Part 10
Una delle buone qualità antiche era anche il giusto senso del risparmio praticato serenamente come un dovere, non solo, ma anche con quell'amore della tradizione che ci affezionava alle argenterie di famiglia, ai mobili, ai ritratti come a un tenero e sacro ricordo. "La spada di mio padre, la croce di mia madre" è una frase che ora fa sorridere; ma si ha torto, poichè essa conteneva un principio di felicità e di sicurezza che le famiglie moderne non conoscono. Nata alla metà di un secolo, che divise nettamente due società e cresciuta in un ambiente di provincia, il quale arretrava il progresso di venti o trent'anni almeno, sono certo un ben raro testimonio sopravissuto al morire di usi e costumi che, se avevano dei difetti, nutrivano pure forti virtù. La mia famiglia, composta di sei persone con un reddito modesto e il solo lavoro di un uomo declinante, viveva su un piede di economia, sto per dire, naturale, in cui non vi era nessuna privazione, perchè i nostri desideri oltrepassavano difficilmente la possibilità di soddisfarli. Inoltre mancava in casa mia, parmi averlo detto, quell'assillo della ricchezza, quel continuo parlar di denaro, giudicare una persona su quanto denaro possiede, scegliere moglie e carriera in base al maggior denaro che rappresentano e col denaro pesare la considerazione e riporre nel denaro la somma del bene, cose tutte che, a mio giudizio, oltre la volgarità insopportabile per uno spirito delicato, conducono all'invidia al malcontento, al pessimismo, veleno dell'anima. Per il fatto di avere minori bisogni non v'ha dubbio che si era allora più felici o, per lo meno, era maggiore il numero dei felici, potendolo estendere anche a coloro che non avevano grandi fortune; nè si giudicava minore il piacere di stare insieme bevendo un bicchiere di vino bianco o un siroppo di lamponi perchè non si usavano tovagliette di pizzo e rinforzo di _marrons glacés_. L'esempio della semplicità veniva dall'alto e da tutti i paesi. Lady Giorgiana Fullerton, nota filantropa e una delle più grandi dame dall'aristocrazia inglese, lasciò scritto che lei e i suoi fratelli non avevano mai a colazione più di una tazza di latte con pane raffermo; pane raffermo era pure il sistema generale delle nostre famiglie e dei nostri collegi; in molte case poi, alle persone di servizio veniva misurata anche la quantità, sì che per dimostrare l'agiatezza di una casa, dicevano che il pane vi era libero. In alcune città della Francia famiglie milionarie offrivano ai visitatori serali un piatto di mele delle loro campagne; e a Venezia, dalla contessa Albrizzi, che riceveva le più alte personalità d'Europa, il trattamento usuale era una guantiera di ciambelle fatte in casa. Il conte Alessandro Verri da Roma esortava il fratello, rimasto a Milano, a non risparmiare passi affinchè il sarto gli restituisse le pezze avanzate da un certo draghetto consegnatogli per fare un vestito e soggiunge ad avvalorare la raccomandazione: "Così vuole la buona economia delle nostre entrate".
Voglio dire qualche cosa di più. L'economia praticata per tradizione e con piacere era un elemento di forza e di serenità. Io l'ho conosciuto largamente il piacere di ridurre a nuovo una vecchia gonna e di ammucchiare nel cassettone tante e tante paia di calze fatte da me punto per punto. C'è in questi umili lavori un orgoglio di creazione, di lotta superata, di tempo bene speso, che è per sè stesso un premio e un incitamento. Gusto ancora, dopo tanto tempo trascorso e tante vicende, la soddisfazione di avere composto e cucito io stessa gli abiti di mio figlio fino ai dieci anni e compiango (non disprezzo forse anche un poco?) le giovani madri di mezzi limitati che non sanno preparare neppure il camicino per il pargolo che deve nascere. Non si dica che questo è un argomento di nessun conto. Non è vero! La donna, che ama i lavori femminili e li applica all'economia della famiglia, trova in casa tanto da occuparsi che non sente il bisogno di fondare comitati e associazioni per ingannare la noia e illudersi di fare qualche cosa. E anche questa tradizione di lavoro rimonta alle classi aristocratiche. Ai ricevimenti della duchessa di Chartres le dame, imitando la duchessa, portavano con sè un lavoro; Maria Luisa, seconda moglie di Napoleone I, quando era ancora fanciulla si sferruzzava allegramente da sè una maglia di lana per star calda, e c'è un ritratto poco noto della marchesa di Pompadour che la rappresenta mentre sta ricamando con un telaio sui ginocchi.
Non ci sarebbe che da regolare la vita un po' troppo rinchiusa delle donne di una volta, col frenetico sgonnellare fuori di casa delle modernissime, per trovarsi nella giusta via di mezzo; ma purtroppo indietro non si torna. La vecchia borghesia saggia, econonoma, dalle abitudini semplici ha disertato i provinciali palazzi aviti, le pingui fattorie dove la vita era comoda e dolce; attratta dal miraggio delle grandi città, ruppe il contatto immediato colla terra, i rapporti giornalieri coi contadini e, giunta nei grandi centri dell'industria, si trovò in mezzo alla nuova borghesia dei rifatti privi di tradizione, di esempi, di memorie, frettolosi di distruggere fino il ricordo del loro passato, avidi di lusso e di gioia, intenti solo ad arricchire. I figli delle grandi rivoluzioni, coloro che avevano conservato intatto il patrimonio di secoli, si trovarono improvvisamente accerchiati e per forza delle cose travolti nel turbine della democrazia distruggitrice di tutto ciò che fu. Alcune famiglie resistono ancora, ma non sarà per molto tempo. Le donne si mostrano particolarmente accanite alla distruzione dei domestici lari, perchè non so chiamare in altro modo quella specie di orrore per la casa che le spinge nel cuore dell'inverno a prendere il treno per l'una o per l'altra città, per un paese, per un monte, per un lago, o anche per un ghiacciaio, pur di non passare in casa propria, anzi per annientarla, la dolce e pensosa poesia del Natale. Anche le nozze, questa festa intima fra tutte, è ora di moda esibirla alla triviale curiosità dei servitori d'albergo..........
A nuova conferma della mia teoria sul valore della tradizione, abbiamo un detto popolare che ne mette in rilievo la grande importanza per l'individuo e la Società, ed è quello di colui che ad una cattiva azione risponde: "Il figlio di mio padre non farà mai ciò". Posso citare per controprova il fatto di una di quelle disgraziate orfane di parenti vivi, abbandonata alla carità cittadina, una esposta. Io la esortavo a crearsi indipendente col suo lavoro per mantenersi onesta; ella mi ascoltò un poco, e poi disse crollando il capo con un cinismo quasi ingenuo, tanto era sentito: "È inutile sa, noi siamo figli della colpa, come ha fatto nostra madre faremo anche noi". Questi problemi educativi e sociali mi hanno sempre interessata moltissimo, ed essi e altri, a cui diedi la mia attenzione, più che sui libri mi piacque studiarli alla viva fonte dell'umanità. Se poi trovavo in un libro gli argomenti in appoggio alle mie osservazioni, amavo quel libro come un amico, e tanto più lo amavo in quanto non avevo materialmente nè amici nè amiche; ovvero qualche amica potevo contarla, ma tutte fuori di Milano, e anche le poche volte che ci riusciva di stare insieme, i nostri cuori erano vicini, i nostri pensieri no. Esse pensavano come tutti, ma io non so come chiamare quel tarlo che lavorava nel mio cervello assorbendo ogni mia attività, rendendomi sempre più incapace di contatto cogli altri, fuggendo ciò che gli altri ricercavano.
Chi non ama le passeggiate campestri in lieta compagnia? Io non le potevo soffrire; sia per la passeggiata che mi riusciva di fatica, sia per la compagnia, allo spirito della quale non sapevo unire il mio. Vagheggiavo allora di trovarmi con una persona di mia fantasia, triste e selvaggia come me, al pari di me sola e andarcene insieme sul sentiero più appartato e dirci tutto quello che non avevamo mai detto a nessuno, e ridere e piangere e cogliere fiori e ringraziare Dio di essere nati.... ma quella persona non l'ho trovata mai. Mi condussero invece un giorno a visitare un'officina di non so che cosa, e non lo so perchè appena posto piede sulla soglia di un camerone dove stavano allineate macchine e uomini e donne tra un assordante rumore di manubri e di pulegge, presa da una repulsione istintiva come se avessi visto un mostro, mi aggrappai disperatamente ad una ringhiera che dava verso il verde dei prati, scongiurando che mi lasciassero a quel posto. Ero allora poco più che adolescente, ma la mia particolare sensibilità, anticipando l'intuizione, mi dava nel quadro che avevo dinanzi agli occhi la sensazione materiale dell'idea per la quale dovevo più tardi combattere non poche battaglie. Null'altro che una sensazione, ma, come sempre, una sensazione che mi appartava dagli altri; che non andò tuttavia perduta se a tanti anni di distanza la ritrovo intatta alla base delle mie idee sulla santità della tradizione famigliare violentemente minata dal crescere delle officine, progresso forse necessario ma pauroso, che strappa la donna dalla casa e distrugge brutalmente le care intimità del focolare.
La disgressione mi è riuscita più lunga che non volessi e sopratutto che il lettore desiderasse; ma è pur necessario che tenti di spiegare, e non sono sicura di riuscirvi, il lavoro caotico della mia mente, non secondato e non guidato da chi mi stava intorno; nessuno dei quali poteva immaginare neanche lontanamente le aspirazioni che giacevano soffocate in me, che non conoscevo io stessa.
Uscita dalla scuola poco meno che ignorante, la volontà di studiare non mi venne neppure dopo. Tanto il pensiero mi attirava colle sue divine libertà, altrettanto detestavo la meccanica dell'insegnamento freddo, pedante, ammalato di miopia cronica, vecchio corpo disfatto che deve la sua resistenza all'appoggio che gli danno tutte le mediocrità. Leggevo con passione, ma pur che fossero libri divertenti e romanzi e poesie d'amore. Mio padre si allarmava qualche volta di questa mia passione, esortandomi a scegliere bene e di abbandonare i romanzi, ma non ebbe il gesto assoluto di indicarmi lui i libri che dovevo leggere, forse in omaggio al suo grande rispetto della libertà individuale od anche perchè sapeva che il miglior mezzo per ottenere buoni risultati da figliuoli moralmente sani è quello di mostrare fiducia in essi. Libri cattivi in verità non ne leggevo, ma inutili quasi tutti e nocivi in rapporto a quelli che dovevo poi scrivere io stessa perchè, presi a casaccio, mi traviarono nella lingua, nello stile, in tutto ciò che dovrebbe formare il buon scrittore. Ma di ciò allora non mi curavo affatto, paga di poter dare attraverso alle pagine di quei volumi uno sguardo nel mondo che non conoscevo.
Desideravo anche molto di avvicinarlo questo mondo pieno di belle cose a me ignote, desideravo specialmente con ardore soffocato di poter andare ad una festicciuola da ballo. Amavo il ballo con passione, ma dove battere il capo se non avevamo relazioni? E andare con chi? Non certo colle vecchie zie di provincia che non avevano mai visto un ballo. Il mio buon padre si sacrificò accettando l'offerta di un conoscente che ci avrebbe presentati in una famiglia; ma sorse subito una grossa questione. — Che vestito metterai? — mi chiese papà con una certa inquietudine. Io che temevo di perdere l'occasione, che non avevo alcuna idea di abiti da sera, mi affrettai ad assicurarlo che non mi mancava nulla. E i guanti? — soggiunse mio padre. — Ho anche i guanti. Allora, felice, combinai la mia toeletta colla zia Margherita.
Premetto che manco di buon gusto naturale. Se sono riuscita, molto tardi, a vestirmi press'a poco convenientemente, mi ci vollero grandi sforzi; nè le mie zie attempate non avrebbero potuto in capitolo moda aiutarmi di consigli. Incominciai dunque a stringere i miei lunghi e folti capelli in due trecce fitte fitte che me li ridussero a metà; indossai poi un abito di mussolina bianco e celeste, accollato come il soggiolo di una monaca, che era stato della mia mamma e che lasciai tale e quale benchè non avessimo la stessa corporatura; ma a me, poichè era stato della mia mamma, sembrava una meraviglia. Per la stessa ragione mi piantai in testa una camelia bianca che aveva servito alla mamma nel ritratto che le fece Moriggia e che riposava da anni in una scatola di cartone fiancheggiata di carta velina. Infine pescai alla stessa fonte un paio di guanti nuovissimi, mai messi, che portavano a farlo apposta il mio numero e che erano di un bel color giallo zampa d'oca. La zia Margherita mi ammirò e strinse un po' più le mie trecce, così, diceva, non c'era pericolo che si sciogliessero danzando. Volevo farmi vedere da papà, ma la solita vergogna mi trattenne e mi ravvolsi subito nel mantello. Appena entrata nell'appartamento di quella famiglia, che non conoscevamo, ci passò davanti, attraverso gli usci aperti, in uno sfolgorio di lumi, una eterea apparizione vestita di bianco colle bionde anella incipriate sparse sull'omero nudo. — Oh! oh! — fece mio padre al quale avevano assicurato che si trattava di quattro salti alla buona. Io non dissi nulla, ma inoltrandomi nelle sale osservai che nessuna delle signore presenti era pettinata come me, nessuna aveva fiori in testa e tutte portavano guanti candidissimi. Verificata così la mia zotica figura, senza impressionarmene troppo, andai tranquillamente a sedermi nell'angolo meno in vista aspettando gli eventi. Dico subito che essi non furono all'altezza di quelli che leggevo nei romanzi, ma ballai tutta notte, quantunque non conoscessi alcuno, e per una ragazza così mal vestita ce n'era d'avanzo.
Le occasioni di trovarmi in società continuavano ad essere molto rare, e dicendo società abuso un poco dell'elasticità del vocabolo. Dovunque però il malinteso fra me e il mio prossimo mi isolava. La titubanza, che irrigidiva i miei movimenti, toglieva ad essi la grazia della gioventù; non ero più una bimba e non ero ancora una giovane donna; l'abitudine quotidiana dei colloqui con me stessa mi rendeva inetta alla conversazione; mancavo poi in modo assoluto dello spirito di società, della risposta pronta, del motto che fa ridere, di quello che provoca e che istiga. Il terribile dono dell'osservazione non mi permetteva di restare indifferente; vedevo bene con quali poveri mezzi le reginette mondane ottenevano i loro trionfi; e mentre esse avranno disprezzata in me l'insulsa creatura che non sapeva nè vestirsi, nè muoversi, nè parlare, io, dal mio posto isolato, studiavo sul vero il loro piccolo cuore. Era questo il solo piacere che ricavassi quando mi trovavo in compagnia: piacere acre, ma non privo di moderato orgoglio sotto la modestia del mio aspetto. Non affrettiamoci a denigrare l'orgoglio, sentimento di natura elevata pur che sia circoscritto entro i limiti di una giusta conoscenza di noi stessi. Non si può ammettere che la modestia, doverosa verso il prossimo e più ancora verso l'ideale, debba giungere al punto di una completa ignoranza quando si tratta di riconoscere le nostre forze. Se non fosse così, chi si metterebbe a capo delle grandi imprese che rivoluzionarono il mondo? Ed anche non bisogna confondere il nobile orgoglio di colui che tende a una meta superiore colla vanità dello sciocco e colla superbia del farabutto. Tacceremo l'aquila di orgoglio perchè fende i più alti cieli, mentre il passerotto si limita a svolazzare sui tetti? Chi salta un fosso ha sentito prima la forza di poterlo saltare.
Tutti questi paragoni, da prendersi colle debite distanze, li trovo ora per spiegare il meglio che mi sia possibile quella singolare resistenza, quella specie di corazza che mi permetteva di rimanere impassibile e ferma, quantunque non indifferente, nella mia solitudine e perchè certi stati di accasciamento, di avvilimento, di prostrazione morale io non li ho provati mai. Ho pensato tante volte in qual modo mi si potrebbe avvilire ed ho concluso che nessuno lo potrà perchè non mi sono mai avvilita io stessa. Posso ingannarmi, ma credo che difetti e qualità procedano in gruppi e chi ha una qualità ha pure la qualità sorella e lo stesso dicasi dei difetti. La mia unilateralità, chiamata qualche volta egoismo, faceva il paio colla mia pretesa aristocrazia, un sentimento tutto ideale che meglio delle parole spiegano le perle della mia nonna. La mia nonna materna aveva tre collane di perle delle quali, per disgrazie della mia famiglia, non una sola giunse fino a me. Ebbene, io non mi fregerei a nessun patto di uno stemma comperato, ma le tre collane di perle della mia nonna me le sono sentite tutta la vita intorno al collo.
Non ho ancora finito di enumerare le doti negative delle quali ero provvista per brillare in società. Erano tante e tante, che probabilmente ne dimenticherò qualcuna, e qualcuna anche può essermi sfuggita, se è vero quel che affermano i saggi sulla difficoltà di conoscere se stessi. Mi felicito intanto di aver scelto per queste memorie il sistema di una semplice e veritiera esposizione dei fatti, per tal modo il lettore perspicace potrà fare da giudice nel caso che io mi dipinga troppo in bello, chiamando complici gli altri della mia manchevolezza, quando forse la causa va ricercata solamente in me. Comunque noto che ero di una straordinaria distrazione la quale, congiunta a una smania di verità assolutamente puerile, mi faceva apparire a volte leggerina, a volte impertinente, a volte, e più spesso, sciocca. È certo che una condizione indispensabile al vivere sociale è quella piccola, ma importante, qualità che si chiama tatto; io ne avevo quanto un negro della Zululandia.
Peccato che mio padre, dal quale vivevo troppo separata, non fosse testimonio dei miei sfarfalloni che li avrebbe, così fine com'era, immediatamente repressi, come una volta fece con un semplice corruscar delle ciglia. E un'altra bella, quantunque indiretta, lezione di tatto, mi diede a proposito di un vecchio signore suo cliente che veniva per affari in casa nostra. Non avendomi veduta da molto tempo mi disse un giorno che mi trovava ingrassata; e siccome dall'accento e dall'espressione del suo viso traspariva l'intenzione di avermi fatto un complimento, appena si fu allontanato papà ebbe a notare che si era espresso male; perchè non poteva sapere se quella osservazione potesse piacermi e che ad ogni modo non era delicata. — Doveva allora tacere? — chiesi io. — Non è questo — rispose mio padre — ma se proprio voleva fare un complimento doveva limitarsi a dire: La trovo bene. — Egli possedeva in sommo grado quest'arte delle sfumature, delle critiche sottili e profonde; ma io compresi subito che l'appunto non era stato fatto per criticare l'amico, bensì per insegnare a me. Era d'altronde il suo sistema educativo; poche parole quando si presentava l'occasione, ma tali che non si dimenticavano. Un'altra volta la lezione fu più diretta. Qualcuno, non ricordo più chi, ebbe a dire che ero simpatica, e quella specie di elogio, a me che non ne ricevevo mai, fece una così lieta impressione da indurmi ingenuamente a riferirglielo, persuasa, per il bene che mi voleva, di far piacere anche a lui. Sorrise il mio buon padre alla innocente fanciullaggine, e volendo nello stesso tempo frenare il possibile sorgere di una vanità intempestiva: "Quando — ammonì dolcemente — non si può dire ad una donna che è bella, la si conforta chiamandola simpatica".
Quale scuola di perfezione avrei avuto, se mi fosse stato possibile di vivere sempre insieme a mio padre! Tutto invece concorreva a dividerci; il sistema della famiglia, le sue e le mie occupazioni, i suoi e i miei dolori non consentirono mai l'intimità dell'abbandono. Forse, è un dubbio che mi venne qualche volta, che sta ora mutandosi in certezza, sentiva anche lui l'ostacolo che, alla libera espansione dei nostri sentimenti, poneva la presenza delle due sorelle. Forse era anch'egli un timido come me e sarebbe bastato che uno di noi due non lo fosse, per rompere la barriera, per cadere nelle braccia l'uno dell'altro. Se quella sera in cui venne, tacito e lieve, ad appoggiare la sua fronte sulla mia spalla avesse detto: — Sono infelice! — Se lo avessi detto io a lui?...
Ma le due donne esuli dalla dolce casa, esse che avevano abbandonato tutto per lui, per noi, che ci davano il loro rustico, ma sincero cuore, la loro opera maldestra, ma così generosa, così disinteressata, non potevano venire anch'esse colle loro mani vuote dei beni che ci avevano sacrificati, coi loro occhi che solo alla notte conoscevano il pianto a ripetere: Anche noi siamo infelici? Situazione veramente crudele questa di persone tutte buone che senza volerlo, senza saperlo, si facevano reciprocamente soffrire. E ancora le mie zie, avendo il vantaggio di sorreggersi a vicenda e di rievocare in due un medesimo passato, sfuggivano al pericolo dell'isolamento che anche mio padre poteva nella sua professione e nella libertà de' suoi atti per qualche ora almeno evitare.
Io diventavo invece sempre più distratta, estranea a quanto mi circondava, estranea alla vita. Delle mie balordaggini segnerò qui un esempio che potrà difficilmente trovare un riscontro altrove. Una delle ultime volte che andammo a passare le vacanze a Casalmaggiore, fui invitata a festeggiare Santa Teresa da una cara vecchietta amica delle mie zie, che abitava quasi tutto l'anno un suo podere in vicinanza del Santuario della Fontana. Buon pranzo, semplicità antica, visita al giardino colmo di frutta nonchè di fiori, e da ultimo, poichè la compagnia era in maggioranza composta di nipoti, tutti giovani, si ballò sull'aia al suono di un organetto e al blando lume di una lanterna sospesa a un palo. C'era anche un dilettante di chitarra che variava il trattenimento con alcune romanze sentimentali. La padrona di casa ebbe un successone ballando una danza de' suoi tempi detta la furlana, avendo per accompagnarla il più attempato de' suoi domestici, che solo tra i presenti, ne ricordava i passi arcaici. A mezzanotte prendemmo tutti la via del ritorno, un po' sbandati sulle prime, indi mettendoci in fila a due a due. Per parte mia fui lieta nel riconoscere nel compagno che mi si pose al fianco, quello fra i danzatori che mi aveva maggiormente interessata. La notte era serena, piena di stelle; dagli alberi del viale, dove ci eravamo inoltrati, gli arabeschi d'argento della luna disegnavano sulla terra asciutta un tappeto fantastico. In simile cornice la mia immaginazione quindicenne stava fabbricando un romanzo in azione, quando alla luce improvvisa di una radura tra i rami, mi accorsi di un grosso involto che il mio cavaliere teneva sotto il braccio. — E che diamine ha lì? — Che ho? la mia chitarra. — Un'altra chitarra?! — Non un'altra, la mia. — Ma allora lei non è X.! — Certamente, sono Y. E tutto ciò che le dissi fin'ora lo credette di X.?!... — lo penso ora le risposte che avrei potuto dare, spiritose, gentili, ingegnose, vaghe, sfuggenti per mettere un rimedio alla mia balordaggine e le trovo. In quel momento però, fedele alla mia smania di verità e al mio puerile semplicismo, fui tanto sciocca da non saper rispondere nulla. Nessuno, fuor che le stelle e la luna di quella notte, seppe questo incredibile caso di distrazione, che rivelo oggi a' miei lettori, perdendo forse un poco nel concetto che essi potevano avere della mia intelligenza, ma rendendoli sicuri almeno della mia sincerità. Avevo parlato più di un'ora con una persona senza accorgermi che era un'altra!
PARTE QUARTA