Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier
Part 5
Masi è la residenza del postino; è un’altra _stue_, ma il campo chiuso dallo steccato ci rallegra colla vista di pochi montoni e di cinque o sei vacche. È quello il piccolo mondo che basta all’esistenza fisica e psichica di quel povero uomo, che non conosce altro e non desidera altro. Se vuol parlare con anima viva, deve percorrere almeno venti chilometri; vive del prodotto dei suoi montoni, delle sue vacche, della pesca e di quel po’ di farina che compra sulla costa e si porta a casa nell’inverno, quando la neve rende più facili le comunicazioni. Va a segare l’erba, spesso a qualche ora di distanza, e nell’inverno va a raccoglierla colla slitta, o va sui monti a strappare dalle rocce i licheni.
A Masi la carovana si divise: la posta continuò la sua strada, ed io rimasi col postino per la ricerca dei cranii lapponi, che dovevano trovarsi in un antichissimo cimitero, dimenticato da tutti, dove già erano cresciuti arbusti e alberetti, e dove, senza alcuna profanazione di affetti, io potevo sciogliere il mio voto e farti felice.
.... E i cranii si trovarono: appena comparve il primo, posata per un momento la vanga, innalzai al cielo.... il fumo d’una spagnoletta, l’ultima che possedevo e che conservavo da un pezzo. Avevo fatto voto solenne di non fumarla prima di aver avuto un cranio lappone. Non ho bisogno di spiegare a te, paladino degli alimenti nervosi, il dolore che provai, vedendo ridursi in cenere quell’ultima spagnoletta. Rimanere in Lapponia senza quel conforto, senza quell’ultima riserva per i momenti di noia, di malinconia e di fame!
.... Il giorno dopo io era zoppo, e il mio cavallo era destinato al trasporto delle casse dei cranii e dell’altro bagaglio.... Convenne però adattarsi e senza sella mi accomodai fra i cranii e i pacchi di carta sugante. Non era certo il modo migliore di viaggiare: ora paludi nelle quali il cavallo affondava, ora pietre nascoste dai cespugli nelle quali il cavallo inciampava, or boschi folti che mi schiaffeggiavano coi loro rami. Io mi lasciava portare sonnolento, muto e distratto, non senza pericolo. Infatti una volta il mio povero ronzinante fece un buon capitombolo; fortunatamente in un terreno coperto di morbidissimo _sfagno_. Peccato però che io mi trovai sotto le casse dei cranii!
Non parlo delle zanzare, che sono la prima peste di un viaggio lapponico. Ve ne sono di due specie, una mi sembra essere eguale alla nostra; è soltanto un po’ più grulla, perchè si lascia ammazzare molto facilmente. L’altra è più piccina, ma molto velenosa e ti vola in branchi innumerevoli nel naso, nella bocca e negli occhi, in modo da toglierti il respiro e da accecarti. Per fortuna non ti tormentano nè a tutte l’ore, nè in tutti i tempi; quando tira vento e fa freddo, scompaiono. Io avevo adoperato il barbaro metodo di difesa dei lapponi, dipingendomi il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce, ma benchè mi fossi ridotto un mostro, non trovai che il rimedio fosse troppo efficace.
.... Ti risparmio il monotono racconto della monotona continuazione del mio viaggio e giungo a Kautokeino alle undici di notte. Vi ho veduto le prime stelle, dopo due mesi passati nella luce sempiterna ed ebbi per la prima volta dopo due mesi una candela. Quanta allegrezza! Era però un’allegrezza molto fredda, perchè il termometro segnava cinque gradi solamente sopra lo zero!
Kautokeino è pure una gran bella città! Una ventina di case tutte di legno, 200 abitanti circa in 40 famiglie, e nell’inverno un 600 lapponi nomadi, accampati intorno alla loro metropoli in un raggio di più che 100 chilometri. Vi risiedono un _lansmand_, un _handelsmand_ e qualche volta anche un prete. Ora, per esempio, non ve n’è e bisogna farne senza. Un paio di volte all’anno viene qui un sacerdote, fin da Tromsoe o da Alten, e battezza, conferma, marita, comunica e dà tutti quanti i sacramenti.
Neanche in questa grande capitale lapponica potei mangiare un po’ di carne fresca di montone. Dicono che le pecore in questa regione sono ridotte dalle zanzare a pelle ed ossa. Dovei quindi contentarmi di carne di renna salata e di pane nerissimo, senza parlare delle altre _delicatezze_ gastronomiche di questi paesi e che tu conosci già.
Uno dei personaggi più interessanti di Kautokeino è la levatrice, che è indigena, ma ha studiato un anno a Cristiania, che è svelta, intelligente, e parla molto bene il norvegiano. Mi dice però che i lapponi nomadi ricorrono raramente a lei, perchè il marito fa da ostetrico alla moglie e poi fa anche da sacerdote battezzando il neonato.
Nel ritorno da Kautokeino fui premiato delle mie fatiche. Figurati che ho trovato la _pinguicula villosa_ e la _vahlodea atrapurpurea_! Tu, che hai viscere di naturalista, m’intenderai. Ho attraversato il Beskadasfield colla pioggia, con un vento indiavolato e con un freddo.... veramente lapponico. Nella sosta la guida mi fece una specie di muraglia colle casse dei cranii, e raccogliendo lì per lì alcune bracciate di sarmenti di _betula nana_ riuscì ad asciugarmi e a riscaldarmi. Quella povera _betula nana_ era pietosissima; bruciava benchè verde, bruciava benchè bagnata. Scendendo dall’altipiano, salutai il riapparire dei pini colla stessa gioia con cui un arabo, condannato a vivere lungamente nella Norvegia, darebbe il benvenuto alla prima palma, che gli apparisse all’orizzonte. E più tardi salutai con uguale amore il profilo dei monti nevosi e il mare azzurro, che riflettevano un cielo azzurro, anche esso! Una vera orgia meridionale e che nel Circolo polare mi riscaldarono cuore e paracuore agghiacciati da tanta Lapponia! Non ricordò di aver salutato con più caldo amore il divino golfo della Spezia, quando andando a San Terenzio, lo saluto dai colli di Lerici.
Ora eccoti alcune notizie sui lapponi di Kautokeino: i fissi vi sono in numero di circa 200, i nomadi in numero di 600.
I lapponi fissi che ho visti a Kautokeino sono in media più alti e più membruti di quelli nomadi visti a Tromsoe. Alcuni (donne specialmente) sono anche addirittura _grassi_, cosa mai vista a Tromsoe. La maggioranza è di pelo biondo o castagno non scuro. Ho visto delle famiglie numerose di cinque, di sei, e perfino di nove figliuoli. Vi ho visto della gente vecchia assai e ben conservata, senza infermità (da 80 fino a 90 anni). Il padre della levatrice, morto a 90 anni, andava ancora alla pesca e lavorava come un giovane (dice sua figlia). Non pare che si maritino presto; 16 anni, con maternità a 17 è stato il caso più precoce citatomi. Sono tutti o quasi tutti più o meno imparentati coi _quäne_: ma su questo punto è difficile avere informazioni esatte; quando si tratta di cose che risalgono oltre due generazioni, non ne sanno, in generale, più nulla. Sono quasi tutti vestiti alla lappona (costume di Kautokeino, che è diverso da quello di Karasuando); per lo più parlano anche _quäne_ e niente norvegese. L’insegnamento nella scuola si fa in lappone, ma pretendono d’insegnare anche il norvegiano (con infelice successo, a quanto pare). L’insegnamento è obbligatorio. Anche i nomadi devono mandare i loro bambini a scuola sei o sette settimane all’anno, se non possono da sè dar loro l’insegnamento della lettura e della religione. Però oltre ai due maestri (lapponi ambedue, che ho conosciuti) che insegnano a Kautokeino, ve ne è un terzo, che gira di accampamento in accampamento per insegnare a domicilio (_gratis_). Non sono confermati altro che quando conoscono _la religione_, sanno leggere e fare le lettere: e non possono sposarsi se non sono confermati. (Talvolta però, e non di rado, si dispensano dal matrimonio come lo provano due ragazze (_pige_), che ho conosciute e che avevano un bambino per una). Nell’inverno hanno molti rapporti con la Finlandia, donde traggono specialmente il legname da costruzione. In quella stagione vengono pure in gran numero alla costa occidentale, ai mercati di Bossekop, ove vendono carne, corna e pelli di renne, burro, e comprano acquavite, farina, caffè, zucchero e stoffe di lana. Molti dei lapponi fissi posseggono renne da tiro e le affidano ai nomadi per il viaggio d’estate alla costa. I nomadi lasciano nei piccoli caseggiati inchiusi nelle _seribe_ dei _fastboende_ (fissi), le loro slitte ed altre cose che non portano seco alla costa. Lasciano inoltre i vecchi, che non possono più fare il viaggio e che vivono in parte a spese pubbliche. I fissi hanno per lo più vacche e montoni la cui lana lavorano da sè; pescano e conservano in parte il pesce salato per l’inverno. Quando vi fui io, erano tutti occupati a segare il fieno e nessuno pescava, per cui non potei assaggiare i natanti abitatori della Kautokeinoelv. La coltura della terra si riduce quasi a nulla; pochissimi e piccolissimi campi di rape, ed un solo di pochi metri quadrati di patate, per le quali il proprietario aveva buone speranze quest’anno; cosa rara! Vedendo il bel sole e sentendo il caldo che ci faceva quando c’ero, pareva impossibile che nei mesi d’estate la terra non potesse produrre altro. Ma bastava per convincersene guardare un pozzo ancora coperto da un grosso lastrone di ghiaccio forato nel mezzo per potere attingere l’acqua, e sentirsi dire che a quattro piedi di profondità la terra è gelata tutto l’anno, che la neve copre ancora il terreno nel principio di giugno e comincia a cadere in settembre, e che ogni inverno vi gela il mercurio ed il vino (anche quello di Porto!)
Ho conosciuto avvocati, che difendono i lapponi quando sono chiamati al tribunale per rispondere di furti (solamente di furti e quasi sempre di renne), e dicono che essi sono di un’abilità ed astuzia grandissima nel difendersi, e che hanno metodi molto ingegnosi per rubar renne, senza che poi si possa provare il loro delitto.
Ho avuto in Kautokeino molti particolari sul famoso furore religioso che ha invaso i lapponi e li ha indotti a massacrare il _lansmand_, l’_handelsmand_, ed a bastonare il prete, e che ha procurato al museo di Cristiania lo scheletro di uno dei due lapponi giustiziati in conseguenza di quell’assassinio. Fu opera dei lapponi nomadi, i quali pare fossero persuasi di fare opera grata a Dio. Si deve all’intervento dei lapponi fissi se non fu ucciso anche il prete (oggi vescovo).
Il lappone più intelligente fra quanti ne ho visti è un ex-maestro di scuola, ora pensionato, che vive in Elvebaken presso alla missione cattolica, di cui sua moglie è proselita (egli però non si è voluto convertire). Capisce un po’ di tedesco e un po’ d’inglese, s’interessa a molte questioni d’ordine generale, ha letto molto, e da lui ho saputo che vi è una buona descrizione, con considerazioni geologiche, di Elvebaken, fatta dal De Buch. Mi ha assicurato di essere di origine lappone pura, e stando al tipo, potrebbe anche essere, quantunque abbia barba alle gote. Egli è stato qualche tempo a Throndhjem in un ospedale di alienati, e dicesi, dà ancora di quando in quando segni di pazzia. Questo mi faceva pensare che quando si vuol ficcare in un recipiente, che non è fatto per ciò, troppa roba, qualche volta il recipiente si spacca!
Dei lapponi pescatori (_sœlappen_) ho visti moltissimi; ed in essi come in quelli di Kautokeino si vede l’effetto del miscuglio con altra razza, specialmente nella statura e nella forza; di quando in quando, trovi tra essi, anche in uomini alti, un tipo prettamente mongolico; t’imbatti in alcune ragazze che, quantunque nella loro faccia si scorga ancora il tipo lapponoide, hanno forme rotonde, e vestite all’europea e pulite si possono chiamare belline. Qualche volta parlano bene norvegese, sono abbastanza intelligenti ed istruite, al punto di conoscere che cosa sia l’Italia, e di sapere che vi crescono gli aranci ed il fico, del cui frutto gl’italiani sono molto ghiotti.
In quanto al tipo dei _quäni_ non ci ho capito nulla. Se ne domandi alla gente del paese, ti dicono che riconoscono subito un _quäne_ dalla sua faccia; e ti descrivono una faccia lapponoide. E difatti di quelle facce ne trovi fra quelli che si dicono _quäne_, ma che io sospetto di esser tutti più o meno imparentati coi lapponi, sia ora con quelli della costa, sia anticamente nella loro prima patria, ove da secoli sono in contatto coi lapponi, poichè ho visto molti _quäne_, venuti di recente dalla Finlandia, che non avevano nient’affatto quel tipo.
Ieri un norvegese, vedendo una _carriola_ con me, mi disse: Questo è quello che un vostro compatriotta chiama un guscio di noce sopra due ruote! Le tue lettere al _Fanfulla_ sono state tradotte per intero dal _Morgenbladet_ e riprodotte in molti altri giornali norvegesi, per cui tutti qua le hanno lette.
III
Tromsœ, 25 luglio 1879
Ho fatto una visita all’accampamento di Tromsoedalen, composto di tre _gamme_ (capanne), fatte a un dipresso come quelle di Ojung ed abitato da più di trenta lapponi. Era di domenica e in una sola capanna era riunita la maggior parte della colonia. Vi entrai: erano una ventina tra adulti, uomini e donne, bambini d’ogni età; uno poppava, un altro era cullato nella sua cuna dalla madre. Tutti stavano accovacciati sopra pietre o rami recisi di betula e stavano silenziosi, ascoltando il vecchio _pater-familias_, che, tenendo un libro in mano, salmeggiava preghiere lapponiche, accompagnato da due altre voci, una di uomo e l’altra di donna, che leggevano insieme in un secondo libro. Non si lasciarono per nulla disturbare dalla nostra presenza. I soli cani parvero protestare, volgendosi verso di noi con un sordo grugnito, ma neppur essi si mossero. Si rimase lì finchè il vecchio ebbe finito di leggere. Appena egli ebbe deposto il libro, un altro prese un nuovo libro e si mise alla sua volta a leggere ad alta voce e abbastanza correntemente. Seppi poi ch’egli era un predicatore lappone, che girava di accampamento in accampamento per far udire la parola del Signore. Tre austriaci, che erano con me, mi dissero, che udendo leggere in lappone, pareva loro di sentir parlare ungherese.
IV
Bossekop, 2 agosto 1879
Ieri dalla mattina alle nove di sera, caccia ai lapponi (sölappen). Traversato il golfo a remi, remiganti due donne molto lapponoidi, risalito la Refsbuttenelv, visitate diverse capanne di torba della forma di quelle di cui hai visto un modello nel museo di Tromsœ. Tornato poi lungo la spiaggia, passando a guado due fiumi larghi, ove sono sparse simili capanne e casette di legno, vicino ad ognuna pesci attaccati al sole e spine dorsali di pesci infilzate ad asciugare, ed un puzzo corrispondente. Sono entrato in quante capanne ho potuto, ma non sono riuscito a veder un vero _sœlappe_!
Gli uomini erano tutti alla pesca o dormivano nelle capanne chiuse. Tutti quelli e quelle che ho visto erano _quänen_ o _inquänati_. Già credo che nessuno confessa di essere vero lappone, quando ha abbandonato la vita nomade. Ho visto un gran miscuglio di tipi da non ci capir nulla. In due capanne ho visto due vecchie donne, vere lappone ed ancora in costume con figlie maritate a norvegesi o _quäni_ (uno del paese mi diceva ieri che non vi erano matrimoni misti!!) I _quänen_ stessi hanno alcuni tipi lapponoidi, ed altri sono belli, grandi con naso lungo, barba abbondante, ora scuri, _molto più spesso_ biondi. I loro bambini sono vere bellezze. I _quäni_ vengono in parte dalla Finlandia russa, ma in maggior parte dalla Finlandia svedese. Mi è sembrato che erano più frequenti i tipi lapponoidi in quelli svedesi, anzi in tutti quelli russi che ho visto stabiliti qua da una sola generazione non ho riscontrato un solo di quel tipo. Ho visto donne della Finlandia russa, alte, belle, a profilo greco, somiglianti a certe russe che ho viste altrove. Nella Finlandia svedese da tanto tempo vivono a contatto lapponi e finlandesi, che vi deve essere del miscuglio. Mi dicono che grado a grado le _gammen_ di torba sulla spiaggia vanno cedendo il posto a capanne di legno. Ed invero non si comprende perchè vi siano ancora di quelle abitazioni preistoriche con porte meno alte di un metro, ed una sola stanza abitabile, ove non si può star ritti, ed ove non si capisce che possa abitare un’intera famiglia, quando hanno bei boschi di pino, cioè materiale per capanne di legno. Con una giornata stupenda, un sole da spaccare il cervello, il salire e scendere per quei campi lungo il mare, coperti di pini, dai quali i raggi del sole distillavano deliziosi aromi, faceva credere di essere in Liguria e non a 70° lat. nord. Ho preso il pasto meridiano in una di quelle _gamme_, pasto composto del pane di qua (un’altra specie che non conosci e di cui ti auguro di non far la conoscenza) latte accagliato, formaggio ed acqua: pittoresco se vuoi, ma non adatto a sostenere le forze. Al ritorno ero in uno stato molto vicino a quello nel quale eri ad Ojungen, vicino a quella famosa chiazza di neve! In compenso ebbi a cena del salmone salato per ristorar le forze! Aggiungi il sangue sottratto dalle zanzare e ti potrai immaginare come si sta bene in compagnia dei lapponi!
V
A bordo di Olaf Trygvason-Badö
6 settembre 1879
Come vedi dalla data di questa lettera, anch’io sono finalmente sul punto di ripassare il Circolo Artico, e mi ravvicino a tutto vapore alla famiglia, agli amici. Pure, nonostante il piacere che ne provo, dicendo addio a Tromsœ mi parve di dire addio ad un vecchio amico. Quando ci arrivammo insieme appena sbocciavano le foglie della betula: ora digià cadono, ingiallite dall’autunno.
Ho dunque vissuto un’estate intera della vita di Finmarkia e vi ho quasi acquistato i diritti di cittadino! Se vi ho avuto delle ore di scoraggiamento e di stanchezza, ne riporto anche tanti buoni e piacevoli ricordi da far dimenticare quelle. E poi già, colla lontananza le ombre spariscono da sè: quando avrò messo fra me e la Finmarkia questi cinque giorni di mare (che col vento e la pioggia di questi giorni sono un’_ombra_ molto scura) sono sicuro che tutti i ricordi di quest’estate mi appariranno illuminati dalla medesima lieta luce.
Nel mio ultimo breve soggiorno a Tromsœ ho voluto vedere più da vicino i lapponi nei loro rapporti colle renne, e per questo sono andato nell’isola di Qualö, a poche ore di distanza, a chiedere l’ospitalità ad una famiglia di lapponi che vi ha la sua _gamme_. Quando vi arrivai la sera, avevano nello steccato circa un 500 renne tutte femmine, coi piccini di quest’anno che sono di già divezzati; le donne erano occupate a mungerle, mentre gli uomini le acchiappavano col _lasso_ e le legavano ad un tronco di betula. È straordinario l’occhio che quella gente ha per riconoscere le renne. In quel luogo vi erano otto famiglie di lapponi, e le renne appartenevano un po’ ad ognuna di queste famiglie. Non solo gli uomini non gettavano mai il _lasso_ ad un animale che era già stato munto, ma neppure scambiavano mai una renna di un altro con una propria.
A cena mi diedero della carne di renna fresca eccellente, del formaggio fresco fatto in mia presenza, della ricotta e del latte fresco, tutte cose ottime. Dopo che ebbero fumate parecchie pipe e chiacchierato fra di loro, si sdraiarono sulle loro pelli di renna stese per terra intorno al fuoco, ed io feci come loro. Per il lappone lo spogliarsi per la notte consiste nel levarsi la cintura; alcuni si levano anche gli stivali. In mezzo alla notte volli godere dello spettacolo, che presentava la _gamme_ e mi alzai cheto cheto per non disturbare nè uomini, nè cani. Una vecchia si era già alzata per fare il caffè per gli uomini, che dovevano partire nelle prime ore del mattino per andare coi loro cani a cercare un’altra mandra di renne e condurla nello steccato.
La vecchia aveva gettato sul focolare nuove legna, che con la loro fiamma rossa illuminarono una scena molto caratteristica. Dapprima non vidi altro, guardando per terra, che un _pêle-mêle_ di pelli di renna buttate là alla rinfusa; ma poco a poco potei distinguere qualche testa d’uomo, di donna o di bambino che sbucava fuori, qualche stivale, qualche piede nudo, qualche muso di cane. Pareva che fossero stati tutti buttati lì a caso, senza ordine, senza direzione; impossibile il contarli; fu solamente dopo, che seppi che eravamo stati quindici _cristiani_ (compreso io) a dormire in quella _gamme_, con un numero corrispondente di cani (delle altre bestie _minori_ che non dormivano, ma furono molto _attive_ tutta la notte, sarebbe difficile il valutare il numero, anche approssimativamente). Sul fuoco brontolava il bugliolo del caffè ed appesi ai rami di betula inclinati, che formano la parete della _gamme_, stavano appesi gli stomaci di renna pieni di sangue o di latte, e le graticole di legno sulle quali stavano asciugando i formaggi freschi. Fuori della _gamme_ splendeva la luna piena in un cielo limpido, nel quale a tramontana la luce di un sole di pochi gradi sotto l’orizzonte, si confondeva con quella di una debole aurora boreale. Queste tre luci fuse insieme in un dolce ed armonioso chiarore illuminavano profili arditi di monti nevosi, bracci di fjord, che s’insinuano non si sa come fino in mezzo alle terre e la collinetta, sulla quale le quattro _gamme_ che formano l’accampamento lappone, mandavano ognuna una colonnetta di fumo nell’aria tranquilla della notte.
La mattina ricevei dalle mani della padrona di casa una tazza di caffè preparata ad uso lappone e la bevvi in parte per non offendere chi me l’offriva, in parte per conoscere il lappone anche nella sua arte culinare; però mi ci volle un grande sforzo per trangugiarla, e lo capirai facilmente quando ti avrò detto che oltre al caffè ed al latte di renna collo zucchero, conteneva un bel pezzo di burro di renna strutto e diverse fette di cacio salato e stagionato che mandavano un odore, che secondo le nostre idee armonizzava molto poco con quello del caffè. Tutta la mattina i lapponi rimasero nella _gamme_, occupati alle loro diverse faccende.
Un uomo faceva il burro; una donna faceva bollire della scorza di salice per conciar le pelli; una altra stropicciava una pelle di renne con un _rabot_ per renderla pieghevole; un’altra cuciva le _skalle_ (scarpe); un’altra faceva il filo coi tendini, alcuni battevano il fieno che serve loro di calze e se lo rimettevano nelle scarpe, operazione delicata e che richiede molta abitudine. Mentre erano così occupati fumavano le loro pipe e chiacchieravano, dicendo probabilmente anche delle barzellette, poichè di quando in quando tutta la compagnia dava in scoppii di riso.
Verso mezzogiorno arrivarono le renne e dagli uomini e dai cani furono cacciate nello steccato. Questa volta erano quasi tutti maschi, e non meno numerosi di quelli della vigilia. Vidi come fanno i segni mediante i quali li riconoscono, tagliando via dei pezzi dell’orecchio e facendovi diverse incisioni col coltello, e come li castrano coi denti. Vidi anche il modo barbaro col quale li ammazzano, ficcando un coltello nel torace in modo che l’agonia dura un quarto d’ora.
Fra pochi giorni anche questi lapponi ritornano nell’interno, facendo attraversare il Sund a nuoto alle loro renne. L’estate prossima troveranno le loro _gamme_ come le lasciano, e le loro botti di latte mescolato ad acetosa (miscuglio che ho assaggiato e trovato pessimo!) che seppelliscono nei paduli ad una profondità sufficiente perchè non gelino.
CAPITOLO QUARTO
L’AMBIENTE SCANDINAVO — IL MARE, IL FREDDO E IL SILENZIO — IL CARATTERE DEGLI SCANDINAVI.
Ogni paese ha il proprio ambiente, e finchè noi non l’abbiamo respirato e assorbito, sicchè penetri nelle ultime venuzze del nostro organismo, non possiamo dire di conoscere la nuova terra, che vogliamo studiare o descrivere.