Part 7
Venuti tempi più miti e meno sospettosi, Morra si andò stendendo a destra sul pendìo e prolungando verso il basso, secondo comodità o piacere, e divenne un vero e proprio comune con la sua casetta comunale che ha le spalle volte alla chiesa, e il popolo teneva forse le adunanze nella piazza avanti la chiesa. Ma nessuno edificio di qualche importanza attesta una potente vita municipale e quella casetta sembra più un luogo scelto così a caso e provvisoriamente a quello ufficio, che una dimora degna del comune[76].
Più vivo era il sentimento religioso, sopravvissuto esso solo a tutto quel mondo feudale; riacceso, quando, afflitto il paese dalla peste, si elesse a protettore San Rocco, e gli sacrò una chiesa edificata di pianta verso il basso, dove poi si andò stendendo e aggruppando il comune. Questi spiriti religiosi si sono mantenuti fino ad oggi; e a mia memoria la chiesa principale fu ampliata e rifatta, e ultimamente fu alzata una statua a San Rocco. La statua decora quell'ultima piazza che prende nome dal Santo, monumento dell'età novissima e scredente in memoria dell'antica pietà. Altra memoria non è in quelle piazze ignude, e sembra che gli uomini vi sieno vissuti in uno stato poco lontano dal selvaggio, che non ha storia e vive di poche e vaghe tradizioni. Guardando per entro l'abitato case cadenti, e mucchi di pietre ancora intatti dove furono case, e qua e là case nuove di pianta o rifatte a nuovo, e spazio troppo più vasto che non porta il picciol numero degli abitanti, s'indovinano pesti e carestie, catastrofi pubbliche e private, tempi di decadenza e tempi di prosperità. Andato io colà dopo lunga assenza, vi ho già trovata una storia, antiche e prospere famiglie venute giù o spente, e molta gente nuova, e subiti guadagni, e contadini ricchi e fatti padroni, e talvolta i loro padroni servi loro. Premio al lavoro e castigo all'ozio.
Co' nuovi tempi è sorta in Morra una gagliarda vita municipale, e in un decennio si è fatto più che in qualche secolo. Sicchè, se stai all'apparenza, gli è un gentile paesetto, e dove è un bello stare, massime ora che, sedate le antiche passioni locali, tutti i cittadini vi sono amici d'un animo e di un volere. Ma non posso dire che una vera vita civile vi sia iniziata. Veggo ancora per quelle vie venirmi tra gambe, come cani vaganti, una turba di monelli, cenciosi e oziosi, e mi addoloro che non ci sia ancora un asilo d'infanzia. Non veggo sanata la vecchia piaga dell'usura, e non veggo nessuna istituzione provvida che faciliti gl'istrumenti del lavoro e la coltura dei campi. Veggo più gelosia gli uni degli altri, che fraterno aiuto, e nessun centro di vita comune, nessun segno di associazione. Resiste ancora l'antica barriera di sdegni e di sospetti tra galantuomini e contadini, e poco si dà all'istruzione, e nulla alla educazione. Nessuno indizio di esercizii militari e ginnastici, nessuno di scuole domenicali, dove s'insegni a tutti le nozioni più necessarie di agricoltura, di storia e di viver civile. E non è meraviglia che le ore tolte agli utili esercizii sieno aggiunte alle orgie, e che intere famiglie sieno spiantate per i _cannaroni_, come diceva Clementina, una brava morrese, e intendeva la gola. Povera Clementina! E per i cannaroni la tua famiglia andava giù, e tu, nata signora, vesti ora il farsetto rosso di contadina, e in gonna succinta e in maniche corte, con la tua galante _cannacca_, con tant'oro intorno al collo e lungo il seno, sei pur vezzosa e lieta, e sembra tu sola non ti accorga della tua sventura.
Sicchè, se ne' tempi andati abbiamo vestigi di un Morra feudale e di un Morra religioso, di un Morra civile non ci è ancora che la velleità e la vernice, in Morra c'è vanità, non c'è orgoglio, e molto è dato al parere, poco all'essere. Pure questa sollecitudine del ben comparire mette già un paese sulla via del progresso, ed è uno stimolo a bisogni più elevati.
Queste cose mi passavano per la mente, poi che svegliato da un forte acquazzone, m'ero levato. Le donne m'informarono che tutti gli elettori erano partiti di buon mattino, niente sgomenti di quella tanta furia di pioggia. E mi affacciai, ed era così oscuro che non vedevo Andretta, e neppure l'Isca che bisognava attraversare, e nessuna forma di strada, e rientrai commosso tra la pietà e l'ammirazione. Rimasto solo, tutto pieno di Morra e de' miei morresi, non fui buono a pensare altro che Morra, e mi feci in capo la sua ossatura, e riandai fantasticando i secoli, così come ho scritto.
Fatto un po' di sereno, misi il capo fuori sulla piazzetta avanti casa, teatro già de' miei trastulli puerili. È un piccolo altipiano, chiuso, e non c'è via all'uscita che per sudicie strettole, e sembra come schiacciato sotto un muro altissimo lì dirimpetto, che è un lato della Chiesa, e mi pare quasi un brigante che mi contrasta lo spazio e l'aria. Quel muro monotono senza finestre ha un piccolo buco nel mezzo, e in quel buco, salendo per scala altissima, ficcai un dì l'occhio curioso, e vidi tanti preti, seduti in cerchio, come a tavola rotonda, o piuttosto come nel Coro, quando dicevano l'ufficio, e ebbi paura, e scesi frettolosamente, quasi m'ingiungessero e mi volessero menare colà dentro, e non so come non mi fiaccai il collo. Ero fanciullo, e quella vista e quella paura non mi è uscita più di mente.
Mi dissero ch'era il cimitero de' preti e conchiusi che i preti stavano nell'altro mondo seduti, e mi pareva meglio così, che stare supìno in uno scatolone inchiodato. Questo mi diede una grande idea del prete, e vedendomi così studioso e così pacifico, alcuni mi dicevano: non vuoi farti prete? E chi sa? forse sarei finito così, se la nonna non mi conduceva in Napoli, dove, leggendo di Demostene e di Cicerone, dissi: voglio essere un avvocato. E stetti fisso in questo, e feci i miei studii, e giunsi al primo anno della pratica forense, quando zio Carlo, mio maestro, e che teneva una bella scuola, fu colto di apoplessia, e mi fu forza, per tenere unita la scuola, di supplirlo io, e così mi trovai maestro quasi per caso. E il caso fu più intelligente di me, perchè aveva indovinata la mia vocazione. Così almeno sostiene mia moglie, che non mi riconosce nessuna qualità di avvocato, il quale secondo lei è un imbrogliaprossimo, e dice che a fare quello ch'io fo, se si ha meno quattrini, si ha maggior fama. E io m'inchino. Sostiene poi che non ho nessuna vocazione politica, e che qui il caso è stato una bestia, e poteva tenersi di tirarmi in tante brighe, e poteva lasciarmi alla pace degli studi e alla compagnia de' giovani. Ma qui non m'inchino, anzi ribatto, e dico tante belle cose dei doveri verso la patria, e la disputa si accende, massime quando mi conviene di lasciarla e andare a Roma, e fo, come ella dice, il commesso viaggiatore.
Certo è che fanciullo io studiava molto, e più latino che italiano, e le mani mi bruciavano delle spalmate, e la paura delle spalmate era tanta, che un dì m'uscì detto _amabint_ e vidi il corruccio negli occhi del maestro e che alzava la mano, mi gittai alla porta, e sdrucciolai e caddi su un chiodo che mi entrò nella coscia, e ho ancora la cicatrice. Che belli costumi; neh?
Quante mie lacrime ha viste quella piazzetta! E qui, su questi gradini, dove ora fantastico, mi ricordo, era innanzi l'alba un cielo nero e brutto, e stavano seduti molti di casa, e mia madre mi teneva in collo, seduta anche lei, e attendevano non so che, io tremavo di freddo. E vennero, e ci fu un grande abbracciarsi, e si levò un gran pianto, e io vedendo piangere, piangevo e strillavo e mi stringevo alla mamma. Fatto adulto, mi riferirono che quelli erano gli otto morresi del ventuno[77], tutti parenti, due De Sanctis[78], due De Pietro, un Cicirelli, un Sarni, un Pugliese e un D'Ettore, che in quel triste giorno prendevano la via dell'esilio. Questo è un titolo di nobiltà più moderno, ma non meno rispettabile che di esser nati dagl'Irpini.
E pensavo: se ci ha da essere un cimitero distinto, non sia distinzione di classe, ma di merito. O che? dee andar perduta memoria di quelli che fanno il bene? Lì è la storia vera di un paese. E non ci ha da essere una lapide che la ricordi? Della vecchia generazione sono ancor vivi nelle nostre conversazioni Paolo Manzi e Domenico Cicirelli e due vescovi, un Cicirelli e un Lombardi, e due letterati, un Carlo De Sanctis e un Niccolò Del Buono, e per tacer di altri, tocco del lutto più recente, un Carlo Donatelli, uomo d'ingegno distintissimo, e avvocato primo nella provincia. Queste sono le nostre glorie, ed il nostro dovere è di conservare ai nipoti piamente queste memorie.
Fantasticando così, sopraggiunsero le cugine, e il discorso volse presto allo scherzo, e si venne sul «ti ricordi? E vi ricordate, diss'io, eravamo così giovani allora, vi ricordate di quei tali pizzicotti? E voi a farvi rosse, e io aveva l'aria di un monello, che osava qualche cosa di spaventoso. Pure era tra cugini, e non ci era malizia, almeno per me; e voi?» E loro a chiudermi la bocca ridendo, come se volessero dirmi: non sono discorsi questi!
Girando un po' il paese, chiaccherando, scherzando, così passava quel giorno, e si venne a sera, e attendevo notizie del ballottaggio, e non si vedeva tornare anima viva.
NOTE:
[73] La vorrebbero sorta al tempo dei Goti: è più probabile l'opinione che sia sorta ai tempi dei Longobardi. Fondatori furono Zurlo, Caracciolo, De Morra. Goffredo Morra, fatto principe di Morra nel 1664, vi stette fino all'abolizione dei feudi. Il detto Comune conta 2385 abitanti.
[74] Nel 1912, auspice l'Amministrazione Comunale presieduta dal commendatore Achille Molinari, venne collocata sulla facciata della casa, ove nacque il De Sanctis, una lapide marmorea. L'epigrafe, dettata da Giuseppe Ferrarelli, suona così:
IN QUESTA CASA NACQUE IL 28 MARZO 1827 FRANCESCO DE SANCTIS MORÌ IN NAPOLI IL 29 DICEMBRE 1883 VISSE VITA IMMACOLATA FU MAESTRO ED EDUCATORE IMPAREGGIABILE POLITICO E MINISTRO SAPIENTE E CREANDO LA NUOVA CRITICA E LA NUOVA STORIA DELLA NOSTRA LETTERATURA FU GLORIA IMMORTALE D'ITALIA
IL MUNICIPIO IL 22 AGOSTO 1912
[75] Casa della madre del De Sanctis.
[76] Nel 1896 venne collocato all'esterno del palazzo municipale un busto in bronzo in onore del De Sanctis, proposto dal comm. Achille Molinari poco dopo la morte del grande Critico, ed inaugurato nel 1896, sindaco il principe Goffredo Morra. Il busto è opera del benemerito Raffaele Belliazzi.
[77] Nella rivoluzione del 1820-21 la provincia di Avellino, o come allora si diceva di Principato Ultra, ebbe una parte notevolissima, poichè la _Carboneria_ aveva profonde ramificazioni in tutti i Comuni.
[78] I germani Giuseppe e Pietro, inviati in esilio.
XI.
Dopo il ballottaggio
Napoli, 26 aprile.
Il tempo tra sereno e pioggia pareva un matto. S'era rimesso a pioggia. Neppure un cane s'arrischiava fuori, dicevano, e la gente s'era tutta raccolta in cucina, che è il salotto di quei paesi, e vi si faceva una conversazione allegra e clamorosa. Io non avevo lo spirito così libero che vi potessi prender parte, e me ne veniva appena il romore nel salotto.
Il cattivo tempo mi spiegava l'indugio delle notizie. Ma ero inquieto. Non dubitavo già della vittoria. Pure, se aveva rinunziato a quella vittoria splendida che mi promettevo nel mio viaggio, tenevo ad avere almeno tutti o quasi i voti del mio mandamento. Anche questa speranza m'era rimasta debolissima, visto d'appresso l'attitudine degli avversarii: ma ci era andato don Camillo, e che farà don Camillo?[79].
Lo avevo incontrato che andava in Andretta, e gli dissi: «Guardatemi bene negli occhi, don Camillo, confido a voi il mio nome e l'onor mio; guardatemi bene negli occhi». Ma gli occhi rimasero a terra, mentre diceva con quella sua mezza bocca a riso: poichè gli equivoci sono finiti... E finì lì, e io tirai innanzi.
Che farà don Camillo?
O piuttosto, che ha fatto don Camillo? diss'io, correggendo a voce quella confusione di tempo nata nel pensiero.
E dissi: Vediamo un po' se indovino. Anche io so tirare l'oroscopo. Tale è l'essere e tale è il fare. E cosa è don Camillo?
Raccolsi quel che sapevo del suo essere e de' suoi gesti, e me lo ricordai che eravamo tutt'e due giovanissimi.
S'era in pieno quarantotto. Mi sentivo già qualche cosa. E andai in Andretta, pensando che tutti mi dovessero già conoscere e farmi deputato. Ma non ne fu niente, e mi capitò come a Cicerone, tornato tutto trionfo di Sicilia, che a Roma si credeva non si fosse mai partito di città. Nessuno sapeva niente de' fatti miei, anzi parecchi mi credevano ancora uno studente, ed ero già un professore, e di quelli, come pareva a me e a molti altri. Ed eccoti don Camillo, più giovane di me, che mi si fa attorno, e lisciandomi con belle parole, tira me e i miei morresi in un bel concertino per la formazione dell'ufficio elettorale. E come tutta la buona fede era da un lato, e tutta la malizia dall'altro, avvenne che don Camillo entrò e io rimasi fuori[80]. Questo bel tiro mi restò fitto in capo, e non ne è voluto più uscire.
Da quel tempo non l'avevo più visto. E mi tornò innanzi, quando, proposto io consigliere provinciale, scrisse agli elettori un elogio di me, con molti bei ricami e fiori, sì che mi parve una vera esagerazione. Seppi allora che era giornalista e avvocato. Glie ne feci render grazie, e ci cambiammo qualche saluto. E poi? E poi mi scrisse una bella lettera perchè, venuta sul tappeto la mia candidatura alla deputazione, chiarissi la mia intenzione, dissipassi gli equivoci, ecc. E io feci una bella risposta, scegliendo lui a interprete della mia intenzione, con tanti ringraziamenti, ecc.
Conchiusione. D. Camillo si trovò in un bell'imbroglio. Ufficialmente, non era decenza combattere la mia candidatura, e se vi si faceva contro, erano i fratelli, ma lui! Oh lui! e a inchinarsi e a dir tante belle cose di me. Venne il dì. E don Camillo, che fa l'avvocato in Sant'Angiolo, andò in Andretta, e votò, e per chi doveva votare? faceva di me tanta stima. Ma al mondo ci sono sempre le male lingue. E questi attribuirono a lui una scheda su cui era scritto: _Soldi non De Sanctis_. E l'ufficio disputò a quale dei due andasse quel _non_, e ricordò il _redibis non morieris_, e non sapendo risolversi, annullò la scheda, rendendo omaggio allo spirito e alla erudizione del sottile autore. Non vi pigliate collera, don Camillo; quando si ha riputazione di spirito e di rettorica, incontra così, ti si affibbiano tutte le gherminelle. Cosa volete? Vi tengono un grande avvocato, e se si fecero le proteste, chi poteva averle architettate? Don Camillo, l'autore presunto di tutte le malizie.
Come vedete, don Camillo è uno de' caratteri più originali della provincia e più degni di studio. E la sua originalità è in questo che la natura l'ha fatto curvilineo e centrifugo, e gliene ha lasciato il segno su quella faccia bruna, dagli occhi incerti e dal mezzo riso. Sicchè non ti è facile indovinarlo o pigliarlo, salvo che non lo tenga un tratto pel ciuffo. Quale sia l'arte di tenerlo pel ciuffo, parecchi si vantano di saperlo. Per me, ci perdo il latino, e non fu buono neppure ad alzare verso di me quegli occhi bassi.
Dato un don Camillo così e così, il problema era sciolto. Non potevo avere molta illusione sul suo concorso.
Mentre stavo così fantasticando, sentii martellare il portone di casa con forza e con fretta. Erano i reduci di Andretta.
Abbracciai Aniello[81]. E cominciarono le strette di mano, e il che fu e l'io fui.
In cucina, in cucina. E si fece un gran fuoco, e si scaldavano e raccontavano.
E raccontavano i vari accidenti dell'andata. I signori di Morra avevano divisi i contadini in vari gruppi, e ciascuno s'era fatto capo di un gruppo. Il mattino di buonissima ora, sotto una pioggia a secchie, eccoli intorno a riunire ciascuno il suo gruppo, e non ci fu ragione, nè scusa, tutti dovettero marciare. Erano apparecchiate alcune carrozze, e i signori vi ficcarono i contadini o troppo cagionevoli o troppo gravi d'età, ed essi a cavallo, chiusi ne' mantelli. Attraversarono Guardia, acclamando, svegliando quella buona gente, e giunsero in Andretta a ora, fradici di acqua, ma contenti, acclamanti e acclamati. Il guaio era pe' rimasti a piedi. E costoro, pigliando la via dritta e breve, si gittarono alla valle dell'Isca, attraversarono i torrenti, scalarono le alture, dando il grido nelle cascine, raccogliendo per via elettori, e muli e asini, quanti potevano, e giunsero anche a ora tra risa e applausi. La pioggia aveva messo là l'eguaglianza tra contadini e signori, anzi vedevi con rara abnegazione qualche signore a piedi e qualche contadino a cavallo. Fu visto giungere a corsa trafelato, bagnato come un pulcino, un contadino più che settuagenario. Dove vai?--Vado a votare per De Sanctis. Fu visto Marino, fabbro e capo di tutto quel moto, giungere ultimo, quando fu sicuro che tutti erano lì, inzaccherato fino al ginocchio, e grondante acqua, cappello e mantello, che pareva un cencio tolto pesolo dal bucato.
E tutti gli occhi si volsero a Marino, che se ne stava lì accanto al foco, umile in tanta gloria, un personcino asciutto, tutto nervi e muscoli, tempra di acciaio, allegro e simpatico compagnone, primo ne' piaceri dell'ozio e primo nella serietà del lavoro.
Date un bicchiere di vino a questa gente. E fu preso di quel vecchio e generoso. Vino molto vantato del cugino Aniello. È vino di peso e di qualità, denso troppo, che fa nodo nella gola e non si può tutto ingoiare in una volta, e la gente ci stava su con gli occhi, quasi che in fondo al bicchiere vedessero l'innamorata. Zia Teresa[82] contava sospirando i bicchieri che si votavano.
Ci fu un intervallo di silenzio. Poi, come in fondo al bicchiere trovassero i pensieri e le parole, la lingua si fece più sciolta e si venne a' sarcasmi.
--Il presidente questa volta non era così cocciuto. Aveva bocca a riso, e lingua di mele, e non cavillava, c'incoraggiava.
--E già. C'incoraggiava a farne delle grosse, e diceva in cuor suo: ci vedremo a Filippi.
--Appunto. Ci vedremo a Filippi, e sarebbero piovute le proteste. Ma noi, attenti, e con gli articoli di legge avanti, perchè il presidente è una buona pasta, ma dietro a quel riso ci stava...
--Don Camillo!
--Sicuro. Dove non sta don Camillo? Sta dove lo vedi e dove non lo vedi. Ne pensa tante, mentre ti fa quella sua aria innocentina. E dicemmo: questa volta non ce la farai.
--E ce l'ha fatta!
Che? che? Proteste anche oggi?
--Se in questo punto staranno ancora protestando! L'affare piglierà tutta questa notte.
--Perciò il sindaco, che è dell'ufficio, non è venuto.
--E come ha fatto per farvela?
--Quello è un demonio. Ne trova sempre. E ha trovato che s'hanno a dichiarar nulle quelle schede, dove c'è scritto altro che il solo nome e cognome.
--Per Dio! Allora è nulla la mia, dove scrissi: _De Sanctis, non vogliamo versipelli_.
--E la mia, dove scrissi: _De Sanctis, oratore italiano_.
--Bravo! come potesse esser creduto un turco.
--E la mia, che ne dite? _De Sanctis fratello di Don Vito_[83].
--Bravissimo! Don Vito notissimo per far conoscere De Sanctis mal noto.
--Sicurissimo. Tra noi don Vito chi non lo conosce?
--E io che scrissi: _De Sanctis professore a Zurigo_.
--E io?
--E io?
--Ma allora tutte le schede saranno nulle. Oh che guaio! Ciascuno ci ha voluto mettere qualcosa di suo.
--Ma se l'altra volta si è fatto pure così, e nessuno ha fiatato.
--Ma ora il fiato si è perso a gridare, e stanno ancora gridando.
--O che guaio! o che guaio!
--E dicono che la Camera ha annullata un'elezione, dove ci erano schede così.
--E don Camillo si fregherà le mani, e dirà: annullata anche questa, e si dee alla mia gran testa.
--E bene sta. Perchè volere il _Santo_?
--Cosa? diss'io.
--Il Santo, che è a dire un segno, un che sulla scheda convenuto tra due.
--Anche questo? Ma allora siete tutti gente senza fede, e non è segreto il voto, e l'elezione è nulla.
--Che santo e segno? saltò su Marino, che vide la mia faccia annuvolarsi. C'è bisogno il Santo tra noi? Ma non si parla così a casaccio.
--E girava gli occhi, che parevano saette.
--Ed ecco giungere a noi un rumore confuso.
--Si spara in Andretta! Vittoria!
--Che Andretta? Questo è un rumore che cammina, e si avvicina.
E si aperse il portone, e venne gran gente. Festeggiavano la vittoria di Teora. Viva Teora! usciva da cento petti.
--Quel povero corriere pareva un morto che cammina.
--E che bella lettera che ha portato!
Viva Teora! Viva Teora!
--E anche lì violenze e proteste. Quel presidente è un uomo di ferro. Pare che si voleva rapire l'urna, e ha fatto venire i carabinieri.
--E quel Cantarella, come ha ragionato bene! E tutti con l'orecchio teso. Non si sentiva un zitto.
--Abbiamo riportato una bella vittoria. Il doppio dei voti. Viva Teora!
Tra questi viva mi addormentai e li avevo ancora nell'orecchio.
Il dì appresso, avutasi notizia della vittoria con novantasette voti in maggioranza, fu festa in tutto il collegio.
Si sparò in Andretta e Cairano, si sparò in Lacedonia e Teora, si sparò a Monteverde, e vi rispondevano gli spari de' pochi amici di Aquilonia. Dove la lotta era stata più viva, la gioia era più impetuosa.
Festa in tutto il collegio, fuori che in Morra. Lutto era nell'anima mia, e lutto era in Morra.
Nel primo ballottaggio avevo avuto in più settantasette voti. Ora erano novantasette. La mia presenza, il mio viaggio valeva dunque--venti voti! Metti che il mio avversario aveva avuti più voti che l'altra volta nel mio mandamento[84]. Io dunque mi sentivo umiliato sino in quel mandamento, dove mi promettevo l'unanimità. Aggiungi le proteste d'Andretta, e non ne potei più, traboccò la mia indignazione, e maledissi l'ora e il momento che mi trovai in questo ballo.
Che gente è questa, dicevo, che non intende cortesie e non convenienza e non sincerità, e spinge la lotta a un punto, dove tutto ciò che in noi è umano deve arrossire? Non voglio saperne di questa gente.
Dunque, per il peccatore deve soffrire il giusto? mi dicevano attorno.
E vedevo giungere nuovi amici di Andretta, di Cairano, di Teora, di Sant'Andrea, di Conza, mai Morra non fu così popolato. E tutti avevano sul viso quel punto interrogativo: Dunque, per il peccatore dee soffrire il giusto?
La mia indignazione ebbe i suoi periodi, come una febbre. Giunse alla massima intensità la sera, che la casa era piena di gente. Uscii di stanza, salutai in silenzio, nessuno parlava, gli era come in un mortorio. Finalmente, prese la parola uno di quei signori di Avellino, iti a Teora, e fece un vivo racconto della lotta ivi sostenuta, e della gioia che vi scoppiò in ultimo. Di tutto parlò, fuorchè di sè e dei suoi amici, a cui bastò l'animo, giunti in Morra il sabato, e non ci trovando alcun conoscente, venutimi tutti incontro, di fare a piedi il cammino sino a Teora per sei lunghe miglia e per vie impossibili.
Pure ero così cieco di collera, che tutto questo non mi commosse, anzi accresceva il mio dispetto, e più parlavano e più montavo. Cosa dissi e di che dissi, non ricordo più. L'orgoglio offeso delirava in me, i nervi tremavano, gli occhi scintillavano, avevo la voce dell'esaltato, l'accento appassionato ed eloquente di quella febbre interiore. Mentre, sentendomi calpesto, ponevo me sul piedistallo, ero ben piccolo.
La serata passò tristamente.
NOTE:
[79] Il De Sanctis accenna all'avv. Camillo Miele, di Andretta, uno dei più reputati avvocati del foro irpino e patriota provato. Il Miele faceva parte del _Comitato Elettorale della Sinistra_.