi indugio a proposito in questa descrizione sperando di lasciare un ritratto veritiero di Margherita di Savoia che la fotografia si è affaticata a riprodurre in centinaia di pose invano, sempre invano; che i pittori in possesso della tavolozza credettero di rendere accumulando l'oro e la madreperla, le più tenere rose e l'azzurro più delicato senza avere maggior fortuna. Solo un poeta ci diede di lei la nota giusta, Carducci. Già nei primi versi dell'Ode, in quella magnifica invocazione così travolgente di entusiasmo:

Onde venisti? quali a noi secoli — Sì mite e bella — ti tramandarono?

sentiamo di trovarci dinanzi a una donna non comune. Quali a noi secoli ti tramandarono? Che lunga schiera di eroi, di guerrieri, di re, composero la psiche di costei che ha lo sguardo d'aquila e di colomba? Tale era veramente lo sguardo di Margherita quando nella prima floridezza dei vent'anni passava in mezzo alla folla dominandola. Ella aveva un modo speciale di guardare e di salutare in pubblico, per cui ognuno restava convinto di avere avuto individualmente quel saluto e quello sguardo. La sua presenza dava la gioia, e di questa gioia era prodiga uscendo tutti i giorni per le vie più frequentate, esercitando colla sua fine intelligenza, colla sua femminilità sempre vigile, l'arte difficilissima di farsi amare dal popolo. Aveva a tal uopo delle trovate geniali. Comparve una volta al corso estivo sui bastioni portando, invece del cappello, un velo nero alla lombarda, capricciosamente rialzato, coi cinque grossi spilloni d'argento delle contadine brianzole. Fu un ardimento e fu un successo. Ella era d'altronde una di quelle rare donne a cui tutto sta bene; le tinte più arrischiate impallidivano al confronto della sua carnagione di una freschezza meravigliosa. Ma mi accorgo di accumulare anch'io parole su parole e non riesco a far comprendere che cosa sia stata per l'Italia nuova questa regina fanciulla, come senza eccezionalità di mente, senza bellezza assoluta, senza ambizione di dominio, per la sua sola grazia, per la luce della sua anima, traesse a sè tutti i cuori. Opera profonda di politica compresa con geniale intuizione del momento, vero trionfo di femminilità regale accanto ai trionfi del re guerriero. L'Italia non deve dimenticare quanto contribuì Margherita di Savoia a rendere cordiali i legami fra reggia e popolo. Dopo il delitto di Monza non venne quasi più a Milano. La incontrai poco tempo appresso in una via solitaria della Roma moderna. Nella carrozza abbrunata che avanzava lentamente, una forma indistinta si intravedeva appena sotto il fittissimo velo di lutto; celato il dolce sguardo tra d'aquila e di colomba; assente il sorriso che aveva dominato le folle; ermeticamente chiuso il bel volto sul mistero della sua luce. Pure attraverso un movimento quasi impercettibile del velo riconobbi la linea elegante del suo saluto, quel chinare del capo così grazioso, come non vidi in altra donna mai. L'ultima visione che me ne era rimasta portava la data inaugurante la prima Esposizione di belle Arti in Venezia, dove Ella apparve nella maturità della sua avvenenza, circonfusa ancora dal duplice fascino femminile e regale che la faceva sovrana per diritto di natura e, a ritrovarla in quella via deserta della Roma moderna tanto mutata d'animo e d'aspetto, mi si strinse il cuore. Lesse Ella forse il rispettoso compianto nel breve inchino della sconosciuta, poi che con tanta grazia rispose; e se mai questa pagina dovesse per singolare fortuna cadere sotto gli occhi della Augusta Donna, voglia Ella accogliere con pari grazia l'omaggio di una suddita, che non brigò mai l'onore di esserle presentata, ma che ammirò sempre in Margherita di Savoia l'ideale realizzato della prima regina d'Italia.

Tra le molte esperienze che mancarono alla mia giovinezza, devo tener conto anche delle malattie. Io non avevo ancor visto un ammalato, quando mio padre si lagnò di un malessere per il quale fu chiamato il medico. Bassotto, tarchiato, rosso in viso, cogli occhi che sprizzavano salute, questo giudizioso seguace di Esculapio (che seppe vivere quasi novant'anni) formava un contrasto perfetto col mio povero padre, sempre triste e malinconico, alto, sottile e pallido come un cero. Il dottore tuttavia non tenne conto di questi sintomi e non ordinò medicine. Disse appena: "Su, su, non si lasci abbattere, non è il caso, lei è sanissimo, stia allegro, mangi dei buoni risotti e non pensi agli anni. Ne abbiamo sessanta? Ebbene siamo uomini, uomini capisce? non vecchi!" Se ne andò lasciandoci nel cuore una sicurezza che ci rese tutti ciechi; così all'indomani mentre egli si lagnava ancora di essere stanco e le sue sorelle gli ripetevano le parole del dottore, io, chinandomi per baciarlo, sentii che diventava freddo. Al contatto delle mie labbra mormorò una sola parola: "Mi raccomando" e mi guardò; ma la pupilla era già spenta, il suo sguardo veniva dall'al di là.

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Che dolore fu quello, non di parole nè di soverchie lagrime! Ma, come vuole il mio temperamento, discesi più profondamente in me, scavai nell'anima mia il sepolcro per quel padre adorato e da allora, non più divisa da ostacoli, soli noi due, vivemmo sempre insieme. Già fin dalla prima notte che me lo portarono via andai nella sua camera; le finestre erano aperte e vi entrava la luna. Subito fui presa da una grande dolcezza come se egli fosse ancora presente e mi dicesse "Vedi? non ti abbandono". Perchè non sarebbe vero? Io intanto lo sentivo vicino a me e mi pareva che mi guardasse. Il raggio della luna si era adagiato sul letto fluido e molle a guisa di fantasma. Mi avvicinai, tesi le braccia... "Oh! se egli potesse vedermi davvero, vedere una volta almeno quanto lo amo!" La vita ci aveva divisi, la morte ci univa in uno sposalizio d'anime. Nessuno ci avrebbe disgiunto mai più. Da quella notte il mio dolore divenne la mia forza. Incominciai allora veramente a vivere con mio padre, a interrogarlo e in ogni circostanza difficile a pensare in qual modo si sarebbe comportato lui stesso. Tenendolo così sempre presente mi sembrava di prolungare il suo soggiorno sulla terra e, poichè era entrato a far parte della mia vita interiore, non avevo quasi bisogno di parlargli: lo sentivo respirare nel respiro della mia coscienza. Pochi giorni prima di morire mi aveva detto che gli piacevo con un certo nastro rosso intorno al collo, ed io _per fargli piacere_ lo misi ancora un giorno. La zia Nina dichiarò che ero senza cuore.

[Illustrazione: Bassorilievo di LINA ARPESANI]

Se lasciando la sua forma terrena, lo spirito di mio padre non fosse rimasto così tenacemente avvinto al mio proprio spirito, se non mi fossi sentita io stessi la continuatrice, la mia solitudine non avrebbe avuto conforti. Nutrivo per il maggiore de' miei fratelli, Luigi, una ammirazione appassionata che poteva sfogarsi solamente nelle lettere di famiglia essendo lui quasi sempre assente, prima per l'Università alla quale si iscrisse giovanissimo, poi per la campagna garibaldina, poi per la scuola alla Veneria di Torino, uscendone ufficiale d'artiglieria e dando nello stesso tempo gli esami al Valentino per la laurea di ingegnere. Egli aveva ricevuto dalla natura tutti i doni del corpo e della mente, per cui un alto problema di matematica gli riusciva altrettanto facile quanto un esercizio di equitazione, di nautica o di ballo. Di esame in esame, passò allo Stato Maggiore, alla direzione della scuola di guerra, alle Ambasciate; mai una volta gli venne assegnata in sede la sua città nativa, e per quanto il nostro reciproco affetto non ne subisse menomazione di sorta, la vita ci tenne lontani non solo, ma divisi da tutto un ordine di fatti e di idee; lui brillante ufficiale della nuova Italia a contatto colle lusinghiere realtà de' suoi vent'anni, io meschina Cenerentola nutrita di magre fantasie. L'altro fratello era più giovane di noi, e il candore, la semplicità dell'animo suo me lo facevano considerare un eterno fanciullo. Aveva delle manie innocenti: per un po' di tempo si pose a fabbricare scatole e scatolini; in seguito furono libri e libriccini, detronizzati da una raccolta multicolore di bastoncini di ceralacca. Studiava anch'egli matematiche e basta l'evocazione di questa parola per comprendere la differenza intellettuale che esisteva tra me e i miei fratelli; erano orizzonti inesplorati di idee, campi di osservazione sui quali non potevamo incontrarci. Io restavo sempre prigioniera della esuberante mia attività interna. Essi discutevano del calcolo integrale e differenziale, mentre a me cantavano nelle orecchie i versi di Byron e per contrapposto gridavo al vento: "No, no, Ossian non mi piace! È noioso".

Gli ultimi avvenimenti della mia famiglia paterna corrono al loro fine. La povera zia Nina morì di vaiolo nero in due o tre giorni e Stefano, poichè io ero già accasata, rimase solo colla zia Margherita; l'anziana e il più giovane rampollo. Stefano si era appena laureato ingegnere e dal Politecnico stesso gli fu proposta la direzione di un grande stabilimento industriale a Rivarolo Ligure. Mi ero immaginata qualche volta il mio ingenuo fratellino curato di villaggio o medico condotto ad ascoltare con paziente benevolenza i peccatucci de' suoi parrocchiani, od apparire sulla soglia dei miseri casolari apportatore di sollievo a chi soffre, od anche, poichè egli era di spiriti gai e festevoli ed incline alla onesta allegria, seduto sotto una pergola brindare alla festa della vendemmia. Tutto questo sì. Ma il bamboccione che scherzava sui ginocchi della zia Nina, il timido giovinetto che sognava di toccare con una pezzuola aerea il bianco lembo di un abito verginale, il neo ingegnere che non aveva mai passato una sera fuori di casa, lanciato così di punto in bianco nel bailamme di una officina genovese, capeggiando trecento operai di modi risoluti e d'ostica favella, era una cosa che non mi persuadeva. Egli invece partì tranquillo e sereno come per una partita di pesca, portando seco la nostra cara vecchietta, o _vecchiorla_, secondo il mio vizio inveterato di storpiare i nomi delle persone care.

I fatti, con mio felice scorno, diedero ragione a Stefano.

Accolto sulle prime con un po' di diffidenza, quel _foresto_ mingherlino dalla gentilezza di fanciulla, la sua franca condotta, la lealtà del suo procedere, gli conquistarono a poco a poco fabbrica e paese; i vecchi lo approvavano, lo stimavano i giovani, e le matrone con figlie da marito non gli lesinavano i loro complimenti. C'era però sempre la massa imponente di trecento operai da tenere in freno. Mio fratello si era fatto amare anche da loro sul principio di una giustizia al pari per tutti; ma della giustizia, al pari di tante altre belle cose, si possono fare almeno due versioni: una che serve per chi ha ragione e l'altra per chi ha torto. Avvenne per ciò che un bracciante, ribelle a qualsiasi persuasione di dovere, si fosse creato centro di un tale focolaio di discordia e di cattivo esempio da decidere mio fratello a licenziarlo. Il fatto in sè stesso non usciva dalle regole di una giusta disciplina, ma pare che l'operaio stesse meditando quella tale versione della giustizia a modo suo, perchè qualcuno avvertì mio fratello di stare in guardia, avendo colui giurato la sua vendetta. "Dite a colui — rispose l'anima blanda del mio Stefano — che vado tutte le sere a trovare la mia fidanzata a *** e che ritorno a buio fitto per un dedalo di viuzze tortuose dove non penetra raggio neppure nelle notti di luna, e che non porto armi".

Il 18 febbraio 1881 fui svegliata da un telegramma di Stefano che mi annunciava essere la nostra zia Margherita agli estremi. La sapevo da qualche tempo indisposta, ma ero ben lungi dall'immaginare la gravità del male. Senza pôr tempo in mezzo corsi a prendere il primo treno per Genova. Era forse la peggiore giornata di quell'inverno; freddo intenso e neve a tutto scendere; tuttavia l'impressione più violenta del maltempo l'ebbi quando, lasciandosi dietro la pianura lombarda, il treno entrò sbuffando fra le due pareti di roccia che formano la vallata della Scrivia.

Avevo avuto fino allora l'abitudine di fare quel viaggio nella stagione dei bagni, per cui uscendo dalla estiva fornace milanese tendevo ansiosa la gola riarsa al primo apparire della Scrivia, balzante di sasso in sasso, con una gaia promessa di frescura, e mi trovai invece in un deserto di neve, così triste e melanconico e desolatamente freddo, da agghiacciarmi quel po' di calore che mi restava ancora nel sangue. Oh! come può la condizione del tempo cambiare siffattamente la fisionomia di un paesaggio? Dove erano più nei villaggi liguri le piccole case dipinte di rosa colle foglie di basilico messe ad asciugare sul tetto e le ghirlande di pomodoro appese ai balconi? La neve copriva, sfondava, inabissava tutto; e insieme alla neve un vento di burrasca schiantava gli alberi ululando.