Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier

Part 6

Chapter 63,843 wordsPublic domain

È una certa quantità e movenza d’aria e di luce, è un certo tepore di fiati umani, è un particolare profumo, che emana la terra; son certi colori dominanti nel cielo o nelle case; son certi suoni che danno le cose morte e le cose vive, incontrandosi tra di loro; son certi profili di donna e caratteri di uomo che si incontrano o si scontrano coi nostri gusti estetici; son correnti ascose di simpatie o di antipatie; infine è tutta quanta un’atmosfera fisica e morale che ci circonda e per i cinque sensi del cervello e per le mille associazioni del nostro passato ci lega coll’odio o coll’amore al paese, che percorriamo per la prima volta.

L’ambiente scandinavo è dei più caratteristici, ch’io m’abbia conosciuto nei miei molti e lunghi viaggi; e se le cose del nostro mondo interiore potessero fotografarsi, come si fa di quelle che si mettono dinanzi all’obiettivo della camera oscura, io sento che ritrarrei fedele e viva l’immagine di quel mondo polare, perchè me lo sento nel cuore e nel cervello come cosa mia.

Quel mondo è freddo e dovrebbe accapponare i larghi pori beanti della nostra pelle italiana: quel paese è deserto e dovrebbe contristare i nostri occhi, abituati a trovare un villaggio sopra ogni pendice e una borgata in ogni vetta; quelli uomini son muti e il nostro orecchio educato alla gaia gazzarra degli interminabili cicalecci dovrebbe aver sete colà di parole e di canti; quelle terre sono sepolte per otto mesi sotto un funebre lenzuolo di ghiacci, e noi cresciuti all’ombra di lauri sempiterni e fra le dorate spighe dovremmo avere in orrore quel suolo di desolazione e di geli. Eppure nulla di tutto questo: la Scandinavia ha per noi un fascino misterioso, che ci attrae, che ci innamora, che ci lascia un lungo ricordo più caro ancora del godimento stesso. L’amor del contrasto, la concentrazione intima, profonda, misteriosa della vita in piccoli punti separati da immensi deserti; la festa ciclopica di un’estate, che non si stanca di un sole di tre mesi; i frastagli infiniti di una terra, che in mille amplessi s’intreccia con un mare turbolento; e una grandezza triste nella natura e un’ingenuità piena di forza e di verginità negli uomini, son cose tutte nuove per noi e che sodisfano ad un tratto gusti sani e vergini, che non avevamo forse sospettato di avere, o appena presentito nelle giovani ore della vita, quando il desiderio è una luce indistinta, che indora tutto ciò che tocca.

L’uomo nella Scandinavia sembra sbarcato sulla terra e pronto a ripigliare il mare, donde è venuto. Là il mare è tutto, la terra nulla: qui la vita avara, stenta, breve; là la vita feconda, inesauribile, sempiterna. Le isole son tante, che appena le puoi numerare, ma la terra ferma è isola anch’essa e le coste, non le vie, segnano la strada al viaggiatore. Suprema voluttà dei signori di Stocolma e di Cristiania è quella di bordeggiare in un elegante _yacht_ nei loro _fiords_ e nei loro fiumi; e nel Mar Glaciale ti incontri ad ogni momento in barche guidate da braccia di donna. E la pesca è più che mezza la vita di quella gente, e segue nelle sue vicende capricciose l’alto e il basso della ricchezza nazionale. Le aringhe, che ora è un secolo, affollavano le acque di Gotaborg, sparvero a un tratto al principio di questo; poi a poco a poco ritornarono, finchè nell’inverno 1878-79 si lasciarono vedere a stormi, a coorti, a legioni. A questi salti corrispondono cifre diverse di mortalità, di ricchezza; corrispondono la prosperità e la miseria di tutto un popolo. Quando le aringhe si mostrano numerose verso la fine dell’estate, nei fiordi della Lapponia, la tristezza è universale, perchè i pescatori sanno per lunga esperienza, che le aringhe e i merluzzi non frequentano mai successivamente le stesse acque nello stesso anno. Quando invece vi son poche aringhe, si costruiscono nuove barche, si apprestano lenze e reti e si pregusta la gioia della ricchezza vicina.

Il mare, trasformato nella via maestra di tutti, rende uomini e donne coraggiosi e robusti; e certe svenevolezze isteriche delle nostre signore e certe scrofole dell’animo, comuni a tanti nostri giovani ingialliti alla ribalta dei teatri o nell’afa dei caffè, sono impossibili in quel paese, tutto imbevuto del salso aroma dell’onda. Per una fanciulla norvegiana, andare da Tromsoe a Bergen, per visitare un’amica o una parente, è una gita di piacere, e basti gettare uno sguardo sulla carta geografica per misurare la lunghezza di quella corsa.

Quando poi tu sei sbarcato su quel lembo strettissimo di terra, chiuso per ogni parte dall’Oceano, ti par sempre di doverti incontrare in belve preistoriche, che hai sognate in qualche notte insonne della tua fanciullezza. Temi o speri ad ogni momento di imbatterti in un rangifero dalle lunghe corna, in un alce ciclopico, in un orso bianco, o in una frotta di lupi[4]. Dove non vi son uomini, la terra dovrebbe essere in balìa delle fiere.

E invece quella terra è in balìa del silenzio, che forma la nota più caratteristica e, per noi italiani, più sorprendente di quella bella e cara Scandinavia. Io non mi sapevo dar pace per quella mutolezza continua di tutta la natura. Non fragore di tuoni nel cielo, non frangersi d’onde nel mare, non canti di fanciulle nel campo; non cicale sugli alberi, non grilli nei prati: muta la terra, muti gli uccelli e i quadrupedi, muti gli uomini e i fanciulli, muti i cani e gl’insetti. Tutta quanta la natura sommersa in un silenzio infinito, in una serena e tranquilla contemplazione di se stessa. Non dimenticherò mai la strana impressione di una mia passeggiata in un bosco di pini, che sta intorno alla stazione di Kopang, nell’altipiano della Norvegia. La casa d’alloggio era tutta di legno, a grosso bugnato; sulla porta due grandi teste cornute di renne e al primo e unico piano, un terrazzino poetico con sedie di rami intrecciati di nocciuolo. Nelle spianata, che stava davanti alla casa, un microscopico palazzino albergava i colombi, che sul far della sera, silenziosi accorrevano al loro asilo notturno. Neppur quei colombi tubavano, ma mordendosi silenziosi coi becchi si davano l’ultimo bacio, accavallandosi amorosamente gli uni sugli altri e corruscando con un muto tremito le loro penne. Più in là abbandonato il treno sulla ferrovia, senza strider di ferri, nè grido di uomini. Nella casa di posta tutto taceva. Escii a passeggio nella foresta di pini, dove non un uccello cantava, o faceva stormir le foglie; non un insetto sussurrava. Il silenzio mi affascinava e mi assorbiva nei misteri della sua impenetrabilità; a un tratto rimarcai, quasi con terrore, che non udiva neppure il rumore dei miei passi; i cespugli di mirtilli erano adagiati sul molle cuscino del lichene rangiferino e anche i miei passi si smorzavano in quel tappeto molle e soave, che sembrava messo lì per togliere ogni rumore e non disturbare i sonni eterni della natura. Ebbi quasi paura di non esser più vivo, pensai che forse la mia coscienza di sentirmi vivo, non era che un ricordo di una vita già spenta e che si andava anch’essa disciogliendo nell’infinito di quel silenzio; e preso da uno strano capriccio picchiai col bastone sul tronco d’un albero. Quel rumore rimase solo e si spense senza un’eco, senza una risposta di spavento o di sorpresa d’uomini o d’animali; quel rumore mi sembrò una profanazione e non lo ripetei più, immergendomi tutto quanto in quel mistero affascinatore.

E se tu pensi, che a quel silenzio si associa per otto o nove mesi dell’anno anche un altro compagno più muto che mai, il freddo; potrai indovinare qual concentrazione di sè in sè debba venire agli uomini di quelle terre. Fra noi la casa è un rifugio contro il sole, è un nido per deporvi il nostro riposo o il nostro amore; ma la vera nostra casa è l’aperto campo, che ha per soffitta il cielo azzurro e per pareti le lontane cortine dei monti e dei colli. Per lo scandinavo la casa è il guscio dell’ostrica, è l’elitra del coleottero, è una seconda pelle, quasi viva come l’altra, che ci ha tessuto la mamma, e forse più calda di quella. Togliere la casa all’uomo del nord è strappare il guscio all’ostrica, l’elitra all’insetto; è straziare e metterne a nudo le viscere. E in quelle case, dove si passano notti che durano mesi, ogni tavola di legno, ogni libro, ogni porta, ogni gradino di scala e ogni quadro si imbeve di emanazioni umane, di desiderii e di ricordi; e la casa vive, palpita, pensa, s’accende e si agghiaccia insieme all’uomo, che vi dimora. Di qui un’intimità profonda della famiglia; di qui le lunghe meditazioni solitarie, che rafforzano la dignità della coscienza e le interminabili letture, fatte in comune, che raddoppiano le più care famigliarità del pensiero e affinano le più celate delicatezze del cuore.

In quelle case di Svezia e di Norvegia anche il giardino entra in casa e ne fa parte, e gli architetti hanno dovuto raddoppiare le finestre, non tanto a far più aperte e larghe le vie della luce, quanto per render possibile la vita ai fiori, che quelle donne coltivano con arte infinita. Io ho veduto nelle sale dei signori di Tromsoe, a quasi 70° di lat. nord, le più belle rose, le più belle margherite del mondo; perfino _cactus_ fiammanti del tropico.

Marmier vide una signora di Tromsoe piangere di commozione per un ramo fiorito di _lillac_, che suo marito le aveva portato da Cristiania. — Oh Dio mio! gridava essa, sono sette anni, che non ho veduto nulla di simile. — Era il ricordo dell’infanzia, il ricordo di un paese che per lei era più ricco di sole, più ricco di fiori.

Il freddo ha molte altre virtù; il freddo rallenta ogni atto della vita e rallentando conserva. Uno di noi vede, e non ha visto ancora che ama ed odia, adora o disprezza e nel vortice di un incendio subitaneo s’accende, divampa e si spegne. L’uomo del nord vede e pensa e poi ripensa ancora, per poter precisare se sente davvero e come sente. Domani e posdomani ancora il lento pensiero lo condurrà ad un lungo travaglio per deliberare e fare. Intanto le sorprese dei sensi e le intemperanze della passione riescono impossibili e l’uomo si conserva più immacolato e più sereno.

La lentezza a rispondere, a decidersi, a capire ci impazienta sulle prime, ma poi ci persuade, che essa è una quasi virtù. Una volta Marmier s’impazientì in una casa di posta, per aver aspettato tre ore il cambio dei cavalli per il suo _kärra_. Allora il maestro di posta gli si avvicinò con un’aria solenne, dicendogli: — Come, signor mio, voi vi lamentate per aver atteso i vostri cavalli tre ore? Si aspettano qualche volta anche quattro ore.

A questa lentezza va però congiunta una grande tenacità di sentimento. Dopo parecchi anni di assenza voi potete esser sicuri di ritrovar sulle istesse labbra lo stesso sorriso di un’amicizia, che non ha dimenticato. Aggiungete a tutto questo una semplicità ingenua, un’onestà profonda, una naturalezza seducentissima, tutte quelle virtù simpatiche, che poggiano sul fondo d’una sincerità spontanea. Io non ho veduto mai una barba tinta, una capigliatura posticcia, io mi son sentito nell’ambiente scandinavo come trasportato in un mondo antico, come in un paradiso terrestre, prima del peccato di Eva; mi son sentito come lavato e purificato delle cento e una ipocrisie, colle quali ci si tinge, ci si maschera, ci si traveste ogni giorno, ogni ora della vita. Io ho trovato in quella terra ghiacciata una società umana fondata sulla reciproca stima; mentre fra noi vedo una società, che appoggia le sue leggi, i suoi costumi sopra una mutua diffidenza, tantochè una metà dei cittadini è incaricata di vigilar l’altra[5].

Nè crediate che io, idealizzando, esageri; no, anche là vi sono vizii e delitti, anche là si beve a iosa e si amano le femmine libertine, ma il vizio è un episodio o una malattia; non è penetrato in tutte le vene, in tutte le fibre, in tutte le midolle delle ossa. Là, non ho veduto in ogni via un birro, e in ogni stazione un carabiniere; là io mi son sentito libero da quell’inquisizione quotidiana, lenta, tirannica dell’esattore, del prete o del giudice. Là ho veduto le ombrelle lasciate sulle vie per non bagnare le scale. Là ho veduto tutte le notti le botteghe del gioielliere non chiuse da imposte di legno, ma solo difese da un fragile vetro, e là ho saputo che tutta la grande città di Trondhiem non aveva che otto poliziotti; e anche quelli non escivano mai dalla caserma, per mancanza di occupazione!

Ma sarà dunque vero, che l’uomo non si moralizza, che quando è tenuto nel ghiaccio, a guisa della carne, che non si conserva che sotto la neve? Ma sarà dunque vero, che quello stesso sole, che accende il nostro sangue agli impeti della passione, ci infiammi alla bassa lussuria; che quella stessa luce, che ci abbrucia le carni e ci esalta i nervi, ci conduca all’ombra dell’ipocrisia, ai tradimenti e al delitto? Ma sarà dunque inesorabile questa sentenza, che vuole concessa all’uomo una sola virtù, o quella dell’impeto o quella della tenacità? Non potremo dunque mai, noi altri figli del cielo azzurro, aspirare alla luce serena e sempiterna degli astri, per divampare soltanto nelle eruzioni dei vulcani o per ardere nelle afe della canicola?

L’ardua sentenza ai posteri; noi per ora accontentiamoci di salutare con amore quella terra vergine del nord, dove gli uomini son così sinceri, le donne così serene e la libertà non è scritta soltanto sulle superbe tavole di bronzo delle nostre leggi; ma è fusa nel sangue e nelle carni di ogni cittadino dal re al lappone, e forma la prima luce di quel cielo inclemente, la prima nobiltà di quella gente operosa e valente.

CAPITOLO QUINTO

STORIA NATURALE DEI LAPPONI — LORO NUMERO E LORO NOME — RITRATTO DEI LAPPONI FATTO DA UN POETA E DA UN PRETE — ABITUDINI E COSTUMI — LE SLITTE, LE CAPANNE E LA VITA NOMADE — LORO PSICOLOGIA — LE NOZZE E I FUNERALI — ORGANISMO SOCIALE ED ECONOMIA POLITICA — LORO INDUSTRIA — ORIGINE DEI LAPPONI.

Che cosa sono dunque questi lapponi? Qual posto dobbiamo assegnare nella gerarchia dell’intelligenza e del sentimento a questi nostri fratelli geografici, che sono così poco europei e sono così diversi da noi? Incominciamo dalla parte più facile, contiamoli: l’aritmetica sarà sempre l’alfabeto della scienza e la base più sicura per appoggiarvi l’edifizio delle nostre cognizioni.

Frijs e Rèclus sono i due autori più attendibili per ciò che si riferisce al censimento dei lapponi. Il dottissimo professore di Cristiania ci dice che son poco meno di 30,000, sparsi sopra una superficie di 10,000 miglia quadrate norvegiane[6]. La Norvegia ne conta 17,178 di sangue puro e 1,900 incrociati; la Svezia 7,248; la Finlandia 1,200; la Russia 2,000.

La statistica del Rèclus è più recente. Egli ne calcola il numero a 30,000 così distribuiti:

Lapponi norvegiani e meticci 21,179 } » svedesi 6,600 } 1875 » russi e finlandesi 2,822 1859

A questo censimento è necessario contrapporre quello delle renne, animale così intimamente collegato al lappone e senza di cui questa varietà del genere _Homo_ sparirebbe senza dubbio.

CENSIMENTO DELLE RENNE

Svezia nel 1870 220,800 cioè 165 per famiglia Norvegia nel 1865 101,768 » 130 » Finlandia nel 1865 40,200 » 325 » Russia nel 1859 232?

Secondo Rèclus i lapponi, invece di scomparire, crescerebbero di numero, specialmente in Norvegia. Secondo le liste di imposizione fatte nel 1567, nel 1799 e nel 1815, i nomadi sarebbero triplicati in tre secoli, e nella sola Norvegia settuplicati.

Von Buch dà per il 1799 queste cifre:

Svezia e Finlandia 5,118 Norvegia 3,000 Russia 1,000 —————— 9,118

Ma ognuno sarà del mio parere, che quando si rimonta a statistiche così antiche, le cifre non sono che pie intenzioni di un’esattezza impossibile, specialmente quando si tratta di un popolo nomade.

Ed ora che son contati, battezziamoli: anche nella storia naturale è questo il primo sacramento che si deve imporre ad ogni creatura viva. I lapponi chiamano se stessi col nome di _salme_ o _same_ (plurale _samek_). Il nome con cui noi li chiamiamo fu dato loro dai finlandesi, che li dicevano _lappalainen_ (plurale _lappalaiset_). Questa parola deriva probabilmente dal finlandese _lappaa_, che vuol dire _avanti e indietro_ (dalle loro abitudini vagabonde). I norvegiani, e più specialmente quelli del nord, li chiamano col nome di _finner_, battesimo falso, nato dalla confusione di due razze diverse, benchè strette fra loro con vincoli di remota parentela.

I lapponi si distinguono in _fieldlappen_ o lapponi di campo e _fisklappen_ o lapponi pescatori. Questi, che in lingua lappone si dicono _jaure-kadde-sameh_, costituiscono tutto quanto il gruppo che si trova in Russia, mentre nella Svezia non son che pochi e per lo più costituiti da nomadi impoveriti, che, avendo perduto le loro renne, hanno cercato nel mare il pane, che negava loro la terra. Alcuni autori distinguono anche i lapponi in _nomadi_ e _fissi_, ma è una classificazione arbitraria e molto artificiale, dacchè nomadi sempre per natura e per antiche tradizioni, possono per eccezione fissarsi per alcuni anni in un porto, per ritornare poi alla vita vagabonda, appena il terreno non dia sufficiente pascolo alle loro renne.

Anche le divisioni geografiche, benchè traggano seco differenze di dialetto, non mutano però essenzialmente la pronuncia e il carattere dei lapponi, che possono essere studiati tutti insieme, come uno dei gruppi più naturali e più omogenei della grande famiglia umana. E diciamo _omogenei_, perchè l’incrociamento dei lapponi coi finni è un fatto raro; rarissimo quello cogli scandinavi.

Ed ora che li abbiamo contati e battezzati, guardiamoli in faccia per vedere quanta parte di essi sia in noi e quanta parte di noi si ravvisi in essi.

Heine ce n’ha dato un ritratto umoristico in alcuni versi famosi, dove però l’umorismo si associa al tratto sicuro dell’uomo di genio. Spesso la caricatura è più rassomigliante che il ritratto.

In Lappland sind schmutzige Leute, Plattköpfig, breitmaulig und klein, Sie kauern um’s Feuer und backen Sich Fische und quäcken und schrei’n.

Un altro ritratto a stile linneano ci fu dato dal Knud Leem, ma non vale quello dell’Heine: _Vultum habent fusci et luridi coloris, capillos curtos, latum os, genas cavas, menta longa, oculos lippos_. Qui si vede, che il prete studiava assai meglio l’anima che il corpo e non sapeva vedere che le guance erano sporgenti, che il mento era piccino e che la pelle era sudicia e non _fosca_. Il poeta ha saputo vedere molto meglio che il prete, ma è naturalissimo. Se il poeta non avesse lo spirito acuto e profondo dell’osservatore, mancherebbe la corda più potente alla sua lira.

L’impressione prima, che ci fa un lappone, è quella di una creatura umana povera, modesta, che chiede scusa ai forti di trovarsi in questo mondo, di cui domanda d’occupare il menomo posto possibile. È tanto piccino il poveretto, è così poco agile nel suo inviluppo di pelliccia, ha così poche pretensioni a tutti gli _excelsior_ della nostra vita europea, che noi proviamo per lui quella simpatia piena di compassione e di benevolenza, che ci ispira ogni uomo che non desta in noi nè invidia nè ira. Infatti tutti i viaggiatori hanno sempre parlato con molta simpatia dei poveri lapponi e alcuni si spinsero fino al lirismo del sentimento, che falsa la verità; e lo vedremo più innanzi, parlando del carattere morale di questi nostri terzi cugini della grande famiglia europea. Rèclus, che è forse l’ultimo scrittore che ci abbia parlato dei lapponi, ne fa davvero un ritratto troppo lusinghiero, seguendo il Van Düben. Dice, che la loro fronte è nobile e più grande di quella degli scandinavi e aggiunge: _La bouche est souriante, l’éclair du regard vif et bienveillant, le front élevé est d’une veritable noblesse_.

Questa è una vera adulazione, ma si avvicina assai più al vero che lo sprezzo e la ripugnanza, che hanno quasi tutti i norvegiani per i loro poveri vicini di stirpe mongolica. Sono espressioni comuni: _ne faccio caso come di un lappone. — Un lappone non vale più di un cane_. È il Von Buch, che ha raccolto questi insulti, che oggi si ripetono forse meno spesso, forse perchè i lapponi si ubriacano meno di una volta. In ogni modo è sempre assai diverso il punto di prospettiva, da cui un popolo inferiore è veduto da un viaggiatore e dai vicini di casa. Il viaggiatore è quasi sempre di buon umore e disposto all’ottimismo e colora quindi con tinte rosee tutti gli oggetti che vede e che riproduce nei suoi libri; quando invece una razza superiore ha nelle sue costole uomini molto inferiori, che non può nè educare, nè uccidere, si sente poco disposta ad essere indulgente. Se voi andate in Norvegia e parlate con i prefetti delle provincie, occupate anche da lapponi, non vi siete ancora seduti, che avete subito a udire le lamentazioni dello scandinavo contro il same: — _Son sudici, son furbi, colle loro renne ci invadono i campi; non se ne può far nulla, essi sono il flagello della mia provincia_. Hanno in parte ragione, ma dimenticano ancora che il nord della penisola non saprebbe dar nè pane nè salute alle razze scandinave e che queste dovrebbero nell’inverno far senza dei ghiotti bocconi della carne di renne, se quei poveri _same_ sparissero dall’oggi al domani dalla faccia della terra.

I lapponi sono fra gli uomini più bassi della terra. Dalk trovò la statura media dei lapponi pastori di metri 1,60; secondo Van Düben e Humboldt sarebbe invece di 1,50. Ecker trovava queste misure:

Nilla ♂ d’anni 20 metri 1,53 Puches ♂ » 17 » 1,37 Kaisa ♀ » 24 » 1,42 Ippa ♀ » 20 » 1,44

Le misure prese da Sommier e da me darebbero i seguenti risultati:

Statura med. di 59 uom. Met. 1,52 Mass. 1,70 Min. 1,32 Stature med. di 22 donne » 1,45 Mass. 1,60 Min. 1,27

In questi calcoli furono escluse tutte le persone aventi meno di venti anni.

Il lappone non ha di certo l’aspetto d’uomo atletico, ed è più spesso asciutto che grasso; posso anzi dire di non averne mai veduto uno solo, che meritasse questo aggettivo. I bambini, come avviene in pressochè tutte le razze umane, sono paffutelli ed anche grassocci, ma coll’età diventano magri.

Il Knud Leem li dice _magni roboris_, benchè piccoli, e cita come una prova della loro robustezza il fatto di una donna, che cinque giorni dopo aver partorito, faceva nell’inverno un lungo viaggio a piedi attraverso monti nevosi per essere purificata nella chiesa. Questa è invece una prova di resistenza al freddo e null’altro. Tutti i lapponi veduti da me e da Sommier furono sottoposti all’esperimento del dinamometro e diedero cifre generalmente più basse assai della nostra media.

Quando sono vestiti delle loro pelliccie e sembrano fagotti ambulanti, nessuno li crederebbe agili, ma invece lo sono per gli esercizi ai quali li costringe la loro vita polare. Sui loro pattini sembrano volare e il Knud li descrive con parole poetiche: _Et tanta feruntur pernicitate, ut venti circa aurea strideant, crinesgue surrigant_. Per il buon parroco norvegiano è prova di grande agilità il potersi sedere piegati in due coi talloni sotto le natiche, e di questa virtù è anche da farsi parte meritoria all’olio di pesce con cui si ungono continuamente(!). È questo stesso olio, di cui sono imbevuti anche i loro abiti, che li rende fetidi anzi che no: _Eundem foetorem non aliunde quam ex vestibus hujus gentis perpetuo in tuguriis fumo et oleo ex pinguedine piscium expresso, imbutis et perunctis, provenire_.