Part 5
Vidi Calitri in un mal momento. La strada era una fangaia; ci si vedeva poco, e un freddo acuto mi metteva i brividi. A sinistra era una specie di torrione oscuro, che pareva mi volesse bombardare; a destra una fitta nebbia involveva tutto; l'aria era nevosa, e il cielo grigio tristamente monotono. Salii a una gentile piazzetta, e passando sotto gli sguardi curiosi di molte donne ferme lì sulle botteghe, volsi a mancina in una specie di grotta sudicia che voleva essere un porticato, e giunsi in casa Tozzoli. Mi stava in capo che Calitri doveva essere una grande città e molto ricca; i Berrillo, i Zampaglione, i Tozzoli[55] erano i nomi grossi della mia fanciullezza, e mi pareva che la città dovesse corrispondere alla grandezza di quei nomi. A quel ragguaglio la mi parve cosa meschina. Ciascuno fa il luogo dove si trova, a sua imagine. O come questi cittadini, che dicono così ricchi, non hanno avuto ambizione di trasformare la loro città e farla degna dimora di loro signorie? Non conoscevo le case, ma quelle strade erano impresentabili, e danno del paese una cattiva impressione a chi giunge nuovo; le strade sono pel paese quello che il vestire è per l'uomo. A tavola, cercai con garbo investigare le condizioni morali del paese, ma ne cavai poco. Frizzi, sarcasmi, ironie s'incrociavano de' presenti contro gli assenti; c'era lì del guelfo e del ghibellino, lotta di famiglie lotta d'interessi, passioni vive e dense, col nuovo alimento che viene da' piccoli centri, dove non si pensa che a quello solo. Gittarmi entro a quell'incendio mi pareva pazzia. Parlai discreto e modesto e mi volsi al Tozzoli, e cercai altra materia, e cominciammo a politicare. Lui era giovine sinistra, cioè quella sinistra del 65, composta il più di ricchi proprietarii, e di notabili locali, che gittarono giù la così detta consorteria e vennero al Parlamento a protestare contro la cattiva amministrazione. Stranieri alle lotte politiche, uomini nuovi, come allora erano chiamati, conservatori per posizione e per educazione, espressione per lunga esperienza degl'interessi meridionali e locali, accettarono i nuovi ordini, e divenuti partecipi della vita italiana furono co' piemontesi della Permanente e con gli amici del Rattazzi la base di quella opposizione costituzionale, senza di cui non è possibile un governo regolare. Molti antichi e rispettati patrioti allora rimasero sul terreno, e se ne dolsero; e non pensarono che quella vittoria degli uomini nuovi, attirati nella vita italiana, se era in apparenza una reazione contro una soverchia e troppo affrettata unificazione che spostava tanti interessi, era nella realtà un gran progresso. E se alcuni biasimano me di avere alzata quella bandiera, io me ne tengo, anzi considero quello come il mio più meritevole atto politico. E l'importanza del fatto fu anche in questo, che quegli uomini nuovi, i quali in condizioni normali sarebbero andati naturalmente a cadere in mezzo alla destra, per la natura del movimento impresso agli spiriti poggiarono a sinistra, e divennero un motore non piccolo al compimento dell'unità nazionale. A quel tempo m'era a' fianchi il Tozzoli, giovine intelligente e operoso, e fu tra quelli che ebbe più chiaro il concetto di quel moto politico.
E ora si tratta di condurre quel moto alla sua naturale conclusione, disse lui.
Una opposizione correttamente costituzionale non l'abbiamo ancora. Il nome non basta, ci vuole la cosa.
Hai ragione, diss'io. Però un passo notevole si è fatto, quando in Parlamento si è parlato alto e chiaro ad amici e ad avversarii.
Lui sorrise, poi aggiunse: i nomi sono nomi, e i discorsi sono discorsi. Tutti dicono a un modo; bada a quello che fanno. Se per esempio alcuni facessero i rossi a Napoli e i moderati a Roma, saresti contento? se alcuni si chiamassero opposizione costituzionale, e usassero linguaggio contrario, estremamente scorretto, ne' loro giornali, saresti contento? Ora il pubblico si è svezzato, e non lo puoi più abbindolare co' nomi, e non ha fiducia quando i fatti non vi rispondono.
Molto di vero e di savio era in queste considerazioni. Poi mi fece le più calde istanze, perchè accettassi la deputazione di quel collegio. Non badare al numero dei voti, diceva; la forza delle cose è tale, che, ove accetti, nessuno poi ti farà più opposizione. Io rimasi pensoso. Ritiratomi, scrissi lettere a Teora, a Conza, a Sant'Andrea, dove, cosa incredibile, ma vera, non si potea andare in carrozza, sicchè tutto un mandamento era come sequestrato dal collegio. Feci le mie scuse, come le avevo fatte a' sindaci di Aquilonia e Monteverde[56], paesi che si trovano nella stessa condizione. E scrissi a tutti compendiosamente quello che ero andato qua e là discorrendo a voce. Mi allargai alquanto nella lettera a Romualdo Cassitto, vecchio e provato patriota, presidente dell'ufficio elettorale del mandamento di Teora.
La mattina mi levai tardi. Sentivo già la stanchezza di quella vita in moto continuo, con tante emozioni. Stetti raccolto la mia mezz'oretta. Poi uscii. Trovai nel salotto molta gente. Mi fu presentato Berrillo[57]. Il sindaco? diss'io, stendendogli la mano. No, il sindaco è prete, dissero. Guardai quel Berrillo, aria distinta e civilissima. E lo ringraziai della visita. La condotta del sindaco m'aveva così male impressionato, ch'ero divenuto sensitivo ad ogni menoma gentilezza[58]. Domandai dell'arciprete; ch'era come dire: perchè non viene a vedermi? Seppi ch'era malato, e mi rimprovero di non essere andato io da lui. Ma in quella confusione mi scappò. Preti, uno, o due. E pensai che non dovevo essere appo loro in odore di santità. Come mi avranno dipinto qui! Ma, mi sentiranno.
E mi avviavo già alla casa comunale, quando mi fu porta una lettera del sindaco. Diceva così:
«Se lei vuole venire nella casa comunale, padronissimo, ma la prevengo che non permetterò che vi si tengano riunioni elettorali politiche».
Lessi e rilessi, e tutti mi guardavano, come volessero cogliere nella espressione del mio viso il senso della lettera. Il sindaco l'ha fatta grossa, diceva il mio viso oscuro e contratto. E senza più, lessi ad alta voce quella lettera modello.
Non è che questo? disse uno. Venga, andremo in casa dell'assessore. E io m'avviai macchinalmente con gli altri.
Questa prontezza di risposta m'era indizio che gli amici avevano qualche vento di quella strana risoluzione, e avevano tutto apparecchiato in altra stanza. Vidi per via gente aggruppata, che mi guardavano, in atto rispettoso, ma freddo. Entrai, trovai il salotto già pieno, e nella stanza attigua affollati i fanciulli delle scuole, ingegnosa idea per far numero e palliarmi l'assenza degli avversarii. Ma la cattiva impressione l'avevo già ricevuta in Lacedonia, ed era già in parte scontata, sicchè mi parve cosa quasi regolare. Indovinavo quali passioni dovevano impedire quegli abitanti di trovarsi uniti nello stesso luogo. E cominciai subito.
«Io vengo qui con un cielo fosco, come sono i vostri animi. E non vengo già ad accattar voti, ad acquistarmi aderenti: siete voi che dovete conquistare me. Deputato di altro collegio[59] a cui mi lega lunga e salda comunanza di pensieri e di sentimenti, prometto di esser vostro, e la condizione è in vostra mano: unitevi tutti, rimanga il mio nome alto sulle vostre divisioni locali. Io ve lo scrissi già; l'equivoco non era possibile qui. Io scrissi: se tutta intera la mia vita spesa a illustrare la patria non vale a dare al mio nome tale autorità, che stia fuori delle vostre passioni locali, a che giova il mio nome? Gittatelo nell'Ofanto, e dimenticatemi per sempre». Questo era il significato della mia elezione, così solo potevo essere utile, questo sentì quel giovinetto, che m'invocava ne' suoi versi, e diceva: siate per noi l'angiolo della Pace. E non voglia Dio che un dì si abbia a dire che qui i fanciulli mi compresero meglio de' padri loro co' capelli bianchi. Del resto, questo è il progresso; i giovani saranno migliori de' padri; anche per Calitri verrà il progresso. Guardate lì il sole, che si eleva e caccia e abbassa le nebbie; io saluto il sole di Calitri, che dissiperà le vostre nebbie, e saluto questi giovinetti, la nuova Calitri, sede di civiltà e di gentilezza.
Non mancarono gli applausi, e ciò che mi piacque più colsi una commozione, che in alcuni giunse fino alla lacrima. In verità, io non spargeva su quel paese rose e fiori. Le punture erano delicatissime, ma erano punture. E quello averle sentite era già un avviamento alla nuova Calitri.
La sera dovevo essere in Andretta. E vuol dire che dovevo rifare la via e poi farne quasi altrettanto. Mi si facea fretta, e anche io avevo fretta. Sicchè poco poi ci rimettemmo in cammino.
Con molto seguito di amici attraversai il paese, guardato questa volta dal popolo con maggiore espansione. Notai nell'aria e nei modi una serietà che mi fece buona impressione. Alcuni popolani stavano lì ritti sulla piazza con una gravità di senatori romani. Dev'essere un popolo tenace e lavoratore, a testa alta, e ne augurai bene.
Mi dissero che i carabinieri, volendo fare gli onori al deputato, si offrivano ad accompagnarmi. Del pensiero gentile mi compiacqui e dissi: «deputato, tengo ad onore l'accompagnamento de' reali carabinieri; ma qui sono candidato, e non voglio nulla di mezzo tra me e i miei elettori. Vogliate loro esprimere i miei ringraziamenti». E feci in mente un curioso paragone tra quel sindaco che non rispettò in me nè la mia persona, nè il mio grado, e non mi tenne degno di alcuno onore, e quei carabinieri così civili, che ebbero un pensiero tanto delicato.
Scesi sulla strada, dove ci attendevano le carrozze, mi volsi a guardare la nemica città, e rividi quel torrione fatto oscuro da' secoli, che mi guardava minaccioso, quasi volesse dirmi: qui sarai sconfitto. Ed ecco un corriere tutto anelante, che ci annuncia l'arrivo di parecchi elettori di Sant'Andrea, i quali, avuta la mia lettera, venivano a farmi visita. Giunsero poco poi, affannati e ridenti. Vidi facce espansive e sincere. Quella brava gente si sentiva felice di esser giunta a tempo, venuta di così lontano, e di vedermi e di stringer la mia mano. E mi riferirono che Sant'Andrea era tutta per me, e quasi tutta la storica Conza, com'io l'avevo chiamata, e in gran parte anche Teora[60]. E io ebbi un momento di superbia, e mi rivolsi a quel torrione minaccioso, e dissi: Calitri mi vuol bombardare, e sarà bombardata, e la nostra vittoria sarà vittoria sua, sarà la prima pagina della nuova Calitri.
Poi risi io stesso di quella bravata; e fattomisi cerchio intorno, mentre io prometteva una visita quandochessia al mandamento di Teora, ecco venire a corsa un altro, e portarmi... i biglietti di visita dei signori Zampaglione, i ricchissimi di quel paese. E dire poi che Calitri non fu gentile!
Anche per Calitri verrà il progresso. E forse un giorno qualche fortunato mortale scriverà un nuovo capitolo, intitolato: il Sole di Calitri.
NOTE:
[53] 7542 ab.
[54] Era infatti il sac. Pasquale Berrilli, inviso alla parte popolare di Calitri.
[55] I Berrilli, i Zampaglione e i Tozzoli sono le tre famiglie quasi feudali di Calitri.
[56] Questa lettera venne recapitata dal pro-sindaco del tempo, dott. chimico Antonio Capobianco, il quale chiese ed ottenne più tardi che il De Sanctis visitasse la sua Monteverde. In quell'occasione le accoglienze furono assai festose.
[57] Il cav. Giuseppe Nicola Berrilli.
[58] V. nota a pag. 53.
[59] Sansevero
[60] Quando venne ripristinato il Collegio uninominale i Comuni di Teora, Conza, Sant'Andrea e la stessa Morra vennero aggregati al Collegio di S. Angelo dei Lombardi; e, in loro vece, vennero aggiunti al Collegio di Lacedonia, Castelbaronia, Trevico, S. Sossio Baronia, Carife, Vallata e San Nicola Baronia.
VIII.
Andretta la cavillosa[61]
Roma, 22 marzo
Così ho inteso qualificare questo paese da alcuni, a cagione delle proteste fatte nel ballottaggio, che rivelavano a gran distanza un sottile spirito avvocatesco. E niente è più contrario alla mia natura schietta; perchè il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza e quasi il vanto della menzogna. Riconoscere l'errore o il torto o la sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare, questo è il segno della vera forza de' popoli e degl'individui. Alcuni tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d'ingegno, anzi lo spirito cavilloso è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio, esprime anche la menzogna per rispetto all'ingegno, è un falso ingegno, sperduto nei particolari, a cui è negata la vista della verità. I grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è carattere della mediocrità. Ma come il mondo è dei mediocri, uno spirito cavilloso s'impadronisce con facilità della moltitudine e se la tira appresso, e il difetto di uno apparisce difetto di molti. L'epiteto dunque che ho inteso da alcuni dare ad Andretta, è una figura rettorica, un soverchio generalizzare, e va riferito più propriamente a qualcuno troppo ingegnoso di quel paese: rendiamo giustizia al merito.
Andretta è il capoluogo del mandamento di cui fa parte la mia terra nativa, ed è forse il primo nome di paese che imparai nella mia fanciullezza. Affacciato al balcone di casa mia dicevano: guarda quel paese lì dirimpetto sul monte, si chiama Andretta.
Era da quarant'anni che non l'avevo più vista, e ora ci stavo già in fantasia, presago delle liete accoglienze, e col core pieno, impaziente di riversarsi. Lì poi, dicevo, sono come in casa mia, e non vi troverò più avversarii.
Rifatta la strada di Calitri, giunsi ad una svoltata, che mena ad Andretta. Ci fermammo alcuni minuti. Il bravo Ciminale, che mi aveva fatto con lauta gentilezza gli onori di Casa Ripandelli, si congedò. Don Pietro, che aveva voluto accompagnarmi a Calitri, ripigliò la via di Bisaccia, dispiacente che non s'era dato avviso del mio arrivo agli amici di Bisaccia, i quali avrebbero voluto risalutarmi. Strinsi la mano a quel giovine egregio, che non dimenticherò più, fiore di cortesia.
E via per Andretta. Avanti, avanti. Non si parlava, si correva col pensiero insieme co' cavalli.
Era ancora giorno, quando sentimmo venire a noi una cavalcata tutta festosa, con l'aria di chi dicesse; finalmente! Era innanzi il Sindaco[62], che scese subito e mi salutò in nome del paese. Giovine bruno, bassotto, con gli occhi di un fuoco concentrato, tutto gesti e attacchi, e con un piglio di me ne rido.
Più avanti incontrammo in carrozza Giambattista Mauro, cima di galantuomo, compagno di casa e di studio della prima giovinezza. Entrammo in Andretta tra gli spari ed i viva, e il core mi batteva, come se rivedessi mio padre dopo lunga assenza. Avrei voluto con una sola abbracciata stringere al mio cuore tutti.
Camminando per vie strette ed accalcate, mi volsi indietro a un gran vocìo. Era un diverbio tra il sindaco e un altro[63], e si regalavano parole poco belle, e la gente faceva ressa intorno, contenuta appena da due carabinieri, che sembravano fra quelli i meglio educati. Rifeci i passi. M'informarono che alcuni volevano gli spari e i viva; e alcuni non li volevano. «E questi hanno ragione, dissi, gli spari sono roba da medio evo, smettete. Non è così che si onora de Sanctis». I carabinieri mi sorridevano, vedendo in me l'amico dell'ordine e della legge. E quell'altro, tutto glorioso che gli avevo dato ragione, mi si pose ai fianchi, e come da un luogo inviolabile, ne diceva delle belle al sindaco, che stava un po' innanzi. Costui, poco paziente per natura, frenato appena dalla mia presenza, sotto la percossa di quel linguaggio, ora levava le spalle, disprezzando, ora faceva il sordo, ora si volgeva improvviso con certe contrazioni nella faccia, e guardava me. Cercai di rabbonirli. «In questo paese, dissi, si è troppo lesti alle parole, e parola poco misurata genera fatti simili». Ma io sono l'Autorità, ribatteva il sindaco, sono l'Autorità, si dee in me rispettare l'Autorità. Che? che? diceva l'altro, guardate che bella Autorità! e lo indicava col braccio teso, e quel braccio teso diceva come una carta di villanie. Il sindaco, posto tra il suo rispetto verso di me, e la sua natura più provocatrice che tollerante, non resse alla pena, e sbuffando andò via. Scrisse poi al sottoprefetto: tumulti in Andretta: mandate carabinieri. Così quel tafferuglio fu alzato a dignità di tumulto.
Intanto quell'altro mi stava attaccato a' fianchi, e mi disse: Stasera dovete venire in casa mia--E chi siete voi?--Sono Alvino--Questo nome non mi giunge nuovo. Ricordo Domenicantonio Alvino--Appunto. E io sono di quella famiglia.
Lo guardai. Mai più non avrei ravvisato un Alvino in quelle spoglie. Aveva la camicia poco amica del bucato, di tela ordinaria, con lo sparato aperto, anzi spalancato, e i capelli scarmigliati, e la barba incolta, e viso e mani di una nettezza dubbia. Non potevi dirlo un contadino, perchè aveva quella certa aria di distinzione, che dà la coltura, e a vederlo così non potevi dirlo un gentiluomo. Poteva essere un eccentrico, come Diogene. Aveva poi certi occhi equivoci che volevano essere carezzevoli.
In casa mia è stato il vostro nipotino parecchio tempo, mi diceva con quel tono impaziente di voce, che voleva significare come non lo sapete?
--Ma io vado in casa Mauro. Sapete pure che con Giambattista ci siamo cresciuti insieme.
Ma io non vi dico di no. Dico solo, che veniate ora a casa mia, dove vi attendono parecchi elettori. E se volete condurre con voi Mauro, padrone, abbiamo bisogno di domandarvi tante cose.
--E appunto per questo vengo io. Domani parlerò a tutti gli elettori. Venite nella casa comunale.
--Per far piacere al sindaco?
--Cosa ci entra qui il sindaco? La casa comunale è casa di tutti.
--Bene. Venite ora a casa.
E non fu possibile tirarlo di là. Il senso delle mie parole era: ma vi par discrezione codesta, dopo una giornata così faticosa, quando ho bisogno di riposo, e non di venire a battagliare con voi? E non glielo potei far comprendere.
--Dunque venite.
--Dunque verrò.
Mi piaceva che i miei avversarii di Andretta non si tenevano celati, anzi desideravano di vedermi e di udirmi. E ne trassi un buon augurio, con la facilità solita di fabbricare il mondo come lo vogliamo.
Pensai dunque, così stanco come ero, di soddisfarli. E preso con me il sindaco di Morra che li conosceva tutti, vi andai.
Entrai in un salotto abbastanza decente, dove potevano star raccolti una settantina di elettori: così giudicai a occhio. Stavano seduti, in aria grave di giudici. Caspita, pensai, costoro pigliano sul serio la loro sovranità. Alvino mi accompagnò a un tavolino là in fondo, con tappeto verde, e m'invitò a sedere. Io ero stupefatto. Venivo di così lontano, dopo tanto tempo, tra' miei concittadini, e immaginavo strette di mano e abbracciamenti e volti ilari. Quella, pareva a me, doveva essere una festa di famiglia. Vengo io a visitar voi, avevo detto entrando, e nessuno rispose, nessuno capì nè la gentilezza, nè il rimprovero ch'era in quella frase. Stavo lì, solo, col capo tra due candele, che illuminavano me, come si fa innanzi ad una immagine. Ma io poco vedeva loro, e quella luce equivoca, quella metà della sala quasi buja, quella selva di teste appena illuminate e sparenti a poco a poco nelle tenebre, quella immobilità, quel silenzio, mi rendeva somiglianza a qualcuno di quei misteri, che si rappresentavano al medio evo. Fosse qui una setta? o mi trovassi tra Massoni? Ricordai carbonari e calderai, di cui ci parlavano a voce bassa i padri nostri. Stavo per aprir bocca quando alla mia sinistra un giovane[64] seduto pure lui solo dietro un tavolo, a cui non mancavano il bel tappetino verde e le due candele, si levò e con aria solenne incominciò a dire. E mi disse le più insolenti impertinenze, con un fare naturale, con una voce placida, come mi offrisse zucchero. Un tratto, mi levai e diedi un pugno sul tavolo. Ma l'amico non mosse collo, e tirava diritto placidamente, come la cosa non riguardasse lui. Talora non si rammentava, talora ripigliava la frase, non ben sicuro di sè, e tutto dentro in quello che s'era apparecchiato a dire, era più facile tagliargli la lingua, che farlo dire altrimenti. In ultimo, vuotato il sacco, con un tono di voce mellifluo si scusava, e sperava ch'io non mi tenessi offeso.
Avevo riconosciuto l'oratore[65]. Era un bravissimo giovane, che m'aveva, lui per il primo, offerta la candidatura. E ora lui medesimo era lì a sciorinarmi tutta quella filatessa di ragioni, che adducevano gli avversarii a scusa e a pretesto. Sul principio mi si oscurò il volto; poi visto l'inesperienza e la placidezza dell'oratore come di chi ha poca coscienza della gravità di quelle accuse, ridevo dentro di me, soprattutto veggendo sbuffare il sindaco di Morra, pallido di collera.
Risposi e non fui mai così veemente, così persuasivo. Tenevo a vincere quella resistenza, ad avere intorno a me concorde almeno il mio mandamento. Sentivo l'uditorio diviso; secondo che io andava dissipando tutti gli equivoci ammassati sul mio cammino, molti se ne compiacevano, altri restavano accigliati, ed erano i sopracciò, i più autorevoli. Costoro, veggendosi scappar di mano il gregge, lo contenevano con gli sguardi, co' cenni, specialmente quando alcuni si arrischiavano a dirmi un: Bene! Se volevano provarmi che lo spirito di parte elevato a spirito settario rende la mente ottusa ad ogni evidenza e ad ogni eloquenza, ci riuscirono.
Eppure cosa è l'uomo! Non sapevo difendermi di una certa ammirazione innanzi a quella inflessibilità, inesorabile come un calcolo. Ed era in virtù di un calcolo, che quelli comandavano alla volontà e la riducevano una macchinetta aritmetica. Prima spacciavano essere il mio nome una comparsa e che disprezzavo il collegio, e non volevo saperne di loro. E quando poi videro, malgrado ciò, la mia candidatura divenir seria, la resistenza fu appassionata, incivile, cavillosa. Il loro calcolo, o forse del loro principale che li comandava col telegrafo, era questo, di pungermi nel mio amor proprio, nella gentilezza della mia natura, e farmi maledire il momento ch'ero entrato in quel ballo ignobile. E ora, venuto io, mancato ogni pretesto, le istruzioni erano quelle medesime, come avevo visto in Lacedonia e in Calitri, e vedevo sotto una forma più provocante in Andretta. Il calcolo avrebbe fatto onore ad un gesuita, ma gli mancava la base, fondato su di una imperfetta conoscenza del mio carattere. Lo ingegnoso autore dimenticava quanta vena di disprezzo e d'orgoglio era nella mia natura, e quanta energia sarebbe uscita di quella vena. E in verità se l'elezione fosse corsa liscia, poco avrebbe attirata la mia attenzione, e forse le cose sarebbero andate altrimenti. Ma quell'accanimento mi svegliò, visto in quistione anche innanzi alla Camera l'onor mio e de' miei amici e dei miei elettori, che ignobili cavilli rendevano sospetti di brogli. A poco a poco nel mio spirito a quella lotta mezzo incosciente degli elettori si sostituì una lotta cosciente di due anime, e volevo vederla spirare quell'anima lì innanzi a me. In questo c'era del satanico; ma non voglio parer migliore che non sono; e scrivendo, la sincerità è un obbligo, e soglio mostrare tutte le nudità del mio cuore. Quel voler giocare con le mie affezioni più sante e più delicate me le rendeva più vive quelle affezioni, e purificava il mio orgoglio e mi sublimava, addivenuto quasi il loro custode e il loro vindice. Sicchè quel gioco riusciva a un effetto contrario, e si vide ancora una volta, come gli uomini a forza di abilità riescono inabili, e talora sciocchi.