Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier
Part 4
Nessuno di noi darebbe una simile abitazione al proprio cane o alla propria capra; eppure quei buoni lapponi, ricchi di più che tremila renne e che portavano anelli d’argento e che erano altrettanti Rotschild della Lapponia, non solo erano contenti di quella casa, ma erano gai, sereni, felicissimi. Quanto son mai diversi i gradi della contentabilità umana! Poco a poco feci conoscenza dei miei ospiti, che ci avevano accolti con una cordialissima stretta di mano. Gli uomini tutti assenti, perchè seguivano le renne, che pascolavano sopra un colle vicino. Margherita, la madre di famiglia, sui quarant’anni, dai capelli biondi castagni, colla sua faccia mongolica, col suo nasino piccino, colle sue mani e la sua pelle annerita dal fumo. Eva sua figliuola, di 18 anni, coi capelli d’oro chiaro, che rideva sempre, mostrando i suoi dentini bianchi, serrati gli uni contro gli altri. Era ingenua, era agile, era fragrante di una selvaggia bellezza. Coi suoi occhi azzurri, coi suoi capelli biondi, col suo piccolo nasino impertinente, coi suoi zigomi sporgenti, colla fresca pelle abbronzata dai lunghi geli, coi suoi piccoli piedi nudi e le sue piccole mani, aveva tutte le pericolose seduzioni di un frutto agreste, di cui s’ignora il sapore. Una sorellina di poco minore d’Eva, e due o tre fanciulli completavano la famiglia.
Quella buona gente parlava discretamente il norvegiano e il bravo ingegnere Hauan ci traduceva in tedesco ciò ch’essi dicevano, mettendoci in continua relazione di simpatie e di idee. La madre si mise subito a macinare dell’ottimo caffè, preparando in un batter d’occhi colle sue mani la bevanda prediletta dei lapponi, e si bevette raddolcita da candidissimo zucchero in pane. Dopo il caffè venne la colazione: carne di renne affumicata con sego di renne pietrificato dal freddo, il tutto cotto rapidamente al fuoco vivissimo di betula. Era un cibo duro ma saporito, fragrante di un aroma ircino, direi quasi selvaggio. Si mangiò tutto, si digerì tutto; ma si dovette lottare contro un vero mal di mare, vedendo la strana pulizia della buona Margherita. Essa aveva un suo grande mestolone di metallo, con cui ci serviva ora il caffè, ora il brodo denso e grasso di renne, ed ora l’acqua da bere. Quell’istrumento universale era sempre lavato colla lingua, che a guisa di strofinaccio mobilissimo ripuliva ogni grassume e rendeva il cucchiaio più terso dell’argento.
La lingua era per quella brava donna il sapone dei saponi, la scopa delle scope; tanto è vero, che quando ci congedammo, Margherita, prima di porgere la mano, se la leccò rapidamente e con straordinaria agilità. Di tanto in tanto la cortese ospite nostra, colle sue dita faceva anche la pulizia del naso, senza ricorrere in questo caso alla lingua.
Margherita era il movimento perpetuo in azione: ora rattizzava il fuoco; ora dava uno scapaccione ad un cane, che allungava il muso con troppa impertinenza verso la carne o il sego; ora puliva il naso colle mani ad una bambina, ora dava un pezzo di carne cruda ad un fanciullo, che aveva troppa fame per aspettare che il bollito fosse fatto; e tutto questo colla pipa in bocca, che si svuotava e si riempiva a brevissimi intervalli.
Saziata la fame e la sete, asciugati gli abiti, innalzati a più spirabil aere dall’ottimo caffè di quei lapponi, venne l’ora delle cortesie squisite, dei doni e del commercio. Uomini più diversi era difficile riunire in più piccolo spazio: latini e goti e scandinavi e figli degli antichi mongoli dell’Altai; gente cresciuta sotto i pampini della vite e i rami dell’ulivo o indurita dai geli sempiterni del polo, figli di Odino e figli di Orazio; ma tutti erano stretti in quel momento intorno ad uno stesso focolare e un unico ambiente li ravvicinava e li riscaldava alla stessa fiamma di simpatia.
Offersi un’eccellente sigaretta a marca dorata ad Eva. La prese con diffidenza, guardando cogli occhi timidi la mamma.
— Le fanciulle non fumano fra noi.
Ed Eva voleva restituirmi la spagnoletta.
Non la volli accettare.
— Signora Margherita, oggi, oggi soltanto per amor nostro, lasci che Eva fumi una spagnoletta.
Chinando il capo, assentì.
Ed Eva, arrossendo di gioia e ringraziandomi soavemente con un sorriso degli occhi, accese la sigaretta e tirò su due o tre boccate di fumo, poi la passò alla mamma che finì di fumarla.
L’ingegnere Hauan versò del cognac ai nostri ospiti e Margherita, Eva e tutti quanti vuotarono i bicchierini d’un fiato, dopo aver tuffato in essi la punta dell’indice e aver segnata una croce sulla fronte.... _Perchè non faccia male_, dicevano essi.
Offersi della cioccolata. Non l’avevano mai veduta. Margherita domandò se era sapone. Le dissi di assaggiarne e le diedi l’esempio. La trovò eccellente; la fece gustare ad Eva e poi la nascose sotto le coscie, dicendo di serbarla al marito. In quel luogo nascondeva ogni cosa, denaro, sigarette, coltelli. Era il santuario della casa. Era là vicino che aveva un suo banchetto di legno, chiuso a chiave, dove teneva i gioielli d’argento, la bibbia norvegiana, un evangelo in lingua lappone.
Comperai due corna stupende di renne per due corone (tre lire). Mi innamorai di una _chatelaine_ di cuoio, che Margherita teneva al suo fianco e che da una bella stella di ottone lasciava cadere un sonaglio di piccoli strumenti domestici. La voleva ad ogni costo per il mio museo di Firenze.
— Quanto volete, Margherita, per questa _chatelaine_?
— Non la posso vendere; mi accompagna dal mio matrimonio.
— Vi darò tanti quattrini che bastino per farvene fare una nuova e più bella.
— Non posso, me ne duole.
Offersi un magnifico coltello norvegiano con astuccio scolpito di legno.
Margherita lo trovò bellissimo, lo mostrò ad Eva; fanciulli e bambini se lo fecero passare, ammirandolo uno ad uno; ma il coltello non fu accettato.
Offersi quattro corone, poi sei, poi sette, otto e per otto corone la _chatelaine_ diventò mia.
Il buon ingegnere Hauan dovette però prenderne il disegno e promettere di farne fare un’altra eguale da un orefice di Eidet.
Margherita sapeva vendere, ma non era esosa. Le volli comperare una salciccia fatta di latte e sangue di renne, ma essa me la diede ridendo e dicendo in cattivo norvegiano: _Ikke betale_, questa non si paga.
Più curioso di tutti fu il cambio di una ciocca di capelli per una bella forbicina inglese, che aveva in tasca e che era piaciuta immensamente ad Eva.
— Dammi una ciocca di capelli ed io ti do la forbice.
— Impossibile, impossibile — e rideva come una pazza.
Io rimetteva in tasca la forbice, ma poco dopo mi era domandata di nuovo. E di nuovo la forbicina esciva dalla tasca e la bionda Eva la apriva, la chiudeva, ammirando il congegno con cui si piegava sopra se stessa, nascondendo le proprie punte. Ed io sperava di nuovo di avere i capelli e di metterli nel mio museo fiorentino.
Ad un tratto Eva si mette a ridere coll’aria di chi ha trovato qualche diavoleria, onde conciliare due opposte cose, e mi propone il cambio della forbicina inglese coi capelli di sua sorella.
Accetto, ed essa colla stessa mia forbice recide una ciocca di capelli alla sorellina, che avevan lo stesso colore dei suoi. Aveva vinto la partita! aveva la forbice e non aveva sagrificato un filo dei suoi bellissimi capelli.
Non volli darmi vinto del tutto alle furberie di una Eva lappone e le dissi, che per di più voleva un bacio da lei.
E la innocente fanciulla mi baciò sulla bocca, senza scrupoli come senza malizia. Ella era però troppo felice, perchè potesse contenere la sua gioia nell’angusto recinto di quella capanna e si offerse a chiamare le renne, perchè le potessimo vedere più da vicino. Imbottì le sue scarpe di renne con un fieno così verde, così profumato, così ben pettinato, ch’io le invidiai quella calzatura. E allora uscita fuori, si mise a correre sulle rupi molli di licheni, balzando di sasso in sasso, come camoscio petulante, coi capelli spettinati dal vento, e aguzzando lo sguardo sul lontano orizzonte per scoprire dove fossero le renne e per additarcele, ridendo e folleggiando. Quanto era bella quella sua innocenza selvaggia, quanto era cara quella giovinezza senza peccati; quella gioia senza rimpianti, quel sorriso di una vita felice, che rispondeva a un pallido raggio di sole, che, fra le nubi rotte dal vento, brillava in mezzo ad una pioggia fina fina di piccolissime perle d’argento.
Eva sapeva leggere, sapeva parlar norvegiano, sapeva munger le renne e guidarle, sapeva cucire e cucinare e vestire i fratellini. Era buona, intelligente e, al modo lappone, sapiente, e quel che è meglio, felice. Quante delle nostre signore non potrebbero invidiarla lassù nella sua capanna di Ojungstrakten!
CAPITOLO TERZO
LETTERE LAPPONICHE DELL’AMICO SOMMIER — UN BAGNO FINLANDESE PRESO A ELVEBAKEN — I LAPPONI A KAUTOKEINO — BOZZETTI LAPPONICI.
I
Facendo dolce violenza al mio caro amico e compagno di viaggio in Lapponia, mi dichiaro segretario, o dirò meglio, scrivano del signor Stephen Sommier, e sotto la sua dettatura vi narro che cosa avvenisse a un povero fiorentino, il quale agli ultimi dello scorso luglio si trovava a Elvebaken nel Fiord di Alten, colle sue macchine fotografiche, per vedere se i lapponi di Kautokeino e di Karaschok fossero diversi dai lapponi svedesi veduti e studiati insieme a me nell’isola di Tromsoe.
. . . . . . .
Ieri sono venuto qui in barca da Bossekop coi pesanti attrezzi fotografici per vedere di ritrarre i dolci sembianti di cinque lapponi, che si trovano sparsi sulla spiaggia del mare. Tre di questi sono un curioso esempio del passaggio dal Lappone nomade al lappone pescatore, un bellissimo _specimen_ di evoluzionismo darviniano preso in flagrante. Sono stabiliti qui da cinque anni e lavorano per i pescatori; si chiamano ancora _fieldfinne_ (lapponi nomadi), ma per verità sono già _fisckfinne_ (lapponi pescatori) e i loro figli soltanto avranno diritto di appartenere alla nuova specie del _genere lappone_. Anche qui le tradizioni hanno la loro forza irresistibile, anche qui come in Italia l’inerzia è la forza più forte fra tutte. Qui mi assicurano che mai o quasi mai i lapponi s’incrociano coi _Quæne_ (Finni).
Ieri sera, dunque, son andato sopra un _naes_ (promontorio) dove i miei lapponi si erano stabiliti da varii mesi, occupati a seccare il _clipfisk_ (baccalà) per i pescatori norvegiani. Ho veduto la loro tenda alta poco più di un metro, larga meno di due, sotto la quale abitano il padre, la madre e una figlia; che è un vero gioiello etnologico; la faccia più mongolica che abbia veduto fin qui tra i lapponi. Là, in un boschetto di betule, ci siamo seduti sull’erba a confabulare. Espressi il desiderio che quei signori venissero il giorno dopo a Elvebaken per farsi fotografare. La vecchia non ne voleva sapere, e la _pige_ (fanciulla) non si lasciò piegare al mio onesto desiderio se non dopo un’ora di discussione persuadendo il papà; che anche in Lapponia, a quanto pare, fa sempre la volontà della figliuola. È strano come questa gente, avara e avidissima di denaro, si ricusi talvolta, pur di non muoversi, a guadagnare senza alcuna fatica due o tre lire, mentre altre volte ti stanno a seccare ore ed ore per avere dieci centesimi più di quanto si è convenuto di dare.
Oggi, dunque, nuovi disinganni fotografici! Credo davvero che la fotografia, coi suoi capricci, colle sue incognite, per le quali non bastano neppure le tre cifre cabalistiche _x, y, z_, debba far diventare fatalisti, turchi, anche i cervelli più sodi di questo mondo. Il tempo è bello, sereno, caldo, asciutto, i miei obiettivi tersi come il diamante; i _chassis_ si muovono, come se avessero le rotelle, i reattivi freschi, eccellenti; eppure tutte queste belle cose mi dànno questi splendidi risultamenti: _Prima negativa tutta macchie. Seconda negativa tutta nera, Terza negativa tutta rigata._ Le meno peggio non sono che _densamente velate_! Peccato per quella ragazzina splendidamente mongolica, che avreste adorata nel Museo di Firenze! Tutti questi disastri non impediranno che domani, posdomani, fra tre o quattro giorni, io non faccia altre fotografie belle, perfette, e che mi faranno credere di essere il migliore fotografo, che fin qui abbia calcato il suolo lapponico.
In ogni modo oggi le cose andavano molto male, ed io avevo bisogno di far qualche altra cosa, per non dire sospirando alla sera: _diem perdidi!_ Mi risolvo dunque a prendere un bagno finlandese. Il mio buon amico Wikstroem, _quäene_ di nascita e che mi accompagnava come alleato in questa battaglia fotografica, mi andava dicendo già da un pezzo: — Prenderemo un bagno finno, ed ella sentirà che cosa stupenda, proverà come ci si sente rinnovellati di novelle frondi!
Per allestire un bagno finno occorre preparare i preliminari qualche ora prima di sottoporsi alle delizie nordiche di questa abluzione; occorre cioè qualche ora per riscaldare le pietre, che devono _jouer le premier rôle_ nel grande cataclisma. Quando le pietre furono quasi roventi, andai col Wikstroem a visitare il luogo del patibolo. Era una casetta alta due metri, tutta di legno e con un solo finestrino di due decimetri quadri: vi era anche una porta degna in tutto di quell’architettura lillipuziana. Nel centro un fornello, e su questo un gran mucchio di sassi caldissimi; all’ingiro diverse panche molto larghe; fornello, sassi e panche di una sola tinta nera, quella del fumo. Sentii una vampa di forno ardente e scappai prima di entrare. Il compagno non si scoraggì per questa mia ritirata e mi condusse in un’altra casa distante un cento passi da quel forno balneario, dove ci si spogliò e col _meno possibile addosso_, tanto da non crederci nudi si ritornò al forno; e là, lasciato sull’erba _quel meno possibile_, penetrai nudo come Adamo, seguendo i passi del mio _quäene_. Il fuoco era spento, il fumo svanito affatto e il calore più secco e più alto dominava sovrano in quell’antro vulcanico. Wikstroem prese subito da una tinozza acqua fredda e la gettò sulle pietre roventi. Un gran sibilo, e una vampa di vapore caldissimo riempì il piccolissimo ambiente, cambiando ad un tratto il caldo asciutto in caldo umido. Io era attonito e impietrito, quando mi sentii gettare molta acqua fresca sul capo; battesimo di cui aveva un grandissimo bisogno; ma pare che quel refrigerio non mi facesse gran cosa, poichè dopo mezzo minuto, che mi parve mezzo secolo, mi entrò nel petto un’aria così rovente da sentirmi ardere naso, faringe, laringe, bronchi, polmoni e ogni cosa. Mi pareva di vedere disegnato in colore di fuoco, come in un atlante anatomico, tutto il mio albero respiratorio; mi sentii quasi trasformato in una fiamma vivente; e se non avessi veduto dinanzi a me un altro uomo vivo, e che rideva e guizzava come un pesce in quell’aria rovente, avrei creduto che fosse giunta la mia ultima ora e sarei fuggito forzando la porta, o demolendo il tetto. Il quale altro uomo era tanto vispo, che mi gridava allegramente: _Acqua fredda, acqua fredda, e niente paura!_ Vidi infatti, che accanto al fornello vi erano due tinozze, una piena d’acqua fredda e l’altra piena d’acqua calda; e mi misi a tuffare nella prima la mia testa, che pareva essersi trasformata in un forno ardente. Nella tinozza d’acqua calda erano immerse due grosse scope fatte con rami freschi di _sorbus aucuparia_, e il Wikstroem ne prese una e cominciò a frustarmi di santa ragione dal capo ai piedi. Ormai ero uscito dal mio _io_, aveva perduto ogni coscienza ben distinta della mia individualità, del mio passato e del mio avvenire e mi lasciava fare _perinde ac cadaver_. E il _cadaver_ che vi parla fu ben insaponato, poi di nuovo frustato e di nuovo spruzzato d’acqua caldissima. Devo aver espresso qualcosa d’orribile, devo aver dato qualche segno di pazzia, perchè anche il mio carnefice si mosse a compassione, mi aperse la porta e mi disse: _Fuori!_
Il mio _io_, senza aver coscienza di quell’altro me, che mi accompagna da tanti anni, uscì fuori e si trovò a ciel sereno in costume di Adamo prima del peccato, e senza punto accorgersi che il clima si fosse mutato intorno a me. Mi sentiva trasformato tutto quanto in una scottatura; la testa, non più mia, un tizzone di fuoco; le narici, i bronchi, il petto tutto un fiume di lava glutinosa, che m’incendiava, mi consumava, m’inceneriva. Passavano uomini e donne, che neppur mi guardavano; ed io là, inchiodato nel mio dolore e aspettando da un momento all’altro di essere cambiato nella statua di sale della Sacra Scrittura. Intanto il Wikstroem nel forno eseguiva sopra se stesso ciò che prima aveva inflitto al suo povero amico. Il bagno però non era ancor finito; il calice rovente non era ancora _épuisé_; fui invitato a rientrare e anche questa volta lasciai fare. Mi coricarono sopra una delle larghe panche di legno e là, a brevi intervalli, botte da orbi e secchie d’acqua calda e d’acqua fredda che si alternavano. Sudavo e tacevo, tacevo e sudavo, e nei primi crepuscoli della coscienza, che rientrava in casa, sembravami che forse tutto quel pandemonio potesse esser piacevole. Una doccia abbondante d’acqua fredda mise fine al cataclisma balneario e si uscì insieme al fido carnefice all’aria aperta, dove rimasi al sole e al vento per più d’un quarto d’ora, senza accorgermi del sole e del vento; senza sentire nè caldo nè freddo. Poco a poco mi parve di sentirmi molto bene e per la prima volta in mia vita, credetti giusta la teoria dello Schopenhauer, che il piacere non sia altro che la cessazione del dolore. Mi vestii e ritornai a casa, senza mal di capo, senza raffreddore, senza bruciore agli occhi; con un senso di piacevole stanchezza, che durò fino all’ora del pranzo.
Questo bagno si fa qui anche di pieno inverno dagli indigeni _quaene_, che ritornano a casa in _naturalibus_, pestando la neve coi piedi nudi. La pasta umana deve essere di una singolare composizione per resistere a un tal uragano!
Avrei meritato un ottimo pranzo; ma il mio desinare invece si ridusse a salmone crudo e affumicato, a burro salato, a formaggio putridissimo (_gammel-ost_), a pane nero e ad acciughe crude in salamoia. Per bevanda acquavite di patate e un brodetto giallo fatto di latte coagulato e stemperato nell’acqua della torbiera; il tutto accompagnato da un coro di zanzare più feroci di Caligola, più numerose delle arene del mare. Io però era felice, non dovendo più dire: _diem perdidi!_
Quella mia giornata campale di Elvebaken era stata davvero un giorno ben impiegato.
II
Hammerfest, 26 agosto 1879.
Eccomi dunque ritornato da una gita in Lapponia! Se tu mi domandi se io sia contento di esserci stato, rispondo: certo, ma ancora più di esser ritornato. Fin qui non facevo che decantare le bellezze della Norvegia, ma ora che ho visto la Lapponia, faccio per questa parte di terra norvegese le mie brave eccezioni. Non ho mai provato una malinconia, un’uggia profonda come percorrendo quelle lande deserte. Ti aveva giurato di portarti almeno un cranio lappone e mi facevo uno scrupolo di mantenere la mia promessa. Mi risolsi dunque di andare a Kautokeino o, come dicono i lapponi, Guovdagaeino, la città più importante della Lapponia norvegese. Per andarvi da Bossekop vi sono due vie: la via d’inverno e la via d’estate. Questa è un po’ più lunga e si percorre in parte in barca sull’Altenelv. Quella è più diritta e lunga circa 16 miglia norvegiane (180 chilometri). Io per non sbagliare, presi un po’ dell’una e un po’ dell’altra.
Partito da Bossekop con un cavallo per il trasporto del baule e delle provvigioni e con una guida, percorsi a piedi e tutto d’un fiato i primi 28 chilometri, risalendo prima l’Altenelv, poi la graziosa valle di Garkia. Il sentiero passa in mezzo a boschi di pini e di betule. Pioveva dirottamente ed io seguiva a testa bassa il mio cavallo e la mia guida, uno più taciturno dell’altra, meditando sui piaceri d’un viaggio in Lapponia. La mia guida era un uomo di cinquantaquattr’anni, ma che ha le gambe di ferro, ed io che poteva essere suo figliuolo, non voleva mostrarmi meno di lui. Si arrivò quindi in meno di sei ore alla _stue_ di Garkia.
La _stue_, per chi non lo sapesse, è una specie di _chalet_ in legno con due camere; una per il padrone di casa e l’altra per i viaggiatori. Intorno alle _stue_ un grande steccato racchiude altri _chalets_ minori, che servono di magazzino e di stalle; è insomma una vera _seriba_. Fra tutte queste «dipendenze» vi è una specie di capanna lapponica, fatta di tronchi di betule e zolle di terra, e serve di albergo per i viaggiatori, che non sono in grado di pagarsi l’alloggio sontuoso della _stue_. Sulla strada d’inverno tra Bossekop e Kautokeino tu trovi tre di queste _stue_; furono costruite dal governo norvegiano, il quale paga inoltre 160 corone all’anno al contadino che deve abitare una di esse. I viaggiatori pagano 40 _öre_ al giorno, se occupano la camera aristocratica, e 7 _öre_ se si contentano della capanna lapponica, e con questi pochi centesimi hanno anche diritto all’acqua e al fuoco. Io alloggiai aristocraticamente nella stanza dei forestieri, ed ebbi una bella fiammata, latte di renne e due belle pelli _idem_, sulle quali dormii saporitamente.
Il giorno dopo fummo raggiunti dalla _posta_, insieme alla quale si doveva fare viaggio. La posta, che da Bossekop porta le lettere nella Svezia, passando per Kautokeino, si compone di un postino lappone, di un sacco e di un compagno che aiuta il postino quando si deve andare in barca. Questa volta bensì la carovana era più numerosa, e ne facevano parte un bel lappone tipico, dell’altezza di metri 1,40, ed una ragazza norvegese, che andava a prendere servizio dal _Lansmand_ di Kautokeino, uno dei due norvegiani che vi risiedono. Come appendice, aggiungi un cavallo per la roba delle some e un condottiero per il cavallo della serva: una carovana completa di sette bambini e due quadrupedi.
Ci si mise in cammino e dopo una salita di un’ora, vidi sparire anche i poveri alberi di betule, e si giunse sul vasto altipiano di Bescadasfield, dove si doveva camminare per ben quarantacinque chilometri. Figurati una landa deserta, uniforme, una ondulazione continua di terre, che ti restringe l’orizzonte e che non ti lascia mai camminare in piano. Dovunque tappeti di licheni bianchi e gialli, tra i quali crescono rari ciuffi di _betula nana_, i _vaccinium_, il sempiterno _empetrum_, dei _carex_, delle _luzule_, delle _festuche_, dei piccoli salici e poche altre piante. Tutti però camminavano così lesti, che quando io mi soffermavo un solo minuto per raccogliere una pianta, mi trovavo alla coda della carovana.
Tutti i _field_ della Lapponia si rassomigliano, e a conforto della noia continua, non trovi che qualche valle con qualche boschetto di betule e qualche palude torbosa che ti offre qualche fiore. È vero che tu trovi qua e là anche qualche lago, ma colle loro rive basse, colla loro acqua plumbea, che non riflette nè un ramo d’albero nè un profilo di monte ti stringono il cuore invece di dare un po’ di varietà al paesaggio monotono e desolante.
Dopo quattro ore di marcia ci si fermò in una capannetta di rifugio, dove si fece fuoco con legna raccolta nella traversata dell’ultimo bosco. Si prese il solito caffè lapponico, che tu conosci già, e poi altre cinque ore di marcia, e altra fermata con ripetizione dello stesso caffè. La seconda fermata fu più lunga e durò fino alle due dopo la mezzanotte. Un nuovo caffè ci risveglia dal torpore notturno e si entra in una barca, con cui si risale il fiume, ora remando ed ora puntando, secondo la diversa profondità delle acque. Così si giunse a Masi, unico luogo abitato che si trova dopo Garkia.