Part 10
Votare per l'arbitrio dall'alto al basso.--Sulla sommità una volontà capricciosa, che diceva: la legge sono io; alla base spie, ladri e birri. Arbitrio del re, arbitrio del ministro, dell'intendente, del giudice, di monsignore, del capo urbano, del gendarme, non si sfuggiva all'arbitrio se non a danaro contante; il ladroneccio era organizzato dalla reggia sino alla casa comunale.
Votare per l'intrigo.--Le vie diritte non spuntavano; il merito divenuto un titolo di esclusione: l'onestà derisa come imbecillità. Volevate riuscire? Bisognava conoscere la chiave. Quando uno saliva in un posto la prima domanda era: chi l'ha portato? Si era perduta l'idea della giustizia.
Anche oggi, io credo di far giustizia e tutti mi ringraziano del favore.
Il Governo borbonico aveva detto: facciamo il popolo ignorante, povero e corrotto. Un popolo ignorante non ragiona, ma ubbidisce. Un popolo povero pensa al pane e lascia fare a noi. E quando un popolo è corrotto, nelle sue basse passioni di campanile, dimenticherà la libertà e la patria.--Ed il Governo borbonico ha lavorato sì bene, che oggi ancora, dopo che la Giustizia di Dio lo ha colpito a morte, oggi ancora si sentono alcuni popolani gridare viva a quello stesso, che ne aveva fatto dei bruti, ed alcuni preti chiamar sacra Maestà quello stesso, che ne aveva fatto delle spie. Ma lode a Dio! questi popolani imbecilli e questi preti degradati diventano assai rari.
Ecco, o cittadini, cosa vuol dire votare pel NO. Vuol dire votare per il governo delle bastonate, che vi avrebbero reso il popolo più stupido ed incivile del mondo, se l'ingegno e la forma della razza italiana lo avesse consentito.
Sentite ora cosa vuol dire votare pel SI.
Votare pel SI significa:
Votare per l'istruzione.--Quando avremo scuole popolari, scuole tecniche per gli operai, scuole agrarie, scuole industriali; nuove vie si apriranno per guadagnarci la vita, acquisteremo coscienza della nostra dignità, e non si dirà più di noi: furono trattati da animali, perchè erano animali.
Votare per la ricchezza.--Le strade ferrate ci ravvicineranno. Avremo associazioni di operai, casse di risparmio e di mutuo soccorso, la beneficenza meglio diretta e meglio ordinata, i trasporti a buon prezzo, per mercato tutta l'Italia.
L'industria e il commercio faranno di questo paese privilegiato il più ricco e potente di Europa.
Votare per l'indipendenza e la grandezza della patria.--Che siamo stati finora? un popolo diviso in piccoli stati, incapaci di difenderci, invasi e calpestati da Francesi, da Spagnuoli e da Tedeschi, e fino da Russi e da Turchi, chiamati da Ferdinando IV, gran protettore dei briganti.
Saremo una Nazione di 26 milioni di uomini, una di lingua, di religione, di memorie, di coltura, d'ingegno e di tipo; saremo padroni in nostra casa; potremo dire con orgoglio romano: siamo Italiani. E lo straniero che ci ha comandato e ci ha disprezzato dirà: questa è una razza forte: è stata grande due volte, e quando dopo tanti secoli di oppressione la credevamo morta, eccola che leva il capo, più grande ancora.
Votare per la libertà, vale a dire per ciò che l'uomo ha di più prezioso, la libertà individuale, l'inviolabilità della coscienza, la libertà della parola e della stampa, la legge fatta da noi stessi per mezzo dei nostri rappresentanti, e l'indipendenza assoluta dell'individuo, nei limiti della legge.
Votare per un Re, che ha avuto il più bel titolo che un popolo abbia mai dato, il Re galantuomo.
Per un Re che, primo ed unico, ha messo a pericolo il trono e la vita per far noi grandi e liberi.
Per un Re che ha meritato di esser gridato da Giuseppe Garibaldi: il primo cittadino d'Italia.
Votare per Vittorio Emanuele.
* * * * *
_Cittadini!_ accorrete tutti in folla. Che questo bel giorno non sia contaminato da violenze e da disordini! Che nell'unità d'Italia si unifichino i cuori di ogni Comune! Imitiamo i Toscani, i Romani, i Lombardi, che col loro sangue ci hanno riscattati, e che hanno votato con tanta unanimità e con tanta concordia. Mostriamo che la nostra provincia, la quale nel '20 alzò il primo grido di libertà, è sempre la stessa.
Napoli, 16 Ottobre 1860.
Il governatore FRANCESCO DE SANCTIS
(Cfr. G. L. CAPOBIANCO--_Francesco De Sanctis_, biografia e ricordi inediti--Avellino, ed. Pergola 1913, pag. 23-25).
L'OPERA DI FRANCESCO DE SANCTIS nell'evoluzione storica del pensiero italiano.[101]
Il compito di commemorare Francesco de Sanctis fu sempre di per se stesso assai malagevole, per la difficoltà intrinseca, che incombe a chi lo assume, di scolpire nei suoi tratti più caratteristici la figura di un uomo proteiforme, il cui pensiero non è ancora interamente rivelato, e aspetta chi lo incarni e lo compia nell'arte e nella scienza, nella vita morale e in quella politica.
La difficoltà del cimento è però cresciuta, a dismisura, per me, dall'obbligo stesso che mi vien fatto di sostituire al penultimo istante, l'oratore insigne, che, rinunziando alla nobile missione, ha voluto additare del pari la perigliosa altezza di questa solennità.
Il Parlamento, l'Università, l'Accademia, l'Associazione della Stampa, il Circolo Filologico, nelle commemorazioni fatte a più riprese dell'opera geniale di Francesco de Sanctis, provvidero in diversa misura a rivelare la parte più nota e meglio accessibile del carattere dell'uomo. Ma chi riparla di lui innanzi al popolo d'Ariano e alla gente Irpina, convenuta da ogni angolo della provincia quasi in attesa di una rivelazione o risurrezione delle più elevate attitudini del suo pensiero, non può credere che l'ufficio, che gli è delegato, sia quello soltanto di suggellare nel marmo la fama del principe della critica, proprio là di dove s'irraggiò dapprima e più viva la luce della sua intelligenza. Ben altra è l'aspettazione con cui si segue la parola rivelatrice del significato nuovo e profondo, che in sè accoglie una festa affatto insolita per queste contrade, quasi che la pubblica coscienza, ridestata di un tratto al sentimento pieno della sua dignità, volesse veder trasfigurati nel tipo i suoi caratteri etnici, e assunto per sempre nella storia del pensiero umano il contributo ricchissimo che vi apportarono, nella universalità della critica e nella internazionalità del diritto, i due più illustri rappresentanti dello spirito Irpino, Francesco de Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini.
L'uno e l'altro ebbero attitudini multiformi, e apparvero, a buon diritto, come incarnazioni squisite delle più elevate virtù dell'intelletto italiano. Ma, nella universalità loro, non dimenticarono mai la nota fondamentale e, quasi direi, personale del carattere. Or chiunque si accinge a ricercare questa nota fondamentale, nell'opera del De Sanctis, non può dimenticare che egli si rivelò sempre, in tutte le manifestazioni della sua vita intellettiva e politica, quale critico sommo.
Ma che cosa è il critico di fronte alla coscienza popolare, e qual'è la funzione specifica che l'arte sua è chiamata a adempiere nella vita?
Non è facile chiarire o determinare l'insinuazione pericolosa che si nasconde in domande così suggestive, sopratutto in un ambiente come il nostro, dove lo spirito critico si confonde colla pubblica maldicenza, ed avvolge tra le sue spire tutte le forme più elevate dell'attività umana.
Ma io spero di non esser frainteso, se dalla considerazione obiettiva dei caratteri etnici di questa regione son tratto ad affermare, che lo spirito critico, in cui si appunta una delle tendenze più comuni e caratteristiche della natura meridionale, apparisce agli occhi miei quale evoluzione o, meglio, degenerazione di una delle più profonde qualità della mente, cioè di quell'istinto speculativo, che fu comunicato per la prima volta alla razza sannitica dell'intelletto filosofico dei Greci.
In Grecia, quest'istinto tralignò precocemente nella sofistica e, per intemperante amore della libertà del pensiero, affrettò la fine dell'indipendenza della patria. Nella razza sannitica, oppressa non ingloriosamente dalla forza trionfatrice di Roma, questo istinto fu inutile strumento di redenzione e armò lo spirito popolare contro l'ineluttabile e fatale supremazia del vincitore, lanciando contro di esso il ghigno sarcastico della Commedia. Fu un istinto che, per due volte, soccorse benefico a lenire il dolore della perduta libertà, ispirando nell'età antica il tipo dell'Atellana e nei tempi nuovi la maschera di Pulcinella.
Non è certo questo il luogo d'indagare il significato profondo che s'annida nell'origine storica di questi tipi, onde appare sì ricco, nel periodo più nefasto della decadenza politica, il teatro comico della nuova Italia. E tanto meno poi ci è consentito d'illustrare la felice assunzione di questi tipi nel patrimonio dell'arte italiana, per opera di un genio novello, non ancora mancato alle nostre aspettazioni ansiose di gloria, per opera, voglio dire, di quella incarnazione robusta del genio musicale, che, interpretando il significato recondito di queste maschere, ha circonfuso di luce immortale le memorie più care dei nostri dolori. Mi fermerò invece a rilevare, non senza compiacimento, che il De Sanctis mirò sopratutto, colla multiforme opera sua, a togliere la maschera dalla vita e l'orpello dalla coscienza; e che non fu un caso se, proprio nella sua scuola, un ingegno non meno eletto che acuto, a cui arse di sì vivida luce la vita interiore da annebbiarne precocemente quella degli occhi, si provò, col meritato plauso del maestro, ad analizzare, con grande finezza, il carattere del Pulcinella, e a vedere mirabilmente incarnata e riflessa nel tipo di questa maschera l'immagine di un popolo, che cerca ognora più il _parere_ che l'_essere_, che persegue le sue torbide fantasie e le ama più della realtà, quasi dolente che questa gli turbi il godimento tranquillo del suo torpido sogno.
Questo torpore fantastico, in cui il buon seme antico della nostra razza, dominata da Roma, resta tuttora addormentata, era, come ho detto di sopra, un effetto di degenerazione, e non ebbe neppure quella larga e fiorente incarnazione artistica, in cui ama di rifrangersi per solito, nella penombra della storia o nelle passeggiere ecclissi della civiltà, la fantasia popolare. La natura fantasiosa e spensierata del nostro popolo, tanto nel crollo dell'antica libertà quanto nell'esose gravezze della nuova servitù, sorrise amabilmente delle sue sventure, quasi non le fosse consentito, colla forza del libero pensiero, di scuotere il peso delle sue catene. E non furono che scarse e fioche voci, isolate e quasi moleste, quelle che interruppero di tempo in tempo il sonno monotono dell'inglorioso servaggio. Per non dire che quelle rare volte, in cui queste voci riuscirono fide interpreti della coscienza popolare, esse non fecero che cullarne e riaddormentarne l'anima tra i lenocini dell'arte e la lussuria dei sensi, carezzando e lusingando le peggiori tendenze di un'indole avulsa dalla realtà e sognante ognora le gioie e le delizie dell'Arcadia.
In quest'ebbrezza di sensi, che ricongiungeva alla vita della natura l'anima meridionale, brillarono talvolta le forme di un'arte più elevata e più pura, e passarono sulla coscienza come lampi di fuoco gl'istinti della ribellione. Ma l'anima popolare non trovò mai la forza nè di redimersi colle suggestioni radiose della grande arte, nè di affrancarsi coi moti vigorosi e concordi di una forte e felice convulsione politica. L'arte si estinse precocemente nella satira, e lo spirito di resistenza nella parodìa della rivoluzione, organizzata e repressa nel nome di Masaniello.
Giaceva però nel fondo della razza come un tesoro ascoso e quasi vergine, lo spirito filosofico, rimasto troppo a lungo inoperoso tra le ansie della diuturna servitù e le nebbie della più impenetrabile ignoranza. Questa luce accese improvvisamente lampi di nuova vita nell'animo del Vico e rivelò, per suo mezzo, al mondo della coltura la fiamma di uno spirito agile e desto, che il pensiero ellenico aveva nutrito dei suoi succhi più vitali, e a cui affidò la lampada di resurrezione dell'antico sapere italico.
Già altri ha additata, assai felicemente, in alcuni canoni vichiani della Scienza Nuova i primi albori della critica di Francesco De Sanctis. Questa intima affinità non va però interpretata come un esteriore contatto, che sia quasi indizio di diretta emigrazione o trapasso. Essa, invece, è conformità d'animo, è continuazione latente dell'antico e puro pensiero italico, è liberazione dell'animo dall'abiezione della servitù secolare, mercè le forze fresche e nuove dell'indagine speculativa.
Ho detto che l'Italia meridionale non aveva partecipato direttamente ed efficacemente alla nuova elaborazione delle forme letterarie più complesse e perfette, che diedero origine e spiccata fisonomia nazionale e moderna all'arte italiana. Nè voglio insistere più del dovere sul fatto, che anche nell'età antica il contributo principale dato dalla nostra razza allo svolgimento storico della letteratura latina investì di preferenza le forme inferiori dell'arte, la satira cioè e la commedia. Io accenno a tal congruenza, che non può essere casuale, solo per il fatto, che essa prestò una probabile giustificazione o motivo anche ad un apprezzamento affatto parziale ed ingiusto, dato dal Mommsen sulle qualità artistiche del popolo italiano. Dai primi suoi studi, che aveva volti ad illustrare in modo così originale e nuovo i dialetti e i monumenti antichi di queste nostre regioni, egli fu forse tratto a negare all'Italia antica e alla moderna le attitudini più squisite per la grande arte, sol perchè riconobbe i caratteri etnici della nostra letteratura dalle forme secondarie, che in mezzo a noi avevano trovato più largo successo e non volgare ispirazione.
Ma, se al nostro popolo mancò lo splendore della grande arte, gli arrise invece, mercè l'opera del De Sanctis, una gloria, che forse non morrà, quella cioè di poter dare al mondo della coltura la coscienza dell'alto valore umano che ispira la nostra arte e che affratella il nostro pensiero alle manifestazioni più splendide e perfette dell'arte universale.
Nel carcere di Castello dell'Uovo, testimone delle orgie tra cui era morta la libertà repubblicana, tragico asilo in cui si era estinto l'ultimo avanzo del nome di Roma, lo spirito di Francesco De Sanctis si ricongiunse collo spirito stesso dell'umanità, e nelle ansie affannose dell'anima di Guglielmo Tell, a cui era specchio l'onda armoniosa e limpida del verso di Schiller, sentì ripercosse le ansie della nuova anima popolare, anelante e bramosa di riscossa.
Le voci, che si sprigionarono a quel contatto dalla coscienza del critico, erano sussulti incomposti e gemiti di un'anima ferita nella poesia del cuore, offesa nelle aspirazioni di libertà interiore, indarno represse dalle catene. Ma quell'epilogo doloroso dell'infausta giornata del 15 maggio, se parve un sanguigno tramonto e un'irreparabile rovina d'ogni più nobile e riposta idealità della nostra gente, fu invece nel fatto l'alba promessa e quasi fatidica della sua riscossa.
Noi abbiamo così poco svolta e formata la nostra coscienza politica, e così ottuso e annebbiato il senso della realtà dall'indole vaporosa e fantastica, da potere ancora dar credito a questa ingiuriosa leggenda, che lo spirito popolare delle nostre contrade, oppresso da esosa servitù, sia stato come per forza avvinto alla causa della libertà, e più che affratellato aggiogato alla sua redenzione. Questo colpevole e deplorevole oblìo di noi medesimi offusca e perturba non solo la storia vera del nostro risorgimento, ma la coscienza della nostra dignità di popolo. E fa porre in oblìo, non men dagli altri che da noi medesimi, la partecipazione eguale e diretta che ebbero alla grande opera le due razze privilegiate della penisola, il vigoroso senso pratico dell'elemento celtico, trasfuso e contemperato nella valle del Po col buon seme italico, e lo spirito più universale ed astratto della razza sannitica che, con rinnovellata prova delle sue più squisite idealità, fece spontaneo olocausto della sua supremazia e indipendenza politica, per adempiere nell'unità dei destini il fato della patria.
La nostra rivoluzione, soffocata nel sangue colla infausta giornata del 15 maggio, preparò un più largo movimento di riscossa e si chiuse in modo degno di un popolo civile, costringendo a un esodo, che parve volontario, l'imbelle avanzo dei dominio borbonico nelle nostre contrade. Egli è che quella sollevazione quasi unanime dello spirito popolare era stata promossa dalle alte classi dell'intelligenza, e, preparata nella scuola, aveva trasformati gl'impavidi seguaci in apostoli ardimentosi e martiri inconsapevoli della nuova idea.
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A quest'opera di rigenerazione sociale e politica, Francesco De Sanctis consacrò i succhi più vitali della sua intelligenza privilegiata e le energie più fresche ed inesauribili di un pensiero nuovo e profondo, maturato nelle assidue meditazioni e negli studi severi. E fu tra gli esuli e i profughi, a cui era diventato pericoloso ed ostile il suolo della patria, quello che forse meglio d'ogni altro concorse a rendere ammirate, in Torino e in Zurigo, la vivace originalità e l'acuta penetrazione quali caratteri indefettibili dello spirito filosofico della nostra razza. Nè fu semplice omaggio all'insolita concordia di apprezzamento, con cui era giudicata al tempo stesso da due insigni meridionali l'opera e l'ingegno di Francesco De Sanctis, la scelta che di lui fece Camillo Cavour, additandolo al primo re d'Italia come primo Ministro dell'Istruzione del nuovo regno italico. Fu quella, più che un'intuizione politica, un presagio fatidico del grande statista, che additava nell'educazione civile del popolo italiano lo augurale e aspettato compimento dell'opera grandiosa, così faticosamente raggiunta coll'unità politica.
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Ma l'astro luminoso, che ne aveva accompagnato le trepide vicende attraverso a delusioni amarissime e a meditati trionfi, si addormentò, ahimè! troppo presto, come avvelenato da Erinni malefiche. E parve per un istante che pencolasse il destino della patria nelle mani nuove e inesperte, che erano chiamate in sua vece a governarne le sorti.
Francesco De Sanctis sentì che per la vita si perdevano le ragioni del vivere, e solennemente distaccò il suo nome dalla causa di quel partito generoso, che turbato da molteplici difficoltà e pauroso di più ardite iniziative, sembrava di confondere troppo insieme la sua causa coi destini della patria. E, colla sua evoluzione, precorse di dodici anni l'avvento al potere di quella novella parte politica, di cui aveva preconizzato il successo.
Egli è che il suo spirito non si appagava di quella libertà esteriore, che era stato felice risultamento dell'avvedutezza politica e dell'accordo benefico del principato colle aspirazioni popolari. Quella libertà, così faticosamente raggiunta, mancava di un suo proprio contenuto morale e di un saldo fondamento economico, che ne rendesse desiderato e confortante il possesso alle moltitudini avide di giustizia e di bene. Ed egli temè che si potesse scolorare innanzi alla delusione delle loro speranze, il pregio di così travagliate conquiste.
In quest'aspirazione tuttora indeterminata e quasi inconsapevole della sua mente ci è dato di sorprendere come l'afflato dei tempi nuovi, che si era fatto strada o, meglio, aveva trovato eco nel suo spirito largo e comprensivo. E possiamo benanche immaginare, che forse, nel Politecnico di Zurigo, la sua anima non fosse rimasta sorda alle prime e nobili voci, che maturavano il nuovo pensiero sociale e il futuro destino dell'umanità.
Ma, se pur queste risonanze vi furono, esse non apparvero mai ben distinte, e, ad ogni modo, non esercitarono efficacia salutare, nè allora nè per molto tempo dopo di lui, sull'opera della parte politica, di cui aveva vaticinato come necessario l'accesso alle responsabilità del governo, per la retta funzione dei nuovi ordini costituzionali. Quando però questa evoluzione si fu affermata e compiuta, e nelle prime sue fasi apparve tanto difforme dagli ideali che l'animo onesto aveva vagheggiato, egli non mancò di sfolgorarla colla luce della sua intelligenza. Era l'antico spirito critico che risorgeva in lui e che gli dava, anche nella vita politica, quella seconda vista, che manca e riesce perciò appunto insopportabile ai mediocri. Cominciò allora, soprattutto per opera sua, la riorganizzazione dell'antica sinistra parlamentare, come partito di governo, sulle basi della moralità e della giustizia. E, chiamato a dare a questo tentativo gli ultimi sprazzi di luce della intelligenza, additò con chiarezza quali fossero i mezzi di ricostituzione interiore, che potevano risanare e rinsanguare, secondo l'antico concetto di Cavour, la vita pubblica e la coscienza nazionale. I mezzi da lui escogitati a tal fine parvero troppo remoti dalla méta e dalla realtà, e furono resi inefficaci da quel pericoloso e vivacissimo avanzo della decadenza italiana, che è l'irrisione dello spirito scettico e beffardo. Ma, considerando oggi alla stregua della nuova e pericolosa esperienza contratta nella vita i provvedimenti immaginati fin d'allora dal De Sanctis, per ricostruire la fibra della razza, non deve più apparirci materia di scherno nè il concetto della ginnastica educativa, nè l'istituzione delle scuole diplomatiche e coloniali, indarno destinate sin qui a preparar nuovo teatro alle vigorose energie del nostro popolo, cui son fatti troppo angusti gli antichi confini della patria.
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Le attitudini critiche di Francesco De Sanctis si erano rivelate nella scuola del Puoti e avevano ricevuto il primo battesimo e, come a dire, il simbolo della loro predestinazione dagli incoraggiamenti benevoli di Giacomo Leopardi, che, echeggiando potentemente nei suoi dolori l'eco eterna dei dolori dell'umanità, non aveva però ancora perduta la fede nelle sue sorti magnifiche e progressive. Nè io ho bisogno di ricordare pur qui un'altra volta, come l'intuito critico di Francesco De Sanctis abbia sprigionato i primi raggi di quella luce vivida e nuova, onde apparve illuminata d'un tratto qualunque manifestazione più splendida della nostra arte, proprio dall'interpretazione dei canti immortali del poeta recanatese.
Questo spirito critico era stato la forza degli anni primi della sua giovinezza, il fuoco animatore della prima sua scuola, l'ispirazione mirabile per cui raccolse intorno al nome di Dante l'omaggio del mondo civile al culto delle nostre memorie. E non l'abbandonò mai in nessuna di quelle fasi culminanti, per cui si svolse il suo sentimento artistico e la sua vita politica.
Quando, compiuti in Roma i destini politici della nuova Italia, Francesco De Sanctis si accinse a continuare la sua opera di educatore, in quella che fu detta a ragione la seconda sua scuola, riapparvero sotto nuova forma gli antichi ideali del critico. E il maestro ritornò un'altra volta al poeta diletto della giovinezza, come per chiedergli ispirazione alla novella opera a cui si era accinto. Egli aveva già scolpito nel marmo, per mezzo della Storia della nostra letteratura, le forme e le vicende dello spirito italiano, e nella nuova scienza aveva intravista la fisonomia, con cui doveva colorarsi e riflettersi nell'arte dell'avvenire il rinnovamento della nostra coscienza morale, sociale ed artistica.