Part 8
[80] Filippo Capone di Montella e Camillo Miele di Andretta, quest'ultimo eletto in luogo del De Sanctis, furono i Presidenti dei Comizi elettorali del Circondario di S. Angelo dei Lombardi. Per la verità bisogna dire che, essi, assistiti dal segretario Giovambattista Sepe, ebbero il coraggio di elevare un verbale di protesta contro il Borbone. E si noti che eravamo nel 1848!
[81] Figlio di Pietro De Sanctis e cugino dell'autore.
[82] Moglie, in seconde nozze, di Pietro De Sanctis.
[83] Germano del De Sanctis. Nel 1848 andò volontario in Lombardia, sotto il comando del generale Pepe. Partecipò alla battaglia di Curtatone e fu tra i difensori di Venezia fino alla capitolazione. Tornato nel Regno, fu arrestato e prigioniero nel bagno di Brindisi 3 anni. Vito De Sanctis, defunto, è padre del cav. avv. Carlo De Sanctis, modesto per quanto degno nipote del grande Irpino.
[84] Il De Sanctis fu eletto consigliere provinciale per il mandamento di Andretta nel 1872, e tenne il mandato fino alla morte. Gli successe, dopo la morte, il comm. Achille Molinari. Attualmente il mandamento è rappresentato dall'on. Francesco Tedesco, presidente del Consiglio Provinciale.
XII.
La mia città[85]
Roma, 19 aprile.
E trista passò la notte, senza sonno. Mi trovavo all'ultimo in quello stato di eccitamento che ero al principio. Quella notte di Morra era sorella a quella notte di Lacedonia. E il mio carnefice era pur quello, il disinganno. La menzogna, il falso vedere foggiato da' nostri desiderii ci tiene allegri. E chè l'inganno duri, altro non chiediamo, pur sapendolo inganno. E quando sopraggiunge il disinganno, la vista della verità ci offende e chiudiamo gli occhi per non vederla, e mettiamo guai, come fanciulli.
Se ci era uomo che non doveva maravigliarsi di ciò che avveniva, ero io quello, dopo tanto studio e così bei ragionamenti. Pure guaivo, e più sfacciatamente la notte, senza testimonii. Me ne rimproveravo, e guaivo, e mettevo certi sospironi, quasi che non avessi più mente, nè volontà, e fossi in tutto un animale. O piuttosto la mente ci era per più crucio, per farmi sentire la sua impotenza, fatta trastullo del corpo. Veduta vana ogni resistenza, mi ci rassegnai, pensando che l'era una malattia come un'altra, e doveva avere il suo corso. Quel cedere al fato mi pareva un atto di volontà, e non era se non prostrazione, stanchezza della malattia. Mi addormentai sopra i miei lamenti, che era già l'alba, e mi svegliai sano e lieto.
Il buon senso aveva ripreso forza, ridevo, mi burlavo, facevo la mia caricatura. Bel filosofo, in verità! Tu hai usurpato questo nome. Ieri sera, innanzi a tanta brava gente, che pure aveva fatto miracoli per te, mettere innanzi il tuo personcino, e non parlare che di te, e fare una voce flebile come un eroe di tragedia, e quelli ti pregavano, e tu più stizzoso e più ritroso, e declamavi la tua sventura, come se al mondo non ci fosse che te: oh il ragazzo mal avvezzo! e che avrà detto Morra di te? E mi ricordai che giovanotto lo zio per farmi vergogna mi diceva spesso: che direbbe Morra di te?
Uso a studiarmi e a dirmi la verità, confessai che l'ironia di tutta quella ragazzata era la vanità offesa, e che il vero orgoglio consiste a fare il bene, quando pure non te ne vengano applausi. Così dopo lunghi giri tornai a quel sentimento virile, che nobilitava il mio viaggio, e poichè mi ci son posto, debbo fare atto di devozione, fare il bene del mio collegio nativo, e cercare il premio nello stesso mio atto. Risolsi di ritirarmi a Napoli per la via opposta, passando per Sant'Angiolo de' Lombardi e Avellino, volendo giudicare da me quanta possibilità c'era di fare un po' di bene.
Uscito in salotto, su, dissi, questa sera dobbiamo essere a Sant'Angiolo. La notizia si sparse. Erano sopraggiunti altri elettori. Decisero tutti di accompagnarmi.
A mezzodì fui in piazza e vi trovai gran gente. Mi accomiatai da' parenti e dagli amici con l'aria di chi dica: ci rivedremo. E in verità, cominciava tra me e i miei paesani un nuovo affetto, che mi doveva tirare più volenteri in quel luogo. Partii con gran seguito, e ad una svoltata di via Nuova vedemmo altri pure a cavallo, che ripigliavano una traversa per raggiungerci. Era il deputato provinciale Corona[86] co' suoi Teoresi.
Si desinò in Guardia, accolti gentilmente dal vecchio Cipriani[87]. E quando si fu a' brindisi, io dissi: «Guardia e Morra sono un paese. Possono i loro cuori confondersi, come si confondono i loro territorii e i loro carlini». Questo piacque. La legge ha potuto staccare Guardia da Morra, ponendolo in altro collegio, ma non ha potuto rompere i legami naturali, e Morra e Guardia vanno sempre insieme.
Verso il tardi ci rimettemmo in via, e fummo a Sant'Angiolo ch'era ancora giorno. Ma forse quella strada aveva veduto tanta gente. I contadini seguivano con l'occhio interrogativo quella cavalcata, e si vedeva lontano sull'altura gran gente che aspettava, un bel tramonto illuminava lo spettacolo. Facevano strada alcuni a cavallo che ci venivano incontro.
Al principio della salita scendemmo tutti. Strinsi la mano al sindaco[88], vecchia conoscenza, e gittato l'occhio innanzi e visto una compagnia in divisa, che gente è quella? dissi.
Sono gli allievi di musica, che vengono a festeggiare il vostro arrivo. E quei vispi giovinotti cominciarono la fanfarra, e noi dietro, ordinati come in processione. Accolti a suon di musica, mi pareva essere un generale, e battevo il passo, e me la ridevo un poco tra me e me di quella mia figura grottesca.
Più su, trovai in due ale i giovani delle Scuole[89] e la Società operai, e così attraversai la città, tra gli sguardi lunghi che venivano dagli usci e dalle finestre, e volevamo dire: cosa è nato? Le strade lastricate e pulite mi fecero buona impressione. Opera del sindaco, mi dissero. E tra' viva De Sanctis sentivo pure mescolarsi i viva al sindaco, massime fra gli operai, che mi parevano contentoni. Giunti in casa del sindaco, trovai magistrati e professori, ero però stordito e con gli occhi che mi cascavano, e quando potei farlo decentemente, stanotte, dissi, ho dormito appena due ore, sono stanco ed ho sonno, non mi fareste dormire un par d'ore?
--Sì, sì.
E la gente rimase in salotto, e io m'abbandonai steso sui letto e mi addormentai subito. Ma che? Ecco una signora entrare, gridando: professore, se non vi affacciate non se ne vanno--E voi chi siete?--Sono la sorella del sindaco, venite. Non sentite voi che vi chiamano?--Le acclamazioni andavano alle stelle e schiacciavano la musica. Balzai da letto, mi avvolsi nel _plaid_ e mi affacciai con un berrettone in capo, che dovevo essere una figura curiosa. A vedermi, scoppiò una tempesta d'applausi e di grida, che mi pareva tremasse il balcone. Era gente fitta e stivata a perdita d'occhio, illuminata disugualmente da torce agitate dalle braccia e dal vento, che pareva gridassero anche loro e si unissero al baccano, e quella luce equivoca che danzava su mille teste, e fuggiva e tornava, sembrava impazzita in quella pazzia. Giacché non c'è cosa più simile alla pazzia, che l'entusiasmo popolare. Invano si gridava: zitto! invano m'aiutavo con le mani e con la voce, non vedevano, non sentivano, gridavano più, battevano furiosamente le mani. Quando potei, cominciai: «miei concittadini, grazie. La vostra accoglienza cancella il mio esilio dalla provincia: sono con voi, non mi staccherò più da voi». E rientrai subito, rumoreggiava una nuova tempesta. Entrai in salotto, tutti raggiavano. Cercavo appiccar discorso, ma non trovavo le parole. L'animo era lì, tra quella moltitudine. E non si parlava che di questo. Mai cosa simile s'è vista in Sant'Angiolo, dicevano. E mi chiamavano, e mi volevano, non si saziavano. Ora viene, disse il sindaco, ma fate silenzio.--Sì, sì--E il silenzio fu un nuovo rumore d'applausi, che a me dal salotto parve un tuono. Uscii infine con le mani avanti che volevano dire: zitto! E quando fu fatto un po' di silenzio, dissi: «Amici miei, oggi non ho ancora desinato, ed ho un grande appetito. Se dunque mi volete bene, ritiratevi, e io auguro a voi una buona notte e voi augurate a me un buon pasto.» Questa volgare barzelletta destò una ilarità generale, come si direbbe in linguaggio parlamentare, e fu la crisi che dissipò quella congestione. La folla si sciolse, traendosi appresso la musica qua e là e facendo baldoria.
Il dì appresso mi levai ch'era il sole alto. Fu proprio una buona dormitona. Attendevano il mio discorso, e avevano a ciò destinato un gran salone nella scuola. La scelta del luogo mi fece piacere, parendomi che intendessero così onorare in me più che l'uomo politico, il professore, il padre della gioventù, come mi chiamavano, l'autore dei libri diffusi nelle scuole. Mi raccolsi un po' e pensai che dovevo dare a quella cerimonia il carattere di una festa di famiglia, concittadino tra concittadini, che ritorna dopo lunga lontananza, ed è commosso e grato della buona accoglienza. E mi pareva facile, perchè questo rispondeva effettivamente allo stato del mio animo. Andai colà, accompagnato da una vera processione, musica in testa, e vidi con piacere sventolare la bandiera della Società operaia. «Voi altri, dissi al Presidente, siete oggi i beniamini della scienza. Tutti pensano a voi, si occupano di voi. Quella bandiera lì è la predestinata de' nuovi tempi.» M'intese senza meraviglia e col petto proteso, come di cosa nota. «Questo ve l'hanno detto, soggiunsi, ma non vi hanno detto, che la via a grandezza è ubbidienza, disciplina e lavoro. Soffrire per godere, questo è il destino. Oggi il sacrifizio, domani la gloria.» Fece un gesto d'impazienza, alzando le spalle, e voleva dire: Bella questa! Il sacrifizio a noi, e la gloria a' nipoti: o chi conosce i nipoti? e mi pare che il bravo operaio non andasse più in là del suo particolare, come diceva Guicciardini; così s'incontravano l'uomo della decadenza e l'uomo dell'infanzia, dove finisce e dove comincia la storia. Divenni pensoso, e poco sentivo la musica e meno i discorsi che mi ronzavono nell'orecchio. Giunto nella sala, quella fitta calca di dentro, che rispondeva alla folla di fuori, mi trasse a me. Levaimi il cappello inchinandomi, come per far riverenza a quel formidabile essere collettivo, innanzi a cui talora ronzarono i re. Stupii che tanta gente fosse in Sant'Angiolo: e mi riferirono che molti erano venuti dai paesi vicini, oltre il gran numero che c'era di miei elettori. Porsi la mano al sottoprefetto, un piccolo bruno con due occhietti furbi, e m'inchinai a Monsignore[90] seduto maestosamente in un canto, sì da fare stacco. E dissi:
«Innanzi tutto i miei ringraziamenti. Voi mi avete accolto con la musica, accennando senza dubbio a quella musica de' cuori, ch'io vo' predicando, a quella armonia di pensieri e di voleri, ch'è la più grande benedizione che si possa desiderare a un paese. E se questa fu la vostra intenzione, siate benedetti! Rimanete uniti, e Sant'Angiolo prospererà, e darà un degno esempio a tutta la provincia.
«E vi ringrazio pure, perchè la vostra simpatia mi rafforza nella mia missione, dandomi speranza ch'io possa non inutilmente consacrare alla provincia questi ultimi anni miei. Siate uniti, io dico a tutti, smettete le gare, e il tempo indegnamente sciupato in pettegolezzi personali adoperiamo al pubblico bene. In verità la provincia non ha tante copia d'uomini valenti, che possiamo darci il lusso di dividerci co' nostri partitini e co' nostri parlamentini.
«Fu questa speranza che mi die' animo ad accettare l'ufficio di consigliere provinciale, e che mi tirava come farfalla dietro al mio collegio nativo. Forse mi brucerò le ali; ma se voi, se tutt'i buoni mi presteranno concorso e appoggio, vivaddio! un po' di bene lo faremo, e sforzeremo anche i cattivi alla concordia, fosse pure una ipocrisia.
«A quest'opera spero compagno Monsignore, mio vecchio amico, che dopo lunghissimi anni rivedo con piacere così fresco e rubicondo. Eppure dee avere gli anni suoi Monsignore! Quando fu posta la mia candidatura, io gli scrissi così: «Monsignore, il collegio è diviso, il mio nome può unirlo, ecco il mio nome. Siatemi voi aiutatore in questa buona opera, ch'è insieme cristiana e civile. La mia missione è un vero sacerdozio, e voi siete sacerdote». Egli rispose che sì. E io ci credo. La menzogna è il segno che Dio ha messo su la fronte degl'individui e de' popoli decaduti. Posso stimare i membri scoperti: gl'ipocriti li disprezzo. Dentro di loro non c'è più l'anima, c'è il cimitero. Io ho compito il dovere mio; Monsignore scrisse che compirebbe il suo. E io ci credo.
«Assai ho sofferto, miei amici. Avevo qui dentro una spina che avrei portata confitta sino alla tomba. Mi sentivo disconosciuto da' miei concittadini, mi sentivo straniero nella mia provincia e nel mio collegio. Siate benedetti, voi che con tanto affetto rispondete al mio affetto. Basta questo solo giorno a sanare tutt'i dolori. E voi non sapete quale benificio mi avete fatto, voi non concepite cosa è Sant'Angiolo per me. L'uomo che vi parla è nato a quattro miglia di qua, e se Morra è il paese, Sant'Angiolo è la mia città. Voi vi legate con le più care memorie della mia prima età. Voi eravate la mia Napoli, la mia Parigi, il più vasto, il più lontano orizzonte della mia fanciullezza. E' venuta la legge e ci ha divisi. Morra di qua, Sant'Angiolo di là. Ma la legge non può violare le mie memorie, spezzare il mio cuore. Io mi sento uno con voi, io mi sento non solo il vostro comprovinciale, ma qualche cosa di più, il nato in mezzo a voi. Questa è la mia città. Sono morrese e sono santangiolese.
«E voi pure sentite così. Perchè qual altro sentimento poteva muovervi con tanta frenesia di applausi? Ne' vostri applausi ci sta: «costui è il nostro concittadino, e torna fra noi e viene a rivendicare il suo posto. Sia il ben tornato! Non ci separeremo più». I vostri applausi sono una promessa. Me la manterrete questa promessa?»
Sì, sì. Vi vogliamo nostro deputato.
«No, amici miei. Se debbo essere deputato nella mia provincia, sarò deputato di Lacedonia. Ma che importa? Moralmente sono il vostro deputato. Noi unisce il più saldo de' legami, affetto e stima. E ciò che vuole Sant'Angiolo, voglio anche io».
Chi ha un po' di conoscenza del cuore umano, può intendere in quali punti questo discorso fu applaudito, e in mezzo a quale commozione ebbe fine. Il più commosso ero io, tremavo tutto, e le lacrime facevano forza per uscire, trattenute da vergogna. Ma piangeva dirimpetto a me la moglie del sottoprefetto, una distinta signora inglese, di quella terra dov'è così vivo e profondo il sentimento della famiglia e del paese natale.
Si levò poi il professore Campagna di Montella, faccia tranquilla e nutrita, con singolare espressione di bontà, e recitò un forbito discorso della mia scuola e de' miei libri, sì che più volte mi costrinse a farmi rosso. E al discorso fu aggiunto un sonetto, recitato da un altro brav'uomo, che non ricordo. La cerimonia tendeva a divenire una arcadia scolastica, quando, levatomi improvviso in piè, dissi: «Voi, signori professori, mi ricordate un altro motivo che aveva omesso della mia gratitudine. Volevo ringraziare la mia città di avere destinata a questa festa di famiglia una sala della scuola tecnica. Io mi onoro di essere un vostro collega, e il nome che più suona grato all'orecchio, è quello di professore. Spesso, quand'ero ministro, dicevo: chiamatemi professore: questo è il mio vero titolo di gloria. E ora, amici miei, addio. Io parto: resta con voi il mio cuore. Da Rocchetta a Sant'Angiolo lascio una parte della mia vita intimamente legata alla vostra. Non lo dimenticate mai. Fanno bene queste ricordanze. E voi, bravi giovinotti, educati alla musica, che domani andrete a Rocchetta a festeggiarvi Sant'Antonio, ricordate questa festa non meno santa, e dite a quei cari cittadini ch'io li saluto e li ringrazio, perchè è nel loro paese, porta del collegio nativo, che io trovai le prime prove di affetto. Rocchetta e Sant'Angiolo, questi due nomi sono principio e fine di una storia commovente, in cui vive una gran parte di noi, non degna di morire».
La sera feci tre visite ufficiali, al sottoprefetto, al presidente del tribunale e al vescovo. Andai a costui accompagnato col sindaco. Ci fu moltissima gentilezza e poca espansione. Monsignore, ancorchè molto innanzi con gli anni, è vegeto, ha gli occhi vivi, e un'aria diplomatica che fa impressione. Il suo torto è di essere lì, in un teatro troppo piccolo. Destrissimo, uso ai maneggi e agli affari, conoscitore profondo di tutte le vie per riuscire, dotato di un ottimo fiuto del vento che spira, natura l'avea fatto un cardinale Mazzarino, e il piccolo luogo ha rimpicciolito il suo spirito e sciupatolo in volgarità paesane.
NOTE:
[85] S. Angelo dei Lombardi, comune capoluogo, di Circondario, conta 7343 ab. È anche sede di Tribunali. Si fa risalire la sua origine ai Longobardi.
[86] Saverio Corona, già competitore dell'on. Giuseppe Tozzoli nel 1870, nel Collegio di Lacedonia.
[87] Padre di Giovannantonio Cipriani già ricordato.
[88] L'avv. comm. Bernardo Natale.
[89] La Scuola Tecnica, diretta allora dall'ing. Maffio Ostermann, è risorta alcuni anni fa, per opera dell'avv. Natale, assunto di nuovo al sindacato.
[90] Accenna al Vescovo mons. Giuseppe Fanelli, vero patriota, insignito di parecchie onorificenze da Vittorio Emanuele II, di cui era amico personale.
XIII.
Il re Michele[91]
Roma, 24 aprile.
L'ultimo scopo del mio viaggio era Avellino, la capitale. E secondo il mio costume, m'indirizzai al sindaco[92], uomo rispettabile e mio vecchio amico, e quantunque lo sapessi aperto fautore del mio concorrente, domandai a lui ospitalità, e lo pregai a voler destinare la sala comunale, o quale altra gli paresse più acconcia, perchè volevo fare un discorso. Compiuto dunque le visite ufficiali, e andato alla Casina per salutarvi tutti gli amici tornai a casa col proposito di partire il dì appresso per Avellino. Ma trovai a casa alcuni signori avellinesi, venuti apposta a sconfortarmi da questo disegno. Parlavano parole tronche, quanto a loro, anzi... ma... Che ma? diss'io.--C'è certa gente che... insomma non tutti ci hanno avuto gusto; e il basso popolo è con loro, e soffiato vi potrebbe fare un... un... Avanti, diss'io--Uno sgarbo. Questa parola era buttata giù per non dirne un'altra più dura, che non voleva uscire.--Volete dire una fischiata, diss'io guardandoli negli occhi; ma in questo fischierebbero sè stessi.--A ogni modo...
E quell'a ogni modo voleva dire che anche fischiando sè stessi, non sarebbe stato bello. Sopraggiunse un telegramma del sindaco, che prometteva di scrivermi, e intanto si scusava di non potermi fare la debita accoglienza, adducendo la malattia del padre e lo stato gravissimo di un suo congiunto. Fossero malattie diplomatiche? pensai io, e il sindaco di Avellino vuol fare a me con astuzia quello che mi fece il sindaco di Calitri, ma almeno con franchezza? Ma fu indegno pensiero che cacciai via subito, sapendo con quale gentiluomo avevo a fare. Poichè è così, dissi, non verrò in Avellino; ma attendo innanzi la lettera del sindaco. Quei gentili signori si accomiatarono e ripartirono. Rimasto solo e ripensando tutto quello ch'era avvenuto, vidi subito che la mia riuscita era colà temuta come la vittoria d'un partito, e che andando io le ovazioni degli uni avrebbero provocato le villanie degli altri. Gli animi erano ancora troppo accesi, e l'uomo è fatto così. Il mio nome coinvolto in quelle gare non poteva mantenere quel significato che pur volevo dargli. Pure, me ne andrò io come un fuggitivo? Rifarò la via, ripasserò per il collegio, quasi andassi in cerca di ovazioni? Piglierò una terza via, la via di Benevento, guardando a dritta e a manca, che non mi conoscessero? Mi pareva una umiliazione. Fra questi pensieri giunse la lettera del sindaco, e il linguaggio era così franco, così affettuoso che ne fui preso; e cacciai tutte le codarde ombre. Non mi sono mai pentito, quando ho sentito la voce del cuore, e il mio cuore mi diceva: Vai, Avellino non merita così poca fiducia da te. Risolsi dunque di andare in Avellino, di andarci subito, quando nessuno mi aspettava, e di andarci come ho fatto sempre, così alla semplice e alla buona. Mi ricordai che, nominato governatore di Avellino, e sollecitato a far nota l'ora del mio arrivo, per farmi i così detti onori, capitai improvviso di notte, e fui in prefettura che nessuno mi conosceva. «E lei chi è?--Sono De Sanctis.--E chi è De Sanctis?--È il governatore--Ah!» E a questo nome formidabile il povero usciere si levò il cappello, con tante scuse. Così feci pure, vi capitai consigliere provinciale. Perchè ora farei altrimenti? Avellino è quasi casa mia, colà mi sento come in famiglia e non ci vogliono cerimonie. Tenevo a essere colà De Sanctis, un buon comprovinciale, fuori de' partiti locali; era stato così, volevo rimanere così. E come tutti mi chiamavano il professore, prendevo stanza nel Liceo, come volessi dire: Signori, professore è il mio titolo di nobiltà.
Presa questa risoluzione, inviai al sindaco un telegramma, dove fatte le debite condoglianze, dicevo: «Non desidero ricevimenti. Conoscete mia semplicità e modestia. Voglio stima, affetto di tutti gli avellinesi. Vado nel Liceo. Sono stanco. Non fo discorsi. Parto immediatamente».
La mattina il tempo era a neve. Pioggia fitta e minuta che ti cercava le ossa. Strinsi la mano al sindaco che mi aveva concessa una così generosa ospitalità e a tutti quelli che mi facevano cerchio, e montato in carrozza, mandai un bacio a Sant'Angiolo, alla mia città. Mi accompagnavano il simpatico Marino[93] e Romualdo Casitto di Teora, un vecchio patriota. Rifeci la via dello studente, ricordandomi quante volte avevo fatta quella via nella prima età, andando e tornando, il capo pieno di grammatica e di rettorica. Nella pianura di Torella si levò un bel sole, ci si scoperse il cielo, ci mettemmo in allegria. Arrivai ch'era ancora chiaro, incontrai una camerata di collegiali, ch'era alla passeggiata e tirai dritto al Liceo, dove mi venne incontro quel buon vecchietto del Preside, modesto quanto dotto, legato con me da antica amicizia.
Nessuno sapeva del mio arrivo, altri che il Sindaco e il Preside. Anzi sapevano che non sarei venuto. C'era tornata della deputazione provinciale, e il Prefetto era colà, quando gli fu annunziato il mio arrivo. Trovai nel liceo un gran moto. Il poeta estemporaneo Brunetti vi doveva dare un'accademia proprio in quella sera, e in casa del Preside c'era un va e vieni di professori, di scolari e di altri invitati. Tutta quella gente parea venisse per me, e invece veniva per il poeta. Venne anche il poeta, già un po' vecchio, il poverino! co' capelli grigi ricciuti che decoravano quella testa pensosa, dov'erano piantati un par d'occhio grandi e senza sguardo, come di chi guarda le rime e non le persone. Sopraggiunse la direttrice della scuola magistrale a cui facevano cerchio alcune giovanette, le quali per la loro buona condotta avevano meritato l'alto onore di farle compagnia e di assistere all'accademia. E i miei occhi s'incontrarono con certi occhi vivi e furbi, che si sforzavano di esser modesti, appena contenuti sotto l'ombra delle folte sopracciglia. Era la mia nipotina, che porta il nome di mia madre. Oh! Ah! Mai più non avrei pensato d'incontrarla colà. Mi venne un impeto di stringermela al petto. Povera fanciulla! quale sarà il tuo destino! Ma le fanciulle hanno altro a fare che pensare al destino. Quel pensiero genera le rughe sul viso, e la gioventù aborre dalle rughe.
Finita l'accademia, piovvero tutti nel salottino del preside e ci fu forza stare tutti in piedi. Sopravvennero molti amici tirati dalla notizia del mio arrivo.