Un viaggio elettorale

Part 9

Chapter 93,970 wordsPublic domain

La folla si diradò per dar luogo, e io così in piedi dissi: «Amici miei, volevo fare anche qui un discorso pubblico, ma il modo come sono venuto è abbastanza eloquente, e tien luogo di ogni discorso e dice tutto. Voi mi avete sostenuto nella lotta elettorale, con una abnegazione e una costanza pari al vostro disinteresse, sapendo bene che l'uomo che volevate deputato non è più vostro che d'altri. Nella mia provincia io non veggo partiti; veggo amici e concittadini in tutte le file, e se vi è caro il mio nome, datemi il modo che io possa unire tutte le forze pel pubblico bene. Abbiamo una provincia derelitta, e se vogliamo beccarci tra noi, imiteremo le galline di Renzo. I mali di Avellino sono grandi, e i bisogni della provincia grandissimi. Appena un'opera concorde e assidua può inspirare coraggio negli animi, e scuotere quella inerzia ch'è figlia della sfiducia. Che guadagno s'ha da queste lotte, altro che la vergogna aggiunta al danno? E quando la lotta prende aspetto selvatico, e rompe i legami della famiglia e dell'amicizia e sino del rispetto alle donne, una città simile diviene scandalo d'Italia. Sono severo, ma i miei capelli bianchi e l'affetto mio alla provincia mi danno questo diritto. Alziamo dunque la bandiera della concordia, e volgiamo la nostra attività a' progressi agricoli e industriali. L'ozio è il padre di tutte le piccolezze e di tutt'i pettegolezzi che si chiamano lotte, un rimedio ignobile contro la noia, al quale ricorrono gli uomini nati al lavoro e disoccupati. Diamo alla nostra attività uno scopo nobile e benefico, operiamo tutti come buoni amici e buoni comprovinciali, e saremo rispettati più e la provincia ci benedirà».

Quei bravi signori mi ascoltarono con simpatia, e tutti promisero il loro concorso a quest'opera di conciliazione. La quale promessa accettai con beneficio d'inventario, conoscendo bene la natura umana, e non lusingandomi che mali accumulati e aggravati dal tempo potessero essere guariti subito con la buona volontà.

Feci alcune visite. Vidi don Carlantonio Solimene, padre del sindaco, e quella visita mi fece bene. Vedevo in lui l'immagine di una generazione quasi scomparsa, viva ancora nella mia memoria. Giovinetto avevo un culto per certi grandi nomi, De Conciliis, il senatore Capone, e i Lanzilli, e i Vegliante, e i Solimene, e altri, e giudicavo la provincia da quelli, e mi sentivo orgoglio a dire: sono anch'io di quella provincia. La storia copre di un manto pietoso tutte le piccolezze, degne di morire prima che nascano, e non lascia vivo se non ciò che è grande. Cosa è Avellino innanzi all'Italia? È il paese di De Conciliis[94].

Fatte le visite, ancora irrequieto ed un po' eccitato, mi raccolsi con un amico intimo, e stemmo un pezzo solo con solo.

Costui dotato di un senso retto, in gioventù era ardente al biasimo, veggendo le cose storte, e ci pigliava una passione che gli consumava la carne. Ora a forza di vederne tante ci ha fatto l'abito, ed è venuto su tondo e rubicondo, fatto scettico e anche un po' cinico, e smessa la parte di attore, fa il comodo mestiere dello spettatore, e se la ride, e carica e motteggia, come se, fosse un fanciullo. A sentire il mio nome, mi corse incontro, maravigliato che in mezzo a tanti accidenti pensassi a lui.

S'intende, diss'io. Noi due siamo i più spassionati in questa gazzarra. E come io mi ci intendo poco vengo all'oracolo.

--Gli è come chiamare il medico quando, il malato è agli sgoccioli. Troppo tardi.

Feci gli occhioni.

--Ma sì, l'hai fatta grossa, quanto sono ora gli occhi tuoi. La bella impresa davvero! Chi frenerà più il Re Michele?

Stavo lì come capissi nulla.

--Non sai chi è Re Michele? quel basso tarchiato, con quel panciotto in avanti e con quegli occhi sempre su quel panciotto come se fuori di quello non ci fosse altro mondo. Mi par quel panciotto in avanti come un tamburo, che suona a raccolta e dice: _marche_.

--E voi marciate.

--Io, no. Se altri vuol farla da re, non io voglio farla da suddito.

--E che colpa ha lui, se si sente nato il primo, e vuol farla da primo?

--La colpa è tutta tua. C'era il re e c'era il pretendente. Tolto di mezzo il pretendente, tolto è il contrappeso alla bilancia, don Michele andrà in aria e cascherà.

--Questo è il futuro. Sarà e non sarà. Ora come ora, gli hai fatto il compare, o come dicono, il gatto che cava le castagne dal foco, un bel mestiere! e hai reso un bel servigio a lui e un bruttissimo a noi, cioè agli altri. Quanto a me guardo e rido.

--Sicchè, nella tua opinione, o come dici; degli altri, vi faceva proprio bisogno un pretendente, per farlo re a sua volta. Vuol dire che siete nati sudditi, e che se non ci fosse il re bisognerebbe crearlo apposta per voi. Re per re, a dirla schietta, preferisco l'angiolo Michele a tutt'i Serafini.

--Ah! ecco perciò...

--Come corri subito al perciò! Perciò cosa?

--Perciò gli hai dato una mano. E hai tolto a lui il pruno dagli occhi e a noi il contrappeso.

E dalli col contrappeso. Lascio stare che specie di contrappeso era quello, da rendere accetto il re di oggi per non cascare nel re di ieri. Certi uomini sono, anche senza loro colpa, debolezza degli amici, e la forza degli avversarii... Ma poi, come non vedi che il contrappeso è appunto la vita, così nel fisico, come nel morale, sicché, tolto il contrappeso, viene la congestione, o come tu dici, il capogiro?

--Sicchè tu miravi ad ammazzare il povero Michele. E ti sei fatto aiutare da lui contro lui.

--Michele, come voi lo chiamate, è troppo acuto per cadere in questa pania, e io sono troppo leale per fare questi tiri. Non ammetto lo scherzo su questo punto.

--Parliamo dunque serii. O come ti è venuto il grillo di ficcarti in questa baraonda? Non ti bastava Sansevero? Presentarti ai tuoi concittadini, proprio quando non pensavano a te e pensavano al re e al pretendente! E tu col peso e col contrappeso. Prima non avevi che amici, e ora hai nemici. Credi tu che non ci sia salito il rossore sul viso, quando noi s'è inteso il tuo nome bruttamente mescolato in queste passioncelle locali, e che taluni perfino non sono voluti venire a sentirti?

--Ammiro la tua filosofia. Ma io vecchio sento come tu sentivi giovane. Cosa vuoi? Combattere è la mia divisa, dove c'è a fare un po' di bene. Capisco che si guasta il sangue. Ma questo guardare e star da parte non mi va. E mi parrebbe, come la vecchia zia che filava, mentre Graziella non voleva e si faceva pigliare la mano. Certe cose non mi fanno ridere. M'indegnano, mi attizzano, e mi ci sento tirare in mezzo.

--Tu pigli l'offensiva. Ma ti fai illusione. La tua opera è un agitarsi nel vuoto. E non c'è sugo. Il solo costrutto che ci vedo è di aver dato più forza a Michele[95], che noi si voleva gettar giù.

--Gettar giù è presto detto. Come si fa a gettare giù Michele?

--Se rimaneva l'altro prefetto!

--Come se un prefetto potesse dare a voi una forza che non avete. Lascio stare il lato ignobile. Un paese che invoca l'intervento di questo o quel prefetto per cacciar via il tiranno, è degno del tiranno. Se non si sente la forza di farlo esso, vuol dire o che è nato servo o che il tiranno non c'è. Venne il Prefetto Niente Paura, come lo si chiamava, e ruppe guerra al re. Un gran brav'omo quello, e che aveva le intenzioni giuste, ma ricordatevi quella sua fronte piccola e stretta e quegli occhi rigidi, come presi dal tetano, e ditemi se c'era lì dentro altro cervello che scarso di fosforo e a idee fisse, rigido come quegli occhi. La quale rigidità chiamano carattere, ed è monomania. E di là veniva quella sua volontà di granito, pari alla sua alpe. Quella testa alpina andò a cozzare contro la testa irpina, dura non meno, dura come quei macigni, che incontri in certe strade de' nostri paesi e fanno gridare i piedi. E cosa nacque? La provincia fu messa a soqquadro; si accese la guerra civile fin nei più piccoli comunelli; venner fuori le più infami accuse, non ci furono vinti e vincitori, furono tutti vinti, demoliti tutti.

--Ma se rimaneva, il demolito era don Michelino.

--Rimpiccinitelo, come volete. Fatto è che se è rimasto in piedi dopo quella guerra, non dee essere poi un tartufo, delizioso a mangiare e nulla più.

--Anzi è lui che vuol mangiare noi.

--Proprio così? O come ha fatto costui per salire sì alto? Io mi ci perdo. Alla Camera non l'apprezzeresti un soldo.

--Gli è che ha la monomania anche lui. E la sua monomania è che ha da essere lui il re, e tutti gli hanno a star sotto. Come Cesare, don Michelino vuol essere primo in Avellino, anzi chè secondo in Roma. E se sale nelle alte sfere, gli è come chi va in pallone per raccogliere notizie intorno alla terra. E qui la terra, come vedi, è Avellino[96].

--Proprio. Don Michelino, come tu lo chiami, ha la sua polizia, e non so come, ma ti penetra tutto, fino i pensieri.

--Gli è che non pensa altro da mattina a sera. Non so se dorma. Ma quell'uomo lì ha la febbre. Non si contenta di essere un uomo. Vorrebbe essere un telegrafo, un vapore.

--Giusto. Se hai una lettera con un'_urgentissima_, _pressantissima_, metti pegno che è don Michelino. Apri, e che è? Talora è una freddura.

--Ha la febbre e fa venir la febbre. Perchè vuol far ballare tutti a suo modo. E amici ne tiene e di molti.

--Segno che sa farsi gli amici.

--Unico nell'arte. E sono fanatici e si farebbero ammazzare per lui. Sanno che si fa di foco, se ha a rendere loro un servigio.

--E come non si può fare tutti contenti, e i malcontenti sono i più, avreste buon gioco. O come va che la maggioranza cresce intorno a lui? E ci sono là dentro uomini di qualche valore, e che non hanno bisogno dei suoi servigi.

--Contate per nulla la sua posizione sociale, la sua attività, la sua sagacia, il suo fiuto, la sua intelligenza e l'esperienza, e la conoscenza di ogni materia che ha tra mano?

--Caspita! Tu mi fai il ritratto di un piccolo uomo di Stato.

--Il bene saprebbe farlo se fosse nato al bene.

--Poteva essere un serafino, e non è che l'angiolo Michele.

--E dalli da capo coi serafini. O cosa c'importa?

--Ma insomma cosa volete?

--Vogliamo demolirlo, stritolarlo, annientarlo.

--Tu esci di carattere. Non guardi e ridi. Ti stai scaldando.

--Gli è che quest'atmosfera è così pregna d'elettricismo che move tutti, anche me, così pacifico. E anche te, se non scappi subito.

--Va via. E non mi vedrete più, se non fate giudizio. Detronizziamo il re, ma conserviamo il cittadino, se ha tutte le buone qualità che tu dici. A fare il bene dobbiamo essere tutti. Non voglio ostracismi, soprattutto de' capaci e degl'intelligenti.

--E chi dice di no?

Sia cittadino e tornerem fratelli.

Ma giù il re. Abbasso il re Michele!

--Bravo! E in questo, qua la mano. Ci siamo tutti.

--Per bacco! Siamo tutti eguali.

--E non vogliamo re.

--E non vogliamo Michele.

--E non vogliamo serafini.

E così scaldandosi, alzò gli occhi a me, e io a lui. E scoppiammo in una grande risata.

NOTE:

[91] Accenna all'on. Michele Capozzi, che tranne il breve periodo di due anni in cui la presidenza venne retta da P. S. Mancini, fu costantemente presidente del Consiglio Provinciale di Avellino fino al 1907. Il Capozzi morì, ex deputato, il 1917.

[92] L'avv. Catello Solimene, amministratore molto retto del Comune di Avellino, per un periodo di circa 40 anni.

[93] Il sac. cav. Marino Molinari, concittadino del De Sanctis e fratello del comm. Achille Solimene, sindaco di Morra.

[94] È superfluo ricordare qui la grande opera patriottica di Lorenzo De Conciliis, chiamato da Garibaldi il _leone irpino_.

Diremo soltanto che per suo merito il Parlamento Napoletano, su proposta del marchese Dragonetti, decretò che in Avellino dovesse sorgere il monumento alla Libertà.

[95] Si noti che il Comm. Capozzi era combattuto in Avellino precisamente da quel Serafino Soldi, che aspirava alla rappresentanza politica del Collegio di Lacedonia.

[96] Il Capozzi era allora Deputato di Atripalda e Presidente del Consiglio Provinciale di Avellino.

XIV.

Sansevero.

Napoli, 12 maggio.

Dio me la mandi buona! diss'io, lasciando Avellino. Volere far bene per forza a chi te ne sa male, scendere dall'alto e mescolarti nel basso tra gente che non ti sa comprendere, e volge in male i tuoi più puri intendimenti, ma chi ti ci ha tirato? Farsi predicatore di concordia dove le passioni sono così indiavolate, ma non è mattezza?

Partii con la faccia torbida. Ma il buon Marino[97], che volle accompagnarmi perchè, diceva, voleva lui consegnarmi alla signora, me ne disse tante e con tanta grazia, che la nube mi si sciolse sulla faccia. Giunsi lieto e vispo, di salute assai meglio che non ero partito, a gran consolazione della signora. Quel gran moto che m'ero dato aveva rialzata in me una certa elasticità, e andavo allegro e svelto, voglioso di appiccar discorsi e di far contese, io d'ordinario taciturno e pacifico. Ripigliai la vita ordinaria, che mi fece effetto come di una purga, e cacciò via da me tutte quelle piccole agitazioni, tutto quel va e vieni di sì e di no, non mi rimase fermo se non questo pensiero che essendo stato nel mio collegio nativo dovevo accettare la deputazione di quel collegio. Mi hanno veduto, mi hanno inteso, si sono accomunate fra noi tante impressioni, tanti sentimenti, mi sentivo come nato una seconda volta in mezzo a loro. Questo era il mio dovere, e bisognava farlo a occhi chiusi e non discutere sulle conseguenze. Non mancavano di quelli che mi dissuadevano. Ma non vedi come ti hanno accolto? Il collegio nativo è non dove s'è nato, ma dove s'è stimato. Come puoi lasciare Sansevero? E io sempre a rispondere: è il mio dovere.

A poco a poco tutto l'avvenuto mi apparve come una fantasmagoria, un romanzo foggiato dalla mia immaginazione, e mi ci divertivo tanto a ripescarlo. La persona che ci aveva rappresentata una parte così principale, pareva a me non foss'io, e che io fossi un altro, posto di faccia a quello, e mi divertivo a vederlo gesticolare e coglierlo in fallo. Con quest'animo scrissi, e feci il viaggio una seconda volta, e non so come, mi venne innanzi tutto intero nei più minuti particolari: così viva era stata l'impressione che ne avevo ricevuta. Toccando e ritoccando mi son fatto familiare di quei luoghi e di quelle persone, come ci fossi vissuto sempre. Il mio imbarazzo era quando avevo a dire qualche verità diretta; ma pensando che non risparmiavo me stesso, tirai innanzi dicendo: qui non si può pigliar collera se non chi è povero di spirito. Ci è da ridere, e non da incollerirsi. E benedico il riso, se varrà a mitigare gli animi, a sciogliere le nubi dalle fronti, e poichè natura li ha messi insieme, vivano insieme allegri e benevoli, questo è l'augurio del loro concittadino.

In questo mezzo, mi giunsero lettere caldissime di amici, che mi confortavano all'accettazione. Capobianco di Monteverde[98] scriveva ch'io dovevo dar principio a un'era nuova in quello sfortunato collegio. Altri promettevano la più leale cooperazione per pacificarvi gli spiriti. Mi fermò una lettera di Fabio Rollo, piena di sentimenti elevatissimi. E dove sono di tali uomini, come farei io ad abbandonarli?

La Giunta questa volta non tenne conto delle proteste ed approvò l'elezione a voti unanimi. Nessun dubbio che la Camera avrebbe fatto il medesimo. Intanto mi venivano lettere da Sansevero affettuosissime di amici provati, ma non senza inquietudine, e mi rammentavano le promesse solenni. E sissignore, rispondevo io, sarò costà. Volevo approvata l'elezione, andare io là, esporre il caso, farli giudici essi medesimi, non dubitavo del loro assenso. Ma il disegno mi fu rotto. Si sparse colà la notizia della mia scelta, prima che ci andass'io. Non venite, mi fu scritto, qui ci è una vera indignazione; sarete ricevuto male, e non ci è rettorica che vi salvi, perchè in fin dei conti le parole sono parole, e il fatto è che ci abbandonate. Rimasi trafitto. Ma mi posi una mano sul cuore, e dissi: soffri, il dovere non si fa senza soffrire, e deliberai di andarci, persuaso che la mia presenza avrebbe messo fine a tutti i malintesi.

Quanto più ero fermo nella mia scelta, tanto sentivo più il bisogno di conservarmi intatta la loro stima, volevo sentirmi dire: ci spiace, ma non potete fare altrimenti. Telegrafai che sarei giunto colà quella sera. Il dì appresso, sparsasi notizia del mio arrivo, vennero a salutarmi tutti, in pochi o in molti, come si accozzavano per via. Di tutto si parlò, fuorchè di quello che era nell'animo di tutti. Discorsi freddi, cerimoniosi. Volevano farmi soffrire il loro dispiacere, ma come suole gente educata, ne' modi più delicati. Raccoltomi co' più intimi, traboccai, spiegai, m'animai, mi commossi. Era facile persuadere amici bravissimi, che desideravano esser persuasi, confidenti da lungo tempo nella mia sincerità. Il punto era persuadere gli altri. E ci tenevo moltissimo, non volendo che rimanesse alcuna ombra sul mio carattere.

L'altro dì giunse la notizia che la Camera aveva approvata l'elezione. E persuaso che il peggior partito era il mostrare la menoma esitazione, buttai subito fuori il mio pensiero. Sentirono come chi se l'aspetta, e non fecero alcuna osservazione, mostrando il loro rincrescimento con quelle frasi cerimoniose e d'uso, che trafiggono più delle osservazioni. Possibile ch'io non possa rompere questo ghiaccio? pensavo. E non me n'era dato il modo, perchè la conversazione non s'animava, e il ghiaccio guadagnava anche me. Avevo addosso una _Gazzetta di Torino_, dov'era il secondo capitolo di questa storia: _Rocchetta la poetica_. La mandai alla Casina facendo sparger la voce che la sera andrei colà a prender commiato da tutti. Non potendo parlare io, facevo parlare il libro. E come mi affibbiano chi un motivo e chi un altro, avrebbero trovata la ragione vera e semplice della mia scelta. Seppi che quei di Torremaggiore desideravano di vedermi, e mi proposi di andarci subito. Torremaggiore è un grosso comune a breve distanza, che aveva votato quasi unanime per me, come aveva fatto Sansevero. Tutt'i signori del luogo mi vennero incontro e mi accompagnarono alla casa comunale. Visi aperti e ridenti, come di gente che godeva a vedermi, e a sentirmi parlare e a parlarmi. Tutto animato, ritrovai la mia espansione, e m'abbandonai a dir loro tante cose, le più affettuose e le più delicate. Amici miei, conchiusi, voi che amate tanto questa bella vostra patria, non potete biasimare me della mia scelta. Restituitemi la parola data, rendetemi la mia patria. Il mio dire era così semplice, così immediato, che a nessuno venne in capo di mettere in dubbio la mia sincerità. La conversazione prese il tono più familiare. Vi terremo sempre come nostro deputato. E saremo sempre amici. Innanzi a voi qui non ci sono partiti. Sapete il gran bene che vi vogliamo. Queste effusioni semplici e senza frasi m'intenerivano, e non mi saziavo di stringer la mano a quegli amici, mentre mi accompagnavano nel ritorno, e volgendo le spalle a Torremaggiore, sentivo che Torremaggiore sarebbe rimasta sempre nel mio cuore. La accoglienza avuta a Torremaggiore si sparse in Sansevero e vi fece buon effetto. I dubbii, le cattive prevenzioni si andavano dissipando, e più tempo passava e meglio era. Il tempo è davvero un galantuomo, e non ci è menzogna che regga a lungo contro di quello. Quando andai alla Casina, ci trovai già altr'aria. Mi parlarono di Rocchetta, e uscì a taluno questo delicato pensiero, che accolto con quell'entusiasmo a Rocchetta doveva trovar fredda l'accoglienza avuta a Sansevero. Se ne scusavano, la spiegavano. Volevano persuadere un persuaso. Trovavo anzi che quella brava gente in tanto giusta cagione di scontento avevano usata una maniera molto delicata a farmelo manifesto.

Mandai biglietti di visita a tutti i sindaci, per congedarmi dagli elettori, e a quello di Castelnuovo, che m'aveva fatto suo cittadino, scrissi: «Costretto da ragioni superiori, prendo commiato da voi, fiero di portar meco il titolo di cittadino di Castelnuovo, dove lascio preziose amicizie». Castelnuovo mi aveva in gran parte abbandonato nell'ultima elezione per un suo concittadino, e quel biglietto era un ricordo affettuoso che poteva parere un rimprovero. Il sindaco mi fece una risposta volgare, e mostrò di non averlo capito. Ma lo capirono tutti quelli che sentirono come proprio il mio dolore di quel non meritato abbandono.

Quello che avvenne poi, si può argomentare da questi telegrammi:

_Al Sindaco di Lacedonia_,

«Sansevero accompagna con lieti augurii De Sanctis nel suo collegio nativo. Possiate voi amarlo e stimarlo tanto, quanto l'abbiamo amato e stimato noi.

_Sindaco di Sansevero_»[99]

* * * * *

_Al Sindaco di Lacedonia_,

«Eccomi vostro deputato. Ricordatevi che la mia bandiera nel collegio e nella provincia si chiama concordia. Ignoro vinti e vincitori. Tutti miei concittadini.

_De Sanctis_»

* * * * *

_A Fabio Rollo_,

«Vostra lettera influito molto mia azione. Saluto Bisaccia la gentile.

_De Sanctis_».

Il Sindaco di Lacedonia rispose secco e breve, secondo la sua natura imperatoria. Mi rammentò che i miei amici cercavano appunto concordia e non favori. Fabio Rollo rispose:

«Bisaccia, lieta di aver rivendicato il suo illustre naturale rappresentante politico, vi risaluta affettuosamente, e vi prega di ringraziare la popolazione di Sansevero del sacrificio fatto, restituendo a noi la gloria nostra».

Ebbi pure da Lacedonia lettera carissima di un mio amico della prima età[100], nella quale mi assicurava che tutti facevan plauso alla mia determinazione e tutti eran contenti di avermi a deputato. Il medesimo dissero e scrissero parecchi, amici e avversari.

A me piace di riposarmi in questi dolci e nobili sentimenti. Domando un addio affettuoso a' miei amici di Sansevero, così buoni per me, e do il benvenuto a' miei nuovi elettori, sperando di poter vivere gli ultimi anni miei con loro e per loro.

E la moralità? dov'è la moralità? cosa ci s'impara? E il concetto? e l'idea? e lo scopo? Cosa insomma ho voluto fare? Un libro senza concetto e senza scopo, cos'altro è se non un guazzabuglio?

Oimè! ora entriamo in uno spineto. Come ho a fare a scoprire ciò che ho voluto fare? Non ci avevo pensato. E confesso che per un critico è un peccato mortale. Ho fatto come certi medici che prescrivono agli altri metodi sapientissimi di cura, e loro se la godono e vivono spensierati.

Gl'Impostori! dice il mondo.

E diranno impostore anche me! Con che viso posso più presentarmi in cattedra? Sorte mia! come dicono i miei Morresi.

A' quali mando un bacio.

FRANCESCO DE SANCTIS

NOTE:

[97] Il sac. Molinari già ricordato innanzi.

[98] Il compianto cav. Antonio Capobianco--col fratello canonico primicerio Michele e col dott. Angelo Vella, pure defunti--fu uno dei più cari ed affezionati sostenitori del De Sanctis nel collegio di Lacedonia. V. pure le lettere del De Sanctis al cav. Antonio Capobianco nel _Volume per le onoranze a Francesco Torraca_, Napoli, Perrella, 1913.

[99] Era sindaco di quel tempo l'on. Francesco Masselli.

[100] Saverio Bizzarri, che in seguito ospitò varie volte il De Sanctis in Lacedonia.

APPENDICE

PROCLAMA DI FRANCESCO DE SANCTIS "Al popolo irpino".

Cittadini!

Voi siete chiamati a votare, io voglio dirvi cosa è il vostro voto.

Votare pel NO significa:

Votare per l'ignoranza.--I cittadini di Montemiletto dicono ingenuamente, in una loro domanda al Dittatore, che i galantuomini avevano una lista di donzelle per disonorarle, e che perciò avevano meritato la morte. Quelli di Ariano credevano che i liberali erano venuti a rubare il loro Santo. Queste sciocchezze avrebbero fatto sorridere di compassione i popolani Toscani e Piemontesi, che tutti sono andati a scuola.

Presso di noi le scuole vi sono per cerimonia; là si fa davvero.

Votare per la povertà.--Il nostro paese per natura è il più ricco del mondo; il governo borbonico ne ha fatto il più povero. Mendicanti, cenciosi, contadini affamati, borghesi anelanti come cani alla pagnotta, ecco in che stato si trova una gran parte di noi.