Part 11
Ricompare la zia Carolina, la mia cara Tuina. Poco tempo dopo il crollo de' suoi affari il mio povero nonno era morto e la casa fu venduta per conto dei creditori; allora la zia Carolina insieme alla nonna andarono ad abitare presso lo zio Cecco. Lo zio Cecco, al pari de' suoi fratelli, era la bontà e la dolcezza personificate; copriva in quel tempo la carica di vice pretore a Caprino Bergamasco e scriveva segretamente alcune commedie non mai rappresentate. Suo fratello Bona, che percorreva pur esso la carriera giudiziaria, occupava i suoi ozî nel compilare un dizionario dei vocaboli a radice greca. Miti e semplici anime di galantuomini dalla vita intemerata, anche voi, o buoni zii, contribuiste a creare in me il rispetto della tradizione. Lo zio Bona andava a messa, lo zio Cecco era abbonato al _Libero pensiero_; avevano in proposito vivaci discussioni che naturalmente lasciavano ognuno nel proprio punto di vista e amici come prima. Io non dispero di rivederli lungo la valle di Giosafat, l'uno accanto all'altro, nella tribuna dei giusti. La nonna aveva pure un fratello consigliere alla Corte d'Appello di Milano, ma quello io non l'ho conosciuto; vidi appena il ritratto che gli fece il solito ritrattista della famiglia, Giovanni Moriggia, serio e imponente nei larghi risvolti della pelliccia di martora. Dove sarà andato a finire quel ritratto? Guarda esso forse dalla bottega di un antiquario gl'inconsapevoli pronipoti che passano?
Le due care donne, che in seguito alla perdita della bella casa di Caravaggio si erano ritirate nel piccolo paesello delle prealpi bergamasche, non tardarono a trovarvisi bene e ad invitarmi a passare un mese con loro. Fu un'oasi benedetta. È ben vero che, non essendo io più una bambina, la nonna non poteva prendermi come una volta sui ginocchi, nè io stessa compiere carponi attraverso le sedie del salotto quel viaggio le cui stazioni erano l'Etna o Mongibello e l'arlecchino ferma-usci cogli occhietti di vetro; l'arlecchino anzi non c'era più. Ma la zia Carolina era sempre così dolce, così sorridente, e allora più che mai, portando nel cuore la gioia del suo fidanzamento con un nobile piemontese, ufficiale nell'esercito liberatore. Oasi di pace Caprino, che lasciò nella mia mente un ricordo indelebile! Fu a Caprino che vidi per la prima volta le montagne, e fu là che incontrai la più cara, la più fedele delle amiche. Io vi godevo inoltre un poco di quella libertà, che fu in ogni tempo uno de' miei bisogni più ardenti, così male soddisfatto in casa mia, dove non ero libera neppure alla notte. In fondo alla vallicella che sottostà al paese, scorre un torrente detto la Sonna, nelle cui acque la servetta della nonna andava a sciacquare i panni. Quando ella infilava il braccio nel paniere della biancheria e la zia Carolina mi diceva: — Vuoi andare anche tu? — esultavo. Si capisce che insieme a quella ragazza era come se fossi sola. Correvo, cantavo (falso), recitavo versi, coglievo erbette sconosciute; una fronda, un sasso, un movimento delle acque, il salto di una cavalletta, l'iridescenza di una farfalla, l'andare religioso delle formiche in fila, silenziose monachine brune, mi riempivano di sensazioni nuove. Non ero mai stata come allora in diretto contatto colla natura; ad ogni passo facevo qualche scoperta; e la gioia di sentirmi libera in mezzo all'aria, libera sotto il cielo, conferiva alle mie membra una leggerezza alata che mi portava in alto; sollevavo le braccia come per un volo e gridavo forte: — Dio! Dio! — per udire il suono della mia voce, per fissarlo nell'eco della valle. Tempo di primavera e quindici anni.... I sentieri laggiù erano sempre deserti, ma già l'amoroso fantasma dei sogni giovanili batteva alla porta suggellata del mio cuore; esso mi seguiva ancora senza volto e senza nome, col misterioso potere del profumo che annuncia la vicinanza del fiore. Non amavo; eppure pensieri d'amore mi attraversavano la mente e mi turbava in modo dolcissimo il sapere che a poca distanza dalla Sonna scorreva parallelo un altro torrente chiamato Sonno e che entrambi dopo quella corserella «in vicinanza coraggiosa e monda» si riunivano sotto l'arco di un ponte, altare e talamo, per uscire dall'altra parte, fusi in un torrente solo. — Come tutto ciò è bello, nevvero? — chiedevo alla zia Carolina, e la zia Carolina con una sua intima letizia rispondeva di sì. È passato mezzo secolo e tanti dolori insieme e tanti disinganni; ma se chiudo gli occhi rivedo Caprino in un raggio di sole.
A Caprino ebbi anche la rivelazione di fiori che non conoscevo. I primi fiori che ricordo li avevo visti nel giardinetto della zia Claudia a Caravaggio; una raccolta più ampia e più varia la trovai a Casalmaggiore colla sua salvia cocinia, le ortiche d'America, le quali non pungono affatto e vestono graziosamente di rosa e di giallino, poi il geranio d'Africa, il geranio notturno, le fucsie, i nasturzi dorati, la madrevite che sostiene sulle esili braccia pensili cuori e quanti, quanti altri! Appena entrata nel cortile dello zio Cecco a Caprino fui investita dalla chioma fluente di una serenella che per le vie degli occhi e dell'odorato prese intero possesso di me. Ah! forse l'albero è disseccato, l'albero mortale del cortile, non quello che verdeggia in me ad ogni primavera, e che depongo oggi, fior di memoria, tra queste pagine. E le peonie fastose che se avessero profumo contenderebbero il primato alla rosa! E quelle anfore carnose di inebbriante aroma che sono i piccoli fiori dell'olea fragrans! E i gelsomini, stelle della siepe! E le tuberose, labbra d'amanti congiunte in un bacio! Ora la moda dei fiori è entrata in tutte le case, imperversa fin sulle tavole delle più modeste trattorie; sono fiori stereotipati a seconda della convenienza di chi li vende, resi volgari dall'abuso e dal carattere commerciale, privi d'odore, profanati dal filo di ferro che squarcia i loro teneri seni; così quando parlo di fiori intendo sempre i fiori coltivati in provincia da mani delicate e amorose, che ne conservano intatto la freschezza e il profumo. Povera è quella donna che non sa trovare nei fiori una delle più delicate gioie di questa vita.
Si allaccia pure a Caprino l'impressione più complessa che mi rimane del nostro nazionale riscatto. A Milano ero andata una volta, da piccina, col papà e colla mamma, in una famiglia di nostra conoscenza, che aveva le finestre sul Corso dedicato allora a Francesco Giuseppe, ma chiamato da tutti solamente Corso, per vedere l'entrata dell'imperatore e dell'imperatrice, e con mia grande delusione le finestre erano ermeticamente chiuse, le tendine rigorosamente abbassate, sì che al momento buono, rizzandomi in punta di piedi, mi fu dato di scorgere appena la cappottina bianca dell'imperatrice e il suo abito di seta nera rameggiato di verde. Intorno alla carrozza imperiale, deserto! Era poi venuto il giorno dell'allegrezza, quando si rise perfino in casa mia, e mio fratello Luigi si diede a preparare coccarde per tutti. Ma fu a Caprino tutto imbandierato per la festa dello Statuto, con ghirlande di sempreverdi erette ad arco di trionfo sulla contrada principale, con musica, con fuochi, con luminarie, coll'intero paese rovesciato fuori, che sentii per la prima volta palpitare, in mezzo al popolo entusiasmato, l'anima della patria.
Da Caprino lo zio Cecco fu trasferito a Bergamo. Altra rivelazione di bellezza e di quel respiro antico, respiro delle cose che vissero prima di noi, verso le quali l'anima mia volava fin da quando i miei sguardi indagavano curiosi e soggiogati le forme fuori moda del baule della nonna. Si intende che la mia ammirazione per Bergamo fin dalla stazione sorvola la gaia leggiadria del borgo per salire ratta al fastigio della città medioevale, così fieramente rizzata a vedetta delle Alpi. Amo le sue porte, le sue chiese, i suoi palazzi e le viuzze sassose in mezzo al verde delle mura dove battè un giorno la zampa ferrata il destriero del Colleoni. Amo gli orticelli sospesi tra casa e casa, come panieri di fresche verdure, che si allietano in primavera di cento e cento rose. Lo zio Cecco andò ad abitare proprio nel centro della vecchia città, in via _Porta dipinta_, caro nome arcaico che mi faceva andare in estasi e fu quella una delle mie ultime oasi felici. Da quel punto la mia dolce Tuina spiccò il volo per seguire il marito nelle diverse destinazioni della sua carriera militare e da allora il vederci e, più, lo stare assieme divenne un piacere raro.
Io intanto continuavo a scrivere nei pochi momenti in cui mi era concesso di occuparmi a modo mio; vale a dire quell'oretta dopo pranzo durante la quale le zie o fumavano o dicevano le orazioni. Dopo le zie prendevano in mano la calza e la prendevo anch'io, perchè mai mi sarebbe venuto in mente di fare diverso da ciò che esse mi indicavano. L'obbedienza era talmente radicata in me, che se fossi rimasta zitellona in casa, avrei continuato a obbedire fino ai quaranta e ai cinquant'anni, insoddisfatta, rodendo il mio freno, ma incapace di pensare nemmeno un atto di ribellione. Dando la parte più vitale di me alla fantasia, che per essa viveva in un suo meraviglioso mondo e per tutto ciò che era materia e zavorra accettando l'adattamento, mi ero fatta dell'abitudine un guanciale di riposo, che sotto certi aspetti, era quasi un piacere. Dirò una cosa straordinaria, dalla quale risulterà meglio quel complesso di serietà ordinata e di grottesco candore che fecero della mia giovinezza un organismo a parte, diverso da tutte le altre giovinezze. Sappiano le mie lettrici che allorquando mi feci sposa, nella valigetta destinata a raccogliere sommariamente gli oggetti indispensabili a un breve viaggio di nozze, collocai fra questi il mio lavoro di calza.
Un articolo di Matilde Serao per la morte di Vittoria Aganoor, incomincia con queste parole rievocatrici della propria felice gioventù: "O inobliabili, o inobliati giorni di nostra gioventù in cui fremeva ed ardeva, nella nostra anima nuova, non una immensa speranza, ma un'immensa certezza! O primavera della nostra età, in cui nulla ancora sapevamo esprimere, ma tutto sapevamo comprendere; o primavera del nostro spirito, in cui potevamo soddisfare la nostra gaia fame intellettuale e placare la nostra sete inestinguibile intellettuale, al nutrimento più saporoso e alle sorgenti più cristalline! Sapete, allora, come vivevamo in Napoli? In continuo contatto spirituale con Francesco de Sanctis e con Ruggero Bonghi, di cui ogni pensiero e ogni parola erano nostro soave e forte pascolo; in continuo contatto con giovani già fervidi di talento e di dottrina come Giorgio Arcoleo, come Giustino Fortunato; in quotidiano contatto con pubblicisti come Rocco de Zerbi e Martino Cafiero. Conferenze, discorsi, articoli, volumi, giornali, in tutto ciò palpitava di una vita indicibile l'anima nostra, estatica, attraversata da violenti gioie, abbattute da profonde malinconie, ma capace di tutte le esaltazioni, ma risorgente dai suoi accasciamenti, come in una costante resurrezione". Non potrei trovare un'antitesi più stridente con quella che fu la gioventù mia. Quanta gioia in quell'anima librata a spirituale commercio cogli ingegni più eletti che placavano la sua sete di intellettualità, cui ogni parola, ogni pensiero eran forte e soave pascolo! Come si comprende il palpito indicibile di quella vita in cui fremeva ed ardeva, non una immensa speranza, ma una _immensa certezza_! Trascrivendo queste parole rabbrividisco ancora. Sento ancora il freddo invincibile delle mie giornate d'inverno trascorse nel grigiore del malinconico salottino a cucire, a cucire, a cucire, coi ginocchi ravvolti in uno scialle, sulle mani due paia di guanti; e i vesperi desolati del luglio e dell'agosto, quando abbrancata ai ferri della finestra, nell'abbandono della rassegnazione, scrutavo sulle finestre lontane il ritmo di altre vite, poi che alla mia mancava anche la più lieve speranza. Io non so che sarebbe avvenuto di me se la mia intelligenza si fosse sviluppata in circostanze di serra calda, di coltivazione intensa, di luminosa fioritura, di omogeneità infine e di felicità. Non lo so. Forse sarebbe stato meglio, forse peggio. Al pari dell'albero l'uomo nasce con una struttura propria, direi un temperamento, a cui il terreno più o meno favorevole, concede il più o il meno sviluppo. Anima ardente, ma pensosa e incline alla meditazione, una esistenza di gioia avrebbe probabilmente isterilita la mia attitudine al raccoglimento; obbligata invece a cercare in me stessa quella ragione di vivere che è il diritto di ogni creatura, obbligata a reggermi da sola, a parlare con me sola, ad alimentarmi da me, feci come uno che esiliato su un palmo di terra, non potendo espandersi in ampiezza, scava in profondità. Questo confronto me ne suggerisce un altro; somigliavo anche per molti versi al palombaro che, lasciandosi dietro lo splendore del sole e il tumulto della vita, scende silenzioso con una maschera sul volto verso ignorati abissi.
La mia maschera era tutto quello che si vedeva di me, e giudico mi coprisse molto bene perchè nessuno, nel breve cerchio delle nostre relazioni, sospettò neppure lontanamente, che io potessi divenire una scrittrice; anzi, molti anni dopo, allorchè si conobbe il mio nome, io lessi su alcuni volti una sorpresa non scevra di incredulità. Veramente non lo sapevo neppure io, non ci pensavo. Il grande romanziere Balzac, a cui la gloria arrivò tardi, scriveva a sua sorella; "Laura, Laura, i miei due soli e immensi desideri, essere celebre ed essere amato, saranno essi mai soddisfatti?" Io non ero tanto impaziente. È giusto dire che ero anche più giovane. Ad ogni modo scrivevo per mio sfogo, per mio piacere, per non so che cosa, non certo in vista della celebrità. Mi ritrovo meglio nelle Confessioni di S. Agostino a proposito de' suoi anni giovanili: "Quello ch'io volevo, quello che io bramavo era d'amare e d'essere amato". Il bisogno di scrivere era bensì nato in me prima del bisogno di amare, ma quando fui giunta a quella stagione che fa cantare l'usignolo nella selva, le parole dell'ardente vescovo africano mi apparvero come il vero specchio dell'anima mia. Ero anche affascinata dallo stile di S. Agostino, così caldo, così appassionato, così moderno appena che si allontani dalla disputa coi Manichei per aggirarsi intorno ai delicati problemi della psiche. E per il loro calore, per la loro passione, mi entusiasmai successivamente di Foscolo, di Byron, di tutti coloro che avevano fortemente amato e scritto d'amore. Se i libri e la penna mi confortavano nel tedio monotono della mia esistenza, non è tuttavia su di essi che fissavo lo sguardo per l'avvenire. Scrivevo non pensando a scrivere; all'amore invece pensavo sempre, senza struggimento e senz'ansia, vestendo qua e là coi colori della mia immaginazione qualche fantasma stentatello, che non valeva più dello zufolo di Franklin pagato per argento e che era di stagno. Ma chi non ha nei propri ricordi uno zufolo di stagno creduto argento?
Dei classici trovati nella libreria di mio padre non ne lessi neppure uno; li giudicavo noiosi e freddi. Data la mia ignoranza la questione della forma non esisteva per me. Era, per disgrazia, anche il tempo in cui gli autori dei libri più in voga non si mostravano reverenti alla purezza della lingua; mi mancavano gli esempi nella vita come mi era mancato l'ammaestramento nella scuola. Molto tardi e per opera di alcuni pochi critici, che non finirò mai di ringraziare, incominciai a preoccuparmi della forma. Non studiai ancora, perchè la sola parola studio mi accapponava la pelle, ma mi guardai intorno, osservai, cercando di formarmi un gusto più fine, più esigente; compresi a poco a poco quanto l'aggiustatezza del periodo e la scelta delle parole aggiungano forza all'idea e sono arrivata al punto di prendere un vero diletto a vagliare i vocaboli e sentirmi quasi felice quando ne scopro uno nuovo. Che se talvolta l'antica pigrizia mi arresta sopra una frase fatta, tentando persuadermi dell'impossibilità di uscirne in altro modo, allora dò a me stessa questa strigliatina: "Manzoni, D'Annunzio, tutti coloro che sanno scrivere la troverebbero la frase giusta, la frase unica; dunque c'è, e se c'è, bisogna cercarla!". Lenti progressi i miei e sempre tardivi. Mi basta tuttavia una parola, un leggerissimo colpo di sprone per andare avanti.
Mio padre, udendomi una volta cantare nel corridoio interno del nostro appartamento, ammonì con quella sua dolce voce che anche nel rimprovero faceva sentire la carezza: "Tu non ti ascolti quando canti; prova ad ascoltarti". Non si poteva dirmi più garbatamente che stonavo. Mi veniva infatti di cantare nello stesso modo che scrivevo, badando al pensiero e non alla forma. Le romanze più sentimentali, i duetti più amorosi erano tutto ciò che io comprendevo in materia di musica, e quando avevo messo tutta la mia passione nella frase: _Ah! forse è lui che l'anima — Solinga nei tumulti_ mi pareva che neanche la Patti avrebbe potuto far meglio. C'era poi quel _Lui_ anonimo che andava subito a posarsi sull'uno o sull'altro de' miei zufoli di stagno e allora addio musica! Mi colavano sul volto vere lagrime.
Io sono anche disposta a sorridere ora su queste fanciullaggini della verde età, nella quale siamo, chi più, chi meno, un po' tutti cavalieri dell'ideale e corriamo colla lancia in resta ad espugnare mulini a vento. Sorridiamo pure dei lunghi sospiri e delle veglie e dei primi fiori dell'anima dedicati a persone che si conoscevano appena; uno sguardo ricambiato, una mano che s'indugia alla stretta, tanto bastava, e meno ancora, a immobilizzare il nostro cuore per mesi, per anni. Il mio fratellino minore, quando smise i calzoncini corti, si prese di una grande simpatia per una fanciulletta che vedeva qualche volta all'uscire di chiesa, alla quale non solo non aveva mai parlato, ma che paventava di accostare. "Il mio unico desiderio — mi disse un giorno in grande confidenza — è di possedere un fazzolettino, un bel fazzolettino ricamato, toccare con quello il lembo della sua veste e conservarlo per sempre". Sorridiamo, ma dolcemente, con riguardosa tenerezza, per non disperdere la nuvola lieve che ravvolge il bel sogno. Quanto sarebbe brutta la vita se l'uomo affacciatosi appena dovesse incontrare l'esperienza già fatta, con tutti i suoi compromessi, il male già pronto con tutte le sue armi, la laidezza matura con tutti i suoi orrori! Oh, sia benedetta l'illusione che ci lascia credere, che ci permette di amare! Dove troveremmo la deliziosa freschezza di quell'istante in cui, mentre ogni cosa intorno a noi è tranquilla e noi stessi ci sentiamo tranquilli, un campanello che scatta, un uscio che si apre, ci dà la sensazione improvvisa di avere al posto del cuore un uccello che batte le ali? E se la camera nella quale ci troviamo è buia, tosto si riempie di raggi, e se la percuote il sole noi vi vediamo danzare miriadi di stelle? Che importa se tutto ciò non ha la matematica certezza dell'abbaco? Il solo vero è dentro di noi. Quale afferrabile bellezza sarà più bella del nostro sogno?
Ricordo l'impressione disgustosa che mi diede una bimba di quattro anni; era il giorno di Natale e, trovandola che giocava con diversi balocchi degni di ammirazione, uscii ingenuamente a domandare: "Sono i doni del Bambino, nevvero?" — "Che sciocchezze! — rispose — Io non credo a queste grullerie; li ha comperati papà". Conosco una quantità di persone, oh Dio, quante! che in simile circostanza avrebbero riso; io invece trasalii con quel senso di angoscia che ci prende quando si spezza improvvisamente una cosa fragile e bella, goccia di cristallo o candore d'innocenza. Ricordo per antitesi un caldo meriggio d'estate, ed io in una traballante carrozzella accecata dal sole e dalla polvere della strada maestra. Avevo quattro volte quattro anni, buona vista e nessuna tara nel cervello, tuttavia un filo d'oro, volteggiando nell'aria, mi turbò improvvisamente. Una ninfa, una dea, forse, avevano nell'alba di quel giorno sciolte in quel posto le auree chiome ed un capello, conteso dagli zefiri, ondeggiava ancora da un albero all'altro, dall'uno all'altro cespuglio. Tutta presa dalla visione gentile, mi esaltavo poetando, senza più sentire la molestia del polverone e del caldo. Non pensai neanche per un attimo alla possibilità che un filo, strappato alla frusta del vetturino e indorato dal sole, avesse potuto creare il mirifico inganno.
Un libro che ebbe una grande influenza sul mio pensiero fu il _Viaggio sentimentale_ di Lorenzo Sterne. Non avevo mai letto nulla di simile; mi parve quasi di trovarmi improvvisamente dinanzi a uno specchio che riflettesse una parte ignota di me. Come mai quel pastore evangelico conosceva così bene una piega riposta dell'anima mia celata a me stessa? Erano tutti i miei parenti quel viaggiatore, quel frate, quella dama della _désobligence_; avrei voluto non staccarmene mai; proseguire insieme ad essi il giro della terra; e non compresi allora la psicologia ironica e profonda che spezza nel punto culminante quel libro unico al mondo. Ma già la verga magica della rivelazione aveva percosso la roccia chiusa; più tardi, molto tardi al solito, quando da vent'anni non leggevo più il _Viaggio sentimentale_, lo ritrovai in certe attitudini del mio spirito, in certi modi di contemplare la vita: ciò senza mancare di fede alla mia appassionata ammirazione per Foscolo e per Byron, e leggendo pure con interesse la Bibbia, il dizionario delle Favole mitologiche e i versi di Guadagnoli. Eccomi assai lontana dai classici e priva di orientamento, in mezzo a letture disparate.
Continuavo a scrivere, perchè erano questi i momenti più belli della mia giornata, una valvola per mezzo della quale sfogavo pensieri, desideri, rimpianti; ed era anche una base di conversazione perchè tenevo circolo tutte le sere coi personaggi delle mie novelle, de' miei romanzi e vivevo insieme ad essi come se fossero persone reali. I piaceri della fantasia hanno sui piaceri del senso questo grande vantaggio di non trovare ostacoli alla libera espansione; la fantasia non conosce limiti nè leggi; il suo dominio oltrepassa lo spazio, stringe in un solo amplesso il passato e l'avvenire, forza i cancelli del regno della Morte. Un risveglio crudele era quando, in certe sere di feste solenni, le mie zie si mettevano in mente di giuocare a tombola; supplizio indescrivibile per me che detestavo ogni sorta di giuochi e che vedevo portarmi via i pochi istanti preziosi della mia libertà per allineare fagioli in un rettangolo di cartone. Ma poteva l'estrattore gridare tutti i novanta numeri del giuoco, ed altri ancora, che i numeri della mia cartella restavano sempre vuoti, suscitando l'indignazione della zia Nina, la quale non mancava di chiamarmi egoista, mentre io, incorreggibile ragionatrice, andavo almanaccando perchè il mio desiderio di scrivere, che non chiedeva sacrifici ad alcuno, fosse egoismo, e non lo fosse l'imposizione fatta a me di sacrificare il mio unico svago per unirmi a giuocatori che non avevano alcun bisogno dell'opera mia.