Un viaggio elettorale

Part 6

Chapter 63,967 wordsPublic domain

Giunto a mezzo del discorso, e propriamente alle cavillose proteste di Andretta, vidi il protestante[66] che mi stava quasi di rimpetto, e gli dissi pacatamente: quelle proteste non andavano fatte, certe cose, vere anche, non vanno divulgate, quando ci va di mezzo il decoro della patria. Pure vi ringrazio; perchè senza quelle proteste non sarei vostro deputato, risoluto come ero di accettare Sansevero, e a nuova elezione forse quell'altro sarebbe ito alla Camera.

Rimase stupito di un effetto così contrario alla intenzione, e forse in cuor suo dovè chiamare una bestia il sottile architetto di quei cavilli. Ah! povero innocente! E forse non comprese neppure l'ironia del mio ringraziamento. Ma non sanno quello che fanno, diceva il Cristo.

Finii e nessuno fiatò, e l'oratore non rispose. Erano convinti? alcuni sì, le loro facce si spianavano. Notai fra questi l'oratore, e gli diedi una stretta di mano. M'avviai per uscire, e dissi così camminando: badate che un solo voto contrario qui, nel mio mandamento, mi sarà un colpo di pugnale. Rimasero un momento come percossi, e tirarono il collo indietro.

--Ma via diteci la verità, sarete proprio nostro deputato?

--E ancora ne dubitate? da voi dipende.

--E poichè dipende da noi, dovè dire in cuor suo qualche biricchino, vuoi star fresco. Te ne daremo dei colpi di pugnale, te ne daremo.

Tornato a casa, mi gittai sul letto e mi addormentai. Le immagini giocavano nel cervello. Ed ecco, di una in un'altra, balzarmi avanti l'oratore, e fare il mio panegirico in tutta regola, e il protestante battere le mani e gridare: Onore al nostro deputato, al gran patriota, al grande scrittore! E mi vedevo molta folla intorno, e tutti mi applaudivano, e il mandamento era lì tutto intero, e pareva una persona e una voce.

Mi svegliai. Era un sogno! Ma i sogni, dicono, sono presagi.

Forse un giorno costoro mi saranno tutti amici. E io sarò il loro migliore amico.

NOTE:

[61] Comune di 4021 ab.

[62] Il farmacista Raffaele Martucci.

[63] Il dott. Michelantonio Alvino.

[64] L'avv. Francesco Pennetta.

[65] V. n. pag. 65.

[66] L'avv. Francesco Pennetta, che fu pure l'oratore contrario.

IX.

L'ultimo giorno

Napoli, 27 marzo.

Quel sogno era stato un adulatore. E come me ne compiacqui! In veglia la villania, in sogno l'apoteosi. Quel sogno era il mio amor proprio offeso che protestava contro gli atti villani e si decretava il trionfo.

A una certa età si comincia a rimbambire. O per usare una frase più rispettosa verso l'amor proprio, a una certa età ritroviamo gli affetti e i luoghi della prima giovinezza. In quel momento una buona accoglienza in Andretta valeva per me qualche cosa più che una buona accoglienza a Parigi. Il disinganno fu amaro, e quel sogno era la mia protesta e la mia vendetta, e me ne compiacqui. Poi, esaminandomi bene, arrossii di quel compiacimento, e vi trovai più vanità che orgoglio, anzi una fatuità puerile.

Però siccome in fondo a ogni orrore si trova la verità, quel sogno, spogliato della sua ridicola esagerazione, voleva in sostanza dir questo, che quella gente non l'aveva proprio con la mia persona, che la era sotto l'incubo di passioni locali e provinciali, travagliata ed educata abilmente a quel modo per parecchi anni; che ostinarsi ora in quella via era un puntiglio, o con parola più nobile un punto d'onore, e che, finita la lotta, e lasciate le cose al loro andamento naturale, noi eravamo tutti predestinati ad essere amici. Sicchè da quel sogno mi venne un bene e fu di purificare il mio animo d'ogni amarezza, e dispormi a guardare le cose con uno sguardo più tranquillo e più giusto.

Sentii dunque con tutta serenità le notizie di quell'ultimo giorno. Il figlio del mio competitore[67], un bravissimo giovane, di cui non avevo inteso dir che bene, mi andava disfacendo alle spalle in occulto quel lavoro che avevo fatto in palese. Piovevano nel collegio da parecchi giorni circolari, lettere e telegrammi in nome del comitato di Sinistra e dell'associazione del Progresso che quella buona gente confondevano insieme. E nessuno capiva un'acca di quella storia. «Cosa è quest'associazione del Progresso? mi domandavano. La si dovrebbe chiamare regresso, poi che combatte De Sanctis». Il loro buon senso rimaneva offeso, veggendomi con tanta persistenza combattuto da colleghi ed amici. Quelle lettere col timbro non mancavano di produrre un certo effetto sui semplici. Ma poi si ribellavano. Alcuni reagivano, e facevano risposte violente. Una finiva così: «Tenetevi voi il vostro amico, noi ci teniamo De Sanctis». Altri facevano gli occhioni e non si raccapezzavano. Chi rideva, chi s'incolleriva. Messi e corrieri attraversavano il collegio in tutte le direzioni. A tarda sera erano giunti in Andretta alcuni, e comunicate le istruzioni, proseguivano per Teora. Qui erano giunti da Avellino amici ed avversarii, e si contendevano aspramente il campo.

Non c'era che dire. Gli avversarii erano disciplinati, e ubbidivano alla consegna come soldati. E riflettei all'inconveniente dei piccoli collegi, dove un volgare cospiratore può far giocare come macchinette quel piccolo numero di elettori che gli basti a vincere. E non aveva poi tanto torto il mio teologo.

Il salotto era già pieno. Trovai lì mezza Cairano. Che bel vedere era quella brava gente, venuta di lontano, e ora col viso aperto, con gli occhi lieti, con le mani tese! Cairano non l'avevo visto mai. Pure sentivo che colà dovevano volermi un gran bene, e non conoscendo nessuno, stetti in mezzo a loro, come conoscessi tutti da lunghissimi anni. Pure avevo una spina. E giravo gli occhi, e non vedevo nessuno di quelli che avevo visitato in casa Alvino. E mi giunse una lettera del giovine oratore, nella quale m'informava come qualmente il Comitato che li dirigeva, contro il suo avviso, aveva loro vietato di venire nella casa comunale. Prometteva però che dopo il mio discorso sarebbero venuti a visitarmi, e mi faceva tante scuse, e mi esprimeva la sua stima, anzi la sua venerazione. Oimè! diss'io, costoro hanno pure un direttorio. E compatii al povero oratore, che voleva non disgustar me e non disubbidire a quelli. In quest'oblìo delle più volgari convenienze concepii cosa sono le passioni settarie.

Mi avviai alla casa comunale con grande accompagnamento di elettori. Lì presso vidi due fanciulli, tirati dalla curiosità, e con l'aria di chi faccia cosa proibita. Al mio comparire sulla piazzetta l'uno si tirò indietro, come per darsela a gambe, e l'altro guardava me che andavo a lui, con un certo sdegno negli occhi, e con un certo riso sardonico, che non poteva uscire sulle labbra, tenuto indietro, rispetto o paura che fosse, e che pur dava alla sua fisonomia una espressione ironica. Era un bel fanciulletto[68], e mi pareva in quell'atteggiamento un piccolo Farinata. Che gran male gli avranno detto di me! pensai, e lo presi per mano, e gli dissi: «chi è tuo padre?--Miele.--Ebbene, ti auguro che sii migliore di tuo padre». Quel motto era una riminiscenza de' fanciulli di Calitri, i buoni padri debbono desiderare figliuoli migliori di loro. Pure, preso alla lettera, quel detto poteva sonare una ingiuria, e lo spiegai subito a' vicini per tema che mi attribuissero una così bassa intenzione.

Entrai. Sala pienissima, grande aspettazione. Sbirciai verso la porta quel tale amico Diogene, che a volte faceva capolino dentro, situato in modo il nostro filosofo da poter dire di esserci e di non esserci. Non uno di quei della sera. Il Direttorio era stato ubbidito. Vidi però con piacere qualcuno di Cairano ch'era lì malgrado il Direttorio e glie ne tenni conto.

Cosa dissi? Poco me ne rammento. Avevo già detto la sera tutto quello che era a dire. E a ripetere non mi ci trovo. Non ho mai ripetuta una lezione. E un dì che gli studenti vollero un _bis_, riuscii freddo e sguaiato, pur dicendo quel medesimo che il dì innanzi aveva mossi tanti applausi. Doveva ora dire altro o trattare la stessa materia in altro modo. Ma non ci ebbi tempo, nè voglia.

Avevo innanzi un uditorio simpatico, già commosso e mezzo intenerito, gli applausi erano in aria, prima che aprissi bocca. C'era in quel punto una specie di parentela tra le nostre anime, m'indovinavano prima che compissi il pensiero, e applaudivano e non si saziavano di applaudire: l'affetto rendeva veloce l'intelligenza. Abbandonato al caso, commosso, smarrito, trasportato come un fuscello di paglia in mezzo alle onde, io mi sentiva dolcemente annegato nel mio uditorio. Mi pareva che non parlass'io: o piuttosto ch'io fossi una eco, una voce del coro; così mi sentivo uno con tutti. Posso io rifare quei momenti deliziosi? rigenerare con la volontà quella generazione spontanea?

Tornai tutto esaltato in me. Lo avevo detto spesso: ma allora mi sentivo davvero tra miei concittadini. Dall'alto di quel piedistallo che mi aveva alzato il loro affetto, quanto mi parevano piccoli i miei avversarii!

La folla mi seguiva nel salotto, e stavo così bene in mezzo a quell'amabile confusione, prodotta da un affetto impaziente, che tutti nello steso tempo volevano espandere. E viene a me quel caro Mauro, il padrone di casa, zitto, zitto, piano, piano, e mi tira in disparte, e mi susurra all'orecchio ponendosi l'indice sul labbro, che mi pareva don Abbondio, quando diceva: per amor del cielo! Cosa è nato? dicevo, alzando la voce, e mezzo stordito. E lui: Mio cognato! e mi tirava, guardandomi con certi occhi pietosi e abbassando più la voce.

Questo signor cognato era giunto di Avellino, ed era il capo nominale della parte avversaria, bonomo, tenuto un pezzo grosso in paese, e vano di quell'onore, di esser dietro lui il capo. Ora il signor cognato era un gentiluomo, e teneva a mostrarsi gentile e voleva sì farmi visita, ma zitto, zitto, piano, piano, che nessuno ne sapesse niente. Ed entrò per una porticina secreta, e lo trovai in un salottino. Viso magro, lungo e scuro, privo d'ogni espressione, come d'ogni colore. Modi civili, se non distinti. Finite le generalità della conversazione, promise... ma zitto, e il bravo Mauro accompagnava quel zitto cogli occhi, promise il suo voto, e... il suo voto solo. Posso fare di più? pareva dicesse, allargando le mani e chinando il petto. Risposi che non ero venuto a carpir voti.--Ah! e cacciò fuori un grosso sospiro, come chi si senta alleviato, e dunque? Dunque non tenete a' voti! e posso dirlo anche agli altri. Voi non siete venuto qui per avere i voti! E posso dirlo anche agli altri.--Servitevi.

Il bonomo, che aveva presa alla lettera quella forma di dire delicata, era fuori dei panni, e la gioia comparsagli sulle labbra dava una certa espressione a quella fisonomia. Mi levai freddo, e gli diedi una stretta ufficiale di mano. E dicevo: il teologo aveva ragione. Qui la gentilezza è presa a rovescio, e vogliono loro si parli a lettere di scatola.

Il desinare mi parve lunghissimo. Sentivo nell'orecchio Morra, il mio paese nativo, che mi gridava: Vieni! Dovetti combattere con l'estrema gentilezza de' padroni di casa che volevano trattenermi, e con tanti bravi elettori, che mi facevano istanza perchè rimanessi anche il dì appresso.

--Ma vi pare? è il giorno della votazione. Il mio posto domani non è qui.

--Prendete ancora un bocconcino, mi suggeriva Mauro cheto, cheto. Ad andare c'è tempo.

--Grazie. Ne ho presi tanti di bocconcini. Andiamo.

--E il caffè? Non volete prendere il caffè? diceva un terzo in aria di scandalo, come volesse dirmi: una tavola senza caffè, dove s'è letto?

--Hai ragione, compare.

E così, tra bocconcini e caffè e bicchierini e chiacchiere, avvenne che ci mettemmo in via tardi, ed era notte quando giungemmo in Guardia Lombardi.

Guardia è il paese della provincia più alto sul livello del mare, e la strada che vi menava non era una gran bella cosa. Mi pareva non giungessi mai, ed era già bujo.

Mi avvertì dell'arrivo un gran rumore, confuso tra una luce fosca. Erano torce, e scalpitare di cavalli, e spari di mortaretti, e vive acclamazioni. I signori di Morra m'erano venuti incontri fin lì, accompagnati da una folla di popolo minuto, coi soliti monelli, che con l'energia curiosa delle loro mosse, saltando, vociando, davano vivezza allo spettacolo. Volevo scendere, ma non vollero; ci è tanto ancora da andare, dicevano. E mi caracollavano intorno, e poi via a corsa, tra l'infinito vocìo della turba, estatica innanzi allo spettacolo, ed essa medesima spettacolo. Andammo così un pezzo, quando mi apparve in lontananza una gentile collina tutta illuminata, sì che parea giorno. È Guardia quello? diss'io, meravigliato che ancora tanto lontano. «Che Guardia? Guardia l'abbiamo passato. La è Morra, guarda, parato a festa». In quella confusione ero passato per Guardia, e non me n'ero accorto.

Ecco, nuova gente, a dritta e a manca, e ingrossarsi più e divenire folla in piazza. Non scesi, mi precipitai, e caddi nelle braccia del mio piccolo cugino Aniello, e lo tenni stretto al petto.

Rividi amici, compari, parenti, famiglia, ad ogni passo nuove strette di mano. Oimè! mancava uno, a cui avrei dovuto baciare la mano. E in quella gioia non ci pensai.

Fui alla casa paterna, entrai nella stanza dov'ero nato, assegnatami con gentile pensiero da quel mio cugino, piccolo di statura, non d'ingegno e di coltura. Avrei voluto abbracciare, baciare que' di casa, dire tante cose, ma la folla si faceva più fitta e le acclamazioni più vive. Mi convenne uscire, e piantato sui gradini di casa, dissi: «amici miei, grazie. Voi mi decretate il trionfo prima della vittoria. Pensiamo a vincere, e domani non un solo morrese manchi all'appello.» Levarono le mani, promisero e mantennero la promessa.

«Ora andate che è tardi. Domani vi converrà levarvi per tempo, che la via è lunga». Piovigginava già. Il tempo mantenutosi tra sereno e fosco, sempre asciutto in quei lunghissimi sei giorni, sembrava volesse perder la pazienza e farne una delle sue proprio nel dì del combattimento.

Rimasti soli, abbracciai la nipotina e zia Teresa[69] e la cugina, e riabbracciai Aniello. Visto la sorella[70] «e a te, dissi, un bacio a te, martire di casa mia». Quella povera donna, morta la madre, non s'era voluta maritare, ed era madre a tutti noi. Piangeva, e quel pianto era il racconto della sua gioia e delle sue pene, piangeva ridendo. Mi parve ben mutata dal dì che la vidi. Aveva sulla faccia la fresca morte di nostro padre.

Non potei chiuder occhio. Quella stanza era piena di memorie. Il letto era proprio a quel posto, dove era già il letto di padre e madre. E lì, in fondo, presso la finestra, era il mio letticciuolo, fanciullo appena di sei anni. Mi ricordo. Avevo sogni spaventosi, piangevo e strillavo forte, e la madre[71] era là, che mi vegliava o mi asciugava gli occhi. E ora non c'è più. Mi lasciò ch'ero ancora giovane. E anche mio padre[72] m'ha lasciato.

NOTE:

[67] L'avv. Giovanni Soldi, uno dei più reputati penalisti del Foro di Avellino. Morì nel 1901, in Corte di Assise, mentre era al suo posto di difensore.

[68] Era questi l'attuale ex-sindaco cav. Giuseppe Miele di Amato, appartenente a distinta e patriottica famiglia, della quale basti ricordare l'arciprete Antonio Miele, già deputato di Lacedonia, l'avv. Camillo Miele e l'avv. Giuseppe Miele--tutti patrioti provati.

[69] Consorte in seconde nozze dello zio del De Sanctis, a nome Pietro De Sanctis.

[70] Letizia De Sanctis.

[71] Maria Agnese Manzi, della quale il De Sanctis parla lungamente nel volume _La Giovinezza_, edita a cura del Villari. Morì il 12 maggio 1847.

[72] Alessandro De Sanctis, dottor di leggi, morì dopo di aver visto la luminosa carriera del suo diletto Ciccillo, che egli, vecchio _carbonaro_, prediligeva. Morì il 25 marzo 1874.

X.

Morra Irpino

Napoli, 28 marzo.

Oggi è dì Pasqua, e tanti augurii a' miei Morresi, poichè sono a parlar di loro.

A' quali morresi non basta esser detti di Morra, e si sono aggiunti un titolo di nobiltà, e si chiamano degli Irpini. La discendenza, come vedete, è assai rispettabile, e gli è come dire: antichi quanto gl'Irpini.

A Morra corre un motto, nato non si sa come, nè quando, ma esso pure di rispettabile origine, perchè nella mia fanciullezza lo trovai già antico in bocca ai nonni e alle nonne. E il motto è questo: Napoli è Napoli, e Morra passa tutto. Altri poi, esagerando più, vi mettono una variante, e dicono: Che Napoli e Napoli? Morra passa tutto.

Questa boria locale annunzia già che la virtù principale di quegli abitanti non è la modestia. Ma un po' di vanità non guasta, anzi dà buoni frutti, quando ci sia dentro una lega d'orgoglio. E il primo frutto è questo che ti rende affezionato al tuo paese, sicchè tu non debba dire a viso basso: sono di Morra. Poi, un morrese mette una specie di civetteria a ben comparire lui e a far ben comparire il paese. E indossa gli abiti nuovi il dì di festa, e sa far bene gli onori di casa all'ospite, ama una certa decenza di forme, e se non è ancora gentile, non lo puoi dire grossolano. Raro è che un morrese sia avaro, anzi spende volentieri, e lo stesso gusto hanno gli amministratori del comune. Hanno voluto che a Morra ci si vada in carrozza, e hanno costruita la _Via Nuova_, che costa un occhio. Hanno voluto ancora rettificare e rinnovare le strade interne, e darsi il lusso de' lampioni; sicchè Morra di sera è un bello vedere, massime chi lo guardi da lungi e d'allo alto, come fec'io venendo di Guardia. E hanno pensato anche a' morti, e Morra ha oggi il suo bel camposanto. Tutto questo ha costato una bella moneta, che ha fatto un po' mormorare i rigidi custodi dell'antica parsimonia, ma oggi la spesa è fatta, e di Morra così com'è sono contenti tutti.

Cosa era Morra in antico, nessuno sa[73]. E mi pare che quando si pretende a gloriose origini, la vanità avrebbe dovuto avere un po' di cura a conservare quelle memorie. Una vaga tradizione accenna alla presenza di Annibale in quella parte, che vi avrebbe edificato un campo militare, occupato poi da' Romani, e divenuto Morra. Il fatto è che Morra non ha storia. E ciò che ha potuto essere, non si può concetturare che dalla sua topografia.

Il nocciolo di Morra è il monte delle Croci, o il Calvario, o anche della passione, ch'è una vera _via crucis_, dove gli abitanti nella settimana santa andavano a celebrarvi i Misteri. A pie' del monte era l'antico cimitero, il quale con esso il monte formava il così detto territorio sacro, chiamato anche la costa, a cui si contrappongono i _Piani_, che è quanto dire la pianura.

Dal cimitero partono due strade, di cui l'una non è che il prolungamento della costa, con case sparse a dritta e a manca, l'altra un po' più a destra e là dove la costa è più inclinata, e scende e scende sempre.

La prima sembra un braccio della costa, insino a che si eleva e forma una bella altura o collina, sulla quale torreggia il castello, o come dicono, il palazzo del principe, che poco starà a divenire un granaio e un fenile. Il palazzo è immenso verso la piccolezza del paese, e doveva essere _in illo tempore_ esso tutto Morra, aggiuntovi quel piccolo spazio, che a sinistra ha casa De Sanctis[74], a dritta casa De Paola, e in mezzo la chiesa, grande anch'essa e con una bella piazza innanzi. La strada, correndo diritta e piana e ampia innanzi al palazzo, come per rendere omaggio al signore del luogo, tutt'a un tratto si restringe, si abbassa, e corre rapida verso giù a formare una gentile stradetta, chiamata _Dietro Corte_, sulla quale guarda casa De Sanctis e dopo di aver formata una gran piazza, precipita giù.

Dietro Corte! Sicchè quello spazio, che domina, doveva essere Corte anch'esso, dimora de' vassalli e servitori, di Corte, un bell'onore in verità per i miei antenati!

A questo braccio della costa, su cui sorge l'antico Morra, corre parallela l'altra strada, che andando sempre in giù mena al Feudo, il vasto territorio del principe. Scendendo, si arresta sul principio due o tre volte, e forma brevi pianure o piazze, quasi a riposarsi e a pigliar nuova lena alla discesa.

Morra si è ito poco a poco allargando su queste due strade, sulla costa e sul pendìo, sull'altura e sulla discesa, e hai l'alto e il basso Morra, che sottoposta ti dà l'antico e il nuovo Morra. La via Nuova s'imbocca nella strada a destra, dov'è il pendìo della costa, e diviene il Toledo di Morra, una strada interna, oggi rifatta a nuovo, che attraversa il paese. Ivi è l'entrata, nobile e presentabile, l'entrata in carrozza, e sei subito in piazza, un magnifico altipiano, su cui guarda la chiesa della Nunziata, di antica architettura, col suo porticato di un aspetto severo, e ai lati hai parecchie case di antiche famiglie, oggi spente o ammiserite, come sono i Cicirelli, i Grippo, i Sarni, abitate da nuovi padroni. La strada scende poi quasi senza pigliar fiato, costeggiata di case, fino a casa Manzi[75], dove, raggiunta dalla strada di sopra, formando una piazzetta, piega a dritta, e rasentando casa Del Buono, va a formar via de' Fossi innanzi a casa Donatelli. Il nome della via indica già che lì è il punto massimo dell'abbassamento, sicchè, dopo una breve fermata, dov'è l'ultima piazza, con la sua chiesa di San Rocco e il suo obelisco su cui pompeggia la statua del Santo e le sue graziose case intorno, la discesa è così ripida, che il paese non si è potuto tendere più da quel lato.

Dunque una costa in pendìo avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere, posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di Sant'Angiolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e colassù vedi Sant'Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella, e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra è la valle dell'Isca, impetuoso torrente che va a congiungersi coll'Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e ti mostra Andretta, e il castello di Gairano, avanguardia di Conza, e Sant'Andrea. L'occhio non appagato, navigando per quell'infinito, si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balìa dell'immaginazione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il Vesuvio quando fiammeggia, e a mancina corre là dov'è Campagna. Non ci è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c'è quasi alcun morrese, che non possa dire: io posseggo con l'occhio vasti spazii di terra.

Chi gitta un'occhiata sull'ossatura di questo paese può almanaccare sulla sua storia. In alto è il medio evo col suo castello di Castiglione e a' fianchi il Monastero di Santa Regina. Più che un paese, era un campo murato, con le due sue porte, poste in sito vantaggiosissimo alla difesa. Tale doveva essere ancora Guardia Lombardi, che sta in luogo così eminente: e quando io vedo tutti quei paesi sulle vette, concepisco tempi selvaggi di uomini contro uomini, ne' quali si cercava riparo sulle cime de' monti, come nel diluvio. Lì stava quel campo chiuso col suo castello e la sua chiesa e il cimitero e il calvario e il monastero, con quella mescolanza di sacro e di profano, di castellani e di frati, di alabarde e di corone, di peccati e di penitenze, di balli e di missioni, che portava il tempo. E ora tutto è in rovina, crollate o crollanti le case sulle falde della costa, e veri letamai in più d'uno di quei luoghi abbandonati. Colassù stesso dove il barone chiamava a raccolta la sua gente d'arme, e dove gli allegri canti in onore della castellana si stendevano per quel dolce azzurro infinito, non è rimasto di vivo e d'interessante che un'ottima cantina; e il silenzio funebre della giornata non è rotto che solo la sera dal rantolo del gioco alla morra e dalle orgie clamorose dei bevitori, illuminati da' bei riflessi del sole che si nasconde.